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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)

sabato 11 luglio 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SETTIMA: IL GIALLO DEI 41 FUSTI CONTENENTI MATERIALE TOSSICO E NOCIVO

Un ulteriore approfondimento di Sinistra e Ambiente di Meda nel ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Dopo la rimozione delle sostanze chimiche nocive ancora presenti nell'ICMESA si apre l'oscuro capitolo del destino dei 41, poi 42 fusti contenenti materiale altamente contaminato estratto dai reattori A101 e A110 e dalla fabbrica ICMESA.
L'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda continua analizzando documenti e testi in suo possesso o ritrovati per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

L'ORIGINE DEI 41 FUSTI DI MATERIALE CONTAMINATO
Nelle fasi d'intervento
per smantellare la fabbrica dell'ICMESA e smontare l'impianto di produzione del Triclorofenolo
serviva svuotare il reattore e rimuovere le sostanze tossiche rimaste al suo interno e quelle ancora presenti nello stabilimento medese.
Come abbiamo illustrato nella precedente puntata, nel luglio del 1981, i tecnici asportarono dal reattore A101 la massa chimica ormai solidificata e altamente tossica e dall'A110 i residui liquidi e le morchie ugualmente tossiche.
Il materiale estratto, fluidificato o raschiato dalle pareti interne venne sigillato in 41 fusti metallici speciali, rivestiti internamente per resistere alla corrosione e impedire qualsiasi fuoriuscita.
Nei fusti non finì solo la miscela, ma anche i fanghi di lavaggio del reattore stesso e gli strumenti contaminati usati per raschiarlo.

I CONTORNI AMBIGUI E OSCURI DELLA GESTIONE DEI 41 FUSTI
La multinazionale svizzera Hoffman-La Roche controllante della Givaudan, proprietaria dell' ICMESA, aveva affidato l'operazione di trasporto e stoccaggio dei fusti alla filiale italiana della società tedesca, Mannesmann, che a sua volta aveva subappaltato il trasporto a intermediari francesi.

I 41 fusti presso l'ICMESA di Meda

L'11 settembre 1982, i 41 fusti vennero caricati su un camion per essere portati fuori dall'Italia e smaltiti.
Furono scortati dalla polizia e dal Commissario dell'Ufficio Speciale Luigi Noè fino al confine con la Francia, a Ventimiglia.
I 41 fusti passano la frontiera con il documento di transito europeo “T2“, con un contenuto dichiarato di: "Derivati alogenati degli idrocarburi aromatici, scarti di lavorazione industriale contaminati da TCDD e TCF". 
La merce aveva un valore quantificato in un milione di lire ma era assicurata per cinque miliardi. 
Sul modulo era specificata la provenienza da Meda ma non la destinazione e dopo aver raggiunto il posto di frontiera, Noè con i poliziotti di scorta rientrò a Milano.
La gestione del trasporto era stata affidata dalla Mannesman Italia ad un terzo soggetto, la francese Spedildec che aveva un solo socio, Bernard Paringaux, un ex parà la cui ditta era in ottimi rapporti e aveva l’esclusiva con l'EDF, equivalente francese dell’Enel per gestire l’olio dei trasformatori, contenente i Policlorobifenili (PCB), sostanze cangerogene simili alle diossine. 
Bernard Paringaux aveva un deposito in affitto a Saint-Quentin, a due passi dal Belgio, da cui transitavano rifiuti da mezza Europa.
I fusti dell'ICMESA lì sostarono e ripartirono per poi scomparire nel nulla per oltre sette mesi.
Il 9 marzo 1983, la Mannesmann scriveva a Zurigo: "i residui sono stati loculati in un impianto estero controllato e autorizzato".

DOVE MAI ERANO FINITI I 41 FUSTI ?
Allertate da numerosi articoli della stampa svizzera e francese e dei media che si occuparono di questa scomparsa, le autorità di Marsiglia aprirono un’inchiesta e convocarono Paringaux, che però si rifiutò di dire dove fosse finito il carico tossico e per questo venne arrestato.

L'arresto di Bernard Paringaux
Le ipotesi si susseguono: discariche francesi, cave d’argilla dell'allora DDR o Germania Est e della Repubblica Federale Tedesca o Germania Ovest , altri luoghi nei Paesi socialisti o Nato.
Paringaux, in carcere, non parlò rimanendo fedele al contratto e alla cospicua cifra a lui versata (1 miliardo di lire) dalla Mannesman.
La Germania Est smentì di aver ricevuto tale materiale nella cava di Schoenberg definita "non idonea" e la Germania Ovest inoltrò una protesta al nostro ambasciatore, per "aver fatto circolare i rifiuti fuori dalle direttive che impongono di dichiarare la destinazione".
Tuttavia Noè rilasciò una dichiarazione sibillina dando ad intendere quale potesse essere stata la meta dei fusti : "Non potevamo dichiararla – disse  – perché questo era l’accordo con chi gestisce la cava dove sono stati sotterrati i barili. Cava che si trova in un Paese europeo, che non vuol dire necessariamente nella Cee". 
Anche un' altra fonte proveniente sempre dall'Ufficio Speciale, anni dopo, fece filtrare la Romania come destinazione finale segreta ma che "il clamore fece saltare tutto"

IL RITROVAMENTO IN FRANCIA

I fusti vennero infine ritrovati il 19 maggio del 1983 su segnalazione di un macellaio in pensione, all'interno di un ex mattatoio abbandonato nel villaggio di Anguilcourt-le-Sart, nel nord della Francia.
A portarceli, si saprà poi, fu Jean Michel Quignon, giovane collaboratore di Paringaux, che poi sarà indagato ma che al pari di Paringaux tornerà libero.
Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica europea, la Hoffman-La Roche si riprese i fusti che, fotografati, finirono sulle copertine di riviste e giornali.
La multinazionale svizzera e le autorità non misero minimamente in dubbio l’autenticità del carico, seppur privo di segni che lo qualificavano. 
Alcuni dettagli non sfuggirono però ad osservatori attenti: quei cilindri di metallo avevano un colore ocra e una grafia di numerazione differente da quella dei fusti blu filmati durante le operazioni di chiusura presso l'ICMESA.
Il loro diametro era passato da 56,5 centimetri a 60 centimetri e con un peso di 20 quintali in più rispetto agli originali.
Vi era stato un infustamento di sicurezza aggiuntivo ? Erano gli stessi fusti partiti dall'ICMESA di Meda ?
Per questo l’Unione dei Progressisti svizzeri chiese al governo cantonale "di verificare se i fusti siano quelli giusti e perché siano stati ridipinti e rinumerati".
Un quesito che non ottenne risposta così come non vi fu spiegazione ufficiale sulle discrepanze.

