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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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lunedì 23 febbraio 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

Per questa seconda puntata, accompagniamo con un nostro approfondimento il lavoro storico di Massimiliano Fratter nel libro "Seveso Memorie da sotto il Bosco" sull'argomento dell'avvio all'ICMESA di Meda della produzione di Triclorofenolo,. 
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Il gruppo Givaudan-Hoffman-La Roche, in continuità con una politica aziendale di ricerca di condizioni favorevoli nei Paesi laddove le normative erano meno severe, decise nel 1969 di avviare nella fabbrica medese la produzione del 2,4,6-Triclorofenolo.
Il Triclorofenolo veniva utilizzato per la fabbricazione dei diserbanti Acido 2,4,5-triclorofenossiacetico (2-4-5-T) e Fenoprop (2-4-5-TP), due erbicidi usati in agricoltura e in forestazione e di un disinfettante, l'Esaclorofene impiegato anche in saponette e shampo.
In Italia l'uso dei sopracitati diserbanti è stato prima limitato e poi proibito nel 1970 ma questo non impediva la loro produzione ai fini dell'esportazione.
Il 2,4,6 Triclorofenolo (TCF) si ottiene industrialmente per acidificazione del suo sale sodico, preparato a mezzo di idrolisi alcalina del 1,2,4,5 Tetraclorobenzene (TCB) con idrossido di sodio. 
L'idrolisi avviene con l'uso di opportuni solventi a temperature di poco superiori a 150° C, con la necessità di controllarle.
Il controllo della temperatura è molto importante poichè le diossine si formano prevalentemente durante i processi di combustione in un intervallo compreso tra i 200°C e i 500°C, divenendo un composto indesiderato della reazione.

LA MODIFICA ICMESA AL BREVETTO PRODUTTIVO DELLA GIVAUDAN
Sullo schema generale per produrre il Triclorofenolo, dal 1914, sono nati i brevetti del processo di reazione chimica per ottenerlo. 
Si tratta di quelli AGAF del 1914, Givaudan del 1947, Dow Chemical del 1955 e Ringwood Chemical Corp. del 1952-56 di derivazione Givaudan.
L'ICMESA ha utilizzato il brevetto Givaudan ma con una serie di modifiche, concordate e conosciute dalla casa madre Givaudan-Hoffmann-La Roche, modifiche che concorreranno al disastro del 10 luglio 1976.

La variazione principale consisteva nel ridurre la quantità di solventi utilizzati per aumentare lo spazio utile nel reattore consentendo l'impiego di una quantità maggiore di reagenti (TCB ) per ottenere più Triclorofenolo, aumentando così la produttività specifica.

Anche il momento della distillazione di glicole, utilizzato quale solvente, era stato anticipato con l'intento evidente di risparmiare sui tempi e di recuperare sui lavaggi, sul dispendio energetico e su parte dell'impiantistica qualora si fosse seguito in toto il brevetto Givaudan.

La minor quantità di etilengligole e di solventi, riduce però il "volano termico" rendendo possibile ampie fluttuazioni della temperatura della massa di reazione.
Una fluttuazione di temperatura nel caso ICMESA difficilmente controllabile data l'inesistenza di dispositivi automatici di controllo e d'intervento.

IL TRICLOROFENOLO E L'IMPURITÀ DIOSSINA
L'anticipo della distillazione del glicole prima dell'acidificazione fa si che il Triclorofenato sodico (intermedio del processo di reazione) rimanga a temperature più elevate per un periodo maggiore di quello previsto dal brevetto Givaudan.
Questo lasso di tempo con temperature alte, superiori a 155°C, facilita la formazione di 2,3,7.8 tetracloro-dibenzo-p-diossina (TCDD) in quantità consistenti.
Il TCF grezzo risultante dal processo veniva poi distillato con più passaggi per eliminare le impurezze indesiderate, accantonando le frazioni con impurità.

L'INCENERIMENTO DEI RESIDUI CHIMICI
Per smaltire i residui della produzione dell'ICMESA, compresi quelli del ciclo del TCF, fu installato nel 1971 un forno che entrò in esercizio nel 1972 quale "impianto pilota" mentre un altro, con capacità sufficiente per bruciare tutti i residui di lavorazione era in fase di progettazione. 
Nel forno pilota finirono anche i residui accumulati nei periodi iniziali della produzione del Triclorofenolo (TCF).
Tuttavia, il forno, quale impianto pilota, non aveva una misura e un controllo della temperatura del bruciatore.
Così per anni sono stati smaltiti, bruciandoli, i residui della produzione di triclorofenolo e di altri composti senza la sicurezza di una temperatura di almeno 1000 °C onde evitare che la diossina, presente nei residui del TCF, durante il processo di combustione aumentasse invece di essere distrutta.

