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La Meda e la Brianza che amiamo e che vogliamo tutelare

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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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domenica 16 marzo 2025

L'8 e 9 GIUGNO SI VOTERÀ PER I REFERENDUM SUL LAVORO E SULLA CITTADINANZA: SERVE ATTIVARSI PER RAGGIUNGERE IL QUORUM


Il Consiglio dei ministri ha deciso le date in cui si terranno i 4 Referendum sul lavoro promossi dalla CGIL e quello sulla Cittadinanza italiana promosso da +Europa e da altri soggetti.
IL Decreto elezioni ha fissato che il primo turno delle amministrative si terrà in due giorni, domenica 25 e lunedì 26 maggio, mentre per i referendum si voterà nelle date dei ballottaggi, l’8 e 9 giugno, a scuole chiuse.
Non è stata quindi accolta la richiesta dei promotori referendari di un accorpamento con il primo turno delle Elezioni Amministrative, opzione che avrebbe garantito una maggiore partecipazione rispetto alla soluzione scelta dal governo.
É la conferma che l’esecutivo non ha intenzione di favorire la partecipazione e che subdolamente crea impedimenti affinchè i Referendum non raggiungano il quorum del 50%+1 degli aventi diritto al voto.

L’arroccamento del governo, mostra il tentativo di ostacolare la proposta di abrogazione di quel che resta del Jobs Act e la sua avversione alla prospettiva di rendere più accettabili le tempistiche per l’accesso ai diritti di cittadinanza per le persone con background di altra provenienza.
Per le pressioni esercitate, il Consiglio dei ministri ha poi approvato il 13-3-025 la bozza del decreto Elezioni, che reintroduce la possibilità di voto per i cittadini fuori sede nei referendum dell’8 e 9 giugno 2025. Il sistema ricalcherà quello già sperimentato alle elezioni europee del 2024 e sarà esteso non solo agli studenti, ma anche ai lavoratori e a chi si trova lontano dal comune di residenza per motivi di cura.

Parte dunque la Campagna per i 5 Referendum il cui primo obiettivo è il superamento del quorum partecipativo.

La scheda informativa sui 5 Referendum

giovedì 9 agosto 2018

LO SCHIAVISMO AGRICOLO " MADE IN ITALY"

C'è stata una vera e propria strage in Puglia con 16 braccianti di origine africana morti.
Tornavano stanchi dopo una giornata di lavoro massacrante e sottopagato nei campi della Puglia. Erano ammassati su piccoli furgoni, adibiti al loro trasporto verso dimore altrettanto di fortuna, spesso case coloniche fatiscenti o tendopoli ptive di qualsivoglia servizio.
Con ogni probabilità, tutti sotto il controllo di "caporali" e con un lavoro dove la dignità è continuamente calpestata, i diritti sono inesistenti e dove vige il ricatto continuo tanto da poter affermare che le condizioni sono da schiavismo agricolo.
Poche parole in merito da parte del solito Ministro degli interni, in genere ossessionato dai migranti.
Eppure è noto da tempo quali siano le condizioni disumane cui sono sottoposti i lavoratori stagionali in agricoltura, sopratutto se si tratta di persone provenienti dall'est Europa o dai Paesi africani.
Il Manifesto fornisce qualche numero e su una spaventosa realtà e su una legge che seppur con aspetti positivi, stenta ad essere applicata.

di Adriana Pollice
Responsabilità estesa alle aziende 
ma i pochi controlli non funzionano.

La legge anticaporalato.  
30mila imprese assumono in modo irregolare, 
400mila i braccianti potenziali vittime



«La legge 199 sul caporalato c’è ma non viene completamente applicata. Dobbiamo partire da quello e rafforzare le tutele già in parte previste» è la posizione del premier Giuseppe Conte, ribadita ieri a Palazzo Chigi, in linea con i 5S. Fino a un mese fa, però, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e il ministro della Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, spingevano per cambiarla perché «invece di semplificare complica».
LA NORMA è entrata in vigore a novembre 2016, il testo prevede la condanna non solo del caporale ma anche del datore di lavoro, il reato viene considerato più grave se il reclutamento è avvenuto con violenza o minaccia. È prevista la confisca dei beni utilizzati per l’illecito che vanno dal furgoncino con cui si portano i braccianti sui campi all’azienda stessa (che può finire in controllo giudiziario) o al denaro di cui non si possa giustificare una diversa provenienza. Fin qui la legge riscuote un generale consenso.
C’è invece una parte che si presta all’elusione, lasciando così il settore in mano a pratiche illegali. Ad esempio l’iscrizione facoltativa delle imprese nella Rete del lavoro agricolo di qualità, presso l’Inps. Su 200mila attive in Italia, hanno ottemperato appena 3.600. «Persino quelle in regola – spiega Marco Omizzolo, responsabile scientifico dell’associazione In Migrazione – non hanno il coraggio di rompere l’omertà. Preferiscono non iscriversi, accettando quindi di competere in un mercato irregolare, pur di non dare fastidio alla grande distribuzione e alle imprese che utilizzano capitali illeciti».
ALL’ILLEGALITÀ diffusa si affiancano le mafie: «Quelle straniere, come la rumena o la bulgara, gestiscono i flussi dall’est – prosegue Omizzolo – poi c’è quella dei lavoratori indiani. I clan nostrani gestiscono il trasporto delle merci all’estero, i mercati ortofrutticoli e la grande distribuzione».
I CONTROLLI sono un punto debole della legge 199. Il report dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil spiega che, in ognuno dei 220 distretti agricoli, ci sono in media 34 caporali, circa 15mila su tutto il territorio. Sono circa 30mila, poi, le aziende agricole che ingaggiano lavoratori in modo irregolare: il 60% impiega caporali; 9mila ricorrono a caporali violenti; quelle colluse con organizzazioni criminali sono quasi 3mila, 900 usano metodi mafiosi. Dall’altro lato dello spettro, sono 400mila i braccianti potenziali vittime di caporalato, 100mila vivono in schiavitù. Per contenere il fenomeno ci sono 2.832 unità in forza all’Ispettorato del Lavoro: 1.182 in capo all’Inps, 299 all’Inail. Nel 2017, su 7.265 ispezioni, sono stati individuati 5.522 lavoratori irregolari di cui 3.549 in nero. «I controlli non funzionano – spiega Omizzolo –, utilizza metodi superati: la filiera non si basa più sul punto di incontro dove vieni ingaggiato dal caporale. Le batterie di lavoratori adesso vengono coordinate via whatsapp o sms. E ancora: quando arrivano gli ispettori ai cancelli dell’azienda, la vedetta avverte, partono i messaggi e i lavoratori in nero spariscono. Bisogna poi incidere di più su strumenti come gli indici di congruità: l’estensione, la quantità di produzione e i lavoratori dichiarati. A Latina, ad esempio, ci sono aziende di 100 ettari che dichiarano di fare il raccolto in soli 3 giorni con 5 lavoratori».
LO STATO non sempre cerca dove dovrebbe: «Molte buste paga sono fasulle, 28 giorni di lavoro effettuati e solo 4 o 5 dichiarati, con la complicità di commercialisti e avvocati. Le illegalità non avvengono solo al Sud: nel grossetano ci sono gli stessi fenomeni di sfruttamento pure in presenza di una produzione di qualità vanto del made in Italy. Nel bresciano è morto un bracciante di fatica proprio come Paola Clemente in Puglia».
NON FUNZIONA neppure la parte dedicata al piano di interventi (che avrebbe dovuto essere adottato entro 60 giorni dall’entata in vigore della legge) per la logistica e il supporto dei braccianti, cioè trasporto e alloggi. Le istituzioni hanno attivato linee di finanziamento ma non ci sono obblighi per i datori di lavoro. Così è stata semplicemente ignorate e i ghetti sono rimasti in piedi. Con gli effetti che si sono visti nel foggiano. «La legge va applicata tutta – conclude Omizzolo – coinvolgendo forze dell’ordine e istituzioni. I controlli devono arrivare fino alla grande distribuzione. Soprattutto, va eliminata la Bossi–Fini, che ha dato legittimità informale a tutto il sistema di sfruttamento dei braccianti».

