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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)

martedì 18 agosto 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NONA PUNTATA: I PROCESSI, LA TRANSIZIONE ECONOMICA, L'ASSASSINIO DI PAOLETTI, LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA

Altra puntata di approfondimento curata da Sinistra e Ambiente di Meda per ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Questa volta trattiamo gli aspetti giuridici, le transazioni economiche, l'intersecarsi degli anni di piombo con alcuni attentati e con l'omicidio del direttore di produzione dell'Icmesa ing. Paolo Paoletti, i lavori e la relazione della Commissione d'Inchiesta parlamentare.
Continua l'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
 
IL PROCESSO PENALE DI PRIMO GRADO A MONZA, L'APPELLO E LA CASSAZIONE 
Dopo la fuoriuscita di Diossina dall'Icmesa, il 2 agosto 1976 furono arrestati il Direttore Tecnico della fabbrica Herwig von Zwehl e il Direttore di Produzione Paolo Paoletti, successivamente scarcerati in attesa di processo.
Il filone giuridico per il disastro diossina dell'ICMESA-Givaudan-Hoffman-La Roche si è espresso con il processo penale contro i dirigenti, concluso nel 1986 con l'ultimo grado di giudizio, gli accordi di transazione tra le parti e i processi civili per i risarcimenti ai cittadini.

Il processo di primo grado a Monza

Il Processo Penale di primo grado per le responsabilità individuali per il disastro Diossina dell'ICMESA e della casa madre Givaudan (di proprietà della multinazionale Hoffman-La Roche)  si aprì a Monza il 18 aprile 1983.

Herwig Von Zwehl arrestato con Paoletti dopo la fuoriuscita di diossina e poi rimesso in libertà in attesa del processo.
Imputati furono il Direttore tecnico dello stabilimento ICMESA Herwig von Zwehl, già denunciato nel 1974 e assolto nel 1976 per inquinamento idrico causato dall’Icmesa, il Direttore tecnico del gruppo svizzero Givaudan Jörg Sambeth, il Direttore generale del gruppo Givaudan Guy Waldvogel, il Progettista del reattore chimico A101 Fritz Moeri, il Capo del dipartimento ingegneria dell'ICMESA Giovanni Radice.
Le accuse nei loro confronti, in base alla legislazione di quegli anni erano di disastro colposo, omissione delle cautele necessarie a prevenire incidenti e lesioni permanenti.
Dal Corriere d'Informazione del 5-2-1980
Nelle aule del Tribunale di Monza solo Jörg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan si presentò fisicamente partecipando attivamente alle udienze, affrontando il dibattimento e rispondendo a giudici e Pubblico Ministero.
Herwig von Zwehl, Guy Waldvogel, Fritz Moeri e Giovanni Radice vennero giudicati in contumacia poichè decisero di non presentarsi alle udienze e rimanendo all'estero e furono rappresentati esclusivamente dai loro collegi legali.
Durante le udienze sfilarono in aula tecnici ed operai dello stabilimento ICMESA per ricostruire la dinamica dell'incidente e i ritardi nell'allarme.
 
Esperti scientifici e medici vennero chiamati  a deporre  sugli effetti tossicologici della diossina TCDD e sulla contaminazione territoriale così come deposero gli amministratori locali e i funzionari pubblici che dovettero gestire la caotica emergenza sanitaria e l'evacuazione della "Zona A" nelle settimane successive al disastro.
Il processo mise in luce le carenze dell'impiantistica, del ciclo produttivo, dei controlli, la scarsa sicurezza nonchè la drammatica gestione iniziale delle informazioni sulla diossina. 

Il 24 settembre 1983 il tribunale condannò von Zwehl e Sambeth a cinque anni di reclusione, Moeri e Waldvogel a quattro anni, Radice a due anni e sei mesi.

Il dispositivo di sentenza del processo di primo grado del disastro diossina

Nel dibattimento di primo grado il tribunale di Monza riconobbe per la prima volta al sindacato il diritto di costituirsi parte civile in un processo per un disastro ambientale, anche in assenza di un lavoratore direttamente leso nella propria integrità fisica.

Momenti del processo di Primo grado a Monza. A dx della foto, in piedi, dietro il microfono,  l'avv. Carlo Smuraglia

La tesi sostenuta dai legali del sindacato, assistiti dal giuslavorista Carlo Smuraglia, fu che la chiusura dello stabilimento avesse privato l’organizzazione sindacale del proprio consiglio di fabbrica, inteso come articolazione territoriale del sindacato stesso.
Il tribunale accolse la tesi e riconobbe un risarcimento di 30 milioni di lire, una cifra paragonabile a quella ottenuta nello stesso periodo da una famiglia di quattro persone evacuate, con un bambino colpito da cloracne, costretta a lasciare casa e lavoro: 20 milioni di lire, riconosciuti in primo grado come provvisionale. 
La sentenza di Monza venne poi riformata in appello, ma il principio rimase e negli anni successivi venne ripreso da altri sindacati in tutta Italia in procedimenti per disastri ambientali.

Il 14 maggio 1985 la Corte d’appello di Milano ribaltò il verdetto, assolvendo "per non aver commesso il fatto" Waldvogel, Moeri e Radice e condannando von Zwehl a due anni di reclusione e Sambeth a un anno e sei mesi. 
La sentenza divenne definitiva venendo confermata nel 1986 dalla Cassazione.
Le pene comminate furono decisamente miti e solo per i due responsabili tecnici.
Nessuno di loro scontò la pena in carcere.

I PROCEDIMENTI CIVILI E LE TRANSAZIONI ECONOMICHE
I procedimenti civili ebbero, come è intuibile, un iter ancora più lungo, complesso e contraddittorio.
Dopo un anno di trattativa, il 25 marzo 1980, il presidente della Regione Lombardia Cesare Golfari, il sottosegretario all'Interno Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi.

L'accordo prevedeva il pagamento da parte della Givaudan di una somma di 103 miliardi e 634 milioni
di lire (circa 320 milioni di euro nel 2023).

La transazione suddivideva la cifra in un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato, 40 miliardi e mezzo alla Regione per le spese di bonifica sostenute fino ad allora, altri 47 miliardi a carico della Givaudan per ulteriori interventi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione, costituendo anche una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l'Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo.
La Givaudan si impegnò inoltre a conferire alla futura Fondazione gli immobili acquistati (o che stava per acquistare) all´interno della Zona "A".
La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi.
Questa transazione fece decadere il procedimento giudiziario intentato dalla Regione contro l´ICMESA e la multinazionale proprietaria all'interno del processo penale avviato dalla Procura della Repubblica di Monza all'indomani del disastro.
La transazione fu molto criticata e l'accordo giudicato favorevole alla Givaudan poichè gli evitata il processo e per questo gli avvocati della Regione sottolinearono che, se si fosse atteso il procedimento giudiziario, si sarebbe parlato di risarcimento dopo molti anni e con molta difficoltà si sarebbero ottenuti 103 miliardi.
I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati, per una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.
Il comune di Seveso con l'allora Sindaco Giuseppe Cassina, firmò successivamente a Losanna nel settembre 1982, sempre con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Pury, un'ulteriore e specifica transazione ricevendo 15 milioni di franchi svizzeri (1,5 Miliardi di lire).
 

La comunicazione del sindaco di Seveso Giuseppe Cassina sulla firma della transazione. 

Documento tratto dall'archivio "Il ponte della Memoria" di Legambiente circolo Laura Conti di Seveso

In cambio del pagamento di questi 15 milioni di franchi, dopo la Regione Lombardia, anche il Comune di Seveso rinunciò definitivamente a qualunque azione legale in sede civile e penale sia in Italia sia all'estero.
Unica eccezione per eventuali danni futuri e imprevedibili all'epoca della firma, a patto di dimostrarne il nesso causale con il disastro della diossina.