IL RISCHIO DI QUANTITÀ INDESIDERATE DI DIOSSINA NEL TRICLOROFENOLO
Le modifiche ICMESA al brevetto e al ciclo produttivo generavano TCF impuro con presenza di una maggiore quantità di diossina accrescendo altresì il rischio che le sovratemperature se non tempestivamente regolate, portavano alla formazione indesiderata di notevoli quantità di questo veleno.
La difficoltà di controllare e stabilizzare i parametri termici da cui dipende la formazione di Diossina TCDD con il possibile innesco di reazioni esotermiche incontrollate, accresce anche il rischio di sovrapressioni. 

UN'IMPIANTISTICA AL RISPARMIO
Per la produzione del Triclorofenolo (TCF) non venne chiesta nessuna autorizzazione edilizia per ampliamento poichè fu riconvertito allo scopo il reattore già presente nel reparto B, precedentemente utilizzato per il terpilene e l'atranilato
Il sistema per la produzione di Triclorofenolo del reparto B dell' ICMESA era costituito da un Reattore per Idrolisi Alcalina (A101) e da un Reattore per Acidificazione (A110).
L'impianto era totalmente a conduzione manuale con tutte le sequenze operative gestite dagli addetti.
Nonostante la pericolosità e nocività delle sostanze trattate, quello per il TCF non era un impianto a ciclo chiuso ne tantomeno in grado di garantire elevati standard di sicurezza sia per gli operatori sia per l'ambiente circostante. 
L'impianto non era dotato di dispositivi automatici di controllo, di allarme e di intervento che potessero attivarsi in caso di temperatura e pressione anomala ed era:

  • privo di segnalazioni automatiche di allarme rilevabili dal personale;
  • privo di dispositivo di blocco automatico dell'immissione di vapore surriscaldato la cui temperatura non risultava rilevata da strumenti ma che poteva raggiungere valori tra 300 e 330 °C;
  • privo di dispositivo automatico per fare entrare in funzione il sistema di raffreddamento con l'introduzione di acqua nell'apposito serpentino;
  • privo di una sezione di abbattimento dei gas indesiderati che potevano formarsi durante il ciclo di produzione del TCF;
  • privo di un serbatoio per il contenimento dei fluidi o dei gas le cui perdite in atmosfera andavano assolutamente evitate vista la loro tossicità. Un serbatoio che avrebbe potuto e dovuto raccogliere i gas fuoriusciti in atmosfera dopo l'intervento del disco di rottura tarato a 4 bar;
  • privo di strumento misuratore di PH (Phmetro) poichè rotto con conseguente misurazione manuale a mezzo asta con cartina tornasole per rilevare il valore di PH da raggiungere per l'acidificazione. (PH=3).

LE QUANTITÀ PRODOTTE E LA DESTINAZIONE DEL TRICLOROFENOLO
Dopo una prima fase di sperimentazione attuata nel 1969, la produzione del triclorofenolo prese avvio nel 1970 con 6.361 kg destinati alla Givaudan Corporation di Clifton nel New Jersey (USA).
Successivamente si registrò una crescita costante dei quantitativi ad eccezzione di uno stop nel 1973 per mancanza di commesse.

33.000 chilogrammi nel 1971
40.350 chilogrammi nel 1972.
38.400 chilogrammi nel 1974
105.346 chilogrammi nel 1975
142.820 chilogrammi fino al 9 luglio 1976.

Gli acquirenti furono lo stabilimento Givaudan di Vernier-Ginevra e la Givaudan Corporation di Clifton.

ALCUNI PERICOLOSI PRECEDENTI GIÀ NOTI SIN DAL 1970
Alla data di entrata in produzione del triclorofenolo all'ICMESA di Meda, la pericolosità di tale produzione era già nota e in altri stabilimenti si erano verificati incidenti che avevano coinvolto gli addetti.