sabato 24 dicembre 2016

QUANDO IL GOVERNO ASSECONDA LA PRECARIETA' DEL LAVORO E DEI DIRITTI


Un RICATTO, un ricatto continuo. Questo è quello che accade quasi sempre nel corso delle vertenze che vedono impegnati i lavoratori nella difesa disperata del loro posto di lavoro.
Anche la vertenza dei call-center di ALMAVIVA si è evoluta secondo uno squallido copione con al centro la minaccia di delocalizzazione in Romania dei servizi e con la direzione aziendale che chiede IL TAGLIO DEGLI STIPENDI. 
Stiamo parlando di salari già bassi, 500 o 600 euro al mese per contratti di circa 20 ore settimanali.
Eppure questo livello di miseria salariale unito alla totale flessibilità degli orari ancora non basta all'azienda.
Pesantissime le responsabilità del GOVERNO che impone un lodo che congela momentaneamente i 2556 licenziamenti richiesti, ricorrendo alla cassa integrazione sino al 31-3-2017, ma chiede entro quella data un accordo che taglia il salario, aumenta la flessibilità e la produttività a scapito dei diritti.
Lavoratori sotto RICATTO, costretti a scegliere tra condizioni ancora più precarie ad un salario ancora più basso e il loro licenziamento.
Azienda e Governo che costruiscono i presupposti per la divisione dei lavoratori e con le Rappresentanze Sindacali Unitarie di Roma - la sede più grande - che respingono l'accordo capestro. 
Ora si andrà al Referendum tra tutti i dipendenti del gruppo.
Ecco, non c'è mai limite alla miseria d'un lavoro sottopagato e con tutele e diritti costantemente messe in discussione o cancellate.

Sotto due articoli de il Manifesto che fanno comprendere la drammaticità e la precarietà delle condizioni di chi lavora oggi.

Ricatto Almaviva, il difficile no dei romani

Tre mesi di cassa integrazione per negoziare meno salario e diritti, altrimenti il colosso dei call center sposta tutto in Romania. Il governo complice dell'azienza, le Rsu di Napoli firmano, quelle di Roma no. E devono subire così 1.666 licenziamenti

Antonio Sciotto Edizione del 23.12.2016
Possiamo solo immaginare cosa possa voler dire per un delegato firmare per il proprio licenziamento e quello dei suoi 1665 colleghi: dopo le battaglie comuni, una lunga trattativa, il buio e lo sconforto. È accaduto la scorsa notte al ministero dello Sviluppo, quando i giornali di ieri erano già nelle rotative e riportavano tutti la stessa notizia: Almaviva, c’è l’accordo, le 2.511 procedure di mobilità sono congelate per tre mesi e si continua a trattare. 
E invece dopo l’ok dei sindacati e dell’azienda alla proposta Calenda-Bellanova (erano stati chiamati ad avallarla anche Camusso, Furlan e Barbagallo), da mezzanotte in poi si sono scatenate discussioni accesissime. Le Rsu, che hanno l’ultima parola perché riportano il mandato dei lavoratori, non erano d’accordo.
Non erano d’accordo soprattutto i delegati e le delegate romane, abituati a convivere con l’azienda dei Tripi già dai tempi di Atesia, brand mandato in soffitta perché collegato alla precarietà. In quindici, alle tre di notte compattamente hanno votato no. Mentre al contrario gli otto di Napoli hanno detto sì. L’accordo ha ricordato a molti il referendum di Pomigliano, proposto da Sergio Marchionne agli operai Fiat nel 2010 con un sostanziale aut aut: o accettate il peggioramento delle condizioni di lavoro, o il vostro posto semplicemente sparisce. Anzi, sarebbe meglio dire: emigra.
Oggi per i call center si ripropone la stessa dinamica, e non a caso accade nella Fiat delle cuffiette italiane, Almaviva: il maggiore gruppo del Paese, con quasi 10mila operatori telefonici e commesse assegnate dalle maggiori compagnie private e da grosse amministrazioni pubbliche. 
L’accordo siglato da azienda e sindacati prevede sì il congelamento dei licenziamenti fino al 31 marzo 2017, ma solo a patto che si riesca a raggiungere un’intesa su tre punti: l’abbassamento (temporaneo) del costo del lavoro, l’aumento di efficienza e produttività, l’accettazione di un controllo a distanza sulla produttività individuale. 
Si dovrebbe siglare, in sostanza, una deroga al contratto nazionale, autorizzata proprio da quell’articolo 8 voluto dal ministro Sacconi nel 2011, e sponsorizzato da Confindustria e soprattutto Fiat.
Lo stesso aut aut è stato posto sostanzialmente da Almaviva: accettate di lavorare di più le stesse ore ma con meno salario, o altrimenti noi abbiamo già aperto in Romania e le commesse le portiamo là.
Parole mai dette esplicitamente, ma parlano i fatti. 
L’azienda chiede un taglio alle retribuzioni solo temporaneo, legato al periodo del risanamento, denunciando perdite ormai assestate sui 2 milioni di euro al mese. Perché è anche vero che il settore non premia chi applica i contratti e segue le regole, visto che le commesse scendono ogni anno di valore, trainate soprattutto (e con grande colpa degli ultimi governi) dai tagli choc delle amministrazioni pubbliche, che in molti casi bandiscono gare con base d’asta già sotto i livelli del contratto nazionale.
Le Rsu romane hanno spiegato di aver detto no all’accordo perché avevano ricevuto preciso mandato dalle assemblee dei lavoratori: nessun taglio ai salari. 
Certo, tutte assemblee precedenti: perché la proposta Calenda-Bellanova, arrivata a poche ore dalla scadenza della procedura di mobilità, non si è mai potuta portare a tutti i lavoratori. Riccardo Saccone, della Slc Cgil, accusa il governo: «Non ha svolto il suo ruolo di arbitro. Abbiamo chiesto che si potesse portare il contenuto di questo accordo alle assemblee, ma all’indisponibilità dell’azienda si è deciso comunque di andare avanti». 
Saccone spiega così il voto: «A Roma abbiamo tantissime persone a venti ore settimanali, fanno meno di 500 euro al mese: ridurre ulteriormente i salari fa perdere il bonus Renzi, ti porta sotto la soglia degli incapienti. E che trattativa vai a fare se comunque sai che nell’accordo c’è scritto che se non arrivi a certe condizioni i licenziamenti sono già concordati a priori?».
Diversamente l’hanno vista a Napoli: come ci spiega il delegato Slc Cgil Francesco De Rienzo, «noi, a differenza dei romani, non avevamo un preciso mandato dalle assemblee e non ce la siamo sentita di firmare per il licenziamento di 845 colleghi». «Ho visto la loro sofferenza – riprende – ma la reputo una scelta incomprensibile: noi sappiamo di avere davanti tre mesi difficili, ma abbiamo deciso di giocarcela». 
Tra l’altro essendo i delegati romani in quindici, e i napoletani solo in otto, si rischiava che la scelta dei primi potesse decidere anche per la chiusura del sito campano: quindi il ministero all’ultimo ha deciso di separare le due procedure.
La Fistel Cisl ha bollato la scelta dei delegati romani, definendola «irresponsabile». La Slc Cgil, spiegando che oggi si terranno le assemblee e martedì i referendum, afferma che se dovesse esserci un ripensamento a Roma, sosterrà la possibilità di un nuovo accordo con l’azienda.