SUCCESSIVE SENTENZE CIVILI
Il 21 febbraio 2002 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione stabiliscono con la sentenza n. 2515 che il diritto al risarcimento del danno morale spetta anche in assenza di una malattia fisica, per una "presunzione di sofferenza" e di paura per la propria salute dovuta alla nube di diossina.
In applicazione di questo principio, la Cassazione aveva confermato alcuni risarcimenti, quantificati in circa 5.000 euro a favore dei residenti che avevano documentato il forte turbamento psichico causato dalla nube tossica.
Tuttavia negli anni successivi i tentativi di cause di massa come quella da oltre 10.000 cittadini del Comitato 5D avviata nel 2015, si sono scontrate con i rigidi termini di prescrizione e con sentenze di segno opposto che hanno chiuso la via a nuovi rimborsi tardivi.

IL DISASTRO DIOSSINA E GLI ANNI DI PIOMBO
Nel periodo tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 , i cosidetti "anni di piombo", anche la vicenda del disastro diossina dell'Icmesa ebbe un contorno di attentati e di azioni armate rivendicate da gruppi facenti parte della galassia della "lotta armata".

Il  28 luglio 1976, alle 3 e 25 del mattino, esplose una bomba posizionata davanti alla sede romana della multinazionale svizzera La Roche. Non vi furono vittime.

Il 19 maggio 1977 l’ufficiale sanitario di Seveso Giuseppe Ghetti, accusato di aver coperto e minimizzato i rischi e le mancanze dell'Icmesa e di altre fabbriche della zona, venne “gambizzato” con cinque colpi di pistola. 
L'azione venne rivendicata da un fantomatico gruppo di «Combattenti per il comunismo», poi confluiti in "Prima Linea" ed era conseguente ad una “perquisizione proletaria” dell'ufficio di Ghetti.. 

Il 6 luglio 1977, a pochi giorni dal primo anniversario dell’incidente, una bomba esplose contro la casa del vicedirettore della Roche, Rudolf Rupp, a Frekendorf, in Svizzera.
La rivendicazione consegnata ad alcuni giornali svizzeri da parte di un misterioso «Commando 10 luglio»  era scritta in un tedesco approssimativo e vi si si affermava che la multinazionale svizzera aveva trovato potenti alleati «nello Stato dei democristiani e del compromesso storico: medici e scienziati corrotti, le maggioranze silenziose più diverse e anche i sindacati». 

Paolo Paoletti, direttore di produzione dell'ICMESA, assassinato nel 1980 a Monza da Prima Linea
Qualche anno dopo, il 5 febbraio 1980, venne assassinato in un agguato sotto casa, in via De Leyva, nel centro di Monza, il direttore di produzione dell’Icmesa, l'ing. Paolo Paoletti, che avrebbe dovuto rispondere alle accuse formulate anche nei suoi confronti nel processo monzese di primo grado all'Icmesa-Givaudan. Processo che per lui non arrivo mai a sentenza.

Il gruppo di fuoco, che sparò e uccise Paoletti era formato da tre persone, due uomini e una donna e subito dopo l’agguato fuggì a bordo di una Fiat 128 di color grigio metallizzato che fu ritrovata la mattina stessa in via Della Guerrina, nel quartiere Cederna.
L’assassinio fu rivendicato da Prima Linea.

Il Cittadino sull'omicidio di Paolo Paoletti

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA
La Commissione parlamentare incaricata di svolgere una inchiesta «sulla fuga di sostanze tossiche
avvenuta il 10 luglio 1976 nello stabilimento Icmesa e sui rischi potenziali per la salute e per l’ambiente derivanti da attività industriali»
 venne istituita con la legge n. 357 del 16 giugno 1977. 

Era composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio 1977 con una suddivisione numerica che rifletteva la composizione dell'arco parlamentare.
La Democrazia Cristiana aveva dodici Commissari, il Pci dieci, il Psi due.I repubblicani avevano un parlamentare nella Commissione, così come i Socialdemocratici e la Sinistra Indipendente mentre Destra Nazionale (ex MSI) aveva due Commissari.
Presidente della Commissione fu nominato il deputato Bruno Orsini.
La legge istitutiva, definì tre filoni di inchiesta dei quali la Commissione doveva occuparsi ossia:
  • l’accertamento delle responsabilità «ad ogni livello, centrale o locale, relative all’insedia-mento, alla sicurezza e alla nocività della produzione, ai controlli e ad ogni altra misura indispensabile atta ad evitare le calamità»;
  • la valutazione delle conseguenze dell’incidente, sia sul piano medico e ambientale sia su quello economico;
  • la formulazione di proposte «per una più efficace normativa a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, per l’equilibrio dell’ambiente naturale, nonché per assicurare servizi adeguati ed efficaci controlli».

La Commissione concluse i suoi lavori dopo un anno, il 19 luglio 1978, approvando all’unanimità una relazione conclusiva poi trasmessa ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati. 
Una relazione che invitiamo i lettori a scaricare e a leggere poichè contiene comunque una ricostruzione dei fatti e identifica precise colpe non solo del gruppo dirigente e dei responsabili tecnici dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman-La Roche (da pag. 76) per le loro scelte industriali ed omissioni comunicative ma anche del sindaco di Meda e degli altri organismi di controllo che non intervennero per tempo e con il dovuto e necessario rigore che le normative del tempo gli consentivano.
Il documento definisce anche i danni subiti dalle attività presenti in loco.

La potete scaricare a questo link: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/907869.pdf

La Presidenza della Commissione operò per concentrare i lavori dell’organo parlamentare sugli aspetti dell’inchiesta in grado di ottenere la maggiore condivisione tra le varie forze politiche ottenendo l'unanimità della Commissione sul testo finale della relazione.
Testo che fu frutto di un compromesso ottenuto riducendo i riferimenti alle questioni politicamente più divisive quali l’aborto o la bonifica, aspetti sui quali i Commissari s'erano confrontati con scambi aspri e variegati. 
Per i Commissari fu più semplice concentrarsi su di una ricerca delle responsabilità indagando sulle numerose mancanze ed omissioni dell'Icmesa e della multinazionale proprietaria nonchè di alcune amministrazioni pubbliche, quali quella di Meda che ignorò l'esistenza di lavorazioni con sostanze chimiche pericolose che avrebbero fatto entrare l'azienda Icmesa nel novero degli impianti insalubri, la Provincia di Milano che non attuò provvedimenti coattivi, l'Ispettorato Provinciale del Lavoro che non fu in grado di approfondire la natura delle produzioni dell'Icmesa, il comando provinciale dei Vigili del Fuoco per mancate comunicazioni al Prefetto sui certificati antincedio dell'Icmesa scaduti e non rinnovati,  il Comitato Regionale Inquinamento Atmosferico Lombardia (CRIAL) che lasciò in sospeso pratiche ispettive, etc. 
Questo risultò utile per cercare di recuperare la fiducia dei cittadini nei riguardi delle istituzioni, dopo che il disastro aveva mostrato anche le carenze funzionali e le incapacità d'intervento di parecchi enti pubblici.

Rispetto agli altri compiti definiti nella legge istitutiva, la Commissione preferì non addentrarsi in valutazioni autonome, limitandosi ad un compito di mera raccolta e ordinazione delle documentazioni e delle relazioni ricevute da altri organismi tecnici e/o scientifici che trasmise poi al Parlamento a meri fini conoscitivi.
Va rilevato che il lavoro inquirente della Commissione produsse un risultato apprezzabile in un tempo molto breve e che la relazione conclusiva costituì un atto ufficiale dello Stato italiano in cui le responsabilità dell’Icmesa e della Givaudan erano sancite ufficialmente tant'è che anche l’avvocato di parte civile al processo di primo grado ne chiese l’acquisizione agli atti.