  • Nel 1949, negli Stati Uniti, alcuni operai addetti alla produzione di 2,4,5-T in uno stabilimento di pesticidi della Monsanto furono colpiti da cloracne.
  • Nel 1953, nella Germania Occidentale nello stabilimento della BASF a Ludwigshaven. Gli operai coinvolti mostrarono segni di cloracne e disturbi psicopatologici.
  • Nel 1963 in Olanda, alla Philips Duphar di Amsterdam per un’esplosione fuoriuscì dal reattore un quantitativo di “diossina” compreso fra 30 e 200 g. 20 operai presenti nella zona contaminata mostrarono subito segni di cloracne. Successivamente. 9 dei 18 incaricati della bonifica ed un tecnico incaricato di accertare i danni furono colpiti da cloracne in forma grave. Dopo due anni vi fu il decesso di 4 lavoratori ma non venne mai accertato il rapporto causa-effetto e cioè se la loro morte era dovuta alla diossina.
  • Nel 1964 negli Stati Uniti nella fabbrica della Dow a Midland nel Michigaun, dopo la modifica di un impianto per la produzione del 2,4,5-T, 60 operai furono intossicati con successiva manifestazione di cloracne.
  • Il 23 aprile 1968 in Inghilterra, a Bolsover, nel Derbyshire,nella fabbrica della Coalite & Chemical Products Co sull' impianto pilota dove si produceva 2,4,5-triclorofenolo, un aumento della temperatura nel reattore provocò un’esplosione e la morte del chimico che controllava il processo. Anche alcuni operai addetti manifestarono i caratteristici sintomi dell’intossicazione da “diossina” con l'apparire della cloracne, mentre altri si ammalarono 6 mesi dopo e casi di cloracne si manifestarono dopo 3 anni. In totale 79 operai subirono danni alla salute più o meno gravi.
  • Tra gli anni '60 e '70 nell'allora Cecoslovacchia, presso l'unità produttiva della Spolana Neratovice, situata vicino a Praga, era prodotto l'erbicida 2,4,5-T che generò, come sottoprodotto,  elevate quantità di diossine con un avvelenamento costante delle maestranze. Circa 80 persone vennero ricoverate in ospedale con cloracne, porfiria cutanea tarda, disfunzioni nel metabolismo dei grassi, dei carboidrati e delle proteine, lesioni epatiche e altre alterazioni. Due ammalati morirono entro due anni di carcinoma ai bronchi (all’età di 49 e 59 anni) e un altro morì per avvelenamento acuto.

NON UN INCIDENTE MA UN DISASTRO COLPEVOLE 
La conosciuta nocività dei composti chimici utilizzati di cui si negava una corretta informazione, la pericolosa modifica del ciclo produttivo rispetto al brevetto originale Givaudan, l'impiantistica priva di dispositivi automatici di sicurezza, di abbattitori, di un serbatoio di contenimento, il non  adempimento alle normative, l'inquinamento costante di ambiente e territorio, furono tutte scelte attuate dal gruppo Givaudan-Hoffman-La Roche proprietario della fabbrica ICMESA di Meda, con piena conoscenza dei potenziali rischi derivanti e al solo fine del risparmio e della massimizzazione del profitto.
L'approfondimento proposto in questa puntata conferma che
la fuoriuscita di Diossina dall'ICMESA non fu un "incidente" ma un DISASTRO COLPEVOLE.

 Continua.

 Pubblicati in precedenza:

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA.

 

giovedì 22 gennaio 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

Per la prima puntata nell'ambito del 50° anniversario del disastro Diossina fuoriuscita dall'Icmesa, fabbrica del gruppo Givaudan-Hoffmann-La Roche, vogliamo cominciare occupandoci delle vicende di questa unità produttiva a partire dal suo insediamento a Meda, nel 1945. 
Già da subito, con l'avvio delle produzioni di prodotti chimici di base, fu evidente l'impatto sull'ambiente causato da lavorazioni insalubri, da distruzione incontrollata dei residui, da scarichi e sversamenti che contaminarono le acque, il suolo e l'aria.

L'ICMESA, come anche molte altre imprese chimiche del territorio, svolse un'attività industriale in totale spregio della tutela della salute della cittadinanza accampando giustificazioni inesistenti e assumendo impegni che mai furono mantenuti, anche grazie ad una eccessiva tolleranza di chi doveva vigilare, controllare e far rispettare le normative su salute, lavorazioni pericolose e scarichi industriali. 

Il libro, scritto dallo storico sevesino Massimiliano Fratter"Seveso. Memorie da sotto il Bosco" edito da Auditorium, è parte importante del progetto "Ponte della Memoria" e dedica un capitolo intero agli anni dal 1945 al 1976, anni in cui l'ICMESA fu attiva.
É una ricostruzione dettagliata, frutto di un lavoro di ricerca documentale presso gli archivi dei Comuni e degli Enti territoriali. 
Una ricostruzione che evidenzia come l'attività dello stabilimento chimico di Meda causò inquinamento e preoccupazioni.

Proponiamo la parte che tratta dell'insediamento dell'ICMESA a Meda, nella versione integrale del libro, quale contributo di Storia e Memoria, suddividendola in due puntate.
La prima puntata, che qui alleghiamo, va dal 1945 sino all'avvio della produzione del 2,4,6-Triclorofenolo, un intermedio per diserbanti e disinfettanti.
La seconda puntata, di prossima pubblicazione, tratterà dell'impiantistica e delle lavorazioni per ottenere il Triclorofenolo.
Scelte e lavorazioni che portarono verso il disastro della fuoriuscita della nube contenente anche la diossina TCDD (2-3-7-8 tetraclorodibenzo-para-diossina) del 10 luglio 1976.

Su premesse e motivazioni della nostra attività divulgativa, affinchè il 50° anniversario del disastro diossina dell'ICMESA sia Memoria e non vuota giornata puramente celebrativa, ne abbiamo scritto in: 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA.

Continua. 

sabato 10 gennaio 2026

1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA.