Almaviva, il delegato Cgil: «Basta con le accuse, il governo ci ha lasciati da soli»

Call center. Massimiliano Montesi, una delle Rsu che ha detto no all'accordo, racconta come è andata al ministero. "Prima di dire sì a dei licenziamenti avremmo voluto chiedere un nuovo mandato alle assemblee, ma non ci è stato permesso. Ho sentito che non ci ha coperto neanche il sindacato"

Antonio Sciotto Edizione del 24.12.2016
«Non solo il governo ci ha praticamente accusati di essere i responsabili del licenziamento di 1666 persone, ma sinceramente come Rsu non mi sono sentito coperto neanche dalla mia organizzazione. A questo punto fare un referendum è il minimo, anche se credo che ci si sarebbe dovuti impuntare per far sospendere la trattativa e andare al voto prima». Massimiliano Montesi è delegato della Slc Cgil, è uno dei tredici che alle tre di notte di giovedì scorso ha detto no all’accordo con Almaviva.

Cominciamo dal racconto di quella notte. L’accordo da chi è stato elaborato?
Quando tutto era in stallo, è stato il governo a venire dalle parti con un accordo praticamente già scritto. Un testo che recepiva tutti i temi proposti dall’azienda, in particolare il taglio del costo del lavoro e il controllo della prestazione individuale. In più: 3 mesi di cassa integrazione a scalare – dal 100% a zero ore al 70% e poi al 50% – prevedendo che se entro il 31 marzo 2017 non si fosse arrivati a un’intesa, l’azienda avrebbe potuto procedere ai 2.511 licenziamenti già previsti nella procedura.

È l’accordo a cui poi avete detto no. Come mai?
Intanto va detto che un sindacato che firma una intesa su una futura trattativa, ma in cui sono già previsti dei licenziamenti, li sta praticamente avallando. E questo potrebbe creare tra l’altro problemi a chi in futuro volesse impugnarli. Abbiamo detto no perché avevamo ricevuto un preciso mandato dalle assemblee a non trattare su taglio dei salari e controllo della produttività individuale: erano ritenuti temi indisponibili.

Ma erano venuti tutti i lavoratori alle assemblee? Alcuni contestano che le assemblee non rappresentano tutti.
Noi abbiamo fatto assemblee al call center fino a una settimana prima delle trattative, abbiamo coperto tutti i turni: poi è chiaro che quando hai la solidarietà al 45%, e se conti anche le ferie o le malattie, non puoi avere proprio tutti. Però chi era a quelle assemblee era d’accordo con noi, e la linea che abbiamo portato era quella delle segreterie nazionali. Abbiamo chiesto un preciso mandato, avvertendo chiaramente sui rischi: attenzione, abbiamo detto, perché se non si arriva a un accordo poi potrete ricevere le lettere di licenziamento a casa. A quel punto non venite a cercare noi, perché ci state dando un mandato preciso.

E invece sono venuti a cercarvi, molti accusano voi Rsu di essere i responsabili di quel che è accaduto al ministero dello Sviluppo.
Ad accusarci sono stati alcuni tweet del governo, i tg nazionali. Non i lavoratori che ci hanno dato quel mandato, sarebbe assurdo d’altronde. È vero però che adesso tanti stanno cambiando idea sull’opportunità o meno di accettare un accordo con l’azienda, e questo è sempre legittimo: non a caso noi faremo un referendum. Certo che quel referendum sarebbe stato meglio farlo prima, quando avevi la proposta di accordo in mano.

Ma infatti il sindacato ha chiesto di sospendere il tavolo e andare alle assemblee.
Certo, è stato chiesto. Ma quando azienda e governo hanno detto no, ci si sarebbe dovuti impuntare di più. Tanto più se non hai ottenuto nulla di quanto era nella tua piattaforma: dovevamo chiedere un nuovo mandato, invece di provocare lacerazioni e accordi separati tra le due sedi di Roma e Napoli. Ma invece di tenere il punto, si è reputato di far firmare quell’accordo con la chiamata nominale delle Rsu. Puoi immaginare come ti senti se ti chiamano per nome e cognome a dire sì o no al licenziamento dei tuoi colleghi. Però noi avevamo ricevuto un preciso mandato, con tanto di riprese pubblicate sui social. Se l’avessimo tradito ci avrebbero praticamente menato.

Mandato a parte, personalmente cosa pensi dell’accordo? E cosa credi che prevarrà al referendum di martedì prossimo?
A me quell’accordo non piace perché sancisce dei licenziamenti, e poi siamo veramente stanchi di subire: da sei anni siamo sotto ammortizzatori sociali, e adesso ci propongono condizioni peggiorative – che Almaviva vuole estendere a tutti i suoi siti italiani – mentre si aprono nuove sedi in Romania e si assumono interinali a Milano e Catania. Non so cosa passerà al referendum, e chiaramente non mi impunterò sulle mie idee personali se nel frattempo la maggioranza delle persone ha cambiato idea. Il timore è comunque che si voglia solo allungare la nostra agonia, e che quei licenziamenti non troppo lontano nel tempo arriveranno lo stesso, mentre grazie alle nostre lotte l’azienda ha ottenuto la nuova normativa contro le delocalizzazioni e 30 milioni di ammortizzatori. E per giunta ci chiede pure tagli ai salari e controlli a distanza.

venerdì 14 ottobre 2016

IMMIGRATI: SFRUTTAMENTO E CAPORALATO



Siamo in Italia, nel settore della raccolta dei prodotti ortofrutticoli dove i braccianti, quasi esclusivamente immigrati, vengono arruolati con l'utilizzo dei "caporali" da parte di aziende senza scrupoli.
Un settore dove la giornata lavorativa è massacrante, le condizioni salariali indecenti, il lavoro di totale sfruttamento, privo di qualsivoglia tutela e dove, in molti casi, si tratta di vero e proprio schiavismo in un mercato della manodopera spesso controllato dalle organizzazioni criminali.
Siamo in Italia ed esiste una pesante e grave situazione di ILLEGALITA' eppure, ancora oggi, pur essendo stato definito il caporalato come reato, il Governo tentenna e non è ancora stata approvata una legge che persegui chi commette questo reato. 

«Caporalato, Renzi metta la fiducia sulla legge»

Premio Jerry Masslo. Susanna Camusso al premier: «Una volta tanto lo faccia sui diritti fondamentali delle persone», la leader del sindacato all'iniziativa della Flai Cgil contro lo sfruttamento della manodopera nei campi

Antonio Sciotto MONDRAGONE (Caserta)

«Spesso accettiamo di lavorare senza contratto, per un salario molto basso, senza contributi e senza ferie. Accettiamo anche di pagare per lavorare, anche se non abbiamo i soldi per tornare a casa». La voce di Valentina Vasylionova rimbomba tra i palazzoni scrostati di Mondragone, nel casertano, tra i panni stesi e gli sguardi diffidenti della gente del posto: i lavoratori bulgari si sono avvicinati al palco della Flai Cgil solo quando hanno sentito parlare la loro lingua. 
Abitano in centinaia qui, braccia per le campagne del posto, 20 euro al giorno per 14 ore di fatica. Quando prende la parola Susanna Camusso, si rivolge direttamente al premier Matteo Renzi: «Metta la fiducia sulla legge contro il caporalato, perché lo ha già fatto tante altre volte: ma quando si parla dei diritti fondamentali delle persone non vediamo la stessa urgenza».

La Cgil ricorda come ogni anno Jerry Masslo, il bracciante sudafricano ucciso nel 1989 a Villa Literno dopo aver difeso strenuamente i diritti dei lavoratori migranti. Siamo già alla quarta edizione del Premio istituito dalla Flai in sua memoria: quest’anno i giovani delle scuole e gli artisti riflettono sui muri in costruzione in tutta Europa e sulle politiche di accoglienza. Questa mattina, all’alba, è previsto un giro del sindacato di strada per le rotonde dove i caporali reclutano la manodopera e successivamente l’omaggio alla tomba di Masslo.

