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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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martedì 6 febbraio 2024

ACCOGLIENZA RICHIEDENTI ASILO A MONZA: L'IPOCRISIA DELLA DESTRA

 
A Monza, la Prefettura ha scelto di aprire un Centro di Accoglienza Straordinario (CAS) collettivo per richiedenti asilo nel quartiere Triante, identificando allo scopo l'edificio di via Monte Oliveto che nel passato ospitava la sede della CGIL.
Il CAS di via Monte Oliveto potrebbe ospitare sino ad un massimo di 100 richiedenti anche se la Prefettura ha assicurato che tale numero non verrà raggiunto poichè la nuova struttura servirà per redistribuire le presenze degli altri centri collettivi e alleviare la pressione. Gli arrivi saranno progressivi.
Come prevedibile, s'è aperta la canea con mirabolanti dichiarazioni da parte degli esponenti della destra locale accompagnate, come da copione, da una raccolta di firme per esprimere contrarietà all'insediamento da parte di alcuni residenti e s'è subito accesa la polemica.
Una polemica a dir poco surreale e per certi versi ridicola che cerca di scaricare le colpe dell'arrivo dei richiedenti asilo sull'amministrazione comunale quando invece la scelta è di esclusiva competenza del Prefetto, emanazione diretta del Ministero degli Interni, ora retto dal Ministro, in quota Lega, Piantedosi.

Eggià, la destra ha scoperto che un numero consistente di richiedenti asilo concentrati nello stesso stabile può essere foriero di problemi e che è preferibile l'accoglienza diffusa.
Avete letto bene.
Eppure si tratta dei gruppi politici di Lega Nord, Fratelli d'Italia e Forza Italia, gli stessi che a livello locale erano entusiasti del loro agire nazionale quando i loro parlamentari e le loro segreterie politiche approvavano nel 2018, il decreto "sicurezza" di Salvini, poi convertito nella legge n°132 del 1 dicembre 2018.
Legge che ha introdotto modifiche peggiorative, accompagnate dalla pesante riduzione dei fondi per gli enti gestori e per i programmi di accoglienza diffusa, rendendo problematica la copertura economica per i piccoli nuclei inseriti in appartamenti sul territorio e impedendo l'offerta di servizi dignitosi alle persone lì ospitate.

É proprio applicando queste normative che la Prefettura di MB ha emesso per il biennio 2024-2026, un bando europeo, con scadenza 12-02-2024per l'affidamento del servizio di accoglienza e assistenza dei richiedenti Protezione internazionale presso i centri (appartamenti di accoglienza diffusa) aventi capacità ricettiva di 50 posti complessivi con corresponsione di una retta giornaliera pro capite pari a 25,61 euro massimi.
L'affidamento per il centro di prima accoglienza collettivo di Monza, con capacità ricettiva teorica fino a 100 posti risulta invece affidato con procedura negoziata per la sua gestione e corresponsione di una retta pro capite al giorno pari a 29,62 euro.
Sono dunque proprio le normative derivanti dal decreto Salvini e la scelta allora fatta di differenziare e ribassare la retta a privilegiare e favorire l'accoglienza collettiva in un unico edificio.
L'attuazione di questa politica a carattere punitivo, oltre a ridurre le rette corrisposte ai gestori, solo parzialmente requilibrate dal successivo ministro del Governo Draghi, Luciana Lamorgese, ha altresì limitato pesantemente la possibilità di offrire e prevedere servizi essenziali di supporto ai richiedenti asilo e reso particolarmente difficoltoso attuare percorsi di apprendimento linguistico e di scolarizzazione e annullando di fatto i programmi mirati di crescita professionale.
Tutte limitazioni che complicano le possibilità di inserimento sociale e lavorativo dei richiedenti asilo accrescendo i sentimenti di rabbia e frustrazione di persone che devono sottostare a lunghissimi tempi di risposta per un titolo di soggiorno.
La destra non perde l'antico l'antico vizio di considerare e additare la presenza dei richiedenti asilo esclusivamente come un problema di ordine pubblico.
É un copione che continuamente si ripete, accompagnato da una intollerabile ipocrisia poichè le difficoltà per una seria e sana gestione di qualità di un'accoglienza diffusa e suddivisa su più Comuni sono proprio state generate da leggi, scelte ed atteggiamenti promulgate dalla destra stessa quando al governo.

Sotto, l'articolo de Il Cittadino del 3-02-024 sulla polemica contro il Centro di prima accoglienza collettivo di via Monte Uliveto a Monza.

giovedì 7 maggio 2020

SERVE REGOLARIZZARE, SERVE UNA SANATORIA, SERVE UMANITÀ. L'APPELLO DELLA RETE 23MARZO BRIANZA ACCOGLIENTE E SOLIDALE

Da alcuni giorni si parla, si scrive e si dibatte sull'opportunità di regolarizzare un certo numero di lavoratori e lavoratrici che lavorano come braccianti nel settore agricolo (immigrati ma anche italiani senza tutele contrattuali) e come badanti nell'assistenza degli anziani.
Per quanto riguarda i migranti, la proposta al vaglio del Governo intende concedere loro un permesso temporaneo, rinnovabile per un periodo predeterminato.
Il numero stimato totale delle persone interessate è di circa 600.000 .

E' una proposta timida e incompleta poichè le condizioni in cui lavorano questi braccianti sono veramente pesanti, inumane e di degrado, con orari di lavoro massacranti, con l'emarginazione in alloggi di fortuna, in fatiscenti masserie isolate, in baraccopoli improvvisate quasi sempre senza acqua, senza elettricità e con pessime condizioni igieniche e senza alcuna tutela sanitaria
Eppure, sono queste persone che con il loro lavoro, sottopagati e ricattati dai "caporali" e da imprenditori senza scrupoli, consentono a tutti noi di avere cibo in tavola.
Per loro, ultimi tra gli ultimi, i due gruppi medesi di SINISTRA e AMBIENTE e di IMPULSI-SOSTENIBILITÀ e SOLIDARIETÀ hanno aderito ad un appello promosso nella Provincia di MB dalla rete 23 Marzo Brianza Accogliente e Solidale.

Un appello affinché la regolarizzazione dei lavoratori migranti possa:
  • essere aperta a tutti coloro che versano in una condizione di irregolarità o che siano titolari di permessi non rinnovabili o convertibili
  • non sia vincolata alla stretta titolarità di un rapporto di lavoro
  • preveda requisiti di accesso semplici e chiari.
Solo così si potrebbero evitare le problematiche già vissute in passato e che il provvedimento stesso si trasformi in una farsa discriminatoria e ingiusta.


Per aderire alla Rete oppure semplicemente all'Appello puoi contattare:
brianza23marzo2019@gmail.com

venerdì 18 gennaio 2019

LA BRIANZA CHE ACCOGLIE CRITICA LA LEGGE "INsicurezza e IMMIGRAZIONE" DEL GOVERNO E SI INCONTRA A MONZA IL 31-1-019

Con la conversione in legge (n° 132 del  1 dicembre 2018)  viene confermata l'applicazione del decreto 113 meglio noto come "decreto sicurezza".
Si tratta di una normativa che nei fatti rende difficile la vita ai richiedenti asilo e ai profughi, limitandone i diritti e complicando in maniera pesante il percorso di accoglienza e di integrazione.
Ne avevamo scritto e trattato nel post IMPULSI - SOSTENIBILITÀ e SOLIDARIETÀ SUL DECRETO INsicurezza, I PROFUGHI, LA POVERTÀ riprendendo il lavoro del Movimento Politico medese IMPULSI-SOSTENIBILITÀ e SOLIDARIETÀ e in precedenza, con un focus sui contenuti (che purtroppo non sono cambiati) anche su:  DECRETO "IMMIGRAZIONE E SICUREZZA" UN ALTRO PASSO PER ALIMENTARE LA DERIVA RAZZISTA .
Ora, uno dei soggetti che opera in Provincia di MB in prima fila nella Buona Accoglienza interviene nel merito dei disastri che la nuova legge promulgata dal Governo M5S - Lega.
BONVENA (Accoglienza in esperanto), rete di associazioni e gruppi No - Profit del Terzo Settore, ha diffuso una lettera /appello per promuovere un momento informativo, di raccolta di adesioni e di forme di sostegno.
Un' analisi puntuale sulle norme punitive e discriminatorie verso coloro che sono considerati "stranieri"  introdotte dalla nuova normativa.