Continua.

Puntate pubblicate in precedenza: 


 
 
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA

venerdì 7 agosto 2026

PEDEMONTANA: IL DEPOSITO TERRE DI MACHERIO GIACE SU AREE CHE ANDRANNO RIPRISTINATE. SERVE CAPIRE E SAPERE COME SI FARÀ

L'area di Macherio ex Comp.Amb. PL24 con deposito terre "temporaneo"
I gruppi ambientalisti s'erano in precedenza occupati della Compensazione Ambientale PL24 di Macherio, in prossimità dell'antica chiesa di S.Margherita alle Torrette.
S. Margherita, i filari e i campi coltivati PRIMA dell'arrivo di Pedemontana (Foto Alternativa Verde)
Quel che era successo è noto, con l'abbandono prima di Lissone e successivamente di Macherio che in sequenza hanno preferito negoziare con la soc. Autostrada Pedemontana Lombarda una serie di interventi differenti dal PL24, più piccoli, frammentati e di dubbia utilità sul loro territorio, inficiando così il progetto di una Compensazione Ambientale di Sistema.
Un errore madornale.
A distanza di mesi, con la costruzione dell'Autostrada pedemontana Lombarda ormai, purtroppo avviata - in particolare sulla Tratta C - torniamo sull'argomento poichè su quelle aree è operativo un grande deposito (C_03) di terre, inerti ed anche macerie che ha trasformato il comparto.
Un deposito  comune per le lavorazioni da Lissone a Lesmo, con materiale reimpiegato durante la costruzione dell'infrastruttura e con caratteristiche di  temporaneità poichè al termine dell' utilizzo, vi sarà l'obbligo di ripristino del territorio.
Proprio su questo, è importante continuare ad esserci per cercare di ottenere le massime garanzie che esso avvenga e sia qualitativamente accettabile. 
Sotto il comunicato dei gruppi ambientalisti che da tempo si stanno occupando delle Compensazioni ambientali e delle criticità di Pedemontana. 
 

DOPO IL DEPOSITO TERRE DI PEDEMONTANA A MACHERIO,
LA VERA SFIDA SARÀ RESTITUIRE IL SUOLO 
PER NON TROVARSI UN'AREA COMPROMESSA IN MODO IRREVERSIBILE. 
CHI CONTROLLERÀ ?

Nel tardo pomeriggio di mercoledì 5 agosto 2026, abbiamo percorso le strade che costeggiano la chiesetta di S. Margherita alle Torrette di Macherio e il grande deposito di terre di scavo e inerti realizzato per il cantiere della Pedemontana.
La chiesetta di S. Margherita a Macherio, ora circondata dai depositi terre di Pedemontana (foto BrianzaCentrale)
Dove fino a poco tempo fa si estendevano campi agricoli fertilissimi delimitati da maestosi filari e da fasce boscate,oggi si osservano enormi cumuli di terre, materiali di scavo e macerie, piste di cantiere, mezzi in movimento, recinzioni e perfino un'ampia area asfaltata destinata ai controlli dei camion.
Un paesaggio quasi lunare, che rappresenta una trasformazione radicale di uno dei suoli agricoli di pregio della Brianza.
Fino all'ultimo abbiamo cercato di evitare che questo patrimonio andasse perduto, proponendo che venisse mantenuta la Compensazione Ambientale denominata Progetto Locale 24 (PL24) che prevedeva la realizzazione di un grande parco sovracomunale capace di collegare aree verdi oggi frammentate e di restituire alla fruizione dei cittadini un importante polmone ecologico.
Le scelte compiute dalle amministrazioni comunali sono state però diverse e poco lungimiranti. 
Lissone ha scelto di sfilarsi, ripiegando su interventi frazionati e dispersivi di dubbia utilità. 
Macherio, e in particolare la sua attuale amministrazione, non ha invece voluto confermare la parte più significativa delle Compensazioni Ambientali che la riguardava, optando per 5 interventi frammentati, complessivamente ben lontani dall'obiettivo di costruire una nuova naturalità di sistema.
Oggi una parte consistente di quest'area che era parte del PL24  è occupata dal deposito delle terre di scavo e degli inerti provenienti dai cantieri della nuova autostrada.
Inoltre, con l'avanzare dei lavori, il deposito è destinato ad ampliarsi interessando anche la ben più vasta area agricola  anord dell’oratorio medievale di Santa Margherita alle Torrette.
Oggi, tuttavia, vogliamo guardare soprattutto al futuro.
I depositi terre sono teoricamente temporanei e funzionali agli interventi per costruire l’Autostrada Pedemontana Lombarda e al termine del loro uso, le aree dovranno essere ripristinate nella loro condizione precedente.

Le strade di cantiere e gli accumuli di terra laddove c'erano campi e filari di alberi vicino alla chiesetta di S. Margherita 

(foto BrianzaCentrale)

Ma questi terreni torneranno davvero come erano prima?
Non sarà sufficiente rimuovere i cumuli di terra e di inerti.
Occorrerà eliminare tutte le superfici impermeabilizzate realizzate per il cantiere, rimuovere i riporti di materiale utilizzati per costruire le piste di servizio, decompattare e arieggiare i terreni schiacciati dal continuo passaggio dei mezzi pesanti e ricostruire un suolo agricolo con caratteristiche analoghe a quelle originarie.
Il suolo non è un semplice supporto sul quale si deposita della terra.
È un ecosistema complesso, formatosi nel corso di migliaia di anni, ricco di sostanza organica, microrganismi e biodiversità, capace di trattenere l'acqua, immagazzinare CO2 (anidride carbonica) e sostenere la produzione agricola.
Una volta compromesso, non può essere ricreato semplicemente stendendo uno strato di terreno vegetale.
Per questo riteniamo indispensabile che vengano rese pubbliche alcune informazioni fondamentali.
 
• Quali interventi di ripristino sono previsti al termine dei lavori?
• Con quali modalità verrà verificata la qualità agronomica dei terreni restituiti?
• Chi controllerà che vengano eliminate tutte le opere provvisorie del cantiere?
• Sono previste verifiche indipendenti sulla permeabilità del suolo, sul grado di compattazione e sulla fertilità dei terreni?
• Quali garanzie economiche sono state richieste a Pedemontana affinché il ripristino venga realmente eseguito anche qualora emergessero criticità?
 
Sono domande tutt'altro che secondarie.
Riguardano il futuro di un patrimonio comune e la credibilità degli interventi di ripristino ambientale.
I cantieri sono, per definizione, temporanei. 
Gli effetti e i danni per il territorio rischiano invece di essere permanenti se non vengono programmati controlli rigorosi e interventi eseguiti secondo criteri scientifici e verificabili.
Per questo chiediamo fin d'ora che il ripristino finale non venga considerato un semplice adempimento amministrativo, ma un processo trasparente e condiviso, sottoposto a controlli pubblici, trasparenti e documentabili.
Il suolo è una risorsa non rinnovabile.
Proteggerlo significa tutelare il territorio che lasceremo alle future generazioni.
 