Emilia Spurcaciu, rumena, cerca di sollecitare i suoi connazionali a non arrendersi anche se le condizioni di lavoro sono dure: «Gli italiani hanno già combattuto per diritti che sono a disposizione anche per noi, non partiamo da zero. Il sindacato mi ha fatto capire che devo pretenderli anche per me: non è normale che si lavori per 20-25 euro al giorno, fino a 15 ore, quando da contratto devi avere minimo 52 euro per una giornata di 6 ore».

Prende la parola Jacob Atta, ghanese, bracciante e sindacalista a Rosarno: «Jerry è morto tanti anni fa, ma noi siamo qui per ricordare quello che ha fatto, perché come noi dopo un lungo viaggio era venuto a cercare fortuna in Italia. Non deve morire più nessuno, e noi continueremo a batterci anche se ci minacciano: qualche anno fa hanno bucato tutte e quattro le gomme del furgoncino Flai di Gioia Tauro, ma noi le abbiamo cambiate e l’indomani eravamo di nuovo sulla strada».

Adam Muka, pakistano, racconta di non essere stato pagato per ben 8 mesi, finché non è si è rivolto alla Cgil di Caserta: «Mi hanno fatto riavere stipendi e contributi. Se ti spacchi la schiena sotto il sole per tante ore, il minimo è che ti riconoscano tutti i diritti. Io vorrei iscrivermi all’università, cambiare la mia vita». Sara Moutmir, 21 anni, è nata in Marocco ma ha studiato fin dalle elementari nel nostro Paese. La conoscenza dell’italiano è preziosa per chi fa sindacato di strada: «Dico alle donne che lavorano nelle campagne che non devono avere paura: perché è proprio la nostra paura che permette a loro, agli imprenditori e ai caporali, di sfruttarci».

La segretaria generale della Flai Cgil, Ivana Galli, invita la politica a percorrere l’ultimo miglio perché si approvi finalmente la legge contro il caporalato: «È un provvedimento utile, perché estende le sanzioni, anche penali, alle imprese che utilizzano l’intermediazione illecita. Si prevede l’arresto, la confisca dei beni guadagnati violando le regole». Chiede poi alle prefetture e ai Comuni di adoperarsi perché il Protocollo firmato nel maggio scorso diventi operativo: permetterebbe di migliorare mezzi di trasporto e alloggi per chi lavora nei campi.

La segretaria Cgil Camusso insiste sull’importanza dell’accoglienza: «L’Italia ha anche straordinarie risorse di generosità, come dimostrano i cittadini di Lampedusa: dobbiamo valorizzarle proprio noi che ci crediamo».

Il caporalato e le condizioni di semi schiavitù nei campi sono «la ferita aperta del nostro Paese», e «ci sono volute purtroppo delle morti per ottenere dalla politica una nuova legge, già la seconda dopo quella che ha istituito il reato di caporalato». «Chiediamo al governo di mettere la fiducia su quella legge, come ha già fatto troppe volte: una volta tanto lo faccia sui diritti fondamentali delle persone».

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Da Villa Literno a Mondragone, nell’inferno dei caporali

Reportage. Tra le dosi di cocaina e i cumuli di spazzatura ogni mattina i furgoncini caricano i braccianti bulgari per la raccolta nei campi. La Flai Cgil cerca di ristabilire diritti e legalità. L'omaggio alla tomba di Jerry Masslo

Antonio Sciotto VILLA LITERNO (CASERTA)

«Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato e allora ci si accorgerà che esistiamo».

Jerry Masslo scriveva queste parole nel 1989, lo stesso anno in cui in effetti fu ucciso a colpi di pistola da una banda di criminali che aveva fatto irruzione nella sua baracca per rubare a lui e agli altri braccianti il provento di durissime giornate nei campi. Ieri queste stesse parole sono risuonate a Villa Literno, davanti alla sua tomba, lette da una ragazzina delle scuole medie. Con le segretarie di Cgil e Flai, Susanna Camusso e Ivana Galli, il sindaco della cittadina campana, la console del Sudafrica (paese di provenienza di Masslo), una piccola folla ha reso omaggio a lui e ai tanti immigrati che pagano le nostre pensioni, abbassano fino al paradosso i prezzi dei nostri pomodori, preparano anche per noi un’Italia diversa e multicolore.

LA GIORNATA ERA COMINCIATA alle 5, all’alba, con tre pullman del sindacato di strada diretti da Castel Volturno verso tre piazze del caporalato: Villa Literno, Mondragone e Pescopagano. A Mondragone l’inferno è reale oltre le rappresentazioni più fantasiose, e lì ti rendi conto che Gomorra è soltanto una serie tv: banchetti con le dosi di cocaina sfacciatamente esposti agli angoli dei palazzoni, vicino alla piazza principale. I balconi scrostati, la lunga serie di panni appesi alle finestre, e un esercito di braccianti bulgari – almeno mille nella zona, ma arrivano fino a duemila in alta stagione – che pur vivendo qui da qualche anno non parla una parola di italiano.

Tra i bidoni dell’immondizia dove rovistano i cani randagi e i furgoni dei caporali che fin dalle 5,30 sfrecciano tra le strade, rischi di sentirti un alieno perché la parola Stato qui è un nonsenso: ma d’altronde, tutti sappiamo benissimo che anche questa è l’Italia.

I sindacalisti della Flai avvicinano i braccianti – tante sono donne, con un fazzoletto in testa o una sorta di vestito tradizionale bulgaro – distribuiscono volantini scritti nella loro lingua, un berretto con il logo del sindacato e un k-way per ripararsi da vento e pioggia. Riusciamo a parlare con qualcuna di queste lavoratrici grazie alla mediazione di Valentina Vasylionova, del sindacato di Sofia, invitata dalla Cgil.

«SÌ, GRAZIE, SE AVREMO bisogno verremo al sindacato». Ma più che al volantino, le braccianti sembrano interessate al berretto, alla t-shirt e al k-way, che vanno a ruba: anche perché in campagna tutto quel che copre può essere prezioso. Raccontano di essere qui con i loro mariti, ma alcune sono venute da sole, e i loro bimbi sono rimasti in Bulgaria. Mandano i soldi, ci pensano i nonni a crescerli. Intanto a Mondragone c’è da saldare l’affitto di quei palazzoni, il cibo per tirare la giornata, e poi, certo, si devono pagare anche i caporali.

Che dai loro furgoncini sorridono, prendono anche loro il berrettino della Cgil, mostrano il volto buono: ma quando si richiudono i portelloni, e le donne ci salutano sorridenti come bambine, probabilmente il discorso cambia. Il sindacato diventa un nemico – «non ci andate da loro» – ci riferisce un altro lavoratore accennando qualche parola in italiano.

Grazie alla fiducia dischiusa da Valentina, visto che parla la loro lingua, finalmente però un piccolo spiraglio si è aperto: una quindicina di lavoratori e lavoratrici bulgare ha deciso che mercoledì prossimo andrà alla Flai, per una riunione con il segretario Igor Prata.

«CON I BULGARI – ci spiega Prata – la comunicazione è più complicata, sono una comunità piuttosto chiusa. Diverso è con i rumeni, gli ucraini, gli africani del Maghreb che pure lavorano qui. Siamo contenti che si sia creato questo filo: intanto basta aiutarli anche solo per i documenti, o per piccoli bisogni, più avanti magari si può pensare a delle vertenze».