I fusti vennero infine trasferiti a Basilea (Svizzera) e dopo due anni di test chimici sul contenuto e polemiche, fra il 17 e il 21 giugno 1985 vennero inceneriti in un forno speciale ad alta temperatura (1200 °C)  per rifiuti industriali della Ciba-Geigy.
Il 21 giugno 1985 le autorità elvetiche comunicarono ufficialmente di aver concluso l´incenerimento di tutte le scorie, comprese quelle di un 42° e ultimo fusto che era rimasto, dimenticato, a Seveso.

Questa vicenda, avrebbe meritato totale trasparenza sia da parte dell'Ufficio Speciale per Seveso sia da parte della Givaudan-Hoffman-La Roche e anche dalle autorità Svizzere coinvolte. 
Una trasparenza che, a distanza di decenni non c'è ancora stata, una vicenda che all'oggi non ha ancora avuto i necessari elementi per essere definitivamente chiarita.
 
Continua.
 
Puntate pubblicate in precedenza:
 
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA

domenica 5 luglio 2026

A MEDA CON L'INIZIATIVA DI "INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE" S'É PARLATO DEL DISASTRO DIOSSINA DELL'ICMESA DI 50 ANNI FA

É stata una serata partecipata quella del 4 -7-026 a Meda, organizzata da INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE in occasione dell'ormai prossima data del 10 luglio, 50° anniversario del Disastro Diossina dell'ICMESA.
Sala Civica gremita con cittadini e cittadine attenti e una serie di interventi incentrati su uno degli aspetti poco trattati in questi momenti di celebrazioni ufficiali: LE COLPEVOLI SCELTE DELL'ICMESA-GIVAUDAN-HOFFMAN- LA ROCHE e il ruolo dei lavoratori, del Sindacato e di chi seppe e volle diffondere un SAPERE e una CONOSCENZA su quel dramma che colpì le popolazioni del territorio contaminato dalla Diossina TCDD.
INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE, sigla che coinvolge gruppi ambientalisti, associazioni e singoli individui che hanno già operato unitariamente a Seveso con i programmi di INSIEME PER IL BOSCO, hanno deciso di portare anche a Meda che fu sede della cosiddetta "fabbrica dei profumi", una serie di eventi cui l'amministrazione, guidata da Luca Santambrogio, ha concesso il patrocinio. 

L'intervento del Sindaco Luca Santambrogio
Dopo l'introduzione alla serata da parte di Beatrice Oleari di FARE, di Gemma Beretta e Maurizio Zilio del Circolo Laura Conti di Legambiente Seveso, il Sindaco Luca Santambrogio ha portato i suoi saluti e l'apprezzamento per queste iniziative che sanno ricostruire la Storia e la Memoria arricchendole di informazioni che non tutti conoscono.

Alberto Colombo
Alberto Colombo, attivista e ambientalista medese, ha illustrato la situazione del pesante inquinamento in Brianza negli anni della presenza dei grandi impianti chimici della SNIA, dell'ACNA e dell'ICMESA.
Un' ICMESA che con l'avvio della produzione di Triclorofenolo ignorò, nell'impiantistica del reattore, l'istallazione di dispositivi di sicurezza automatici  e di un serbatoio di contenimento per bloccare fughe indesiderate di gas e fluidi. 
Questa scelta scellerata si sommò alla modifica del processo produttivo ottenuta con la riduzione della quantità dei solventi nel ciclo di reazione.
Furono azioni consapevolmente attuate per risparmiare sui costi e sui tempi e aumentare produttività e profitto.
Divennero le concause di ciò che non fu un "incidente" ma un DISASTRO COLPEVOLE che il territorio subì.
Fu proprio grazie al SAPERE OPERAIO e alla ricostruzione del ciclo produttivo fatto da tecnici e addetti alla produzione del "Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale" dell'allora Montedison di Castellanza, poi divenuto Centro per la Salute Giulio A. Maccacaro, della Rivista SAPERE e del Comitato Tecnico Scientifico Popolare che queste conoscenze e queste informazioni furono diffuse e condivise anche con la cittadinanza creando le basi della Consapevolezza durante i difficili anni e le drammatiche e complicate vicende che seguirono il fatidico 10 luglio 1976.

Marco Caldiroli di Medicina Democratica
Marco Caldiroli di Medicina Democratica, ha ampliato lo sguardo su altri disastri causati da una chimica irrispettosa dell'umano e dell'ambiente e ha parlato delle potenzialità di questo "Sapere Operaio" che fu protagonista e interlocutore con le istituzioni, supportando le comunità locali, ispiratore delle attività di Medicina Democratica nel campo della salute nei luoghi di lavoro, del controllo dell'impiantistica e di una sicurezza che non più delegata ma che doveva e deve essere frutto del confronto anche con la conoscenza operaia della filiera produttiva.