Macherio, 7 agosto 2026
 
Comitato per l'ampliamento del Parco Brianza Centrale, Macherio e Seregno, 
Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso,
Sinistra e Ambiente - Impulsi Meda, 
Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP Monza e Brianza

 

Rassegna stampa:

Articolo PrimaMonza cliccare sopra e qui per leggere

Articolo MonzaToday 8-8-026 cliccare sopra e qui per leggere

Articolo Il giorno 9-8-026 cliccare sopra e qui per leggere

lunedì 3 agosto 2026

LE OSSERVAZIONI AMBIENTALISTE SULLA VARIANTE AL PTCP DELLA PROVINCIA DI MB, IL FOTOVOLTAICO A TERRA, I DATA CENTER

I gruppi ambientalisti facenti parte del Coordinamento Osservatorio PTCP di MB hanno protocollato in Provincia di MB le osservazioni alla Variante al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) e prodotto un comunicato che vi proponiamo.
 
VARIANTE AL PTCP DELLA PROVINCIA DI MB: 
SERVONO PIÙ TUTELE PER IL SUOLO LIBERO E LA RETE VERDE
 
La variante al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) della Provincia di Monza e della Brianza entra nella fase conclusiva delle osservazioni e il mondo ambientalista torna a richiamare l’attenzione su una questione fondamentale: il futuro di un territorio tra i più urbanizzati d’Italia.
Il Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP di Monza e Brianza, di cui Sinistra e Ambiente fa parte, realtà che da anni segue con attenzione l’evoluzione della pianificazione provinciale  lo aveva già fatto con una serie di suggerimenti affinchè la Variante fosse sottoposta alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS)
Purtroppo il nostro suggerimento non è stato accolto dalla Provincia di MB e così l’impatto di buona parte delle varizioni introdotte resta un fattore incognito anche se immaginabile. 
Dopo l’adozione della variante al PTCP, avvenuta con deliberazione consigliare del 28/4/026 e pubblicazione sul BURL il 3-6-2026, abbiamo presentato nei termini previsti dalla legge un articolato documento con 11 osservazioni. 

Un lavoro approfondito che conferma il ruolo svolto negli anni dal Coordinamento e dal suo referente Giorgio Majoli, la cui competenza e continuità nell’analisi degli strumenti urbanistici provinciali hanno rappresentato un punto di riferimento per molte associazioni ambientaliste brianzole. 
In una Provincia come la nostra  dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli elevati, pensiamo che il lavoro e l’azione del Coordinamento sia importante e sia vitale una presenza attenta e competente capace di analizzare gli strumenti urbanistici e proporre alternative concrete.

Il primo tema posto dal Coordinamento riguarda gli Ambiti Agricoli Strategici (AAS) e la Rete Verde di ricomposizione paesaggistica. 
La richiesta è chiara: la variante del PTCP deve recepire integralmente gli ampliamenti delle aree agricole e della rete ecologica già approvati dai Comuni nei rispettivi PGT dal 2013 ad oggi. 
In un territorio dove gli spazi liberi sono sempre più frammentati, non è sufficiente fotografare la situazione esistente: occorre riconoscere e rafforzare le tutele già deliberate dagli enti locali. 
Da qui anche la richiesta di escludere nuove previsioni edificatorie su suolo libero, evitando ulteriori incrementi dei carichi urbanistici, del traffico e dell’impermeabilizzazione del territorio.
Particolare attenzione viene dedicata agli Ambiti di Interesse Provinciale (AIP), che seppur introdotti per tutelare spazi rimasti liberi,  hanno mostrato la loro debolezza rivelandosi uno strumento per localizzare nuove edificazioni, seppur con intese con la Provincia per lenirne l’impatto.
Secondo il Coordinamento, la quota minima di territorio libero da mantenere all’interno degli AIP dovrebbe essere portata all’80%, superando l’attuale criterio del 51%, ritenuto insufficiente per garantire una reale prevalenza della tutela ambientale. 
Un tema particolarmente importante perché molti AIP rappresentano oggi alcune delle ultime connessioni verdi tra centri abitati, aree agricole e sistemi naturalistici.
Un altro capitolo riguarda la crescita degli insediamenti produttivi e logistici. 
Abbiamo quindi chiesto che il PTCP censisca e rappresenti in modo completo i poli esistenti e quelli previsti, valutando nella VAS (Valutazione Ambientale Strategica) gli effetti complessivi su traffico, qualità dell’aria e rumore. 
La Brianza conosce già gli effetti della progressiva trasformazione del territorio in una piattaforma infrastrutturale e logistica: nuove strutture non possono essere valutate singolarmente senza considerare l’impatto cumulativo.
Una delle osservazioni più rilevanti riguarda i procedimenti SUAP (Sportello Unico Attività Produttive), spesso utilizzati per introdurre varianti urbanistiche finalizzate alla realizzazione di nuovi insediamenti produttivi
Il Coordinamento evidenzia una possibile contraddizione: da un lato la variante al PTCP dichiara di voler rafforzare la tutela del sistema rurale e ridurre il consumo di suolo; dall’altro alcune procedure semplificate potrebbero consentire trasformazioni proprio nelle aree agricole strategiche o nelle aree libere. 
Si chiedono pertanto criteri più restrittivi, privilegiando il recupero delle aree dismesse e impedendo nuovo consumo di suolo negli ambiti maggiormente tutelati.
Le osservazioni affrontano anche il tema della tutela dei boschi, dei corridoi vallivi e degli elementi geomorfologici. 
Il Coordinamento ritiene si debba riconoscere nel PTCP il valore strategico delle aree forestali individuate dal futuro Piano di Indirizzo Forestale dell’Alta Pianura e si debba sostenere il percorso di riconoscimento del Parco Regionale PANE. La richiesta è di considerare boschi e aree verdi non come spazi residuali, ma come vere infrastrutture ecologiche fondamentali per la qualità ambientale della Brianza.

Due osservazioni riguardano infine le modifiche introdotte dalla variante sugli impianti da fonti energetiche rinnovabili (FER) e sui nuovi Servizi di Interesse Provinciale (SIP). 
Il Coordinamento non mette in discussione la necessità della transizione energetica, ritiene però che non si possa correre il rischio di allocazioni di impianti fotovoltaici a terra o nuove manufatti con funzioni sovra comunali anche all’interno di aree agricole strategiche e della Rete Verde. 
Per questo viene chiesto che siano definiti criteri chiari di compatibilità ambientale e che venga sempre garantita la continuità ecologica dei corridoi verdi.

Le osservazioni presentate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP rappresentano un contributo articolato al dibattito sul futuro territoriale della provincia. 
Oltre a difendere ciò che resta del territorio libero serve proporre e agire per un diverso modello di sviluppo: Assumendo una serie di priorità: 
non consumare più suolo; attuare una rigenerazione urbana non di pura premialità edificatoria ma con interventi per migliorare la qualità della vita, della viabilità e dell’urbanizzato;  preservare  le aree agricole e le connessioni ecologiche; valorizzare il  paesaggio;  pianificare con più attenzione evitando o limitando gli effetti cumulativi delle trasformazioni. 

Il Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP di MB

QUALCHE ULTERIORE NOSTRA VALUTAZIONE SU FOTOVOLTAICO A TERRA E DATA CENTER
Il comunicato del Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP di MB, mette a fuoco una serie di criticità nella Variante al Piano di Coordinamento Territoriale Provinciale (PTCP) che con la revisione delle norme rischia di indebolirlo  in alcune sue parti laddove si consentono interventi che, se attuati, toglieranno ulteriore suolo libero a una Brianza fortemente urbanizzata e antropizzata.
In particolare vogliamo soffermarci su quelli, per ora solo in fase progettuale ma con iter d'approvazione in essere, avanzati da grosse imprese private che intendono realizzare campi fotovoltaici a terra e Data Center.
Questi progetti contano di ottenere le autorizzazioni necessarie grazie alla recente normativa regionale che non ha fissato regole particolarmente stringenti.
Tra Bovisio Masciago e Desio si stanno pianificando ben tre impianti fotovoltaici a terra.