Anche perché le campagne del casertano riproducono le condizioni di tante altre parti d’Italia: 25-30 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro, 5 dei quali vanno al caporale, poche pause e ritmi bestiali, salute e sicurezza sotto i limiti della dignità. In questo caso non ci sono baracche, i bulgari vivono nei palazzoni di Mondragone, ma fino a 15 persone in appartamenti di 60-70 metri quadri con servizi quasi inesistenti.

sabato 17 settembre 2016

SUL LAVORO SI MUORE PER DIFENDERE I DIRITTI E GLI ACCORDI


Il 14-9-016, alle 23,45, Abd Elsalam Ahmed Eldanf lavoratore del settore logistico presso il magazzino GLS di Piacenza, delegato sindacale dell'Unione Sindacale di Base (USB), impegnato con i colleghi in una difficile vertenza  è stato travolto e ucciso da un TIR in uscita dal magazziono GLS mentre era in corso uno sciopero del personale della Seam (ditta che gestisce il magazzino in subappalto dalla GLS) con  manifestazione sindacale e picchetto per protestare contro il mancato rispetto degli accordi sottoscritti per le assunzioni a tempo determinato dei precari.
Una lotta, una battaglia che nella logistica possiamo considerare di "civiltà" viste le condizioni di un settore difficile dove la precarietà è una costante, dove i subappalti sono spesso incontrollabili con la presenza di numerose "cooperative" di intermediazione, dove i diritti dei lavoratori sono costantemente violati e calpestati con condizioni di lavoro pesanti e ricatti occupazionali continui con riduzione dei salari, aumento dei ritmi, uso smodato della flessibilità e dei licenziamenti illegittimi e palesemente discriminatori.
Un settore dove le "cooperative" hanno reclutato e reclutano in prevalenza manodopera fatta da lavoratori extracomunitari sicuramente più ricattabili ma anche dove gli stessi lavoratori, coraggiosamente, rispondono massicciamente quando si aprono vertenze sui diritti, sul salario e per la dignità.
Come sempre, qualcuno dirà che "è stato un incidente".

Vi invitiamo a leggere attentamente l'articolo de Il Manifesto e a visionare il video che mostra il comportamento di alcuni dirigenti durante un precedente sciopero alla GLS di Milano.

Operaio ammazzato sotto un camion a Piacenza

Di Andrea Cegna

La tragedia durante una protesta. 
Abd Elsalam Ahmed Eldanf, 53 anni, egiziano, professore e padre di 5 figli, sindacalista dell’Usb, lavorava come operaio per una società subappaltatrice della Gls

Silenzio. Rabbia. Indifferenza. Quando la pioggia lascia lo spazio a un tenue sole davanti ai cancelli della Gls di Piacenza si potevano trovare solo silenzi, rabbia e indifferenza. 
Il polo logistico, alla periferia della città, era totalmente isolato. Le vie d’accesso chiuse dalla polizia locale. Pochi solidali e qualche giornalista assiepavano il presidio permanente dell’Usb che continua da ieri sera e che dopo la morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf è inserito dentro a uno sciopero generale di 24 ore che ha coinvolto diversi poli della logistica in tutt’Italia.
Abd Elsalam Ahmed Eldanf, 53enne, molti ci tengono a precisare che in Egitto, suo paese d’origine, fosse un professore e padre di cinque figli, precisazione che non aggiunge nulla al dramma.
Abd Elsalam Ahmed Eldanf era uno degli operai di una delle tante società appaltatrici di servizi per la multinazionale Gls che stava manifestando per i diritti di suoi colleghi. 
Infatti l’azienda aveva disatteso accordi sindacali per 13 persone. 
Il picchetto, finito in tragedia, è nato dopo un’assemblea sindacale che ha generato uno sciopero di otto ore e una trattativa, notturna, con l’azienda. 
Il fallimento della trattativa ha spinto il sindacato e i lavoratori ha trasformare lo sciopero in picchetto. Per evitare che il picchetto bloccasse il viaggio dei camion e gli interessi dell’azienda, raccontano gli operai, un preposto di Gls ha iniziato a incitare il camionista a muoversi e partire. 
Così il tir si è mosso, ha colpito il 53enne e poi l’ha trascinato per 4/5 metri e infine schiacciato. 
Un altro facchino è stato ferito, lievemente per fortuna.
Il fratello dell’uomo ucciso, Elsayed Elmongi Ahmed Eldanf, ci dice che «non è la prima volta che ci hanno minacciato per le nostre lotte, spesso ci dicevano andate via, andatevene, non siete i benvenuti». 
E aggiunge «Antonio Romano è uno dei responsabili della Gls di Piacenza ed è lui che diceva all’autista di andare avanti. 
Diceva all’autista se qualcuno va davanti al camion schiaccialo come un ferro da stiro. Poi ci penso io. Il camionista così è andato avanti, perché ha ascoltato le parole del responsabile, provando a spaventare mio fratello, però l’ha colpito per poi farlo cadere e schiacciarlo».
Erano circa le 23.45 e secondo il capo della procura di Piacenza Salvatore Cappelleri «quando è avvenuto l’incidente non era in atto alcuna manifestazione all’ingresso della Gls». 
La ricostruzione della procura tiene fede alle dichiarazioni di una pattuglia dei carabinieri presente in quel momento. 
La dichiarazione di Cappelleri continua: «Quando il Tir è uscito dalla ditta, dopo le regolari operazioni di carico, ha effettuato una manovra di svolta a destra. Inoltre escludiamo categoricamente che qualche preposto della Gls abbia incitato l’autista a partire. 
Davanti ai cancelli in quel momento non vi era alcuna manifestazione di protesta o alcun blocco da parte degli operai, che erano ancora in attesa di conoscere l’esito dell’incontro tra la rappresentanza sindacale e l’azienda». 
Arrivata la dichiarazione, davanti ai cancelli della Gls è stata organizzata la risposta, così è stato reso pubblico un video che mostra come la mobilitazione fosse in corso già dalle prime ore della sera. 
Il video è stato pubblicato già nel pomeriggio di ieri da molti organi d’informazione e mostrerebbe una realtà diversa da quella della procura. Procura che ha anche acquisito le immagini delle telecamere dell’azienda e che potrebbero dare nuovi particolari.
Nel pomeriggio alcuni camionisti hanno acceso i tir. 
La tensione si è alzata immediatamente. La logica dei subappalti nel mondo della logistica genera una guerra tra poveri e sfruttati, anche davanti al dramma della morte le aziende chiedono ai camionisti di portare a termine il lavoro. 
Non esiste nessuna proroga o pausa. Alcuni autisti ci dicono: «Il limite per noi camionisti è 85 km all’ora. Da qui a Napoli ci vogliono circa 9 ore. Ci chiedono di fare il trasporto in 8. Se arriviamo in ritardo anche solo di un quarto d’ora ci tolgono 250 euro dalla busta paga e al terzo ritardo non ci rinnovano il contratto. Ogni anno firmiamo tre o quattro contratti. Così ci controllano e possono lasciarci a casa se facciamo ritardo o protestiamo». 
Facchini e autisti lavorano per Gls ma sono assunti da diverse cooperative o aziende, hanno diversi padroni, subiscono diverse pressioni, minacce e umiliazioni. 
I tir non si sono mossi e i picchetti sono ripresi per evitare nuove sorprese.
L’Unione Sindacale di Base ha diramato un duro comunicato secondo il quale «la GLS, e la cooperativa di intermediazione di mano d’opera presente in quello stabilimento e in molti altri e che più volte si è distinta per i ricatti schiavistici che impone ai suoi lavoratori, che di fronte alla probabile perdita di profitto a causa del blocco dello stabilimento, ha aizzato l’autista a forzarlo. 
Ma la Gls è anche colpevole di aver sempre cercato di sottrarsi agli accordi a cui, a prezzo di dure lotte, l’avevamo costretta per eliminare la precarietà e garantire diritti e umanità nei luoghi di lavoro». 
Oggi (17-9-016) l’Usb ha indetto una manifestazione nazionale a Piacenza, ci sarà uno sciopero di due ore alla fine di ogni turno nel settore privato e uno sciopero di 24 ore nella logistica.
Solidarietà è giunta dalla Cgil alla famiglia del lavoratore e ai compagni di lavoro: «Inammissibile perdere la vita per difendere il lavoro». La Fiom denuncia «il sistema di appalti, sub-appalti e false cooperative che determina sottosalario e lavoro precario senza tutele».