Amedeo Argiuolo, Mattia Lento e Gemma Beretta
Mattia Lento giornalista della testata AREA, media d'informazione del Sindacato svizzero UNIA, da sempre molto attento alle vicende del nostro territorio e sulle criticità indotte dall'Autostrada Pedemontana Lombarda, ha attualizzato la vicenda ICMESA e la lotta operaia per la salute e i diritti mettendola in rapporto con la vertenza per l'ecologia e l'occupazione dell'acciaeria svizzera Stahl e con quanto in corso alla GKM di Campi Bisenzio dove i lavoratori intendono prendersi direttamente in carico il proprio destino.
Ha quindi dialogato con un appassionato Amedeo Argiulo già delegato del Consiglio di Fabbrica dell'ICMESA.
Amedeo ha raccontato l'agire del Consiglio di Fabbrica ICMESA sia per conquistare il diritto all'informazione sulle sostanze nocive presenti in azienda sia per l'operatività degli SMAL (Servizi di Medicina degli Ambienti di Lavoro), strutture pubbliche di prevenzione e tutela della salute create ad inizio anni '70 per iniziativa dei sindacati CGIL, CISL, UIL e primi strumenti per una svolta radicale nella medicina del lavoro.
Con gli SMAL si passò da un approccio assistenziale e di indennizzo monetario del rischio ad un'analisi attiva e partecipata dei rischi in fabbrica.
Fu il C.d.F che dopo la fuoriuscita della nube tossica, constatato l'atteggiamento minimizzante della direzione, proclamò il 16 luglio 1976 l'assemblea permanente interrompendo tutte le attività produttive dell'ICMESA cui seguì il 18 luglio l'ordinanza del sindaco di Meda che chiuse la fabbrica.
La struttara sindacale aziendale dell'ICMESA partecipò a tutte le assemblee territoriali e fu parte attiva del Comitato Scientifico Popolare.

Manuel Perrone
Manuel Perrone, autore e regista, ha proposto i contenuti vocali del suo Podcast "Cristo si è fermato a Seveso" e fatto un interessante excursus sul significato e il valore della Memoria che deve scuotere le coscienze ponendoci dinanzi alle ingiustizie di un sistema squilibrato e votato al profitto anche laddove a farne le spese sono le collettività.

Elena Colombo e Rossana Verderio
Importante il contributo di Elena Colombo e di Rossana Verderio, due giovani rispettivamente di Meda e Seveso, che hanno deciso di dedicare alcuni loro studi e il loro tempo per approfondire condizioni, aspetti e accadimenti del Disastro Diossina dell'ICMESA e del Bosco delle Querce di Seveso e Meda.
Elena Colombo ha già collaborato con "Insieme per il Bosco" e al suo lavoro sugli animali morti per la diossina è stato dedicato un incontro il 10-6-2024 al Centro Visite del Bosco delle Querce.
Ultimamente ha prodotto un Podcast "Radici di Seveso - abitare il disastro".
Rossana Verderio ha invece completato la sua Tesi di Laurea avente a tema l'attività svolta dal Comitato Tecnico Scientifico Popolare. 
Serata partecipata
Non sono mancati i richiami all'attualità, sulla contraddizione di una commemorazione del 50° anniversario che mette al centro e ha come scenografia il Bosco delle Querce, polmone verde frutto di ingegneria ambientale e segno di vita fortemente voluto dalla popolazione in alternativa al forno inceneritore che Regione Lombardia voleva realizzare per bruciare i materiali contaminati dalla diossina
Una commemorazione che però esclude dalla narrazione le mutilazioni che l'Autostrada Pedemontana Lombarda infliggerà al Bosco privandolo di 2 ettari, di 3200 alberi e di una porzione dell'area di ampliamento. 
 
Relatori ed organizzatori

martedì 30 giugno 2026

IL FANTASTICO MONDO DI PEDEMONTANA, UNA SINDACA CUI GLI AMBIENTALISTI "FANNO VENIRE L'ORTICARIA" E IL SOLITO NOTO DEL WWF CHE SCRIVE DI "ECOTERRORISMO" E SI ALLINEA ALL'ESTERNAZIONE DELLA SINDACA

La lettera di Legambiente Seveso Circolo Laura Conti di Seveso e da Sinistra e Ambiente di Meda con successiva sottoscrizione anche di Seveso Futura e di singoli cittadini al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che sarà a Seveso al Bosco delle Querce il 10 luglio in occasione del 50° anniversario del disastro ICMESA, ha irritato alcuni soggetti avendo evidentemente toccato nervi scoperti.

LE FAVOLE RACCONTATE DA PEDEMONTANA

La soc. Autostrada Pedemontana Lombarda (APL) ha pensato bene di comunicare la sua opinione in merito con una nota inviata ai media i cui contenuti scontati illustrano un'autostrada che sarà, a detta degli scriventi, utilissima e rispettosa dell'Ambiente.
La nota di Pedemontana dove "è tutto a posto" e "l'ambiente è rispettato"
É la solita narrazione (ne avevamo scritto anche su: LA FAVOLA DELLA PEDEMONTANA "GREEN" E SOSTENIBILE) che ora accusa di allarmismo chi ha scritto a Mattarella e chi da tempo lavora seriamente in un coordinamento che si è prima opposto alla realizzazione dell'inutile autostrada e ora con i lavori avviati cercando di contenerne l'impatto pesantissimo.

La soc Autostrada Pedemontana Lombarda cerca così di veicolare il messaggio che l'infrastruttura è "green", è indispensabile ed è conveniente e utile per il territorio che attraverserà, che non v'è alcun danno e che per quanto riguarda il Bosco delle Querce di Seveso e Meda lo sbancamento con disboscamento di 3200 alberi sarà "soft" perchè secondo la favola di Pedemontana si tratterà per la maggior parte di "piccoli arbusti, siepi e vegetazione spontanea", dato non reale perchè sul posto dove lo sbancamento penetrerà da Meda a Seveso per 15 e 20 mt vi sono invece alberi adulti il cui taglio ci priverà di un ecoservizio che le piantumazioni di alberi giovani potranno dare (se sopravviveranno) similarmente solo tra 20 anni e più anni.

Anche sull'ampliamento del Bosco delle Querce chiesto da tempo dagli ambientalisti di Seveso e Meda, Pedemontana scrive di una Compensazione Ambientale definita "massiccia" con "creazione di una nuova, vastissima porzione di bosco situata a est della sede autostradale di ben 4,7 ettari di nuovo verde" TACENDO però VOLUTAMENTE sul fatto che l'area originale di ampliamento ad est verrà mutilata di una porzione significativa per la realizzazione di una vasca di laminazione, di due rotonde e della viabilità di servizio all'autostrada.
Questo comporterà NUOVO CONSUMO DI SUOLO e il saldo finale per il territorio sarà quindi NEGATIVO e non "ampiamente positivo" secondo il racconto surreale di Pedemontana.
Oltretutto l'ampliamento dichiarato da Pedemontana risulta in riduzione rispetto a quello prospettato nello studio del PIM presentato il 6-10-2025 in sede di commissione Territorio del Comune di Seveso.