La localizzazione dei tre campi fotovoltaici a terra tra Boviso Masciago e Desio
Il primo nel Parco Locale di Interesse Sovracomunale (PLIS) GruBia, a fianco dell’area su cui sorge il forno inceneritore a Desio, sulla ex cava Farina, dove l’attività estrattiva è terminata alla fine degli anni ‘80 ed era previsto un piano di ripristino con il riempimento completo della discarica, un’area a bosco e a prato. 
Brianza Energia Ambiente (BEA), ora proprietaria, chiede 80.000 metri quadrati di fotovoltaico a terra. 
Il secondo impianto, sempre nel Plis GruBria, di 8MW di potenza su circa 100.000 metri quadrati, è proposto dalla società Open Solar su un’area a nord di via San Rocco, in zona Cascina Bertacciola e se realizzato, priverebbe il Comune di Bovisio Masciago dell’ultima area naturale e agricola ancora integra e di uno dei pochissimi corridoi verdi ancora esistenti tra il Parco Regionale delle Groane-Brughiera e quello della Valle del Lambro.
É attiva una raccolta firme contro questo intervento.
Infine, appena fuori dal Plis, si ipotizza un terzo impianto a terra, sempre a Bovisio, nell’ex Terna, oggi sede della Protezione Civile.
Complessivamente circa 200.000 metri quadrati di impianti solari a terra.

Anche il territorio dei Comuni circostanti la Prov. di MB che è in continuità e con un'antropizzazione non dissimile, è oggetto di interessamento di soggetti privati alla ricerca di spazi liberi per poter concretizzare i loro progetti che devono essere valutati, sulla base della normativa regionale, dall'Area Metropolitana di Milano, aventi le stesse funzioni dell'Ente Provincia.
A Solaro, Comune appartenente all'Area Metropolitana di Milano che condivide con la Provincia di MB l'adesione al Parco Regionale delle Groane-Brughiera, sull'area agricola alle spalle di Cascina Emanuela e Cascina Colombera, v'è un progetto di Orta Energy con fotovoltaico a terra su 15 ettari, 150mila metri quadrati, 17.500 pannelli solari installati con potenza totale di 18,21 gigawatt annui che potrebbe spazzare via un corridoio ecologico tra il Parco Regionale Groane-Brughiera e il PLIS del Lura andando anche a modificare i coltivi dei campi interessati poichè l'altezza dal suolo dei pannelli consentirebbe la sola coltura di erba medica, necessaria per mantenere la classificazione di "agrivoltaico" dell’impianto.

L'area a Solaro dove è previsto l'"agrivoltaico" ovvero fotovoltaico a terra
Come Ambientalisti riteniamo il fotovoltaico, Fonte Energetica Rinnovabile (FER) una tecnologia importante, necessaria  e centrale nella transazione per soppiantare l'uso del fossile, produttore di CO2.
La scelta dei luoghi di istallazione non può però essere determinata dai parametri di convenienza del mercato o da leggi regionali raffazzonate e poco tutelanti che non tengono conto della necessità primaria di conservare gli spazi liberi e i prati stabili e che favoriscono la ricerca non di tetti o di aree dismesse per le installazioni bensì quella di campi da occupare perennemente con l'impiantistica.
Ancora una volta stanno prevalendo le condizioni dettate dai privati e dal mercato laddove si preferisce l'investimento facile acquisendo terreni a bassi costi di vendita ove allocare i pannelli e nei fatti, sacrificare suolo libero prezioso. 

C'è poi l'assalto per insediare sul territorio i Data Center  che non sono normali insediamenti produttivi ma strutture fortemente energivore.

Quello previsto a Cesate, Comune anch'esso dell'area Metropolitana di Milano ma facente parte del Parco Groane-Brughiera, su UN PRATO LIBERO DA EDIFICAZIONI il proposto Data center richiederebbe una potenza elettrica di 100 megawatt e necessiterebbe di un edificio lungo circa 300 metri e alto 22,5 metri, oltre che della presenza di 63 chiller destinati al raffreddamento e 48 gruppi elettrogeni a gasolio per le emergenze.
Strutture insostenibili e incompatibili con la crisi climatica in atto poichè generano calore con necessità di consumare energia elettrica e acqua per dissiparlo.

É evidente che consentire questi insediamenti vanifica anni di attività in cui s'è cercato, anche riuscendoci, di conservare quei residui spazi rimasti in una Brianza dove ormai la naturalità e gli ambiti liberi ed aperti sono confinati ai margini ed è divorata un boccone dopo l'altro.  

Le Osservazioni alla Variante al PTCP della Provincia di MB protocollate:

 

mercoledì 29 luglio 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA OTTAVA PUNTATA: GLI EFFETTI DELLA DIOSSINA SULLA SALUTE, LE INTERRUZIONI DI GRAVIDANZA, L'AZIONE E IL PENSIERO DI LAURA CONTI

Uno degli aspetti più controversi del disastro Diossina dell'ICMESA fu quello relativo agli effetti sulla salute della popolazione venuta a contatto con il potente tossico.
Nonostante i monitoraggi, le campagne epidemiologiche e gli studi fatti a partire dalla fase acuta nell'immediatezza della ricaduta della nube tossica e nel corso degli anni successivi, la divulgazione delle conoscenze è stata per lo più limitata agli ambienti scientifici e/o specialistici con pubblicazioni solo sulle riviste o sui siti dedicati.

I PIANI DI MONITORAGGIO SANITARIO
 
In una sua ricostruzione, l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) - vedi testo sotto- ha scritto che per valutare la mortalità a lungo termine legata alla diossina sono stati realizzati vari studi.
 
Momenti del monitoraggio sanitario
Il primo copre gli anni fino al 1986, il secondo fino al 1991, il terzo arriva fino al 1996 e il quarto, che al momento è il più aggiornato, fino al 2001: copre quindi un periodo di 25 anni, ed è stato condotto sulla popolazione esposta alla diossina (divisa in zona A, zona B e zona R a seconda del grado di contaminazione della zona di abitazione) e su una popolazione di riferimento non esposta.
Il programma di monitoraggio ha coinvolto circa 280.000 persone nell’area brianzola, di cui quasi 6.000 residenti nelle aree più colpite.
La ricerca ha preso in esame il 99% di tutti i soggetti coinvolti.

Nostra Nota:
Il "rate ratio" di cui si scrive successivamente,  è il coefficiente ottenuto dividendo il tasso di un gruppo esposto per il tasso di un gruppo non esposto, se il risultato è pari a 1,  l'esposizione non ha alcun effetto sul rischio o sul tasso dell'evento, se è Maggiore di 1 (> 1): l'esposizione aumenta il tasso dell'evento, agendo come fattore di rischio se Minore di 1 (< 1):  l'esposizione riduce il tasso dell'evento, agendo come fattore protettivo.

In base ai dati più recenti, il risultato più significativo riguarda l’incremento nelle zone più inquinate di neoplasie del tessuto linfatico ed emopoietico, in particolare per le donne: nella zona A (quella immediatamente intorno al luogo dell’incidente) il rate ratio è di 3,17, e nella zona B (quella più vasta intorno alla zona A) di 1,94. 
Il dato più alto riguarda i linfomi non-Hodgkin nella zona A (rate ratio di 4,45), mentre nella zona B il rate ratio per tutti i linfomi è di 2,14 e per i mielomi di 3,07
Fra gli uomini, l’unico dato in eccesso significativo riguarda la mortalità per leucemie, con un rate ratio di 2,07 nella zona B.
Gli effetti della fuoriuscita di Diossina però non si limitano ai tumori.
Nelle zone A e B sono stati osservati anche incrementi della mortalità per malattie circolatorie nei primi anni dopo l’incidente, di malattie croniche ostruttive dei polmoni e di diabete mellito fra le donne.