Il 2026 è l'anno in cui ricorre il 50° anniversario del disastro diossina, fuoriuscita il 10 luglio 1976 dall'ICMESA, azienda chimica di Meda, allora proprietà della multinazionale svizzera Givaudan-Hoffman-La Roche.
E' l'anniversario di un evento che non fu un "incidente" ma un disastro colpevole conseguente a scelte di una multinazionale attuate al solo fine di incrementare il proprio profitto.
Una ricorrenza per cui servirà continuare a dire e a diffondere una corretta e approfondita informazione per non assecondare l'affermarsi di una narrazione strumentale, edulcorata e puramente celebrativa. Era già avvenuto in occasione dei 40 anni su cui eravamo intervenuti con le nostra valutazioni e critiche.
Anche per il 50° sarà importante proporre con convinzione i contenuti veritieri di una Memoria che deve essere preservata e rinnovata a vantaggio del tempo presente.

L'aspetto celebrativo già si annuncia e meglio sarà prepararsi e diffidare dei contenuti portati da presenze che non hanno mai operato per diffondere una  Memoria basata su fatti oggettivi, da chi vorrà, in tale occasione, autonominarsi e accreditarsi come esperto, da chi nell'evento cercherà esclusivamente un momento di protagonismo e visibilità, da chi si allineerà a una narrazione annacquata che rimuove un passato di sofferenze e di responsabilità cancellate e un presente dove per far passare l'inutile e impattante autostrada Pedemontana Lombarda si tacita sia lo sbancamento di 2 ettari del Bosco delle Querce sia una bonifica, funzionale al transito autostradale, che sta risultando più complicata del previsto.
Sarà necessario raccontare la storia, gli accadimenti, le omissioni, gli errori, le minimizzazioni, le mobilitazioni, le informazioni  che caratterizzarono il 1976 e gli anni successivi dove si dipanarono le azioni e gli interventi dei protagonisti di una vicenda complicata che ebbe e che ha tutt'ora conseguenze per il territorio brianzolo contaminato dalla  nube di composti chimici tra cui la 2,3,7,8 tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD).

LA CONTINUITÀ DI UN LAVORO SULLA MEMORIA 
Chi da anni sul territorio fa un'intensa e faticosa attività ambientalista non ha atteso questo momento celebrativo per rammentare e attualizzare costantemente ciò che avvenne il 10 luglio 1976.
Già nel corso di questi anni, per non annacquare quella Memoria, il punto di vista ambientalista ha messo al centro il Significato e la Storia del Bosco delle Querce di Seveso e Meda, polmone verde creato con un intervento di ingegneria ambientale successivo alla bonifica delle aree maggiormente contaminate (Zona A).
Il progetto INSIEME PER IL BOSCO ha ravvivato una narrazione reale di questo luogo, rafforzato anche da importanti  iniziative parallele degli ambientalisti del territorio (Sinistra e Ambiente-Impulsi, Legambiente circolo Laura Conti Seveso, Seveso Futura) che da tempo e che ogni 10 luglio propongono momenti qualificati di informazione.

INSIEME PER IL BOSCO, consesso di gruppi e associazioni di Seveso e Meda, ha proposto e concretizzato:
- Vajont (esondazione bacino della diga della SADE)
Bophal (isocianato di metile fuoriuscito dall'impianto chimico della Union Carbide)
Stava (esondazione bacino di decantazione della Miniera di Prestavel della Fluormine)
Casale Monferrato (lavorazione dell'Amianto nello stabilimento Eternit). 

Per dare il nostro contributo quale gruppo Ambientalista che ha al suo interno individui che vissero il periodo difficile dalla fuoriuscita della Diossina, su questo blog, proporremo nel tempo una serie di articoli informativi per restituire una Storia e una Memoria completa e corretta di quegli anni.


 Continua.

lunedì 1 dicembre 2025

Il BOSCO DELLE QUERCE INCONTRA I TESTIMONI DEL DISASTRO AMIANTO DELL'ETERNIT DI CASALE MONFERRATO

É stata una serata intensa e carica di emozioni quella tenutasi il 27-11-025 presso il Centro Visite del Bosco delle Querce di Seveso e Meda, parte del programma "Storie di riparazioni di territori e comunità" organizzata da FARE e Legambiente Seveso, con il contributo dei gruppi di Insieme per il Bosco e la moderazione del dott. Sergio Astori.
 