La successiva disassociazione dalla responsabilità del disastro, conseguente alla realizzazione dell'autostrada è invece l’apoteosi dello scaricabarile in termini comunicativi. 
Le due cose hanno in comune la precisa logica sistemica di sfruttamento dell’ambiente e sacrificio di un territorio.

LA SINDACA CHE NON SOPPORTA GLI AMBIENTALISTI
In sequenza, anche la sindaca di Seveso Alessia Borroni sulla stampa non ha perso l'occasione per attaccare gli ambientalisti che evidentemente hanno saputo spostare l'attenzione da una mononarrazione edulcorata ad una invece rispettosa sia della Memoria del passato sia della trasposizione al presente.

Un presente che nella lettera a Mattarella include anche l'illustrazione della proposta e della necessità di costituzione del Parco Regionale Fluviale e Territoriale del Seveso comprendente anche il Bosco delle Querce per dare un futuro ad un nuovo Parco con aree residue da conservare e da naturalizzare.
Passaggio indigesto per la sindaca sevesina che nel suo sproloquiare su "qualcuno che ha bisogno di spazio per mettere una poltrona bella comoda" non ha nemmeno compreso che nella proposta di inclusione del Bosco delle Querce che è già Parco Naturale Regionale in un più ampio ambito di protezione, Seveso non perderebbe ne la titolarità  gestionale ne i fondi di Regione Lombardia ad essa dedicati.
Non si ferma la sindaca Borroni e rincara: "La capacità di strumentalizzazione degli ambientalisti di sinistra è folle". 
"Mi fanno venire l'orticaria" e "Sono arrivati persino a disturbare il Presidente della Repubblica " ha saputo solo profferire, come se il rapporto con il Presidente fosse una sua esclusività.
Tristezza nel constatare il livello di totale inadeguatezza rispetto al ruolo ricoperto. 

C'É ANCHE LUI
Abbiamo raggiunto il fondo ?
Non ancora poichè anche l'ex delegato WWF Lombardia, ora WWF Insubria ma non è nemmeno noto a che titolo abbia scritto, s'è sentito in dovere di dimostrare che esiste e probabilmente per accereditarsi nel rapporto con le istituzioni ha lanciato sui social la sua solita squallida campagna per tentare di screditare il lavoro continuo e preparato degli ambientalisti di Seveso e Meda
Lo ha fatto affibbiando insultanti etichette di "Specializzati nell'antagonismo, usurpatori dell'ambientalismo, sventolatori di bandiere logore, "masaniello" agli obiettivi degli avversari..." e visto che si argomenta di pseudoambientalisti ha scelto di allinearsi in toto con l'esternazione della sindaca Borroni.
In precedenza, qualche giorno prima, aveva rilanciato la nota di Pedemontana utilizzandola per riferirsi alle affermazioni degli ambientalisti contenute nella lettera a Mattarella e qualificate come "affermazioni ecoterroristiche infondate e "ignoranti" che "consentono facili repliche agli sciocchi "al lupo, al lupo" e si diventa " sponsor" involontari (si spera) della credibilita' di chi di chi afferma che Pedemontana porta sviluppo al territorio... 

Purtroppo per lui, gli ambientalisti locali non rifiutano l'interlocuzione con le istituzioni ne tantomeno un rapporto di confronto laddove se ne creano le condizioni e hanno più volte dimostrato di saperlo fare con più Enti e Comuni.
Chi cerca di denigrarci usa un metodo scorretto, privo di argomentazioni fondate e avente il solo obiettivo di qualificare se stesso  agli occhi di Pedemontana e di qualche amministrazione come unico soggetto su cui fare affidamento.
Del resto lo aveva già fatto autocandidandosi in totale solitudine quale "supervisore" della bonifica senza aver MAI ricevuto alcun mandato di rappresentatività da parte dei gruppi ambientalisti che immediatamente ne presero le distanze.

Vedi:  

BONIFICA DA DIOSSINA: SERVE FARE CHIAREZZA SU CHI S'É AUTOPROPOSTO "SUPERVISORE" ED É ALLA DISPERATA RICERCA DI RAPPRESENTATIVITÀ

 

PEDEMONTANA: L'AGIRE INCONDIVISIBILE DEL DELEGATO DEL WWF REGIONALE CHE HA GENERATO MOLTE CRITICHE

 

e anche:

 

A PROPOSITO DEL RUOLO DEL DELEGATO WWF LOMBARDIA AL TAVOLO PERMANENTE SUI LAVORI DI BONIFICA DA DIOSSINA

Insomma, con il caldo da cambiamento e crisi climatica non ci siamo fatti mancare nulla 


sabato 27 giugno 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SESTA PUNTATA: LA BONIFICA E LE SUE CRITICITÀ, LE DUE VASCHE DI CONTENIMENTO

Prosegue il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda che ricostruisce gli anni drammatici del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Dopo la battaglia della popolazione che s'è opposta al forno inceneritore, Regione Lombardia rivede la sua posizione e decide di far partire la Bonifica optando per uno stoccaggio in sicurezza e in loco del materiale contaminato. 
La Bonifica inizia ma con molte criticità, errori e anche approssimazione.
Anche questa puntata è frutto del lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda basato su documenti e testi in suo possesso o ritrovati con l'obiettivo di restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

I PRIMI ESPERIMENTI PER LA BONIFICA
1976: Tecnici Givaudan irrorano con sostanza oleosa manufatti e vegetazione per fissarvi le molecole di diossina lì presenti. Foto tratta dall'archivio de Il Giorno
Alla Givaudan, proprietaria e responsabile del disastro diossina, venne consentito in alcuni lotti della zona A, di svolgere attività sperimentali.
Scopo dell'attività sperimentale era quella di evitare la diffusione e il trasporto del tossico nel territorio fissando le molecole della diossina TCDD presenti sui vegetali e nel suolo con l'utilizzo di un'emulsione a base oleosa e lasciandole esposte alla luce solare diurna verificarne la loro fotodegradazione a mezzo della componente ultravioletta.
Alcune prove in laboratorio avevano dato esiti incoraggianti mostrando come gli ultravioletti riducessero le concentrazioni di diossina.
Sul campo la situazione risultò differente poichè l'emulsione oleosa non avrebbe mai potuto penetrare alle profondità necessarie nel suolo dove nel frattempo era scesa la TCDD.
Si tentò comunque di applicare l'emulsione di fissaggio sulle foglie ma ben presto anche queste furono dilavate dalle piogge e dai temporali e con l'acqua trasportò il tossico nel Seveso tant'è che la TCDD fu trovata nei fanchi del depuratore di Varedo e anche a Niguarda dove il Seveso straripò.

Un'altra ipotesi d'intervento venne avanzata dall'ENI che propose di passare sui suoli contaminati bruciandoli direttamente in loco e utilizzando allo scopo dei dispositivi mobili alimentati ad idrogeno montati su degli automezzi che avrebbero portato ad una combustione di 1200 gradi il terreno.
L'intervento considerava la diossina TCDD concentrata nei primi 10 cm di terreno. 
Il progetto venne fortunatamente abbandonato per le scarse garanzie di successo che offriva nel poter effettivamente distruggere la diossina TCDD e per il pericolo che la combustione secondaria innescata potesse trasformare il Triclorofenolo, anch'esso depositatosi sul terreno, in altra diossina TCDD.
Al termine di queste sommarie sperimentazioni, nel settembre del 1976 Regione Lombardia decise di orientarsi verso un metodo più radicale: la decorticazione del terreno inquinato.
Come raccontato nella puntata precedente, non era più percorribile per le proteste degli abitanti e i rilievi tecnici negativi la combustione dei materiali contaminati in un forno inceneritore da costruire a Seveso.
Ci si orientò così per uno stoccaggio in loco in impianti non accessibili e con elevati standard di sicurezza. 
In attesa di quella che sarà la progettazione e la realizzazione delle 2 vasche di contenimento di Meda e Seveso, nel frattempo, il materiale venne temporaneamente raccolto in una serie di SILOS di cui 11 posizionati a Desio, 11 a Cesano Maderno e 13 a Seveso.
Uno dei silos di raccolta e stoccaggio temporaneo
LA BONIFICA NELLA ZONA A
Nell'area a più alta contaminazione, la zona A, fu effettuata una verifica iniziale per comprendere la profondità di penetrazione della diossina caduta sul terreno confrontando tra di loro le analisi chimiche effettuate in periodi temporali differenti dal 1976 al 1980.
Si accertò che il 95% della diossina depositata dalla ricaduta della nube fuoriuscita dall'ICMESA era rimasta nei primi 25-30 cm di terreno.
Nel 1976 non esisteva un  valore di soglia oltre il quale un'area poteva definirsi contaminata con conseguente obbligo di bonifica e Regione Lombardia decise di fissare a 5 µg/m2 il valore di diossina nel suolo da raggiungere per l'avvenuta bonifica.
La zona A venne così suddivisa in fasce a secondo del livello di contaminazione, definendo la modalità d'intervento per ogni fascia.
Nella prima fascia erano comprese le superfici con inquinamento superiore a 200 µg/m2, ove vennero effettuati 3 interventi di asportazione del terreno o scarifiche successive, con profondità di circa 30 cm ciascuno fino ad arrivare a 90 cm. 
La seconda fascia comprendeva le superfici con inquinamento compreso tra 50 e 200 µg/m2 e lì si operò con 2 scarifiche.
Nella terza fascia erano comprese le superfici con inquinamento inferiore a 50 µg/m2 e venne attuata una sola scarifica.
Dopo una serie di interventi di defoliazione e taglio degli alberi, tutti gli edifici presenti nelle subaree da A1 a A5 furono abbattuti mentre per le subaree A6-A7-A8 dove si trovavano 90 edifici, si provvide alla bonifica degli stessi e delle pertinenze con lo scopo di far rientrare i cittadini sfollati. 
Le subzone A6, A7 e A8 furono sottoposte a parziale scarifica solo laddove la concentrazione di diossina era superiore ai 15 µg/m2.
Per queste due subzone c'era l'interesse a completare quanto prima gli interventi di bonifica poichè quì risiedeva circa il 67% della popolazione evacuata e vi era volontà e necessità di garantire il loro rientro.
L'estensione delle subzone A6, A7 era di circa 32 ettari con una distanza minima dall’ICMESA di 1200 metri e con un valore medio della TCDD nel suolo di circa 270 μg/m2.
Abbattimento di un edificio in zona A
Anche qui venne rimosso, anche se in volumi minori la superficie del suolo inquinato da TCDD per raggiungere concentrazioni comprese entro i limiti tollerabili.
Non si trattò dunque di una rimozione totale e completa proprio perchè si scelse il mantenimento degli edifici e delle pertinenze.
Gli interni e gli esterni degli edifici vennero controllati con analisi chimiche sul materiale di scrostatura dei muri e sullo strato superiore di terreno e dovevano rientrare nei limiti stabiliti da Regione Lombardia che erano fissati a 0,01 μg/m2 per i muri interni e 0,75 μg/m2 per i muri esterni.
Le analisi furono circa 700 su 87 edifici e giardini dentro le subzone da restituire all'abitabilità. 
Al termine delle operazioni di recupero delle abitazioni tutti i livelli di TCDD risultarono sotto i limiti tollerabili definiti da Regione Lombardia. 
Sulle aree agricole o negli allevamenti di animali durante e dopo la bonifica furono effettuati prelievi di strati superiori di terreno in 56 siti selezionati. 
In caso di risultati sotto la soglia stabilita da Regione Lombardia, le operazioni di pulizia si ritenevano terminate e le autorità sanitarie autorizzavano il reingresso della popolazione evacuata. 
Tuttavia la distribuzione disomogenea della TCDD nel terreno e sulle superfici interne ed esterne delle costruzioni (da <0,01 fino a qualche μg/m2) rese necessaria l’adozione di uno specifico approccio statistico che valutasse in maniera efficace la validità delle operazioni.
 
TUTTO BENE DUNQUE ? NON PROPRIO SE CONSIDERIAMO LA METODOLOGIA DI BONIFICA DEGLI EDIFICI 
Gli interventi furono affidati alla Givaudan con proprio personale di coordinamento e supervisione.
Per bonificare o meglio "pulire" le costruzioni vennero usati detersivi biodegradabili, scope, spugne, guanti di gomma, strofinacci, acqua e sapone.
A tali operazioni assistevano sempre più increduli, gli abitanti e i giornalisti.
In un esposto alla magistratura di un lavoratore della POLISH, azienda incaricata dalla Givaudan per gli interventi di bonifica e ripristino degli edifici, corredata da molte immagini fotografiche, di cui riportiamo ampi stralci, appare evidente l'inadeguatezza e il pressapochismo dei metodi utilizzati.
Quanto descritto era stato visto quotidianamente dalla cittadinanza e aveva suscitato enormi perplessità. 
Il lavoro di pulizia delle case contaminate si svolgeva in due turni di lavoro di quattro ore ciascuno: dalle 8 alle 12 e dalle 12 alle 16.
I lavoratori accedevano nella "stazione filtro", dove ricevevano gli indumenti da indossare nella zona contaminata. I dispositivi individuali a protezione dalla diossina consistevano di:
- un paio di stivali di gomma
- una tuta in carta plastificata con cappuccio
- un paio di guanti in gomma morbida di uso casalingo
- un paio di guanti in gomma dura da lavoro
- una maschera in gomma marca Pirelli
- un paio di occhiali in plastica 
Le acque di risulta dei lavaggi degli interni, anzichè essere versate in luoghi di raccolta dello scarico venivano rovesciate direttamente nelle tazze dei W.C. e nelle vasche da bagno delle stesse abitazioni da bonificare.
Quelle dei lavaggi esterni dove le pareti venivano spruzzate con acqua compressa attinta dai rubinetti stessi delle abitazioni da decontaminare venivano invece scaricate nei tombini e quindi nelle fognature. 
La diossina fu poi trovata nei fanghi del depuratore di Varedo sia a causa del trasporto del Certesa, affluente del Seveso sia per gli sversamenti di acque di lavaggio contaminate in fogna.
In seguito, si cambiò metodo. 
L'acqua sporca usata per il lavaggio, veniva raccolta in bidoni di plastica e versata all'esterno in una vasca di cemento con pompa e galleggiante. Quando l'acqua raggiungeva un certo livello, la pompa entrava automaticarnente in funzione e la sospingeva in un tubo il cui percorso terminava in un campo, nei pressi della stazione filtro, dove, per il tramite di una girandola per irrigazioni, veniva spruzzata sul campo medesimo. 
E' opportuno precisare che nel medesimo collettore confluivano gli scarichi delle docce e dei lavandini della stazione filtro, dove gli addetti si lavavano al rientro dal lavoro nella zona contaminata.
Gli aspirapolvere impiegati nella bonifica erano di due tipi: uno piccolo per gli appartamenti e uno grande per solai, cantine e box. 
Il modello piccolo raccoglieva la polvere in un sacchetto di carta che, spesso, durante la sostituzione si rompeva con fuoriuscita di polvere ed evidentemente di diossina. 
Per svuotare il modello più grande, occorreva infilare un sacco di plastica alla sua estremità e capovolgerlo affinchè il contenuto cadesse nel sacco.
Questa operazione comportava normalmente lo sprigionarsi di nubi di polvere che investivano gli addetti ai lavori. 
Mentre il controllo sulla bonifica degli stivali degli addetti era rigoroso, nulla si faceva per i guanti, anch'essi prevedibilmente inquinatit per il contatto con le suppellettili contaminate.
L'ordine era infatti di infilarli negli stivali.
Solo in un secordo tempo vennero installati nei locali di bonifica degli stivali alcuni lavandini che però rimasero inutilizzabili perchè non provvisti d'acqua.
Per i guanti in lana, forniti in un secondo tempo agli operai, per ovviare al freddo dell'inverno, si dispose additittura che gli stessi li portassero a casa per evitare possibili sottrazioni.

I tecnici della Givaudan stabilivano la distruzione di quelle suppellettili che potevano aver assorbito la diossina.
Nessuno controllava che la decisione venisse eseguita e in alcuni è casi è capitato che diverse suppellettilli destinate alla distruzione, siano rimaste nelle case bonificate.
Ai proprietari delle abitazioni da bonificare della zona A che assistevano alle operazioni di pulizia o, come è avvenuto in alcuni casi, vi partecipavano, veniva fornita.la tuta che era normalmente indossata sopra gli abiti civili, lasciandoli così esposti al pericolo di contaminazione da diossina.
La riconsegna dell'equipaggiamento, protettivo, avveniva poi nello stanzone della stazione filtro, dove si spogliavano gli operai per fare la doccia, esponendo pertanto questi ultimi al pericolo di contaminazione.
Anche rispetto all'uso degli autocarri per il trasporto del terreno decorticato venne osservato e fatto notare che per diverso tempo essi viaggiavano senza limite di velocità ed a pieno carico, sia entro la zona A che al suo contorno. 
Questo determinava la perdita di terreno inquinato anche in zone non delimitate dai reticolati e quindi con libero accesso della popolazione e la formazione di polvere inquinata, trasportata dal vento anche in zone estranee alla mappa di inquinamento. 
Solo successivamente venne disposto di istituire un limite di velocità per questi automezzi.

NELLA ZONA B UNA BONIFICA SOFT
La Bonifica nella zona B iniziò nel 1977 ma fu decisamente differente rispetto alla tipologia degli interventi attuati nella zona A.
Solo poche aree, quelle con livello di diossina superiore ai 15 µg/m2, furono scarificate con asporto dello strato superficiale del terreno mentre alcuni edifici sottoposti a bonifica, lavaggio e recupero. 
Sui suoli di pertinenza alle abitazioni venne posizionata terra pulita e nelle zone di interesse agricolo, si intervenne sostanzialmente con un'aratura che riportò in superficie e a contatto con la luce solare la Diossina TCDD, rimettendola però anche in circolo a causa del pulviscolo sollevato. 
Questa azione ridusse, nei primi 7 cm di terreno, la concentrazione di TCDD. 
L'aratura venne affettuata per tutto il 1977 e anche per alcuni anni successivi. 
La diluizione si accompagnò con il lento processo di degradazione della molecola di TCDD per via fotochimica quando le molecole presenti nello strato intermedio venivano riportate in superficie.
L’aratura venne applicata anche al recupero delle superfici ad uso agricolo.
 
SVUOTAMENTO DEL REATTORE E RIMOZIONE DELLE SOSTANZE TOSSICHE ALL'ICMESA
Il problema dello svuotamento dei reattori A101 e A110 e dello smaltimento delle scorie tossiche presenti in essi e nello stabilimento ICMESA si presentò di difficile soluzione. 
Nell'interno del Reattore A101 dell'ICMESA era rimasta una miscela di sostanzr tossiche pari a circa 2/3 della sua carica originaria, comprensiva di un'alta concentrazione di diossina TCDD.
Sulla metodologia da seguire si intrecciò un dibattito sia a livello scientifico sia giuridico.
Il dibattito ritardò l'intervento sia per l'accesso all'impianto, sottoposto a sequestro giudiziario sia per l'avvio della progettazione per lo smantellamento.
Tra i vari progetti presentati la Commissione Tecnico Scientifica Governativa scelse quello dell'Ente Nazionale Energia Atomica (ENEA). 
 
Il Reattore venne svuotato nel luglio del 1981 attraverso un'operazione ad alto rischio, condotta in condizioni di isolamento totale e massima sicurezza del reparto B.
Il reparto fu mantenuto in costante depressione atmosferica per impedire a qualunque particella di gas o polvere di diossina di sfuggire verso l'esterno qualora si fossero verificate perdite durante i lavori.
Gli operatori indossavano invece tute speciali ermetiche in pressione e scafandri ventilati dotati di respiratori autonomi a circuito chiuso.
Il personale addetto era stato precedentemente formato ed era suddiviso in 6 squadre di due uomini ciascuna.
Ogni squadra era costituita da un operatore chimico con esperienza di produzione e un operatore meccanico con esperienza d'officina.
Il turno era di 2 ore con presenza di altri 2 operatori presenti nella stazione filtro per il pronto intervento in caso di anomalie.
Il compressore e i flltri erano presidiati da altri 2 operatori e v'era la presenza di un/una infermiere/a professionale per gestire eventuali malori e rilevare i parametri sanitari degli addetti in contatto con il Servizio Medicina del Lavoro dell'ospedale di Desio. 
Due tecnici in loco coordinavano poi tutte le operazioni
Gli interventi più difficoltosi furono quelli di frantumazione del contenuto del reattore ormai cristallizzato e quelli di raccolta e sollevamento del materiale.
Per accellerare i lavori si decise di aprire la calotta superiore del reattore, in acciaio inossidabile e di 12 mm di spessore, procedendo poi al completo svuotamento e allo stoccaggio del materiale in appositi fusti in acciaio con prelievo e analisi chimica del contenuto di ogni fusto.
Il Reattore A101, una volta svuotato venne smontato e annegato in un sargofago di cemento tombato nella vasca di Seveso.
Più semplice fu rimuovere il contenuto dell'acidificatore A110 dove si attuò un prelievo con pompe delle acque sature  di TCF e TCDD e lo svuotamento delle morchie di fondo raccolte in un secchio predisposto sotto il reattore stesso. 
Il Reattore A101 del Reparto B dell'ICMESA svuotato, smontato e pronto per essere immerso in un sarcofago di cemento
Poco tempo dopo, tra il 1982 e il 1984, incominciò la demolizione della fabbrica le cui macerie furono confinate nelle vasche.
L'abbattimento dei capannoni, dei reparti e degli edifici dell'ICMESA
Dell'insediamento medese rimase solo il muro perimetrale su cui, nel 2007, è stato posto un Pannello di ricostruzione storica.
Diverso e travagliato destino ebbero le sostanze chimiche rimosse e sigillate in 41 fusti, che diedero origine al "mistero dei 41 fusti" di cui ci occuperemo prossimamente.

LE VASCHE DI CONTENIMENTO DI MEDA E SEVESO
L´ipotesi di conservare sul posto i residui della bonifica portò a individuare due aree di stoccaggio definitivo: la prima nel Comune di Meda, immediatamente a Nord della via Vignazzola, tra il torrente Certosa e lo svincolo della superstrada e la seconda, più grande, nel Comune di Seveso a nord del cimitero.

Si effettuarono verifiche sull´idoneità dei siti attraverso indagini geologiche e geotecniche, idrologiche e idrogeologiche.
Dopo questi studi preliminari, vennero predisposti i progetti esecutivi e le vasche furono realizzate tra il 1982 e il 1984.
Per la messa in sicurezza del materiale contaminato, venne adottato un sistema di quattro barriere successive tra l´inquinante e l´ambiente esterno, simile a quello messo a punto per lo stoccaggio di materiali radioattivi.
La prima barriera era di tipo naturale, e a base di argilla con cui la diossina si legava con un forte legame chimico-fisico. 
La seconda barriera consisteva nel collocare in periferia i terreni a più basso tenore di diossina, in grado quindi di assorbire ulteriori quantità di contaminante provenienti dal nucleo centrale, grazie al suddetto legame chimico-fisico.
La terza e quarta barriera erano costituite dalle vere e proprie strutture fisiche per il confinamento di base, che isola le vasche dal terreno circostante.
Tutta la massa dei rifiuti venne avvolta da un foglio, saldato, di polietilene ad alta densità, con lo spessore di 2,5 mm (terza barriera) con a seguire uno strato intermedio di materiale drenante.
Infine l´ultima barriera è costituita da un conglomerato di inerti compattato avente spessore complessivo di circa 20 cm.
La copertura isolante in polietilene saldato
Per il confinamento superiore, che isola le vasche rispetto agli agenti atmosferici, a riempimento ultimato fu stesa una seconda membrana di polietilene, sulla quale fu riportato uno strato di terra mista di cava e su questo una caldana rigida di calcestruzzo, a protezione dell´intera struttura da danneggiamenti e manomissioni. 
La copertura fu completata con 70 cm di terra di coltura.
Le vasche furono realizzate con pendenze convergenti verso un unico pozzo di drenaggio, costituito da un tubo in calcestruzzo forato, riempito con materiale granulare. 
La cameretta d'ispezione è accessibile dall´argine esterno tramite un cunicolo e in sua prossimità convergono con reti separate sia i percolati provenienti dall´interno della vasca sia le acque eventualmente raccolte dal drenaggio tra i due manti impermeabilizzanti. 
I liquidi drenati inizialmente sarebbero stati accumulati provvisoriamente nel pozzetto di raccolta alla base di ciascuna vasca e successivamente inviati, mediante una pompa e un tubo di mandata, ad un bacino di accumulo a cielo aperto, con la capacità di 500 m3 , in prossimità della vasca di Seveso. 
In adiacenza al bacino di accumulo, venne realizzato un impianto di trattamento.
Il percolato, in presenza di diossina, sarebbe stato ripompato subito nella vasca di Seveso e in caso contrario, dopo il trattamento, immesso nel vicino torrente Certosa.
Questo sistema fu presto abbandonato e si opto per la rimozione fisica periodica del percolato tramite aspirazione e successivo invio agli impianti di trattamento previo classificazione dello stesso a mezzo di analisi chimiche.
Negli anni, sono stati anche adottati complessi sistemi di monitoraggio degli assestamenti degli argini di entrambe le vasche e dell´integrità della geomembrana di polietilene. 
Una speciale rete di controllo topografico consente di verificare eventuali cedimenti differenziali della fondazioni delle vasche.
La rete di controllo geolettrico, istallata nel 1986 sulla sola vasca di Seveso, fu una delle prime applicazioni in Italia di una tecnologia d´avanguardia per la verifica della tenuta delle membrane di polietilene, attraverso la misura delle caratteristiche di isolamento elettrico del materiale circostante.
Successivamente fu realizzata una rete di controllo idraulico, costituita da una serie piezometri e programmato il controllo analitico periodico delle caratteristiche chimiche dei percolati.
Il controllo chimico sul percolato e il suo invio agli impianti era fino al 2021 gestito dal Comune di Seveso e ciò consentiva anche un monitoraggio con accesso agli atti da parte dei gruppi consiliari e degli ambientalisti.
Una scelta incondivisibile dell'allora sindaco Allievi ha passato l'intera gestione delle vasche a Regione Lombardia.
La vasca di Meda ha una capacità totale di 80.000 m3 mentre quella di Seveso di 200.000 m3 .
I depositi nelle vasche sono composti da terreno scarificato, materiale di scasso delle strade, macerie di edifici civili, materiale di demolizione e reattore dell'Icmesa, fanghi, legname, vegetazione e detriti vari.

Continua.
 
Puntate pubblicate in precedenza:
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA

giovedì 25 giugno 2026

INIZIATIVE A MEDA PER IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA DELL'ICMESA

In occasione del 50° anniversario del Disastro diossina dell'ICMESA, che non fu in "incidente" ma un Disastro Colpevole, una serie di soggetti già partecipanti alle attività di "INSIEME PER IL BOSCO" che con il coordinamento dell'associazione FARE hanno dato vita ad un corposo numero di iniziative tenutesi presso il Bosco delle Querce di Seveso e Meda e al suo Centro Visite, hanno deciso di proporre anche al Comune di Meda un ciclo di eventi per la Memoria di quel che accadde 50 anni fa.

Il calendario è stato apprezzato dall'amministrazione medese che ha dato il suo patrocinio agli incontri e agli approfondimenti pubblici che inizieranno il 4 luglio 2026 e proseguiranno dopo l'estate.

Ecco le proposte dove evidentemente le date degli incontri ancora in preparazione potrebbero essere modificate. 

50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA DELL’ICMESA

Iniziative a Meda

- SAPERE OPERAIO E NOCIVITÀ: IL CASO ICMESA. 
Incontro con l’ambientalista Alberto Colombo che racconta del disastro colpevole della Diossina dell’ICMESA, con Mattia Lento, giornalista, in dialogo con  Amedeo Argiuolo già delegato sindacale del Consiglio di Fabbrica dell’ICMESA.
Marco Caldiroli di Medicina Democratica parlerà dei cicli produttivi e l’artista Manuel Perrone, autore del Podcast Cristo si è fermato a Seveso tratterà su Cosa fare della memoria.
Sabato 4 luglio 2026 ore 21 alla Sala Civica Radio del vicolo Comunale a Meda.

IL DISASTRO DELLA DIOSSINA DEL 1976: LE RICERCHE E GLI EFFETTI SULLA SALUTE. 
Incontro di approfondimento sulle ricerche effettuate in ambito epidemiologico, interviene Dario Consonni, epidemiologo in collaborazione con Medicina Democratica. Altri relatori da definire. 
Data prevista Giovedì 24 settembre 2026.

ICMESA DI MEDA E ENICHEM DI MANFREDONIA: LE RISPOSTE DEI TERRITORI AL DISASTRO AMBIENTALE.
Un gemellaggio tra Meda e Manfredonia anticipato dalla ricostruzione dello storico Bruno Ziglioli che ce ne parla in dialogo con la giovane storica Lorenza Moretti e con Rosa Porcu del Movimento Cittadino donne di Manfredonia. 
Nel settembre 1976 quello che accadde a Manfredonia a causa della ENICHEM fu poco narrato e visto anche per la rilevanza nazionale e internazionale che ebbe il disastro ICMESA. 
Parliamo dei due eventi mettendoli in relazione anche per cominciare a narrare la vera storia del bacino della chimica, ossia quella che fu la verde Brianza. 
Data prevista: Giovedì 1 ottobre 2026.

Una parte delle iniziative qui proposte sono state già riconosciute meritevoli di Patrocinio oneroso da parte della Fondazione della Comunità di Monza e Brianza su un progetto presentato dal Circolo Legambiente Laura Conti di Seveso.
 
Iniziative promosse dal Gruppo di lavoro
Insieme per la Memoria e il Futuro del Bosco delle Querce di Seveso e Meda 

ora anche con il Patrocinio del Comune di Meda.