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A completamento informativo proponiamo sotto uno scritto recente, uscito in occasione del 50° anniversario del disastro diossina curato dal dott. Luigi Bisanti della Direzione associata Epidemiologia & Prevenzione e dal dott. Dario Consonni della Medicina del Lavoro, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano.

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GLI EFFETTI SULLA SALUTE
Per valutare le conseguenze sanitarie dell’incidente fu nominata una commissione di esperti italiani e stranieri.
Ne facevano parte scienziati di grande valore: Nathan Mantel, biostatistico, Irving J. Selikoff e Raymond Suskind, medici ed epidemiologi occupazionali, Jiří Kučera, teratologo, e molti altri. Nell’immediato, fu predisposto un piano di controlli della popolazione maggiormente esposta necessariamente aspecifico, data la scarsa informazione all’epoca sugli effetti dell’esposizione non professionale a diossina. 

Monitoraggio sanitario a Seveso presso la scuola De Gasperi
Furono indagate con test ematochimici le funzioni epatica, ematopoietica, renale e immunologica; furono esaminate la conduzione nervosa periferica e le aberrazioni cromosomiche; monitorati gli aborti spontanei, la mortalità perinatale, il basso peso alla nascita e le malformazioni congenite.
In base a una convenzione tra Regione Lombardia e la Clinica del Lavoro dell’Università degli Studi di Milano, dagli anni Ottanta furono avviati studi per accertare effetti a lungo termine dell’esposizione a TCDD.

LA CLORACNE
L’unico effetto inequivocabilmente accertato nei primi periodi dopo l’incidente fu la cloracne, che colpì soprattutto i bambini, facilmente in contatto in quei giorni estivi con matrici ambientali contaminate: in zona A, su 214 bambini di 3-14 anni, 42 (19,6%) presentarono cloracne; nella parte più contaminata della stessa zona risiedevano 54 di quei bambini e quasi la metà di essi presentò cloracne (26 bimbi pari a 48,1%).5

LA DIOSSINA TCDD NEL PLASMA
Sebbene l’esposizione a TCDD non sia un effetto in senso stretto, la includiamo in questa sezione, perché convinti che la condizione di esposto si manifesti con la compromissione del precedente equilibrio psichico e fisico. «L’esposizione al rischio è un danno» è un principio che Giulio Maccacaro espresse già nel 1973 e che Pier Alberto Bertazzi ha ribadito – «l’esposizione è componente “nociva” dell’evento in sé» – nel suo contributo in occasione dei 40 anni dal dramma di Seveso.
Ai tempi dell’incidente, la TCDD era difficilmente dosabile. 
Anni dopo, sono state sviluppate tecniche analitiche di sensibilità tale da permettere di dosare la TCDD anche nelle piccole quantità di plasma rimaste dai prelievi effettuati dopo l’incidente e congelate.

Il Prof Paolo Mocarelli all'epoca dei fatti
Nostra Nota: La conservazione del plasma dei prelievi di sangue, in attesa che si potesse misurarne la concentrazione di TCDD, si deve all'intuizione del prof Mocarelli dell'ospedale di Desio.
La misurazione della TCDD nel sangue fu possibile a partire dal 1988 con la messa a punto di un sistema da parte del CDC - Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta negli Stati Uniti, che mise a punto una tecnica basata sulla gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa ad alta risoluzione (GC-HRMS).

 
I livelli mediani di TCDD in picogrammi per grammo di lipidi (pg/g, o parti per trilione, ppt), misurati presso il CDC furono i seguenti:

zona A: 447 ppt; zona B: 94 ppt; zona R: 48 ppt; (vedi tabella 1) con i livelli in soggetti residenti in aree non contaminate erano inferiori a 5-10 ppt.

Quindi, i livelli plasmatici mediamente confermavano la suddivisione in zone A, B, R basata sui livelli di TCCD nel suolo. 
Data la lunga emivita della diossina (molti anni), livelli sensibili erano ancora dosabili sui campioni prelevati tra il 1992 e il 1996 dalla Clinica del Lavoro di Milano, in collaborazione con US National Cancer Institute e CDC, per studi sugli effetti molecolari della TCDD (tabella 1):in zona A furono dosati livelli mediani pari a 73,3 ppt, in zona B pari a 12,4 ppt.
Nella zona circostante non inquinata il livello mediano misurato in un campione di popolazione era di 5,5 ppt. 
Questi dosaggi hanno anche confermato che l’unica diossina presente in eccesso nel plasma dei soggetti delle zone inquinate era la TCDD: i livelli di altre sostanze diossina-simili, cioè altre diossine, furani e policlorobifenili, erano paragonabili a quelli misurati nei soggetti non coinvolti nell’incidente.

RAPPORTO MASCHI-FEMMINA ALLA NASCITA
L’Ospedale di Desio negli anni Novanta documentò un’alterazione del rapporto maschi-femmine alla nascita in 674 nati nell’area tra il 1977 e il 1996. 
La proporzione di neonati maschi, che fisiologicamente è circa 0,514, diminuiva (quindi nascevano più femmine) al crescere della concentrazione plasmatica di TCDD. In particolare, nei figli dei padri esposti a TCDD quando avevano un’età inferiore a 19 anni, la proporzione risultò pari a 0,38.

TSH NEONATALE
La Clinica del Lavoro di Milano, sfruttando la banca dati dello screening neonatale di TSH (thyroid stimulating hormone) di tutti i nati in Regione Lombardia, riscontrò, nel periodo 1994-2005, livelli di TSH pari a 1,66 µU/ml tra i 56 figli di madri residenti in zona A all’epoca dell’incidente e 1,35 µU/ml tra i 425 figli di madri di zona B, mentre nei 533 figli di madri residenti nell’area non inquinata il TSH era pari a 0,98 µU/ml.
La proporzione di bambini con TSH >5 µU/ml era di 16,1% nei neonati da madri di zona A, 4,9% in zona B e 2,8% nell’area non inquinata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all’epoca considerava fisiologica, in aree con sufficiente apporto di iodio, una proporzione inferiore al 3% di neonati con TSH >5 µU/ml.
Inoltre, in un sottogruppo di 51 donne di cui era disponibile la concentrazione di TCDD plasmatica, fu dimostrata una correlazione positiva tra TSH neonatale e TCDD plasmatica delle madri.
Le alterazioni osservate erano solo a livello biochimico, non clinico: l’interesse dello studio era di verificare l’accordo con studi sperimentali nell’animale e la possibile persistenza di effetti sulla progenie a molti anni di distanza dall’incidente.
L’interesse per il TSH era motivato dalla conoscenza consolidata in epidemiologia ambientale che valori alti di TSH sono associati a un rischio più alto di difetti fisici e mentali durante lo sviluppo