LA MEMORIA
Dopo le tragedie del Vajont, di Bophal, di Stava, il disastro Diossina dell'ICMESA ha incontrato i Testimoni della vicenda Eternit di Casale Monferrato.
Lì si è consumato e si consuma ancora oggi un vero e proprio crimine contro la salute dei lavoratori, allora occupati nella fabbrica dal 1973 proprietà (con altri impianti in Italia) della multinazionale svizzera Schweizerische Eternitwerke AG e contro gli abitanti della città piemontese.
A Casale Monferrato, ancora oggi SI CONTINUA A MORIRE per le conseguenze dell'inalazione di fibre di Amianto, minerale utilizzato in una lega con il cemento (marchio registrato Eternit) per la produzione di lastre, tubi, coperture isolanti, ondulati, serbatoi di contenimento etc.
Una fabbrica a cui si ambiva per entrare, per avere uno stipendio e un lavoro fisso, per le buone condizioni economiche e il welfare aziendale ma che era in realtà una trappola di morte.
L'attività industriale dell'Eternit inizia nel 1906, con un numero di dipendenti a Casale variabile nel tempo da 1000 a 2000 persone, termina nel 1986 con il fallimento chiesto dalla stessa proprietà e un successivo tentativo di riprendere l'attività sempre con manufatti in amianto. 
Ripresa cui si opposero cittadini e corpi sociali, con il sindaco Coppo che nel 1987 emanò un' ordinanza di divieto all'utilizzo di amianto nel territorio di Casale Monferrato sbarrando la strada a qualsiasi ipotesi di riapertura.

L' amianto lavorato a Casale era di due tipologie, il Crisotilo detto "bianco" estratto dalla miniera di Balangero e la Crocidolite  detta  "blu" importato dall'allora Unione Sovietica che cominciò ad essere utilizzata alla fine degli anni '50.
Ha causato la morte dei lavoratori che operavano totalmente privi di dispositivi di protezione, dei loro famigliari perchè semplicemente lavavano gli indumenti di lavoro intrisi di fibre di amianto, dei cittadini esposti per l’inquinamento ambientale provocato dalla frantumazione del materiale a cielo aperto, dal trasporto con mezzi scoperti e addirittura per la distribuzione alla popolazione del prodotto di scarto della lavorazione, il cosiddetto “polverino”, usato per stabilizzare terreni spianati o per coibentare sottotetti.
Una serie infinita di decessi per asbestosi e sopratutto per il mesotelioma pleurico, che colpiva e colpisce gli esposti dopo un lungo periodo di incubazione e latenza anche di trenta anni e che ancora oggi causa sul territorio casalese 50 morti all'anno.
A Casale Monferrato, a oggi, si contano più di 2500 vittime per malattie correlate all’esposizione da amianto.
Un dolore e una sofferenza continua per una comunità che non può mettere un punto, un termine a quella che è una vera e propria strage.
La produzione di eternit per varie applicazioni avveniva negli insediamenti produttivi a Priolo Gargallo in Sicilia, chiuso nel 1993, a Rubiera (Reggio Emilia), Cavagnolo (Torino), a Bagnoli (Napoli) e per la proprietà Fibronit a Broni (Pavia), Massa Avenza e Bari.
Tutte le fabbriche hanno lasciato dietro di sè una scia di morte che continua e la necessità di bonificare i luoghi.
In Italia, la Legge 257 del 27 marzo 1992, ha vietato l'estrazione, la produzione, l'importazione, l'esportazione e la commercializzazione di amianto e di prodotti che lo contengono a partire dal 1994.
L'amianto continua ad essere estratto e lavorato in altri Stati. 
La Russia è il primo produttore seguito da Cina, Kazakhstan, Brasile, Canada, Zimbabwe e Colombia. Ogni varietà di amianto è oggi bandita in 52 paesi.

LE TESTIMONIANZE
Basilari durante la serata i racconti di Nicola Pondrano che, giovane neoassunto venne accolto da un anziano operaio con un "Che ci sei venuto a fare quà dentro ? Anche tu sei venuto a morire ?" ed ebbe subito consapevolezza delle morti dei lavoratori di cui non si osava parlare.
Così, con coraggio, in qualità di delegato sindacale nel Consiglio di Fabbrica, sostenuto da padre Bernardino Zanella, un prete operaio, portò quelle morti da silenziose a dominio pubblico, divenendo poi dirigente dell'INCA CGIL e occupandosi delle vertenze contro l'INAIL per il riconoscimento delle malattie professionali.
Capillare fu l'attività sindacale interna alla fabbrica con assemblee per gruppi omogenei per raccogliere le testimonianze di chi stava male.
Bruno Pesce, già sindacalista CGIL e segretario della Camera del Lavoro di Casale ebbe, in tandem con Pondrano, la volontà di applicare l'autonomia territoriale della Camera del Lavoro per far emergere la nocività della fabbrica Eternit e delle sue lavorazioni.
Ottenne nel 1985 una approfondita indagine epidemiologica su tutti i lavoratori occupati in 35 anni, sui loro famigliari e sui cittadini.
Indagine che certificò i numerosi decessi per malattie, tumori polmonari e mesatelioma pleurico da asbesto.
Tre furono i principi su cui si mosse la CGIL di Casale: Giustizia, Bonifica e Ricerca.
Fu l'uscita del Sindacato dalle mura della Fabbrica per parlare con il Territorio per vertenze comuni sulla salute e l'ambiente compromesso.