Il documento, che val la pena di leggere nella sua interezza, è la base per un momento pubblico che si terrà a Monza Giovedì 31-1-019 al BINARIO 7 a partire dalle ore 9.00.
All'incontro pubblico ha dato la sua adesione il gruppo di SINISTRA E AMBIENTE e il Movimento Politico IMPULSI - SOSTENIBILITÀ e SOLIDARIETÀ.


sabato 29 settembre 2018

DECRETO "IMMIGRAZIONE E SICUREZZA" UN ALTRO PASSO PER ALIMENTARE LA DERIVA RAZZISTA

Come prevedibile, dopo una serie continua di annunci, il 24-9-018, il Governo M5S-Lega ha varato il decreto su "immigrazione e sicurezza", battezzandolo decreto "salvini".
La paternità su questo atto governativo è frutto della campagna che da tempo l'attuale ministro degli interni conduce sull'argomento.  Una campagna martellante fatta spargendo mistificazioni, distorcendo la realtà, sproloquiando di inesistenti invasioni, con un linguaggio osceno allo scopo di colpevolizzare "gli ultimi degli ultimi", facendoli percepire come IL problema che affligge il Paese.
I contenuti del decreto non potevano dunque che essere punitivi e dettati dal sentore razzista che "il ministro" costantemente alimenta.
E' un decreto che riduce i diritti dei richiedenti asilo e le possibilità che a loro venga riconosciuta l'opportunità di vivere una vita migliore.
Viene azzerato il permesso per motivi umanitari, sostituito da un "permesso speciale", con una ristretta casistica, per vittime di violenza domestica o grave sfruttamento lavorativo, per chi ha bisogno di cure mediche perché si trova in uno stato di salute gravemente compromesso o per chi proviene da un paese che si trova in una situazione di “contingente ed eccezionale calamità”., per chi si sarà distinto per “atti di particolare valore civile”.
Paiono completamente escluse dalla protezione le donne vittime di tratta ai fini di sfruttamento della prostituzione.
Il decreto limita gli accessi al sistema SPRAR ai soli titolati di protezione (esclude i richiedenti) e crea un binario differenziato per loro impedendogli l'iscrizione all'anagrafe e l'ottenimento della residenza.
Anche in tema di diritto penale, il richiedente asilo è penalizzato qualora abbia in corso un procedimento di giustizia, avendo un percorso differente rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano nelle medesime condizioni.
Restrizioni pure sul capitolo della cittadinanza.
Il decreto non risolve ne migliora nulla, nega politiche di inclusione e accoglienza la cui applicazione farà aumentare il numero delle persone che diverranno ombre, private di qualsivoglia documento e respinte ai margini della società.
Si appesantirà la vita a uomini e donne già in difficoltà, aumentando il numero delle possibili prede dell'illegalità. E' ormai conclamato come il razzismo sia dentro il Governo.

Per approfondire due articoli de INTERNAZIONALE.
Uno che evidenzia punto per punto gli aspetti incondivisibili, peggiorativi rispetto all'esistente e anticostituzionali e il successivo sui contenuti del decreto.
Il decreto, che deve ancora passare al vaglio del Presidente della Repubblica e successivamente deve essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 gg dalla sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale (pena il decadimento), lo trovi nel testo integrale qui.

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Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale 27 settembre 2018 13.02