venerdì 24 ottobre 2014

CON I LAVORATORI, PER LA DIGNITA' E CONTRO IL JOB ACT

Sinistra e Ambiente sta con i lavoratori e con i diritti del lavoro.
Anche noi pensiamo che il job act imposto da Renzi sia un decreto sul lavoro che non risolve ma peggiora la precarietà, un decreto che non creerà occupazione ma che renderà ancora più ricattabili i lavoratori.
Un decreto su cui non v'è stato alcuna volontà di confronto da parte del governo, un decreto dove i diritti dei lavoratori vengono utilizzati come merce di scambio per accreditare l'immagine di un premier in Europa.
Alla "leopolda" lasciamo andare chi fa politiche di destra o annunci ad effetto per i creduloni ........ 



martedì 23 settembre 2014

ART. 18, JOB ACT, SBLOCCA ITALIA: L'ASSALTO DELL'OLIGARCHIA RENZIANA

Ecco, ci risiamo.
Di nuovo le solite mistificazioni sull'art. 18 e i diritti dei lavoratori. 
Questa volta tocca a un Presidente del Consiglio anche Segretario del Pd che non trova di meglio che propinare le solite falsità sull'articolo 18 (obbligo di reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa) per ingraziarsi i favori del partito del pregiudicato B, con cui di fatto governa e dei soliti noti pasdaran iperliberisti.
Così si raccontano balle colossali e ridicole (l'art 18 e i diritti sono un freno agli investimenti, chi li difende, difende dei "privilegi" etc. etc.).
La realtà (scomoda per loro) di cui Renzi  & C non si vogliono prendere atto è di tutt'altra natura: gli investimenti, soprattutto quelli esteri, sono fermi perchè l'Italia non è considerato un paese affidabile per l'elevato livello di corruzione, per le incertezze economiche, per la pessima logistica, per i bassi livelli di innovazione, insomma, tutte motivazioni che nulla hanno a che fare con l'art.18 e i diritti dei lavoratori.
Ma Renzi, vuole e deve accreditarsi come l'uomo "del fare" presso l'Unione Europea e, offrire loro lo scalpo dell'art 18. 
Il tutto all'interno del cosidetto Job act, ove sono presenti altre normative tese a riscrivere (in senso peggiorativo evidentemente) le regole dello Statuto dei Lavoratori.
Un' altra prova di forza per costruire un' immagine fatta da annunci e dichiarazioni ad effetto. Non si risparmia neppure quando cerca di costruire la bufala dei diritti come privilegi solo di alcuni, cercando così di attizzare il fuoco di uno scontro generazionale per raccattar consensi.
Ma se i diritti non sono accessibili a tutti a causa della precarietà diffusa (grazie a leggi fatte dai vari governi perarltro), sa il prode rottamatore d'essere a capo di un esecutivo che può proporre testi di legge per ridimensionare la precarietà e garantire diritti universali ?
Evidentemente la volontà politica è altra: livellare tutti ai livelli più bassi.
Un Renzi replicante del peggior vulgo neoliberista.
Purtroppo c'è anche dell'altro.
Il Governo delle "larghe intese" ha partorito anche il decreto cosidetto "Sblocca Italia".
Questo ci ha consentito di misurare  l'esatta e reale “sensibilità ambientale”, prossima allo zero, di questo governo, del Partito Democratico a trazione renziana e della corte che circonda il segr. pres. del Cons. 
Nel decreto, che verrà presto convertito in legge dal Parlamento, molte attività verranno sottratte ai normali iter realizzativi, semplificandone le procedure autorizzative e azzerando il coinvolgimento degli Enti locali nelle scelte critiche per il territorio.
Fra queste, guardacaso, la  prospezione, la ricerca e la coltivazione d’idrocarburi, lo stoccaggio sotterraneo di gas naturale, tutte attività ad elevato impatto ambientale.
Centrale anche il capitolo dell’utilizzo dei poteri in deroga dei Commissari Straordinari, nominati per le opere definite strategiche.
Per non farci mancare nulla, l’articolo 10 del decreto Sblocca Italia sancisce entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto la presentazione di un piano per la costruzione di inceneritori in tutta Italia. Una volta definiti i luoghi di costruzione, i cantieri diventeranno siti di interesse strategico nazionale. 
La scelta ricorda ciò che il governo Berlusconi fece con la legge 123 sull’emergenza rifiuti in Campania utilizzando l’esercito per presidiare i siti di interesse strategico.

Insomma, anche in questo caso, per tentare di riavviare gli investimenti, si utlizza la solita ricetta di berlusconiana memoria: "allargare le maglie", bypassare gli iter normativi e azzerare partecipazione e dissenso rinunciando, per legge, alla tutela del già devastato territorio.

Per maggiori dettagli sullo Sblocca Italia:


venerdì 12 ottobre 2012

Referendum per ripristinare i DIRITTI dei LAVORATORI

Da metà ottobre 012 parte la campagna di raccolta firme 
per i REFERENDUM SUL LAVORO. 
Si tratta di due referendum: 
il primo per IL RIPRISTINO INTEGRALE DELL'ART. 18 
(abrogando le norme liberiste della legge voluta da Monti e dalla Fornero) 
il secondo PER ABROGARE l'ART. 8 della legge Sacconi 
che permette deroghe pesantissime ai Contratti Nazionali di Lavoro.

SINISTRA e AMBIENTE aderisce alla campagna referendaria 


Ricordiamo che si può firmare anche presso LA SEGRETERIA del COMUNE DI MEDA.





martedì 11 settembre 2012

Lavoro: riprendiamoci l'Art.18

Finalmente un'iniziativa unitaria di chi sta a SINISTRA o perlomeno ha ancora interesse per ciò che succede nel campo dei DIRITTI dei lavoratori.
Un' iniziativa SUL LAVORO per abrogare con un REFERENDUM le odiose parti della legge Sacconi (art 8) che SNATURA la CONTRATTAZIONE e della Fornero che svuota l'ART. 18.
E finalmente chi è sensibile al disastro generato dai governi liberisti e presunti "tecnici" sul lavoro, si ritrova unito su di una proposta inizialmente della sola IdV, che ora apre a tutti per un Comitato referendario Unitario.



11/09/012

Pochi minuti fa sono stati depositati presso la Corte di Cassazione i referendum per i diritti dei lavoratori.
Ripristinare l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori,abrogato dalla riforma Fornero, e i diritti minimi e universali previsti dal contratto nazionale di lavoro, cancellati dal governo Berlusconi con l'art. 8 del decreto legge n.138 del 2011. Oltre al presidente dell'Idv, Antonio Di Pietro erano presenti, tra gli altri, il leader di Sel, Nichi Vendola, il segretario nazionale di Rifondazione comunista/Fds, Paolo Ferrero, il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, il segretario nazionale del Pdci/Fds, Oliviero Diliberto, i giuristi Pier Giovanni Alleva e Umberto Romagnoli, Gianni Rinaldini (Cgil), Francesca Re David (Fiom-Cgil) e Gian Paolo Patta (Partito del Lavoro/Fds). 
La raccolta delle firme partirà ad ottobre.


venerdì 22 giugno 2012

PER IL LAVORO, PER LA DIGNITA', PER I DIRITTI

Due notizie, due notizie che rimettono al centro il MONDO DEL LAVORO.
Due notizie che ci parlano della DIGNITA' e dell'ORGOGLIO di chi VUOLE IL LAVORO e NON RINUNCIA AI PROPRI DIRITTI.
NOI STIAMO CON QUESTI LAVORATORI, NOI STIAMO CON LA FIOM perchè l'arroganza di Marchionne e le ricette del governo Monti, stanno portando i lavoratori e il  paese al disastro.

GRAZIE STANISLAO, 
GRAZIE AI LAVORATORI DI POMIGLIANO 
E ALLA FIOM. 
QUESTA E' L'ITALIA MIGLIORE !

Stanislao scende dalla Torre del Binario 21

Stanislao, lavoratore dei TRENI NOTTE è sceso dopo 140 giorni di protesta (era stato preceduto da altri suoi compagni di lavoro) passati sulla TORRE FARO della Stazione Centrale di Milano.
Alcune tratte dei treni notte, a seguito della protesta dei lavoratori, sono state ripristinate da Trenitalia.
La vertenza non è ancora terminata ma i lavoratori hanno ottenuto un primo risultato.


La Fiom vince il ricorso. 
Ora la Fiat assuma gli operai 

sabato 10 marzo 2012

Con la FIOM

Ieri, venerdì 9/03/012, in piazza a Roma ha sfilato la MIGLIORE ITALIA.
L'Italia dei lavoratori, l'Italia di chi vuole difendere I DIRITTI E LA DIGNITA' DEL LAVORO e NEL LAVORO.






C'erano i lavoratori che con la FIOM non vogliono soccombere al mortale ricatto che vuole privare tutti dei DIRITTI FONDAMENTALI. Quei diritti che vanno dalla CONTRATTAZIONE COLLETTIVA alla facoltà DEMOCRATICA di eleggere i propri rappresentanti sindacali, alla difesa dell'art 18 senza i quali non si è lavoratori ma SCHIAVI, permanentemente ricattabili.

I lavoratori delle fabbriche FIAT
Marchionne ha deciso, purtroppo con la complicità di CISL e UIL, di azzerare la democrazia e la legittima rappresentanza nelle sue fabbriche. 
Quest'impostazione ha fatto scuola, com'era prevedibile e si è pure passati alla mistificazione di un Governo che scarica sulle tutele dell'articolo 18, i mancati investimenti nel paese.

Landini, segretario della FIOM
Noi stiamo con la FIOM perchè oltre che lavoratori siamo CITTADINI, convinti che LA DEMOCRAZIA NON PUO' FERMARSI DINANZI AI CANCELLI DI UNA FABBRICA.

Lo spezzone del corteo dei NO TAV
Pensiamo che DIRITTI e UNA FORMA DIFFERENTE E CRITICA DI SVILUPPO DEL PAESE siano elementi inscindibili. 
Per questo consideriamo più che legittima anche la presenza alla manifestazione del movimento NO TAV della Val Susa. Perchè occorre fermarsi anche nella logica scellerata delle faraoniche e dispendiose infrastrutture che devastano l'ambiente e occorre investire in modo differente e oculato le risorse economiche, pensando al VERO BENE COMUNE e non agli interessi lobbistici di banche e finanza speculativa.

sabato 26 novembre 2011

MARCHIONNE: il nuovo padrone delle ferriere stile anni '50

Come da previsioni.
Dopo gli "accordi-truffa" a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco, ove, con la complicità di FIM-CISL, UILM, UGL e FISMIC, Marchionne e la FIAT hanno imposto UN RICATTO (a mezzo d'un referendum farsa) per modificare pesantemente le condizioni di lavoro e cancellare DIRITTI INALIENABILI dei lavoratori, dopo l'uscita di FIAT dalla Confindustria, ora Marchionne ha comunicato che dal 1 gennaio 2012, TUTTI I CONTRATTI e GLI ACCORDI in essere (a partire sal 1971 !)  SARANNO DISDETTI dall'impresa.

CISL e UIL che affermavano come gli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco erano e sarebbero stati ECCEZIONI legate ai tre siti produttivi sono serviti.

La volontà di Marchionne è evidente: espellere dalle fabbriche quei sindacati quale la FIOM-CGIL che si è opposta al dicktat FIAT anche con ricorsi giuridici, fare piazza pulita dei diritti dei lavoratori, spremerli ancora di più e SCARICARE SU DI LORO le mancate vendite di autoveicoli.

Contemporaneamente, Fiat chiude anche la fabbrica di TERMINI IMERESE che segue quella avellinese della IRISBUS e quella di Imola, ove operava la divisione agricola CHT di Fiat.


Tutte chiusure effettuata d'imperio e con l'ectoplasma del progetto "fabbriche Italia" (promessa illusoria fatta ai sindacati firmatari degli accordi separati) con relativi investimenti che ancora non è partito e che probabilmente mai partirà.


L'atteggiamento di Marchionne è di un'arroganza e di una gravità inaudita.
I lavoratori Fiat si ritrovano senza alcun contratto nazionale, con gli accordi integrativi azzerati e con il diritto di rappresenrtanza negato.
He si, perchè a loro verrà tolta la facoltà di votare per eleggere i propri rappresentanti sindacali (RSU) poichè, per Fiat e i sindacati complici, avranno diritto ad essere in azienda solo quei sindacati FIRMATARI DEGLI ACCORDI e, con delegati NOMINATI direttamente dalle strutture sindacali e non scelti con il voto dei lavoratori.
Un ritorno agli ANNI 50. 
COSTITUZIONE E DIRITTI non sono applicabili dentro le aziende Fiat.
Evidentemente, anche altri imprenditori seguiranno l'esempio, se non si stoppa questa bieca operazione.
Vorremmo qui evidenziare come FIAT , con tutte le risorse ECONOMICHE PUBBLICHE incamerate negli anni, potrebbe addirittura essere nazionalizzata (vedi articolo tratto da Liberazione sotto).

E il nuovo Governo, in questa partita al massacro dove sta ? 
E' veramente tutto consentito a Marchionne e ai suoi simili ?



venerdì 31 dicembre 2010

FIAT: un accordo separato SCIAGURATO


Il RICATTO di MARCHIONNE introduce in FIAT il LAVORO SERVILE, ABOLISCE il DIRITTO di SCIOPERO e cancella le Rappresentanze Sindacali Unitarie elette dai lavoratori. 
Solo i sindacati ACCONDISCENDENTI potranno NOMINARE loro rappresentanti. La FIOM e chi non condivide o si oppone all'ACCORDO CAPESTRO non avrà più eletti nella struttura di fabbrica.
UN RITORNO AGLI ANNI '50, COMPLICI FIM e UILM.
Dopo Pomigliano, anche a MIRAFIORI (Torino), un ACCORDO SEPARATO, una vera SCHIFEZZA che fa scempio del Contratto Nazionale dei Metalmeccanici.

Questa è la vuova filosoFIAT, accettata e sponsorizzata da FIM- CISL, UILM-UIL, Confindustria, Governo liberista e modernisti dell'ultima ora (Fassino, Chiamparino & C).

In nome d'un falso modernismo, di investimenti ancora tutti da venire, SI VUOLE PRIVARE I LAVORATORI del CONTRATTO NAZIONALE e DEI DIRITTI conquistati in decenni di lotte e sacrifici.

Lo fa una multinazionale che si è sempre sostenuta con DENARO PUBBLICO fatto da sgravi fiscali, bonus sulla rottamazione, fondi pubblici a perdere sui nuovi insediamenti industriali.

Non abbiamo dubbi, NOI STIAMO CON LA FIOM, perchè molti di noi sono stati o sono METALMECCANICI, perchè a differenza di altri, sappiamo cosa significa LAVORARE IN FABBRICA ed essere attaccati SUI DIRITTI. Sappiamo che senza diritti e senza DIGNITA' il lavoro non è più forma di crescita sociale, ma solo BIECO SFRUTTAMENTO.

I contenuti dell'accordo separato


Il testo del comunicato stampa della FIOM di Torino

MIRAFIORI: L’ACCORDO SEPARATO CHE CANCELLA IL CONTRATTO


Fiat. Airaudo (Fiom): 
“A Mirafiori un accordo vergognoso che cancella il Contratto nazionale 
e impone un modello sindacale aziendalista e neocorporativo”
Giorgio Airaudo, segretario nazionale della Fiom-Cgil, ha rilasciato la seguente dichiarazione.
“Quello firmato a Mirafiori da Fiat, Fim, Uilm, Fismic, Ugl e l’Associazione quadri è un accordo vergognoso. La Fiat impone in fabbrica e nel sistema delle relazioni industriali italiane un modello aziendalista e neocorporativo, semplificando il pluralismo sindacale riducendolo ad un unico sindacato per un’unica compagnia: la Crysler-Fiat.
Si costituisce un contratto unico nazionale per le aziende del settore auto della Fiat alternativo ai contratti nazionali di lavoro, che peggiora le condizioni di lavoro, a partire dall’introduzione del modello Pomigliano anche a Mirafiori.
In questo scenario, non c’è spazio per sindacati dissenzienti e quelli senzienti sono imbrigliati in un sistema di sanzioni.
Si tratta, inoltre, di uno strappo costituzionale gravissimo perché si limita la libera scelta di associazione sindacale. Inoltre, la cancellazione delle Rsu e della possibilità delle lavoratrici e dei lavoratori di scegliere i propri rappresentanti avviene nel silenzio totale degli altri sindacati confederali.
Il referendum, che dovrebbe avere luogo a gennaio, per la Fiom è illegittimo perché riguarda materie indisponibili.
La Fiom rimarrà al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici comunque voteranno per riconquistare il Contratto nazionale, la libertà di adesione al sindacato e tenere il sistema delle relazioni industriali all’interno dell’Europa sociale. Tutta la Fiom risponderà all’attacco in corso al contratto, alle leggi e alla libertà, in una battaglia che non riguarda solo il sindacato dei metalmeccanici, ma tutta la Confederazione.”

Fiom-Cgil/Ufficio stampa

giovedì 9 dicembre 2010

PER NON DIMENTICARE GLI OMICIDI SUL LAVORO


Sono passati 3 anni dalla STRAGE della THYSSENKRUPP di Torino in cui persero la vita, 7 lavoratori. NOI NON DIMENTICHIAMO e per questo vi proponiamo un intervento tratto dal sito nomortilavoro e un drammatico filmato di allora.
Nulla purtroppo è cambiato da allora. Altri lavoratori sono morti, altri lavoratori hanno subito infortuni ed incidenti nelle aziende ove lavoravano. Aziende spesso INADEMPIENTI sulla SICUREZZA, aziende che antepongono IL PROFITTO alle condizioni di lavoro dei loro dipendenti.
Le famiglie dei 7 morti della Thyssenkrupp ancora attendono GIUSTIZIA e ancora assistiamo alle INDECENTI DICHIARAZIONI di chi HA LA RESPONSABILITA' DI QUESTI OMICIDI perchè tali sono.

Per non dimenticare.



La spoon river torinese: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe De Masi. 
Sono morti uno dopo l'altro.
L'amministratore delegato della Thyssenkrupp Harald Estenhan è accusato di omicidio volontario con dolo eventuale. Gli altri cinque dirigenti e dipendenti della ThyssenKrupp e la ThyssenKrupp come persona giuridica sono stati rinviati a giudizio per omicidio colposo con colpa cosciente. 
In più ai sei imputati è stata contestata anche l'omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.
119 violazioni delle norme di sicurezza riscontrate dall'Asl, tagli alla sicurezza persino imbarazzanti. 

Nei pressi della maledetta linea cinque gli estintori erano fuori uso (trentadue estintori, trentadue irregolarità), irregolarità nelle misure di sicurezza, nei portoni d'accesso, nei controlli, nel telefono d'emergenza. 
Tre anni maledetti anni. In cui nulla è cambiato si continua a morire di e sul lavoro.
E' l'inferno qui muoiono tutti disse uno dei soccorritori. "In 32 anni di servizio ho visto tanti morti ma mai qualcosa di simile" ispettore dei vigili del fuoco. Una sagoma gridava "Non voglio morire". Una sagoma gridava, poi si è accasciata. "Ci sono i nostri compagni li sentiamo gridare". "Le palpebre si sono sciolte, anche le guance". "Aiutatemi non fatemi morire". "Mi è già capitato di parlare con chi sta per morire. Vorrei toccarlo fargli sentire che non è solo".
Stralci di racconti dei soccorritori. A leggere questi racconti mi si è stretto il cuore. Spero che leggano anche i dirigenti della Thyssen e siano perseguitati dal ricordo e da queste urla di dolore per tutta la vita.
Intanto si chiede giustizia.

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Processo ThyssenKrupp

Son trascorsi 3 anni dal rogo della TyssenKrupp dove morirono 7 operai nel frattempo, ogni anno, la media dei morti sul lavoro è sempre sopra i 1200, oltre 1 milione di incidenti e decine di migliaia di invalidi.
Il giorno della strage
La precarietà, connessa all’insicurezza degli impianti-cantieri, è diventata la regola, ovvero la pianificazione delle stragi da lavoro: continuiamo con le denunce – proteste, sapendo che solo la progressiva lotta per liberarci dal lavoro salariato  ci affrancherà da questa mostruosità.

I funerali: in prima fila, con il giornale in mano il padre di una delle vittime
Sono passati tre anni esatti dalla notte che ha cambiato Torino. Nella città dove è nato il movimento operaio e dove ancora oggi si detta la politica industriale, sette operai sono stati arsi vivi dall’incendio scoppiato alle acciaierie della ThyssenKrupp di corso Regina Margherita. Stavano svolgendo il loro turno di notte. Una tragedia, resa ancora più crudele dalla morte lenta ma inesorabile delle ustioni. Si sono spenti l’uno dopo l’altro, gli operai della Thyssen. Giuseppe De Masi, l’ultimo ad andarsene, è deceduto ventiquattro giorni dopo il rogo. Una lunga agonia. Aveva solo 26 anni. Prima di lui era toccato ad Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò. Cosa resta di loro? Resta il dolore. Ovvio. Ma resta anche un processo che sta dettando nuove regole per le morti bianche.
Harald Espenhanh
Harald Espenhanh, amministratore delegato della ThyssenKrupp di Terni, è accusato di omicidio volontario. Un’ipotesi di reato mai imputata a un alto dirigente di azienda per un infortunio sul lavoro. La requisitoria dei pubblici ministeri Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso si sta avviando alla conclusione e, nei prossimi giorni, la parola passerà alle parti civili.
Tra queste ci sono anche i sindacati di Fiom , Fim e Uilm. I sindacati compaiono nel processo come rappresentanti dei lavoratori.
Non si tratta solo di tutelare chi è morto, ma anche quei colleghi che lavoravano nelle stesse condizioni e che avrebbero potuto trovarsi al posto dei sette operai bruciati vivi. Condizioni che, secondo l’accusa, sono la causa dell’incendio: sporcizia, imperizia, abbandono, mancata osservanza delle norme e dei dispositivi antincendio.  
ThyssenKrupp sapeva – è la tesi della pubblica accusa – ma ha dirottato i soldi destinati alla sicurezza verso lo stabilimento di Terni. Quello di corso Regina Margherita a Torino era in dismissione.
I parenti delle vittime al processo con sulle magliette le foto dei lavoratori morti
I sindacati hanno da poco firmato una letta con la quale s’impegnano a utilizzare i soldi dell’eventuale risarcimento danni per dare vita e finanziare progetti formativi destinati a lavoratori e rappresentanze sindacali.
Un modo per ricordare i caduti della Thyssen, un modo affinché la loro tragedia serva per migliorare la conoscenza e le condizioni lavorative dei loro colleghi ancora oggi in attività. Ricordare i sette operai della ThyssenKrupp significa anche non dimenticarsi di chi è rimasto. Come i trenta lavoratori ancora in forza alla ThyssenKrupp.
I sindacati sono ancora in attesa di un incontro richiesto a fine novembre agli assessori al Lavoro di Comune, Provincia e Regione. Il 31 dicembre scadrà il loro periodo di cassintegrazione e se non si troveranno ulteriori strumenti, per loro non rimane altro che la mobilità.