Giuliana Busto, Presidente dell'Associazione dei Familiari e delle Vittime dell'amianto (AFeVa) ha raccontato di come cittadini e cittadine di Casale abbiano perso amici, parenti e abbiano la necessità che la Memoria non si spenga e venga continuamente rinnovata.
Per questo, laddove sorgeva la fabbrica Eternit, demolita e oggetto di una lunga e complicata bonificata è stato realizzato il Parco Eternot il cui nome sta a significare l'impegno della città di Casale Monferrato nella Lotta contro l'Amianto. 
Giuliana ha tenuto a precisare che Casale non può essere declinata come "la Città dell'Amianto" ma come "la Città della Lotta all'Amianto".

Mirella Bertana e Marco Scagliotti hanno parlato del dolore di chi ha perso una persona vicina a causa dell'Eternit, del rischio continuo cui è sottoposto il territorio e della volontà di risanamento e di Giustizia e hanno illustrato la collaborazione di AFeVA con le scuole e l'attività dell' aula interattiva e multimediale “Amianto Asbesto: il coraggio di conoscere, il bisogno di andare oltre” presso il Liceo Balbo di Casale Monferrato.
Dedicata a Paolo Mascarino, sindaco della città dal 1999 al 2009, che si occupò dell’attività di bonifica dello stabilimento Eternit, l’aula è utilizzata da studenti e gruppi, con il sito e i social ed è un archivio vivo, un luogo permanente di informazione, riflessione sull'amianto, la salute, la cura e ricerca, la giustizia, le bonifiche.

Bruno Ziglioli, professore associato di Storia contemporanea nell'Università di Pavia che si occupa di storia dell'ambiente, di storia urbana e di storia dell’antifascismo italiano e ha pubblicato "La mina vagante. Il disastro di Seveso e la solidarietà nazionale" e "Sembrava nevicasse. La Eternit di Casale Monferrato e la Fibronit di Broni: due comunità di fronte all'amianto" , ha relazionato sulla vertenza per la salute e l'ambiente di Casale, frutto dell'onda lunga delle lotte operaie che con l'ottenimento dello Statuto dei Lavoratori consentirono l'emergere della Consapevolezza Operaia e del rifiuto della monetizzazione del rischio sul lavoro.

 
PER CASALE E I SUOI MORTI DI AMIANTO, DA TEMPO SI ATTENDE GIUSTIZIA
Il primo processo contro la proprietà dell'Eternit è nel 2009, grazie alle indagini di Guariniello del tribunale di Torino.
Sotto accusa Stephan Schmidheiny, ex presidente del consiglio di amministrazione, e Louis De Cartier de Marchienne, direttore dell'azienda negli anni sessanta (De Cartier è morto nel 2013 a 92 anni) ritenuti responsabili delle morti per mesotelioma, per contatto con l'asbesto avvenute tra i dipendenti delle fabbriche Eternit.
Il 13 febbraio 2012 il tribunale di Torino condanna in primo grado De Cartier e Schmidheiny a 16 anni di reclusione per "disastro ambientale doloso permanente" e per "omissione volontaria di cautele antinfortunistiche", obbligandoli a risarcire circa tremila parti civili. 
Il 3 giugno 2013 la pena viene "parzialmente riformata" in appello e aumentata a diciotto anni con l'obbligo di risarcire la Regione Piemonte con 20 milioni di euro e il Comune di Casale Monferrato con 30,9 milioni di euro.
Purtroppo, il 19 novembre 2014 la Corte suprema di cassazione dichiara prescritto il reato di disastro ambientale, annullando le condanne e i risarcimenti in favore delle parti civili.
I cittadini e i lavoratori di Casale non si sono dati per vinti e hanno ottenuto una condanna in appello per  Schmidheiny di 9 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo rispettivamente per lesioni colpose aggravate a danno di una parte delle 392 vittime al centro del filone principale del processo Eternit bis.
Ora si andrà in Cassazione per il ricorso dei legali di Schmidheiny.
 
CONCLUSIONI DELLA SERATA 
Le conclusioni, affidate a Sergio Astori, moderatore dell'incontro, psichiatra e psicoterapeuta, rimandano ad una Memoria da rinnovare, alla Presa in Carico, alla Generosità di chi decide di esserci, alla necessità di Denunciare e Lottare.
 