Il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza approvato dal consiglio dei ministri il 24 settembre è stato molto criticato da esperti, giuristi e associazioni che ne hanno denunciato i punti più problematici. Ecco quali sono i nodi che potrebbero pesare anche nel dibattito parlamentare, quando le camere arriveranno a esaminare la norma, se il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella darà il via libera. Mattarella potrebbe anche rimandare indietro il progetto di legge sollevando dei dubbi, in particolare sul ricorso allo strumento della decretazione di urgenza per regolare questa materia.
  • Protezione umanitaria
L’abolizione della protezione umanitaria – e cioè la modifica dell’articolo 5 comma 6 del Testo unico sull’immigrazione del 1998 – è il provvedimento più importante del decreto e anche quello più criticato. Per l’avvocato Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), la norma è “una grave lacerazione” nella cultura giuridica del nostro paese, un vero e proprio attacco ai “diritti umani fondamentali” che sono “l’unica vera ricchezza della cultura europea”. Finora, per Trucco, il problema era garantire l’effettività di questi diritti, invece in questo momento assistiamo a “un vero e proprio attacco alle libertà individuali, che sono le basi della nostra civiltà”.
Per il presidente dell’Asgi, l’abolizione della protezione umanitaria presenta profili d’incostituzionalità, infatti “la protezione umanitaria è uno dei modi in cui si applica l’articolo 10 della costituzione italiana che garantisce il diritto di asilo”. Contrariamente a quanto è stato detto dagli esponenti del governo, Trucco spiega “che la protezione umanitaria esiste in almeno venti paesi dei 28 dell’Unione europea (Austria, Cipro, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Italia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia e Ungheria)” e che è in linea con quanto previsto dalle convenzioni internazionali in materia di asilo.
Se questo decreto fosse approvato in maniera definitiva, si produrranno molti migranti irregolari e si alimenteranno i contenziosi giudiziari: tutti quelli che riceveranno un diniego faranno ricorso appellandosi all’articolo 10 della costituzione. “È quasi un paradosso: un decreto che è fatto per combattere l’illegalità, produrrà illegalità. Moltissime persone si troveranno in una situazione d’irregolarità sul territorio italiano”, conclude Trucco.
Il ricercatore Matteo Villa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ha stimato che – se il decreto Salvini fosse approvato in maniera definitiva – si potrebbero produrre altri 60mila nuovi immigrati irregolari nei prossimi due anni. Villa spiega che questa stima è stata fatta considerando che i casi previsti per l’ottenimento di un permesso di soggiorno speciale saranno residuali: “La situazione peggiore che potrebbe verificarsi con l’applicazione del decreto è la creazione di 60mila nuovi irregolari che si aggiungeranno ai 70mila già previsti, prodotti dai dinieghi della domanda di asilo, per un totale di 130mila irregolari in più nei prossimi due anni”.
  • Le possibilità di rimpatriare i migranti irregolari sono davvero molto limitate
Il calcolo è stato fatto considerando le persone che sono già beneficiarie della protezione umanitaria in scadenza e che non potranno chiederne il rinnovo. Si tratta di 39mila persone di cui solo seimila potranno essere rimpatriate. Inoltre, se si considera che la protezione umanitaria ha rappresentato negli ultimi anni un quarto dei permessi concessi ai richiedenti asilo, si può stimare che 33mila delle 130mila domande di asilo al momento in fase di esame saranno rigettate mentre in passato sarebbero diventate protezioni umanitarie (a cui vanno aggiunte le 65mila che molto probabilmente saranno in ogni caso rigettate).
Altre critiche arrivano da Mario Morcone, ex capo di gabinetto del ministero dell’interno oggi presidente del Consiglio italiano rifugiati (Cir), che afferma: “È un decreto che mira a creare irregolarità non certo a gestire l’immigrazione. Togliere la possibilità di rilasciare un permesso umanitario a un richiedente asilo che ha compiuto un percorso di integrazione, trovando un lavoro e concorrendo positivamente al benessere generale, è una previsione che va contro ogni buonsenso. Vogliamo ricordare che le possibilità di rimpatriare i migranti irregolarmente presenti sul territorio sono davvero molto limitate”.
Questo punto del decreto è stato criticato anche dal Tavolo asilo, un’organizzazione che riunisce diverse associazione impegnate nella difesa dei diritti umani: “Riteniamo siano molti i profili di violazione della costituzione, della normativa internazionale e di quella dell’Unione europea, violazioni che necessitano di un intervento correttivo nelle sedi opportune”.
La Cgil sottolinea che l’abrogazione del permesso per motivi umanitari riporterà nell’irregolarità molti lavoratori, soprattutto in una situazione in cui la concessione dei visti per motivi di lavoro è drammatica: “Va da sé che l’abrogazione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari lascerà, o riporterà nella irregolarità, moltissimi stranieri che fino a oggi erano in possesso del titolo di soggiorno e impedirà alla quasi totalità dei migranti di ottenere effettiva protezione. In questo non può che emergere l’inazione che caratterizza da anni il governo sulla programmazione dei flussi d’ingresso. Dal 2011 non vengono previste quote per il lavoro subordinato non stagionale e le quote indicate nei decreti emanati riguardano le sole conversioni di permessi in soggiorno e quelle relative ai ricongiungimenti familiari”.
Per il sindacato un altro punto critico del decreto è la sospensione della domanda d’asilo per il richiedente asilo denunciato per un reato che prevede la revoca della protezione in caso di condanna: “Offensivo di ogni buon senso la sospensione e il rimpatrio immediato per i richiedenti asilo che vengono solo denunciati per uno dei reati previsti con il riavvio dell’iter solo a conclusione del procedimento penale. Senza nessun accertamento di polizia, in palese violazione di qualsiasi regola giuridica degna di un paese civile, il rischio è che anche la più strampalata delle false denunce per fatti assolutamente privi di pericolosità sociale, comporterà la sospensione della protezione e l’allontanamento dal territorio nazionale di persone che hanno visto certificata la loro grave persecuzione in patria”.
Si è espressa in maniera negativa anche l’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere: “Attendiamo di conoscere in modo più preciso i criteri di assegnazione del nuovo permesso di soggiorno per cure mediche, nella preoccupazione che rischino di essere escluse e lasciate in condizioni di marginalità persone che soffrono di problemi di salute con sintomi non facilmente riconoscibili. Molti di questi pazienti li vediamo ogni giorno nel centro Msf per vittime di tortura e in altri luoghi in Italia”.
  • Sistema di accoglienza
L’articolo 12 del decreto Salvini prevede inoltre il ridimensionamento del sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) che al momento è il sistema di accoglienza diffuso che garantisce 35.881 posti, coinvolgendo circa 1.200 comuni italiani. Il decreto stabilisce che solo chi ha già ottenuto la protezione internazionale e i minori stranieri non accompagnati possano essere ospitati dai progetti Sprar, invece i richiedenti asilo che sono ancora in attesa di una decisione da parte della commissione territoriale (il 50 per cento delle persone ospitate dagli Sprar) dovranno essere spostati nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), strutture gestite dai prefetti e non dalle amministrazioni locali, che seguono dei protocolli di emergenza e hanno standard di accoglienza più bassi e nessun obbligo di rendicontazione.
Per Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà-ufficio rifugiati, tra gli ideatori del sistema Sprar all’inizio degli anni duemila, il decreto Salvini rappresenta un arretramento rispetto a una serie di conquiste raggiunte negli ultimi anni: “È una destrutturazione del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo, ma anche un colpo all’economia locale italiana che è stata favorita dalla diffusione territoriale dei progetti Sprar. Con questo decreto invece si fa un grosso favore alle organizzazioni private che gestiscono i grandi centri di accoglienza, che spesso si sono rivelate vicine alla criminalità organizzata”.
Schiavone spiega che lo Sprar è nato nel 2002 e che una legge del 2015 individuava questo sistema come modello su cui convergere, perché è quello che meglio favorisce l’integrazione e perché gli standard di accoglienza previsti dalla normativa europea sono garantiti da questo sistema. “Con la legge del 2015 si cercava di unificare Sprar e Cas, mentre con questo decreto le fasi dell’accoglienza sono separate di netto: i richiedenti asilo sono accolti nel sistema di emergenza, mentre i rifugiati e i minori sono accolti nello Sprar, senza che sia concepita alcuna forma di collaborazione e convergenza tra i due sistemi”.
Per Schiavone, inoltre, nel decreto non è prevista una riforma dei Centri di accoglienza straordinaria che essendo centri di emergenza hanno standard inferiori a quelli previsti dalla normativa europea. “Questo è uno dei problemi più importanti: si rafforzano i Cas, che però rimangono strutture di emergenza e violano le norme europee”, afferma. Secondo l’esperto, questo decreto avrà come conseguenza un taglio drastico della rete degli Sprar diffusa sul territorio: “Parliamo di centinaia di posti di lavoro soprattutto nel meridione e nelle aree periferiche, nelle strutture che non avranno più ragione di esistere”.
Invece si creeranno grossi centri, privi di servizi e con standard bassi. “Di solito questi Cas sono gestiti da organizzazioni che preferiscono logiche speculative legate ai grandi numeri e in passato sono state anche protagoniste di inchieste giudiziarie che hanno ravvisato legami con la criminalità organizzata”, conclude Schiavone. Questi meccanismi sono favoriti da un sistema che non prevede nessun “controllo della spesa”. Preoccupazione per la restrizione del sistema Sprar è espressa anche da Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci): “Lo Sprar è stato un sistema che ha permesso di distribuire i migranti in tutto il territorio nazionale e questo ha permesso di evitare la concentrazione di persone nei grandi centri e di conseguenza la risoluzione delle tensioni sociali create da questi centri”.
Decaro fa l’esempio del centro di accoglienza di Cona, in Veneto, in cui sono stati concentrati 1.5oo richiedenti asilo all’interno di una base militare dismessa in un territorio in cui i residenti sono in tutto tremila. “Chiudere oggi gli Sprar significa concentrare i richiedenti asilo nei grandi centri come a Cona o a Mineo, non si può chiedere all’Europa di distribuire i migranti e poi in Italia li concentriamo. In questo modo non si fa integrazione. Lo Sprar permetteva ai richiedenti asilo di partecipare ai corsi di italiano, ai servizi medici e ai servizi sociali”, conclude Decaro.
Per Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli, la riforma dello Sprar è “un passo indietro che non tiene conto da un lato delle vite e delle storie delle persone e dall’altro del lavoro di costruzione che da decenni tante organizzazioni umanitarie e di società civile hanno fatto in stretta collaborazione con le istituzioni, in particolare con gli enti locali, in un rapporto di sussidiarietà che ha rappresentato la linfa vitale del welfare del nostro paese. Aumentare zone grigie, non regolamentate dalla legge, e rendere meno accessibili e più complicati i percorsi di legalità contribuisce a rendere il paese meno sicuro”.
  • Centri di permanenza per il rimpatrio e hotspot
Il decreto Salvini, inoltre, contiene una serie di misure che restringono la libertà personale: dal trattenimento per trenta giorni dei richiedenti asilo nei cosiddetti hotspot fino all’estensione del periodo di detenzione degli irregolari nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). “Su questo tema la legislazione in Italia è stata a fisarmonica, il periodo massimo di detenzione negli ex Cie è stato esteso e ridotto più volte. Gli esperti ci dicono che il periodo per l’identificazione è di massimo trenta giorni, non si vede perché la scarsa efficienza del sistema debba andare a detrimento di un diritto fondamentale come la libertà personale”, spiega Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone e della Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild).
“Questa sembra più una misura simbolica, che vuole dare l’idea che gli irregolari sono puniti. Ma non migliora l’efficienza del sistema. La conseguenza di questa misura sarà l’aumento dei detenuti nei Cpr e maggiore sofferenza per queste persone, senza che questo influisca sui rimpatri”, aggiunge. Per Gonnella infatti la difficoltà ad aumentare il numero delle persone rimpatriate dipende dai pochi accordi bilaterali firmati dall’Italia con i paesi di origine.
Anche la detenzione dei richiedenti asilo negli hotspot è illegittima: “si tratta di persone che hanno chiesto di accedere a un diritto, non a un sussidio”. Gli hotspot, per Gonnella, sono centri di detenzione amministrativa, che privano della libertà personale, ma non hanno “nemmeno le garanzie previste per il sistema penitenziario”. Per l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), il trattenimento dei richiedenti asilo negli hotspot per al massimo trenta giorni non è in linea né con la costituzione italiana né con la Convenzione europea dei diritti umani e infine dalla Convenzione di Ginevra.
“Nel decreto non sono definite le ipotesi tassative nelle quali il trattenimento può essere disposto, ma fa discendere questi casi eccezionali da una condizione comune ai richiedenti asilo (la mancanza di documenti di identità)”, chiarisce l’Asgi. Questo è in contrasto con le leggi nazionali e internazionali in materia di asilo. Per Gonnella, infine, desta preoccupazione l’articolo del decreto che estende l’uso delle armi elettriche, i taser, ai corpi di polizia locale nelle città con più di centomila abitanti.
“Il taser è stato introdotto nel 2014 e prevedeva una sperimentazione. La cosa interessante è che il governo Lega-cinquestelle non ha aspettato nemmeno la fine del periodo di sperimentazione e lo vuole adottare massicciamente, dandole in dotazione ai vigili urbani e cioè a un corpo di polizia che di solito non ha compiti di pubblica sicurezza”, aggiunge Gonnella che consiglia di leggere l’inchiesta della Reuters sulle conseguenze dell’uso di queste armi negli Stati Uniti.