MORTALITÀ E INCIDENZA DEI TUMORI MALIGNI
Date la tossicità elevata, la temuta cancerogenicità e la lunga emivita della TCDD, negli anni Ottanta la Clinica del Lavoro impostò uno studio di coorte per monitorare mortalità e incidenza di tumori maligni negli abitanti dell’area.
La coorte ha incluso i 218.682 residenti all’epoca dell’incidente (tabella 1); la popolazione residente nell’area non inquinata (cosiddetta zona non-ABR) fu scelta come riferimento per il confronto dei tassi di mortalità e di incidenza dei tumori.
L’ultimo aggiornamento ha coperto gli anni dal 1976 al 2013, un tempo sufficientemente lungo per la manifestazione degli effetti dell’esposizione a diossina.
Lo studio di mortalità ha comportato l’accertamento su tutto il territorio nazionale dello stato in vita e della causa di morte (codificata secondo le regole internazionali), attraverso vari sistemi: aggiornamenti periodici dalle anagrafi degli 11 Comuni, record linkage con basi di dati dell’Istat, della Regione Lombardia e delle ASL lombarde; follow-up postale per i soggetti non rintracciati in Lombardia e per i soggetti emigrati fuori regione.
I primi risultati furono pubblicati nel 1989 e documentarono un aumento nei primi anni dopo l’incidente di decessi per malattie cardiovascolari nella zona più inquinata.
Sebbene fosse difficile attribuire con sicurezza questo aumento all’incidente, il risultato era plausibile sia per gli effetti documentati della TCDD sull’apparato cardiovascolare sia per le gravissime condizioni di stress che hanno caratterizzato la vita di quella popolazione per un lungo periodo di tempo dopo l’incidente.
Nelle ultime analisi è stata confermata una mortalità elevata per malattie cardiovascolari in zona A nel primo decennio dopo l’incidente (rapporto fra tassi 2,00, 17 decessi) e un’aumentata mortalità per diabete nelle donne, con gradiente decrescente dalla zona più inquinata a quella meno inquinata.
Per lo studio di incidenza dei tumori fu costruito un sistema complesso basato sulla ricerca dei casi con codici di tumore negli archivi informatici delle schede (anonime) di dimissione ospedaliera (SDO) e la successiva conferma della diagnosi con ricerca manuale delle cartelle cliniche negli ospedali lombardi. Solo dal 2007 l’istituzione di un Registro tumori presso la ASL (ora ATS) Brianza ha consentito di rilevare dati di incidenza già codificati in modo rapido.
Il risultato più convincente dei vari studi condotti dagli anni Novanta (nonostante la bassa potenza statistica per le zone più inquinate) riguarda l’aumento dei tumori del sistema linfoematopoietico (linfomi, leucemie, mielomi). 
L’ultimo aggiornamento ha confermato un eccesso di rischio anche a distanze di tempo crescenti dall’incidente (tabella 2).
Parallelamente, l’Ospedale di Desio, in collaborazione con il CDC, ha impostato il Seveso Women’s Health Study (SWHS), che ha incluso 981 donne di cui erano disponibili campioni di sangue prelevati tra il 1976 e il 1981.
Lo studio ha stimato un raddoppio del rischio di tumori della mammella per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica. 
Un aggiornamento su 833 donne ha stimato un aumento dell’80% di tutti i tumori per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica.
Con lo studio SWHS sono stati indagati anche numerosi effetti non neoplastici sull’organismo femminile delle 981 donne reclutate e della loro progenie.
Nel 1997 e nel 2012, la International Agency for Research on Cancer (IARC) ha classificato la TCDD in gruppo 1 (cancerogeno per l’uomo) per l’insieme di tutti i tumori (“evidenza sufficiente”); le evidenze riguardanti i sarcomi dei tessuti molli, il linfoma non Hodgkin (NHL) e il tumore del polmone sono state giudicate “limitate”.

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Le due pubblicazioni sulla salute da noi riportate evidenziano l'aumento del "Rate Rations" o Rapporto tra i Tassi d'incidenza per una serie di patologie dopo la contaminazione da diossina TCDD, tuttavia una delle più grosse difficoltà nel determinare quanto il disastro diossina pesò sulla salute della popolazione fu ed è la mancanza del fattore di correlazione tra alcune patologie, i decessi e la diossina stessa.
Per questo, contrariamente ad altre situazioni drammatiche quali le morti di Casale Monferrato che sono riconosciute quali conseguenza di un'esposizione alle fibre dell'Amianto, non v'è a tutt'oggi una quantificazione ufficiale di decessi correlati alla diossina.

Certamente questo fatto non deve ne può autorizzare narrazioni minimaliste o assolutorie.

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L'INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA

La vicenda della richiesta di poter interrompere la gravidanza per le donne residenti nelle aree contaminate originò molti contrasti politici e sociali sia in loco sia in ambito nazionale.
Da ricordare ed evidenziare che nei comuni contaminati, tra la fine di luglio e l'agosto del 1976, parallelamente alle prime ordinanze di sgombero della "Zona A", i medici dei consultori e le autorità sanitarie, diffusero la raccomandazione precauzionale di astenersi dalla procreazione per l'evidente rischio che la diossina poteva influire sulla salute del feto.

 

Si scontrarono due concezioni: quella cattolica e dei movimenti ecclesiali contraria all'interruzione di gravidanza in toto e quella laica e di sinistra che all'opposto chiedeva l'introduzione in Italia di una legge che consentisse alle donne di poter scegliere secondo il concetto dell'autodeterminazione.
Il 7 agosto 1976, il Ministro della sanità Dal Falco e quello della giustizia Bonifacio, con il consenso del Presidente del Consiglio Andreotti, autorizzarono l'aborto terapeutico per le donne delle zone contaminate da Diossina  che ne avessero fatto richiesta. 

Sulla vicenda ne ha scritto la ricercatrice e componente del senato Accademico dell'università degli Studi di Milano Carlotta Cossutta, di cui riportiamo sotto il testo nella parte dedicata all'argomento.

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Il 29 luglio 1976, Emma Bonino e Susanna Agnelli chiedono in Parlamento che alle donne delle aree colpite venga consentito di abortire. 
Siamo nel ’76, nel pieno del dibattito che porterà alla legge 194 e che ha già ottenuto un primo, piccolo, successo. 
Nel 1975, infatti, la Corte Costituzionale, con la sentenza 27 del 18 febbraio, per permettere l’aborto terapeutico in caso di rischio per la vita della gestante.
A questo fanno appello Bonino e Agnelli, ma anche l’assessore alla sanità in Lombardia, Vittorio Rivolta (DC), che il 30 luglio dichiara: “Per quanto riguarda il problema delle gestanti, le donne verranno esaminate presso la clinica Mangiagalli [e] verranno svolti tutti gli esami e i controlli possibili […]. In base ai risultati di questi esami ogni decisione verrà lasciata alla libera determinazione delle interessate. Per libera determinazione intendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza, in base ai risultati emersi e nel rispetto dei singoli problemi di coscienza” Da qui inizierà quella che verrà chiamata “la guerra dell’aborto”, in cui i corpi delle donne nelle zone intossicate diventeranno luoghi pubblici a tutti gli effetti.
Il 2 agosto, infatti, la commissione medico-epidemiologica consiglia alla popolazione di astenersi dalla procreazione per almeno sei mesi (ricordando che la legge che permette la contraccezione è del 1975) e una settimana dopo pubblica una valutazione sugli effetti della diossina che ammetteva la possibilità di un aumento delle malformazioni entro i primi tre mesi di gravidanza. 
A seguito di questa relazione aumentano le parlamentari che chiedono che sia concesso l’aborto terapeutico, mentre Comunione e Liberazione vi si oppone strenuamente e il Vescovo di Milano chiede alle famiglie della diocesi di impegnarsi ad adottare eventuali bambini/e che dovessero nascere con malformazioni.
In quei giorni, sul Giornale di Indro Montanelli si leggeva: “Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico”, mentre Nicola Adelfi su La Stampa proponeva addirittura di rendere l’aborto coatto, così “si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate”.
Nel silenzio, l’11 agosto il Ministero di Grazia e Giustizia riconosce che le donne contaminate da diossina rientrano nei casi di aborto terapeutico e Andreotti dichiara che “si trovano nella esigenza terapeutica chiaramente riconosciuta dalla Corte costituzionale”.