 

lunedì 2 giugno 2025

LA MEMORIA CONDIVISA SUI CRIMINI AMBIENTALI: LA DIOSSINA DELL'ICMESA-GIVAUDAN-LA ROCHE E L'ISOCIANATO DI METILE DELL'UNION CARBIDE DI BHOPAL

Una serata coinvolgente quella dell'incontro del 29-5-025 "Seveso (ma anche Meda ndr) incontra Bophal" organizzata da "INSIEME PER IL BOSCO" sigla sotto la quale lavorano associazioni e gruppi di Seveso e Meda, coordinate da FARE.
I testimoni, i gruppi, le associazioni, le persone che hanno vissuto o che operano laddove sono avvenuti due disastri ambientali, quello della Diossina dell'ICMESA di Meda sparsa sul territorio di più Comuni e quello dell'Isocianato di Metile di Bhopal, hanno dialogato intensamente affinchè la Memoria si rinnovi e non si dimentichino quelli che sono stati due crimini attuati nel nome del profitto.
Due Paesi lontani 6500 km ma con sofferenze comuni come ricordato anche da Elena Colombo, presente al tavolo dei relatori.
Due tragedie accumunate dalla ingiustificabile volontà di profitto a discapito dell'attenzione alla salute e alla sicurezza trascurate e in assenza di adeguate norme di prevenzione e di dispositivi.

LA VIOLENZA DEL MODELLO DI SVILUPPO E LE SUE CONSEGUENZE
C'è una Violenza di un modello di sviluppo e di produzione chimica poco o per nulla attento alla sicurezza e alla salute di uomini, donne ed esseri viventi le cui conseguenze sono state pesantissime.
Una Violenza che è stata diretta ed immediata a Bhopal dove nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, nella fabbrica della multinazionale americana Union Carbide, la fuoriuscita nella forma gassosa dell'Isocianato di Metile (MIC), composto chimico molto instabile e pericoloso utilizzato per produrre il pesticida Sevin, ha provocato nell'immediato e nelle prime ore già migliaia di decessi e di avvelenamenti.
Una violenza più lenta, più subdola e diluita nel tempo a Meda, Seveso, Cesano Maderno e nei paesi vicini investiti il 10 luglio del 1976 dalla nube tossica dell'ICMESA di Meda, azienda chimica del gruppo Givaudan-La Roche produceva il triclorofenolo da cui si generò la tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD), un composto chimico altamente tossico e nocivo.
Una violenza lenta, dove non vi sono stati morti nell'immediato ma dove nel corso degli anni tra la popolazione delle aree contaminate si sono registrati picchi per alcuni tipi di tumore e per malattie cardiovascolari e leucemie con conseguenze anche nefaste.

LA GIUSTIZIA MANCATA. 
Per la fuoriuscita della Diossina, i processi civili alla Givaudan-La Roche furono risolti per via bonaria con risarcimenti economici individuali (200 miliardi di lire), ai Comuni e alla Regione Lombardia Regione Lombardia (103 miliardi di lire) e ciò permise di escludere dai procedimenti giudiziari il gruppo dirigente della multinazionale. Per i procedimenti penali, dopo i tre gradi di giudizio, solo Herwig von Zwehl (direttore tecnico dell'ICMESA) e Jörg Sambeth (direttore tecnico del gruppo Givaudan) furono condannati rispettivamente a due anni di reclusione e a un anno e sei mesi. Le successive riflessioni di Sambeth lo condussero nel 2004 a pubblicare un libro di memorie, nel quale ammise che le condizioni di sicurezza dell’azienda di Meda erano precarie, che la dirigenza della Givaudan e della Roche non volle deliberatamente informare le autorità italiane sulla natura del tossico fuoruscito, pur avendone avuta immediata consapevolezza.

A Bhopal, l'amministratore delegato dell'Union Carbide, Warren Anderson, non si è mai presentato dinanzi alla corte che lo aveva accusato di omicidio né mai fu dato seguito alla richiesta di estradizione dagli Stati Uniti. Anderson è deceduto da latitante.
Per i risarcimenti fu raggiunto un accordo il 4 febbraio 1989. La Union Carbide pagò 470 milioni di dollari per i danni causati, a fronte di una richiesta iniziale di 3 miliardi di dollari.
Cifre ridicole a fronte della vera e propria ecatombe causata dalla multinazionele. La Dow Chemical che nel 2001 acquisto la Union Carbide ha sempre ritenuto che i risarcimenti erano pienamente sufficienti a compensare le responsabilità del disastro.

IL DOVERE DELLA MEMORIA
Il 29-5-025, con un pubblico interessato, due testimoni del crimine perpetrato dalla Union Carbide, Rachna Dhingra da anni impegnata nel Bhopal Group for Information and Action e International Campaign for Justice e Satinat Sarangi fondatore della clinica Sambhavna che offre cure gratuite alle vittime del disastro, ci hanno ricordato sia gli eventi temporali sia le letali conseguenze, illustrando il loro attuale impegno per supportare chi chiede la bonifica delle aree, migliori condizioni di vita nei quartieri colpiti sia per alleviare e curare malattie conseguenti a quel disastro.
Solo grazie agli attivisti, i quartieri attorno alla fabbrica hanno potuto accedere all'acqua potabile dopo 15 anni dal disastro, evitando l'utilizzo dei pozzi la cui acqua di falda è pesantemente contaminata.
Anche gli interventi per bonificare l'impianto ed il suo circondario da centinaia di tonnellate di rifiuti tossici si sono fermati per decenni, con il pericolo enorme di un lento avvelenamento per la popolazione già con danni al sistema nervoso, al fegato ed ai reni. 
A Bhopal casi di cancro ed altre malattie sono aumentati dopo il disastro e le generazioni successive continuano a soffrire per gli effetti sul sistema respiratorio,sul patrimonio genetico e endocrino riproduttivo.
La rimozione delle scorie tossiche residue è stato completato solo nel 2025 ma il suolo e la falda risultano pesantemente contaminate.

La Storia di quanto avvenuto nel 1976 e nel 1984, le azioni e le strategie industriali della Givaudan-La Roche e della Union Carbide precedenti e successive ai due eventi meritano quindi, come sottolineato dagli interventi dei presenti, di essere giudicati non come "incidenti" casuali e non prevedibili bensì come crimini compiuti nel nome del profitto.

Come ha ribadito il dott Sergio Astori,  di queste tragedie e delle responsabilità "SI DEVE PARLARE FINCHÉ ESISTONO TESTIMONI CHE SENTONO IL DIRITTO - DOVERE DI FARE MEMORIA" .  

Sotto, l' intervento di chiusura della serata curato dal dott. Sergio Astori.


mercoledì 12 giugno 2024

IL 10-6-024 SERATA CON ELENA COLOMBO SUGLI ANIMALI DEL BOSCO DELLE QUERCE TRA PASSATO E PRESENTE

Lunedì 10-giugno 2024, nella sede del Centro Visite del Bosco delle Querce di Seveso e Meda, i gruppi locali che da tempo lavorano per mantenere la Memoria e la specificità di questo luogo nel progetto "INSIEME PER IL BOSCO", coordinati dall'associazione FARE, hanno invitato Elena Colombo, volonterosa e interessata studentessa del corso di Scienze Umane per l'Ambiente presso l'Università Cà Foscari di Venezia, a presentare il suo lavoro dal titolo " Animali e lavoratori di Seveso: vittime a lungo termine dell’ICMESA"  (vedi sotto).

Una ricerca che ha messo a fuoco un aspetto sinora poco trattato, quello degli animali morti, più di 80.000, a causa della Diossina TCDD sprigionatasi dalla fabbrica ICMESA di Meda il 10 luglio 1976.
Una ricerca realizzata attingendo a fonti bibliografiche, riviste accademiche e scientifiche, articoli di giornali e testimonianze orali di chi c'era e ricorda quella drammatica vicenda.
Quella di Elena Colombo è stata una Narrazione nuova sulla vicenda del danno ambientale poichè la morte degli animali in gran numero disvela che l'uomo si arroga un diritto di primato privo di qualsivoglia forma di rispetto per l'ambiente in cui egli stesso vive.
É un Invito ad uscire dall'antropocentrismo per stare in un diverso rapporto e contatto con la natura.

Dopo l'illustrazione di Elena Colombo, Beatrice Marzorati attrice di teatro, ha letto dei brani tratti da l libro di Paolo Benedetti "Gatti in cielo" per un lutto che non è ancora stato celebrato.

A conclusione dell'iniziativa, Alberto Colombo di Sinistra e Ambiente di Meda, ha riportato il focus sull'attualità e sulle presenze faunistiche nel Bosco delle Querce, parlando della ricerca della Fondazione Lombardia per l'Ambiente (FLA) realizzata nell'arco temporale 2015-2016, che ha monitorato erpetofauna, avifauna e teriofauna presente nelle due porzioni - Seveso e Meda - del Bosco (ne abbiamo scritto qui).
Un insediamento lento e faticoso, in particolare per alcune specie poichè l'unico corridoio ecologico esistente ed utilizzabile è quello costituito dall'alveo del torrente Tarò/Certesa oltre ad una striscia di verde verso Lentate sul Seveso, ora però occupata dai cantieri per il raddoppio della linea FN.
Gli animali trovano dunque difficoltà praticamente insormontabili negli interscambi con altre aree e l'arricchimento e il consolidamento delle specie risulta particolarmente difficoltoso.
La ricerca è scaricabile da qui.   
Si tratta evidentemente di un lavoro che pur essendo datato e con necessità di aggiornamento, ha identificato "gli abitanti del Bosco" presenti in quegli anni.

Con questa iniziativa, ancora una volta i gruppi che collaborano con FARE - tra cui Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda - hanno messo a disposizione la loro capacità di tessere rapporti, di generare interesse e di essere anche soggetti in grado di rinnovare la Memoria e la storia del disastro Icmesa e della successiva creazione del Parco Naturale Regionale del Bosco delle Querce di Seveso e Meda.