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Cosa contiene il "decreto salvini".

giovedì 9 agosto 2018

LO SCHIAVISMO AGRICOLO " MADE IN ITALY"

C'è stata una vera e propria strage in Puglia con 16 braccianti di origine africana morti.
Tornavano stanchi dopo una giornata di lavoro massacrante e sottopagato nei campi della Puglia. Erano ammassati su piccoli furgoni, adibiti al loro trasporto verso dimore altrettanto di fortuna, spesso case coloniche fatiscenti o tendopoli ptive di qualsivoglia servizio.
Con ogni probabilità, tutti sotto il controllo di "caporali" e con un lavoro dove la dignità è continuamente calpestata, i diritti sono inesistenti e dove vige il ricatto continuo tanto da poter affermare che le condizioni sono da schiavismo agricolo.
Poche parole in merito da parte del solito Ministro degli interni, in genere ossessionato dai migranti.
Eppure è noto da tempo quali siano le condizioni disumane cui sono sottoposti i lavoratori stagionali in agricoltura, sopratutto se si tratta di persone provenienti dall'est Europa o dai Paesi africani.
Il Manifesto fornisce qualche numero e su una spaventosa realtà e su una legge che seppur con aspetti positivi, stenta ad essere applicata.

di Adriana Pollice
Responsabilità estesa alle aziende 
ma i pochi controlli non funzionano.

La legge anticaporalato.  
30mila imprese assumono in modo irregolare, 
400mila i braccianti potenziali vittime



«La legge 199 sul caporalato c’è ma non viene completamente applicata. Dobbiamo partire da quello e rafforzare le tutele già in parte previste» è la posizione del premier Giuseppe Conte, ribadita ieri a Palazzo Chigi, in linea con i 5S. Fino a un mese fa, però, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e il ministro della Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, spingevano per cambiarla perché «invece di semplificare complica».
LA NORMA è entrata in vigore a novembre 2016, il testo prevede la condanna non solo del caporale ma anche del datore di lavoro, il reato viene considerato più grave se il reclutamento è avvenuto con violenza o minaccia. È prevista la confisca dei beni utilizzati per l’illecito che vanno dal furgoncino con cui si portano i braccianti sui campi all’azienda stessa (che può finire in controllo giudiziario) o al denaro di cui non si possa giustificare una diversa provenienza. Fin qui la legge riscuote un generale consenso.
C’è invece una parte che si presta all’elusione, lasciando così il settore in mano a pratiche illegali. Ad esempio l’iscrizione facoltativa delle imprese nella Rete del lavoro agricolo di qualità, presso l’Inps. Su 200mila attive in Italia, hanno ottemperato appena 3.600. «Persino quelle in regola – spiega Marco Omizzolo, responsabile scientifico dell’associazione In Migrazione – non hanno il coraggio di rompere l’omertà. Preferiscono non iscriversi, accettando quindi di competere in un mercato irregolare, pur di non dare fastidio alla grande distribuzione e alle imprese che utilizzano capitali illeciti».
ALL’ILLEGALITÀ diffusa si affiancano le mafie: «Quelle straniere, come la rumena o la bulgara, gestiscono i flussi dall’est – prosegue Omizzolo – poi c’è quella dei lavoratori indiani. I clan nostrani gestiscono il trasporto delle merci all’estero, i mercati ortofrutticoli e la grande distribuzione».
I CONTROLLI sono un punto debole della legge 199. Il report dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil spiega che, in ognuno dei 220 distretti agricoli, ci sono in media 34 caporali, circa 15mila su tutto il territorio. Sono circa 30mila, poi, le aziende agricole che ingaggiano lavoratori in modo irregolare: il 60% impiega caporali; 9mila ricorrono a caporali violenti; quelle colluse con organizzazioni criminali sono quasi 3mila, 900 usano metodi mafiosi. Dall’altro lato dello spettro, sono 400mila i braccianti potenziali vittime di caporalato, 100mila vivono in schiavitù. Per contenere il fenomeno ci sono 2.832 unità in forza all’Ispettorato del Lavoro: 1.182 in capo all’Inps, 299 all’Inail. Nel 2017, su 7.265 ispezioni, sono stati individuati 5.522 lavoratori irregolari di cui 3.549 in nero. «I controlli non funzionano – spiega Omizzolo –, utilizza metodi superati: la filiera non si basa più sul punto di incontro dove vieni ingaggiato dal caporale. Le batterie di lavoratori adesso vengono coordinate via whatsapp o sms. E ancora: quando arrivano gli ispettori ai cancelli dell’azienda, la vedetta avverte, partono i messaggi e i lavoratori in nero spariscono. Bisogna poi incidere di più su strumenti come gli indici di congruità: l’estensione, la quantità di produzione e i lavoratori dichiarati. A Latina, ad esempio, ci sono aziende di 100 ettari che dichiarano di fare il raccolto in soli 3 giorni con 5 lavoratori».
LO STATO non sempre cerca dove dovrebbe: «Molte buste paga sono fasulle, 28 giorni di lavoro effettuati e solo 4 o 5 dichiarati, con la complicità di commercialisti e avvocati. Le illegalità non avvengono solo al Sud: nel grossetano ci sono gli stessi fenomeni di sfruttamento pure in presenza di una produzione di qualità vanto del made in Italy. Nel bresciano è morto un bracciante di fatica proprio come Paola Clemente in Puglia».
NON FUNZIONA neppure la parte dedicata al piano di interventi (che avrebbe dovuto essere adottato entro 60 giorni dall’entata in vigore della legge) per la logistica e il supporto dei braccianti, cioè trasporto e alloggi. Le istituzioni hanno attivato linee di finanziamento ma non ci sono obblighi per i datori di lavoro. Così è stata semplicemente ignorate e i ghetti sono rimasti in piedi. Con gli effetti che si sono visti nel foggiano. «La legge va applicata tutta – conclude Omizzolo – coinvolgendo forze dell’ordine e istituzioni. I controlli devono arrivare fino alla grande distribuzione. Soprattutto, va eliminata la Bossi–Fini, che ha dato legittimità informale a tutto il sistema di sfruttamento dei braccianti».

venerdì 29 giugno 2018

IL 6° RAPPORTO DI BONVENA SUI RICHIEDENTI ASILO IN PROVINCIA DI MB

Come ogni anno, il Raggruppamento Temporaneo d'Impresa BONVENA (raggruppamento di gruppi ed associazioni del settore NO PROFIT) che si occupa di gestire l'accoglienza dei richiedenti asilo in Provincia di Monza e Brianza pubblica il rapporto sulle attività e sul modello di accoglienza praticato per le persone da lei ospitate in applicazione al bando della Prefettura di MB.
Il report arriva in un periodo "caldo" sull'argomento Profughi, con esternazioni e azioni quotidiane di un ministro in quota Lega aventi lo scopo di criminalizzare le ONG che nel Mediterraneo si occupano di porre in salvo un'umanità disperata, preda di traffici e scafisti senza scrupoli.
Azioni e dichiarazioni irresponsabili e da continua e costante propaganda elettorale che creano e diffondono odio verso coloro che si trovano in condizioni di estrema difficoltà, facendoli falsamente percepire come causa dei problemi che investono il Paese Italia.
C'è però qualcuno che ogni giorno lavora affinchè si gestisca al meglio l'accoglienza sul territorio, con attività di socializzazione e conoscenza reciproca, di formazione linguistica e professionale, di  tirocini formativi.
Ecco questa è l'agire che più ci piace perchè crea inclusione e non discriminazione.
Sono oltre un migliaio i richiedenti protezione internazionale accolti nelle strutture presenti in 44 comuni del territorio brianzolo.
Per la maggior parte - circa 700 - ospitati all'interno di appartamenti, in piccoli gruppi, secondo un modello innovativo di accoglienza diffusa a basso impatto, volta a promuovere la relazione con la comunità ospitante.
Più di 11 mila le ore di formazione erogate, solo nel primo trimestre 2018, per fornire competenze professionali a chi vuole costruire il proprio futuro in Italia. Ma anche corsi di lingua italiana, coinvolgimento in attività di volontariato, nella pratica dello sport e in progetti artistici e culturali.
Un fondo Hope creato appositamente a supporto della formazione individuale e dei tirocinii. Non manca l'assistenza e il supporto legale in convenzione con l'ARCI.
C'è l'ompegno attento e continuo degli operatori che seguono i piccoli gruppi ospitati negli appartamenti anche con il prezioso ausilio della mediazione linguistica e culturale.
Certo, un lavoro non semplice, pieno di momenti difficili, ma un lavoro utile non solo per i richiedenti asilo ma anche per la comunità della nostra Provincia.

Gli Enti che compongono la Rete Bonvena sono: 
Consorzio Comunità Brianza, Consorzio Sociale CS&L, Aeris Coop Sociale, Associazione II Mosaico Interculturale Onlus, Associazione Sulè Onlus, Azalea Coop Soc, Buena Vista Coop Soc, Caritas Zona Pastorale V, Glob Coop Sociale, La Grande Casa Coop Sociale, Meta Coop Sociale, Associazione Natur& Onlus, Novo Millennio Coop Sociale, Pop Coop Sociale, Sociosfera Coop Sociale.

Ecco, prendetevi un po' di tempo e leggete il VI report "dal mare e dalla terra".
Serve ad informarsi meglio sulla realtà, dando un calcio alle mistificazioni e alle panzanate diffuse a piene mani dagli imprenditori della paura e da coloro che hanno costruito le loro fortune politiche e d'immagine sulla denigrazione e sul razzismo.

sabato 18 novembre 2017

CONA: I RICHIEDENTI ASILO IN MARCIA PER LA DIGNITA'


Del sovraffollamento e delle pessime condizioni del centro di prima accoglienza (CPA) di Cona, ex base militare in provincia di Venezia dove allora risultavano stipati 1400 richiedenti asilo ne avevamo parlato in QUESTA NON E' ACCOGLIENZA.
A distanza di quasi un anno, nonostante le promesse, la situazione è rimasta pressochè immutata, fatto salvo una diminuzione delle persone lì concentrate , comunque oltre le mille unità rispetto ai 540 consentiti dalle abilitazioni della locale ASL (ora ATS).
Così, in questi giorni, esasperati dalle immutate condizioni, circa 250 richiedenti asilo hanno deciso di abbandonare il CPA di Cona e insieme, di raggiungere con una marcia la Prefettura di Venezia.
Una protesta civile e pacifica, purtroppo funestata dalla morte d'un ragazzo ivoriano investito da un'auto, di sera, mentre raggiungeva i compagni in marcia.
Una marcia che ha avuto l'appoggio e la solidarietà delle associazioni locali, della gente e delle parrocchie che hanno aperto le porte delle loro strutture e che ha strappato il risultato della ricollocazione in strutture migliori per i 250 partecipanti alla protesta.
Il Manifesto lo racconta.
Ecco, leggete l'articolo che ancora ora come allora, denuncia situazioni intollerabili e insostenibili che nulla hanno a che fare con una sana accoglienza.



di Ernesto Milanesi VENEZIA Edizione del 18.11.2017

Organizzati si vince:
ricollocati i migranti in marcia per Venezia


A Conetta, almeno loro, non ci torneranno più. E hanno aperto la strada giusta a tutti gli altri, perché l’accoglienza significa dignità.
Le centinaia di migranti che per giorni camminavano a cavallo delle province di Venezia e Padova, alla fine hanno vinto: un letto vero, uno spazio umano e forse perfino un corso d’italiano o tempo da impegnare concretamente. 
Adesso è davvero possibile immaginare di svuotare la struttura, aperta come «accogliente» e rivelatasi semplicemente sbagliata. Va finalmente chiusa per non provare altra vergogna, guardando negli occhi la marea di profughi.
Loro, i vincitori, erano usciti alla spicciolata dal cancello dell’ex base militare Silvestri nella frazione di Cona. A piedi, con la valigia in testa o con il trolley trascinato insieme alla bici. In tre giorni sono diventati un esodo, lungo gli argini del Bacchiglione e del Brenta. Circa 250 migranti «in marcia per la dignità», una specie di piccola Selma nel cuore del Veneto come l’ha definita Gianfranco Bettin.
Soltanto Salif Traore, ivoriano di 35 anni, mancava all’appello: è morto mercoledì sera. Investito da un’auto mentre pedalava verso Codevigo, dove il parroco don Michele Fanton aveva appena aperto la chiesa.
Nell’hub dell’emergenza formato business, nessuno voleva più tornare. 
Per mesi hanno sopportato la gestione delle coop Ecofficina-Edeco (sinonimo dei coniugi Sara Felpati e Simone Borile) tutt’altro che in grado di reggere gli «ospiti». Il 2 gennaio in uno dei bagni si era registrata una morte atroce: Sandrine Bakayoko, 25 anni, ivoriana.
Poi il piccolo municipio era diventato il miraggio di un documento d’identità, prima del sogno di un permesso vero e proprio. Ma il sindaco Alberto Panfilio doveva fare i conti con un ufficio abituato a 2.985 abitanti: al massimo cinque pratiche alla settimana per certificare la «convivenza anagrafica» di oltre mille migranti. E nonostante visite d’autorità, ispezioni parlamentari, processioni di avvocati con attivisti e volontari, a Conetta la vita quotidiana restava un incubo. Prigione a cielo aperto, dimenticata in mezzo alla campagna, nell’indifferenza delle istituzioni.
Finché lunedì il primo drappello dell’ennesima «rivolta» ha mosso il primo passo. «Qui ci trattano come animali. Basta. Andiamo dal prefetto…»: sembrava impossibile, invece si è aperto lo spiraglio con le autorità. La lunga marcia era cominciata, fuori dal piccolo paese, verso Venezia. Cona era l’inferno: non avevano più niente da perdere. La dignità, invece, è stata la molla che ha spinto decine e poi centinaia di migranti verso Codevigo e la mattina dopo verso Mira. 
Con loro all’inizio i militanti dell’Usb di Bologna, i centri sociali del Nord Est, ma anche la Caritas padovana e la gente della Bassa. In marcia, come nei Balcani nell’estate 2015 e verso la tendopoli della vergogna europea di Idomeni nella primavera 2016.
Stesse immagini, identiche storie, uguale umanità senza alternative. La «marcia della dignità» ha messo il Veneto (che sogna l’autonomia, coltiva la piccola patria e raccoglie veleni) davanti allo specchio più nitido per la coscienza e meno adatto a riflettere favole. 
Così i rifugiati di Cona, immobili sul ponte di Bojon davanti all’esercito di poliziotti, hanno incarnato le parole di un papa nel cuore dei vescovi.
Il patriarca Francesco Moraglia – come già il vescovo di Padova Claudio Cipolla- ha risolto in diretta telefonica lo stallo che rischiava di travolgere tutto e tutti. Chiese e strutture parrocchiali spalancate a Mira, Borbiago, Oriago e Gambarare. 
Poi ieri il «censimento» indispensabile a predisporre con la prefettura il definitivo trasferimento in luoghi più consoni. Nel pomeriggio 151 migranti a bordo di bus hanno raggiunto strutture diverse in tutta la regione. Un’altra decina di richiedenti asilo ospitata dalla diocesi, mentre per gli ultimi 90 si stavano completando le operazioni da parte della task force coordinata dal prefetto Carlo Boffi.
Aboubakar dell’Usb ha perso la voce, ma ha vinto la partita dei suoi fratelli africani: «Sono ragazzi che dopo quasi due anni non sanno ancora esprimersi in italiano. È integrazione?».

venerdì 11 agosto 2017

I PROVVEDIMENTI SPREGIUDICATI DEL GOVERNO ITALIANO, LA DEMONIZZAZIONE DELLE ONG E DI CHI ASSISTE I PROFUGHI


E' un agosto caldo, come è caldo da più tempo il problema al centro dell'attenzione  e degli atti del governo italiano nonchè dei commenti e delle storture propinate da certa stampa e dai social: quello dei richiedenti asilo, dei profughi, dei migranti, insomma di quei disperati che tentano di arrivare con mezzi di fortuna sulle coste italiane, sperando d'essere intercettati quanto prima da un'imbarcazione e tratti a bordo ed in salvo.
Siamo ormai in una fase dove, per accontentare la pletoria degli urlatori nostrani, il Governo italiano s'è lanciato in una serie di spregiudicati e pericolosi provvedimenti e azioni, tutte con un solo scopo: tenere lontani dall'Italia questi disperati e, con il supporto della "Guardia Costiera" libica, respingerli e confinarli in Libia negli orrendi centri di detenzione dove vengono raccolti.
Luoghi gestiti da personale senza scrupoli, da bande locali conniventi con gli stessi trafficanti che, a parole, il Governo italiano dice di voler combattere e dove la violenza, i maltrattamenti, la sopraffazione, i ricatti e gli stupri sono la quotidianità .
Eppure, formalmente per "combattere i trafficanti", sono stati stanziati fondi indirizzati all'autorità libica che però autorità non è visto che il governo di Serraj controlla solo una piccola porzione del territorio mentre nel resto della Libia imperversano milizie locali, jiahdisti, gruppi dell'ISIS o il secondo governo, quello di Tobruk, quello di Haftar.

Ma non è solo questo.
Anche contro le ONG che operano nel mediterraneo con funzioni di salvataggio, s'è alzata una canea mediatica volta e screditarne l'attività, seguita da una richiesta alle stesse di aderire ad un "regolamento" che ne limita pesantemente le possibilità d'intervento, vietando il trasbordo delle persone soccorse su natanti più capienti e pretendendo un controllo a bordo con personale di polizia anche armato.
Chi non ha ancora accettato di firmare "il regolamento" è nei fatti messo in condizioni di non poter più operare adeguatamente nel salvataggio di vite umane.
In questi giorni, l'asticella si è alzata ancora di più, con un avviso di garanzia d'indagine in corso su un'ipotesi d’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico di Don Mussie Zerai, prete cattolico eritreo che da tempo opera con la sua Agenzia giornalistica per informare sulla situazione dell'Africa, dandosi da fare anche per l'attivazione di corridoi umanitari.

Abbiamo, purtroppo, la certezza che la politica del mostrarsi forti e decisi non sia tanto indirizzata  a colpire i trafficanti di esseri umani e gli scafisti, quanto ad eliminare dallo scenario chi ha messo al centro del suo agire il soccorrere chi si trova in difficoltà, identificandolo come un osservatore e un operatore scomodo.
Pare essere questo l'approcio ipocrita scelto per evitare altri arrivi in Italia.
Con buona pace per il Diritto Internazionale si consegnano migliaia di esseri umani al rientro forzato nel caos della Libia, paese che non ha mai siglato la Convenzione di Ginevra e dove le violazioni dei Diritti Umani sono quotidiane.

Don Mussie, il numero verde che salva la vita


Alessandro Leogrande Edizione del 10.08.2017

La notizia secondo cui la Procura di Trapani, nell’ambito dell’inchiesta sulla ong Jungend Rettet, starebbe indagando sull’operato di don Mussie Zerai, è la perfetta cartina al tornasole di un’estate in cui le azioni di soccorso nel Mediterraneo sono oggetto di una violenta campagna di delegittimazione.
Dopo la strage del 3 ottobre del 2013, quando un barcone stracolmo quasi unicamente di eritrei si rovesciò a poche centinaia di metri dall’isola di Lampedusa, don Mussie fu tra le persone più attive nel ricostruire quanto accaduto, e in particolare le cause e il motivo del viaggio di chi era andato incontro a una morte tanto assurda.
Da anni ormai don Mussie, prete cattolico eritreo trasferitosi in Italia e poi in Svizzera, è un’antenna sensibile sull’esodo dal Corno d’Africa e dal suo paese di origine, tanto da aver fondato un’agenzia giornalistica, habeshia.blogspot.it, che è una delle migliori fonti di informazione sui viaggi da quell’area del continente africano.
Nel tempo si è sparsa la voce che il numero di telefono di don Mussie ce l’hanno tutti. Lo si trova scritto sui cassoni dei tir che attraversano il deserto, sui muri delle prigioni libiche, negli stanzoni angusti in cui i profughi sono spesso ammassati lungo la tratta, tanto che si è propagato capillarmente, di mano in mano, di bocca in bocca, come una sorta di «numero verde». Già due anni fa era possibile calcolare che almeno cinquemila persone sono state salvate nel Mediterraneo per il semplice fatto di aver composto – poco prima di naufragare – il numero di don Zerai. Era stato poi il prete ad avvisare la Guarda costiera o la Marina militare.
Questa storia potrebbe sembrare una «leggenda metropolitana», ma chi scrive può dire di averla verificata con mano. Ho passato alcuni giorni con don Zerai e ho capito immediatamente, come chiunque abbia trascorso un po’ di tempo con lui, che quel cellulare che squillava in continuazione era l’unica fonte di salvezza per chi, a migliaia di chilometri di distanza, stava per morire. Proprio perché antenna sensibile sull’esodo, Zerai è stato tra i primi a rendersi conto di due tra i tanti «effetti collaterali» dell’esodo: l’indotto dei sequestri dei profughi che ha avuto il suo epicentro nel Sinai; l’impiego dei profughi che attraversano la Libia – da parte di molte fazioni in lotta – come muli da soma per portare mine e munizioni lungo il fronte.
Per la sua azione di soccorso e controinformazione, don Mussie è divenuto presto un uomo molto odiato. Odiato dalla Lega, da Casa Pound e da una miriade di blog neofascisti, che lo additano come uno dei fautori della «grande invasione». Odiato dal regime eritreo, che vede in lui un traditore che alimenta l’emorragia dei giovani dal paese (e si sa quanto ogni totalitarismo, specie quanto sorge sulle ceneri di una rivoluzione, scorga nell’esodo di massa una sconfessione delle proprie fondamenta).
In una singolare sovrapposizione dei punti di vista, a tale fuoco incrociato si aggiunge ora l’inchiesta della procura di Trapani. Il «numero verde» diventa oggetto di reato, perché – e qui il ragionamento della procura finisce per essere singolarmente il medesimo di CasaPound o del regime eritreo – l’esodo non è generato dalle dittature o dagli sconquassi politici dall’altra parte del mare (in Eritrea, in Somalia o in Gambia), bensì da chi favorisce il soccorso in alto mare di tutti coloro i quali si mettono in viaggio.
In questo radicale rovesciamento delle responsabilità, l’opera di don Mussie Zerai, al pari di quanti hanno provato a costruire ponti nel mezzo del disastro, è considerata l’anomalia da normalizzare.

venerdì 28 luglio 2017

Il 5° RAPPORTO SUI PROFUGHI OSPITI DI BONVENA IN PROVINCIA DI MB

Anche quest'anno, per informare e smontare bufale e falsità, pubblichiamo il rapporto annuale della rete RTI Bonvena sull'accoglienza dei Richiedenti Asilo in Monza e Brianza presentato il 27-7-017 nella sede della Provincia.
All'incontro erano presenti Sindaci e Assessori di Cogliate, Macherio, Lissone, Bovisio Masciago, Vimercate, Mezzago, Verano Brianza, operatori del terzo settore e la stampa.
E' un rapporto dettagliato che illustra i numeri, le suddivisioni nei vari Comuni e che sopratutto racconta  l'attività svolta dall'RTI BONVENA, dopo aver vinto il Bando della Prefettura per il 2017, con le persone a lei affidate,
Chiaramente RTI Bonvena non è l'unico soggetto operante sul territorio poichè la prefettura assegna i rimanenti richiedenti asilo non coperti dal primo assegnatario, ad altri.
La situazione illustrata arriva all'aprile 2017 con 1142 richiedenti Protezione Internazionale ospitati presso le strutture di Bonvena (cresciuti poi a 1203 alla data odierna) sui 1900 presenti in Provincia di MB.


In Brianza, le persone provenienti dai porti di sbarco o da altri hub regionali, vengono temporaneamente inseriti negli hub di Monza e di Agrate (attualmente è in valutazione l'apertura di un terzo hub per far fronte ad altri arrivi) e poi smistati nelle strutture comunitarie di Camparada, Carnate, Limbiate, Lissone, Triuggio.
Il modello di Bonvena lavora su un'accoglienza diffusa sul territorio con l'inserimento in piccoli gruppi nelle abitazioni private affittate o messe a disposizione (130 appartamenti gestiti da Bonvena in prov di MB). Sono piccoli gruppi che vengono costantemente seguiti dai case manager e dai volontari delle associazioni cui sono affidati.


L'accoglienza prevede sin da subito l'inserimento in corsi di Italiano suddivisi per livelli di apprendimento.
Un buon gruppo di richiedenti asilo ha avuto accesso anche ai corsi del Centro Provinciale per l'Istruzione e l'Alfabetizzazione degli adulti italiani e stranieri (CPIA) per l'ottenimento della licenza di scuola media inferiore, raggiungendo l'obiettivo.
Importanti i servizi di mediazione culturale, di supporto legale e di introduzione al mondo del lavoro ormai consolidati e realizzati in particolare con il supporto di ARCI e CGIL.
Hanno preso avvio anche convenzioni con enti formativi con corsi di formazione professionali mirati e coperti economicamente con il fondo Hope.
Il fondo Hope, creato con donazioni degli enti aderenti a Bonvena e dei privati, garantisce inoltre, ormai stabilmente la possibilità di avviare con una borsa lavoro di tre mesi molti tirocini formativi oltrechè supportare progetti individuali di autonomia.
Bonvena s'è mossa anche coinvolgendo le Amministrazioni e le associazioni locali in tavoli di lavoro e discussione che hanno consentito attività di volontariato sul territorio cui i profughi hanno partecipato.
Uno degli obiettivi è quello di lavorare affinchè questo modello si consolidi e con esso si attivino, insieme alle Amministrazioni, strutture stabili di Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) per continuare a lavorare sull'integrazione delle persone che hanno ottenuto un riconoscimento della loro richiesta e sono titolari di un permesso (asilo politico, protezione sussidiaria, protezione umanitaria).
Insomma, lo diciamo da tempo, in Brianza esistono "buone pratiche" che puntano all'accoglienza solidale e non all'assistenzialismo.
Sono buone pratiche che demarcano un confine netto tra chi da tempo opera nel terzo settore con professionalità e senza fini di lucro e coloro che invece speculano sul dramma dei profughi con cooperative nate "alla bisogna".
Siano la Prefettura e gli enti preposti alla vigilanza a intervenire con decisione laddove si riscontrino inadempimenti, mancanze o "furbate" le cui prime vittime sono i richiedenti asilo.

Sotto il rapporto, da leggere con attenzione e voglia di sapere e capire.



venerdì 16 giugno 2017

SULLO IUS SOLI SI SCATENA LA CANEA LEGAIOL-FASCISTOIDE


Apriamo il post con questa bella immagine per dire che è tempo di garantire a chi lo vuole la possibilità di diventare Cittadino italiano senza affrontare tortuosi e complicati percorsi ad ostacoli.
E' tempo, eppure ogni qualvolta in questo "povero paese" (culturalmente parlando) si tratta un argomento direttamente o indirettamente legato agli immigrati o alle migrazioni, si alzano forte gli ululati legaiol-fascistoidi.
Tutto serve affinchè i soliti seminatori di odio razziale colgano l'attimo per gridare la loro "ossessione" e cercarsi una squallida visibilità che nulla ha a che fare con un sano confronto dialettico e di merito.
E' successo anche ieri, 15-6-017, al Senato dove era in discussione la calendarizzazionee per l'avvio della discussione sul nuovo testo di legge dello "Ius Soli temperato".
Dopo il passaggio alla Camera del 13 ottobre 2015 ora, finalmente, anche il Senato si appresta ad esaminarlo e discuterlo, pur se con un'avvio indegno che lascia presagire future difficoltà e inciampi.
La nuova normativa sull'ottenimento della Cittadinanza italiana da tempo attende d'essere approvata per conformarci ad una condizione di diritto più ampio rispetto ai meccanismi restrittivi della legge attualmente in vigore (la 91 del 1992).
Riguarderà principalmente i figli degli immigrati, in gran parte nati nel nostro Paese e qui inseriti.
Insomma prima di tutto una battaglia di Diritti e Civiltà.

Lega e fascisti scatenati contro lo ius soli

Alle 13,21 vola anche un «Vaffa» all’indirizzo del presidente del Senato Pietro Grasso, solo che questa volta il tradizionale insulto grillino non arriva dai banchi del Movimento 5 stelle bensì da un senatore leghista, Raffaele Volpi, che per questo si becca una sospensione – seppure temporanea – dal destinatario delle sue attenzioni. Nel frattempo parte la carica del Carroccio ai banchi del governo, con il capogruppo Gianmarco Centinaio letteralmente incollato agli scranni più alti tanto che ci vogliono ben sette-commessi-sette per riuscire a schiodarlo. E mentre le camice verdi scatenano la bagarre all’interno dell’aula fuori, per strada, le camice nere di Casapound e Forza Nuova si scontrano con la polizia: braccia tese e cartelli truculenti da una parte, manganelli e idranti dall’altra (62 i militanti di Forza nuova denunciati).
Che l’avvio della discussione sullo Ius soli temperato non sarebbe stata una passeggiata si sapeva. Così come si sapeva che il Carroccio avrebbe dato spettacolo sia con le solite urla che con una valanga di emendamenti al testo: 48.408 proposte di modifica destinate molto probabilmente a essere «cangurate», e quindi cancellate, nel giro di qualche giorno. 
La giornata però finisce anche con il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli costretta a ricorrere alle cure dell’infermeria dopo una brutta caduta («spinta dai leghisti», accusa il Pd, ma il Carroccio nega) e lo stesso Centinaio che a sua volta deve far ricorso al ghiaccio fornito dalla bouvette per tamponare almeno un po’ il dolore a una mano.
Se non fosse per l’ennesimo insulto al parlamento e perché in ballo ci sono le vite di un milione di ragazzi figli di immigrati, non varrebbe quasi la pena di parlare di quanto accaduto ieri, tanto le sceneggiate razziste dentro e fuori il Senato si assomigliano tutte. Ad accendere il cerino questa volta ci pensa il M5S, altro gruppo che non digerisce la riforma specie dopo l’ordine di scuderia impartito due giorni fa da Grillo. I senatori pentastellati chiedono di votare prima le pregiudiziali di costituzionalità sul decreto sui vaccini e poi, ma solo poi, lo Ius soli. È un modo per prendere tempo, magari anche facendo mancare il numero legale riuscendo così a impedire che la riforma venga incardinata in aula.
A questo punto però, interviene la senatrice Loredana De Petris. La capogruppo di Sinistra italiana parte al contrattacco e chiede di mettere ai voti l’inversione dell’ordine del giorno: prima l’avvio della discussione sulla cittadinanza e poi i vaccini. Proposta approvata dall’aula con il voto contrario di Lega, centrodestra e M5S (con l’eccezione però della senatrice Paola Taverna che non partecipa alla votazione). 
L’esito del voto è il gong che dà il via alla bagarre. Insieme alle urla leghiste spuntano cartelli con scritto «No allo Ius soli», «Prima gli italiani», «Stop all’invasione», mentre il presidente Grasso prova senza successo a imporre un po’ di ordine.
Il senatore Salvatore Torrisi, presidente della Commissione Affari costituzionali dove il provvedimento è rimasta ferma per quasi due anni, per un po’ ci prova pure a illustrare la legge ma poi – sommerso dalle urla – ci rinuncia e allega il testo scritto al disegno di legge. E’ a questo punto più o meno che, viste ignorate tutte le sue proteste, il leghista Volpi fa partire il suo «Vaffa» contro Grasso. Che reagisce espellendolo dall’aula. Ma a questo punto a insorgere è il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, che spiega a Grasso come il regolamento preveda che in caso di espulsione i lavori dell’aula vengano interrotti. Ora, a Calderoli si può dire tutto tranne che non conosca a perfezione il regolamento, quindi Grasso ci ripensa e, a sorpresa, decide di sospendere la sospensione. Cosa che fa sbottare Calderoli: «Un precedente così manco l’arbitro Moreno», dice il leghista.
Tra urla e spintoni alla fine però la riforma della cittadinanza viene incardinata, riuscendo così a mettere un primo importante paletto al suo iter. 
Difficile però che si possa arrivare a un voto prima dei ballottaggi, mentre appare ormai scontato che il governo blinderà la legge con il voto di fiducia, forte anche della tenuta della maggioranza. Riuscendo così a mettere finalmente in salvo una riforma attesa da anni.

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Dall Huffpost un articolo di Alfredo Somoza inquadra la situazione rispetto alla legge in vigore (la 91 del 1992) e le modifiche migliorative che verrebbero introdotte.

Lo Ius soli, un dibattito antistorico

Lo scontro in Parlamento attorno alla legge sulla cittadinanza è fondamentalmente antistorico. Lega Nord e neofascisti, con il silenzio complice de M5S, starebbero tentando di evitare il "pericolo" dell'introduzione dello Ius soli (diritto di suolo) per l'acquisizione della cittadinanza italiana (storicamente basata sullo Ius sanguinis, diritto di sangue). 
Diritto già esistente nel nostro ordinamento dal 1992! 
Sono infatti fermi a due questioni ormai superate dalla storia. La prima è che i due tipi di diritto, una volta utilizzati distintamente dai paesi d'immigrazione (soli) e di emigrazione (sanguinis), avevano come scopo rispettivamente formare cittadinanza e non perdere i legami con i propri cittadini. Oggi quasi tutti gli Stati (in Europa e in America) applicano un mix tra le due tradizioni. 
È cittadino chi è figlio di cittadino e chi nasce sul territorio della nazione. 
Non esiste più una distinzione netta, restano solo sfumature temporali. 
Forse i leghisti non si ricordano, visto che c'erano, e sicuramente i grillini non sanno perché la Prima Repubblica è sempre e comunque da condannare, che l'Italia fece la stessa scelta (il mix di diritto) nel lontano 1992, con l'adeguamento della legge della cittadinanza ai provvedimenti sull'immigrazione contenute nella cosiddetta "Legge Martelli" del 1990
La legge che regolava la situazione legale degli immigrati, estendeva il diritto di asilo a tutte le nazioni (prima l'Italia riconosceva solo i rifugiati da altri paesi europei) e introduceva i "flussi migratori", cioé la programmazione dell'immigrazione (cosa praticamente mai avvenuta).
Quindi dal 1992, in Italia esiste lo Ius soli. E qui veniamo al punto che i difensori dell'italianità ignorano. La formulazione esistente, cioè si può optare per la cittadinanza italiana al 18° anno (e solo fino al 19°) essendo nato in Italia e avendo vissuto regolarmente, è palesemente una discriminazione rispetto a chi è nato all'estero e può ottenere la cittadinanza dopo 10 anni ininterrotti di residenza. Cioè la legge in vigore dimezza i tempi per la concessione della cittadinanza a chi è nato all'estero rispetto a chi è nato sul suolo della Repubblica. 
La legge in discussione attualmente, il cosiddetto "Ius soli temperato", prevede un percorso allineato con il resto dell'Europa di 5 anni. Viene introdotto anche il cosiddetto "Ius culturae" che prevede la concessione della cittadinanza al minore che ha frequentato almeno 5 anni di scuola in Italia.
È di questo che stiamo parlando, non dell'introduzione di una nuova fonte di diritto, ma di un adeguamento temporale a ciò che esiste. La platea interessata, che comunque avrebbe avuto diritto alla cittadinanza al compimento del 18° anno (o dopo 10 anni di residenza) è di circa 850.000 ragazzi e ragazze.
Perché Lega Nord e neofascisti si oppongono con così tanta rabbia a questo provvedimento? Sono due le possibili risposte. La prima è che questi ragazzi eserciteranno il diritto di voto attivo e passivo. Difficilmente il loro consenso andrà a chi non li considera degni della cittadinanza. La seconda motivazione è più complessa. Finché esista la categoria "straniero", la xenofobia tipica dei movimenti di estrema destra è "tollerata" e mascherata.
Lo slogan "prima gli italiani" (o i francesi o gli spagnoli) regge fin quando la cittadinanza taglia in modo netto una società. Ma se la cittadinanza diventa diritto universale, bisogna trovare nuovi elementi di esclusione. Ovviamente a quel punto scatta la questione "etnica". Non ti posso più discriminare perché straniero, ma perché "oriundo"... 
Ecco che togliere l'alibi della cittadinanza all'estrema destra li svela per quello che sono: movimenti xenofobi. E non vale più il silenzio complice di chi in queste ore si sta astenendo per calcolo elettorale di piccolo cabotaggio. Si sta di qua o di là rispetto alle democrazie occidentali.

sabato 20 maggio 2017

IL 20-5-017 INSIEME SENZA MURI, INSIEME CONTRO IL RAZZISMO E PER L'ACCOGLIENZA


Una manifestazione grande, una manifestazione allegra e viva. 80 mila ? 100 mila ? Di più ? Poco importa, tanti, veramente tanti e tutti con striscioni e bandiere per l'accoglienza e contro l'intolleranza e il razzismo.
Presenti associazioni, gruppi, centri sociali, cittadini italiani, profughi, migranti. 
Molte le comunità ormai da tempo integrate e tanti i giovani di seconda generazione, una folla trasversale e multicolore.
Tutti insieme per dare uno schiaffo alle infamie diffuse in questi giorni dai vari Maroni, Salvini & C e per dire ai seminatori di odio che c'è un'altro paese che è stanco delle loro farneticazioni.
Era urgente e giusto esserci anche per lanciare un segnale forte a chi si fa tentare da sirene "muscolari" e sforna l'orrendo decreto legge Minniti-Orlando chiedendo anche a paesi che ignorano i diritti umani di fermare i migranti alle loro frontiere.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 

 E tra questa moltitudine c'era anche la delegazione di Sinistra e Ambiente di Meda.