Una nuova puntata sul disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Una puntata che è parte dell'impegno e del lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda basato su documenti e testi in suo possesso per ricostruire gli eventi affinchè si rinnovi, senza annacquarla, la Memoria di un disastro colpevole che ha segnato la collettività.
LA PRIMA DEFINIZIONE DELLE AREE PIÙ CONTAMINATE,
LA DECISIONE DI EVACUARE LA POPOLAZIONE, L'ARRIVO DEI MILITARI.
Il
23 luglio 1976, dopo una riunione a Lugano, sulla base dei risultati
delle analisi chimiche per definire le concentrazioni e la tipologia dei contaminanti ricaduti sul
territorio circostante la fabbrica ICMESA e tenendo in considerazione
anche i rapporti relativi ad altri incidenti avvenuti precedentemente in
Inghilterra e in Germania, (ne abbiamo scritto
qui)
i responsabili dell'Icmesa, d'accordo con il Dottor Vaterlaus,
responsabile dei laboratori di ricerca Givaudan, presentarono
all'ufficiale sanitario le loro conclusioni e raccomandazioni, e, anche
in questo caso, CERCARONO DI MINIMIZZARE scrivendo di
quantità di
esposizione inferiore a quelle di altri incidenti e di sintomi clinici
moderati sempre rispetto a quelli di altri incidenti.Suggerirono
comunque, per evitare contatti con le sostanze tossiche fuoriuscite e
favorire la decontaminazione, di procedere con l'evacuazione temporanea
della zona interessata assicurando un rigoroso controllo per evitare il
consumo di prodotti vegetali e mantenendo un programma di sorveglianza
sanitaria.
Il 24 luglio, quattordici giorni dopo la fuoriuscita della nube tossica, la verifica incrociata delle analisi chimiche effettuate dalle strutture sanitarie italiane con quelle dei laboratori Givaudan, confermò una alta concentrazione di Diossina TCDD in un'area dalla fabbrica verso sud con una superficie di circa 15 ettari e una profondità di circa 750 metri.
Sempre il 24 luglio con due rispettive ordinanze, i comuni di Seveso e Meda imposero, entro il successivo lunedì 26 luglio, l'evacuazione degli abitanti rientranti in quella che venne classificata come "zona A", la più contaminata e con un'estensione iniziale di circa 15 ettari, poi espansa a più riprese.
I sindaci di Seveso Francesco Rocca e di Meda Fabrizio Malgrati vietarono altresì di asportare dalle abitazioni arredamenti e oggetti di qualsiasi genere e di portare con sé animali da cortile alla cui alimentazione avrebbe provveduto il personale degli uffici veterinari.
Oltre ad evacuare la popolazione, si decise di recintare la zona e vietarne l´accesso.
Il 26 luglio 1976 per delimitare e isolare la Zona A, arrivò l'Esercito.
I militari, inizialmente senza particolari dispositivi di protezione individuale, stesero il filo spinato posizionando i cavalli di frisia per sbarrare l'accesso alle strade.
Rimasero anche a presidiare stabilmente e a sorvegliare con ronde armate per evitare che le persone evacuate tentassero di rientrare o che materiali contaminati venissero trafugati.
L'EVACUAZIONE DEI RESIDENTI

La prima evacuazione coinvolse 213 persone (176 di Seveso e 37 di Meda) che vennero alloggiate nell'allora residence Leonardo da Vinci di Bruzzano e al motel Agip di Assago.
L´Amministrazione Comunale versò ad ogni capo-famiglia la somma di L. 100.000 e L. 50.000 per ogni familiare a carico.
La Regione diede loro dei buoni benzina per andare al lavoro e un'assicurazione contro i furti per le case abbandonate.
L'Icmesa mise a disposizione 100 milioni di lire "
per alleviare i disagi della popolazione"
Nell'immediato, per l'aggravarsi della situazione, il Comune di Seveso evacuò altre 19 persone, di cui 3 bambini, inviati presso la colonia medico-psico-pedagogica di Cannobbio.
Dopo il primo nucleo si rese subito necessario provvedere ad un'ulteriore evacuazione di 114 famiglie, corrispondenti a 398 persone, di cui 86 bambini poichè i risultati di altre analisi chimiche avevano ampliato la Zona "A", la cui profondità fu portata a circa 1600 metri.
A questo primo ampliamento ne seguì un altro con un aumento della profondità a 2200 metri e conseguente altra evacuazione.
Complessivamente furono allontanate
736 persone (676 di Seveso e 60 di Meda) per un totale di 204 famiglie e la zona evacuata e recintata interessò una superficie di 108 ettari, con uno sviluppo perimetrale di 6 chilometri.
Tra gli sfollati, soltanto quelli delle sub-zone A6 e A7, pari al 67% del totale, poterono tornare alle loro abitazioni alla fine del 1977 mentre 41 famiglie pari a circa 200 persone delle sub-zone da A1 ad A5, non tornarono nelle loro case d'origine perchè queste vennero abbattute e le abitazioni ricostruite altrove negli anni seguenti.
Rispetto alla effettiva localizzazione dei luoghi dove si erano depositati i composti tossici e alle aree sgomberate, venne deciso di applicare un criterio "ponderato" poichè si scelse di evacuare solo i nuclei a più elevato rischio, optando per il mantenimento in loco della popolazione dove l'inquinamento risultava inferiore a quello registrato nella zona A, esponendola comunque al rischio di entrare in contatto con la diossina.
Addirittura l'intero nucleo delle "case Fanfani" a Seveso, sulla linea di demarcazione della zona A, non venne evacuato.
Una azienda agricola, 37 imprese
artigiane, 10 esercizi commerciali e 3 industrie furono costrette a
sospendere l´attività per un totale di 252 addetti.
LA MAPPATURA DELLE AREE CONTAMINATESulla base degli effetti tossici iniziali, della direzione prevalente del vento e delle analisi chimiche preliminari, nell'immediatezza e nei mesi successivi alla fuoriuscita degli inquinanti fu definita una prima mappa del territorio dove sì erano depositate le sostanze tossiche, suddividendo l'area colpita in tre zone, A, B, R, con grado di contaminazione del suolo decrescente.
I comuni che risultarono ricadere nella mappatura furono Meda, Seveso, Cesano Maderno, Bovisio Masciago e Desio, ma quello che subì gli effetti più gravi fu, senza alcun dubbio, Seveso.
Le analisi chimiche allora effettuate applicarono la metodologia di campionatura con l'estrazione di una "carota" di 7x7 cm di terreno, riportandone la concentrazione di diossina misurata a valori espressi in µg (microgrammi) su m2 (metro quadro) - µg/m2.
La misurazione del deposito sullo strato superficiale del terreno si modificherà nel corso del tempo con lo sprofondamento del tossico laddove risulterà protetto dalla degradazione per effetto della luce, fattore rilevato nelle campagne del 1976, 1977 e 1979 salvo poi a volte riapparire in superficie per i ribaltamenti del terreno causati da arature programmate.

Nella zona A, suddivisa in sottozone A1, A2, A3, A4, A5, A6, A7 e inizialmente anche con A8 a est della superstrada Milano-Meda, poi entrata a far parte della zona B, i valori di contaminazione andavano da un minimo di 17,09 µg/m2 fino ad un massimo di 1227,91 µg/m2.
Le sub-zone A6 e A7 furono successivamente declassate e aggregate alla "zona B".
Nella zona B le concentrazioni di diossina avevano valori tra un minimo di 5 µg/m2 e un massimo di 50 µg/m2.
La zona R registrava valori da un minimo di 0,75 µg/m2 e un massimo di 5 µg/m2.
I confini tra zona A e B erano fissati al limite dei 50 µg/m2 e tra B ed R al limite dei 5 µg/m2.
All'interno della zona B erano comunque presenti punti con valori più alti e disomogenei, assimilabili ad alcuni trovati nella zona A così per la zona R v'erano risultati analitici sparsi prossimi ai valori riscontrati nella zona B.
I LIMITI DELLA MAPPATURA
La rigidità con cui vennero mappate le zone contaminate si scontrò con delle evidenze macroscopiche che costituirono degli ostacoli per i gestori dell'emergenza su cui vennero attuate scelte dubbie o non condivisibili.
Di un'area densamente popolata di Seveso cui non fu applicata lo stesso approcio cautelativo dell'evacuazione abbiamo già scritto.
Anche l'attuale superstrada Milano-Meda pressochè al centro della mappatura della contaminazione e allocata tra la zona A, la zona B e la R, per evidenti fattori economici e di collegamento non venne chiusa, diventando un asse di trasporto della diossina, movimentata dal passaggio degli automezzi.
Solo un blando avviso evidenziava la precauzione di tenere i finestrini chiusi a chi lì transitava.