Immagine da fotogramma di un colloquiocon una donna richiedente l'interruzione di gravidanza
Vengono scelti come ospedali a cui indirizzare le donne che volessero abortire la Mangiagalli a Milano e l’ospedale di Desio. 
Proprio in quest’ultimo, però, i medici non solo rifiutano di praticare aborti, ma operano vere e proprie violenze psicologiche: in particolare, uno psichiatra avrebbe domandato a due genitori se davvero volessero “ammazzare il loro bambino”.

Avrebbe detto loro che la diossina non era dannosa, che il bambino sarebbe nato sano (rifiutandosi però di metterlo per iscritto) ad ascoltare il battito cardiaco del feto, per vincere le residue resistenze.
La conferenza episcopale si schiera coi medici di Desio sostenendo che: “Di fronte ai gravi episodi verificatesi all’ospedale di Desio riaffermiamo la nostra posizione: ogni attentato alla vita della piccola creatura che la madre porta in grembo è una grave violazione della legge naturale e della volontà di Dio, che nessuna legge umana potrà mai legittimare. Non intendiamo fare crociate ma nemmeno ammettiamo che altri le facciano. Noi pure, come cittadini e come cristiani, rivendichiamo il diritto di difendere ed esporre il nostro pensiero”.

Le donne esposte alla diossina si trovano tra notizie e informazioni contraddittorie, private della possibilità di autodeterminazione perché con gli occhi puntati addosso.

Alla fine le donne che scelsero di abortire in Italia (molte altre scelsero di andare all’estero per sfuggire alla pressione) furono 35 e i feti e il materiale embrionale furono inviati all’Istituto di Patologia dell’Università di Lubecca, affinché fossero sottoposti ad analisi embriologiche e morfologiche. 
I risultati delle indagini, pur non segnalando malformazioni visibili, non escludevano la possibilità di mutazioni fetali come effetto del contatto con la diossina, anche se segnalavano che per conoscere i danni al cervello fosse troppo presto. 
Altre donne scelsero invece di portare avanti la gravidanza dando alla luce 76 bambini/e sani/e.
Uno dei risultati di questa pressione fu che molte famiglie di origine veneta o meridionale, che avevano dovuto ricorrere all’aborto terapeutico, ritornarono a vivere nelle regioni di provenienza, proprio per sfuggire allo stigma che le aveva colpite per aver scelto di abortire, stigma aggravato anche dalla sovraesposizione mediatica.
Anche le sorelline Alice e Stefania Senno, il cui volto deturpato dalla cloracne fu immortalato da decine di fotografie e divenne il simbolo della tragedia di Seveso, lasciarono la Brianza insieme alla loro famiglia, per tornare in Veneto.
In questo scenario sono utilissime le riflessioni di Laura Conti (a cui non a caso è intitolata la sede di Legambiente di Seveso).

Laura Conti
Partigiana, comunista, medico, ambientalista, all’epoca Conti è consigliera regionale per il PCI e si batte in prima fila per ottenere giustizia per gli e le abitanti delle zone contaminate.
Proprio lei osserva come la relazione della commissione medica non consideri “l’attentato della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice, e non una persona che ha lei stessa una salute da salvaguardare; implicitamente imponeva l’immagine di una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma che ai rischi suoi propri rimane completamente indifferente. Era la conferma – da parte di scienziati! – del vecchio modello tradizionale che obbliga la donna in un ruolo di strumento, privo delle caratteristiche di ‘persona’”
Un sapere medico non neutro ma che impone una propria visione al dibattito pubblico e agli stessi soggetti coinvolti. 
Conti critica l’impianto stesso della possibilità di abortire concessa a queste donne, che le autorizza all’aborto terapeutico solo se contestualmente dichiarano che un ‘parto mostruoso’ può mettere in pericolo la loro salute psichica: “il dibattito ignora l’autodeterminazione, ma svela anche la contraddittorietà bioetica di questa stessa legge che, mentre non consente alla donna di abortire se il bambino che genererà è malato, lo permette invece se il pensiero di “generare un mostro” rischia di far impazzire la madre”.
La salute delle donne, quindi, non è rilevante di per sé, come soggetti esposti alla diossina, ma lo diventa solo in relazione al feto: per poter abortire bisogna dichiarare di essere a rischio della follia, spostando sulle gestanti il tarlo e allontanando l’immagine della diossina. 
Sono le donne a non essere in grado di farsi carico della malformazione, quindi, a essere oggetto di stigma, e non l’Icmesa che ha prodotto la contaminazione.

Conti lo sottolinea in maniera molto chiara analizzando il diverso trattamento ricevuto dagli aborti spontanei causati dalla diossina: “non il minimo di collera si sollevava negli ambienti clericali contro l’Icmesa per l’eventualità che l’inquinamento avesse provocato […] aborti ‘spontanei’, mentre il furore arrivava a un vero e proprio linciaggio morale nei confronti di [chi] […] aveva proposto che alle donne fosse riconosciuto il diritto di ‘libera determinazione’ […]. Quanto dire che provocare aborti per produrre e vendere triclorofenolo veniva considerato legittimo, provocare aborti per andare incontro al desiderio delle donne di non generare bambini infelici veniva considerato orridamente peccaminoso”.

Il rischio dell’autodeterminazione delle donne viene ritenuto più grave dello stesso inquinamento e delle modalità di produzione che lo hanno reso possibile e, inoltre, concentrarsi solo sull’aborto mette in ombra ogni altro tentativo di interrogarsi sulla salute e sulle possibilità di sostenere le persone colpite. 
Non solo, la paura di legittimare gli aborti, spinse una parte della comunità a una negazione generalizzata: “negò tutto. Negò che ci fosse diossina. Negò che la diossina fosse uscita dal reattore Icmesa. Negò che la diossina fosse tossica. Spinse la negazione (aiutata in questo dai comportamenti incoerenti e contraddittori della Regione, oltre che dall’irresponsabile campagna minimizzatrice svolta dagli scienziati democristiani) fino a contestare la necessità della bonifica o delle misure di salvaguardia”, ancora una volta facendo ricadere sulle sole donne la colpa dell’aborto.

La stessa Conti osserva, a questo punto, che “forse è un paradosso, ma il solo fatto di aver affrontato il problema dell’aborto per le donne delle zone inquinate, il solo fatto di aver ottenuto a Seveso l’aborto terapeutico, si è risolto in un danno, perché tutta la questione diossina si è ridotta al quesito: le donne, le facciamo abortire o no? È diventato un problema delle donne, quello della diossina, che invece riguarda tutta la popolazione”.

I corpi delle donne sono diventati, letteralmente, l’unico terreno di bonifica e il luogo dello scontro: un’attenzione morbosa verso i feti e i/le futuri/e neonati/e, mentre poco o nulla veniva fatto per i corpi vivi presenti.

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Laura Conti non si occupò solo della sofferta vicenda delle interruzioni di gravidanza ma fu, fin dall'inizio, in prima linea cercando il rapporto diretto con chi stava vivendo il dramma delle aree contaminate.
Chiedeva una Scienza seria ed esigente ma aperta alla partecipazione delle vittime del disastro e fu precorritrice del pensiero critico sullo sviluppo industriale ed economico illimitato.
Raccontò quegli anni del disastro diossina dell'ICMESA in due scritti: il reportage Visto da Seveso e il romanzo Una lepre con la faccia di bambina.
 
Continua.
 
Puntate pubblicate in precedenza:
 
 
 
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA