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La Meda e la Brianza che amiamo e che vogliamo tutelare

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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)

martedì 5 maggio 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA QUARTA: L'EVACUAZIONE DEI RESIDENTI, L'ARRIVO DEI MILITARI, LA MAPPATURA DELLE ZONE CONTAMINATE.

Una nuova puntata sul disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Una puntata che è parte dell'impegno e del lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda basato su documenti e testi in suo possesso per ricostruire gli eventi affinchè si rinnovi, senza annacquarla, la Memoria di un disastro colpevole che ha segnato la collettività.

LA PRIMA DEFINIZIONE DELLE AREE PIÙ CONTAMINATE,  
LA DECISIONE DI EVACUARE LA POPOLAZIONE, L'ARRIVO DEI MILITARI.
Il 23 luglio 1976, dopo una riunione a Lugano, sulla base dei risultati delle analisi chimiche per definire le concentrazioni e la tipologia dei contaminanti ricaduti sul territorio circostante la fabbrica ICMESA e tenendo in considerazione anche i rapporti relativi ad altri incidenti avvenuti precedentemente in Inghilterra e in Germania, (ne abbiamo scritto qui) i responsabili dell'Icmesa, d'accordo con il Dottor Vaterlaus, responsabile dei laboratori di ricerca Givaudan, presentarono all'ufficiale sanitario le loro conclusioni e raccomandazioni, e, anche in questo caso, CERCARONO DI MINIMIZZARE scrivendo di quantità di esposizione inferiore a quelle di altri incidenti e di sintomi clinici moderati sempre rispetto a quelli di altri incidenti.
Suggerirono comunque, per evitare contatti con le sostanze tossiche fuoriuscite e favorire la decontaminazione, di procedere con l'evacuazione temporanea della zona interessata assicurando un rigoroso controllo per evitare il consumo di prodotti vegetali e mantenendo un programma di sorveglianza sanitaria.
Il 24 luglio, quattordici giorni dopo la fuoriuscita della nube tossica, la verifica incrociata delle analisi chimiche effettuate dalle strutture sanitarie italiane con quelle dei laboratori Givaudan, confermò una alta concentrazione di Diossina TCDD in un'area dalla fabbrica verso sud con una superficie di circa 15 ettari e una profondità di circa 750 metri. 
Sempre il 24 luglio con due rispettive ordinanze, i comuni di Seveso e Meda imposero, entro il successivo lunedì 26 luglio, l'evacuazione degli abitanti rientranti in quella che venne classificata come "zona A", la più contaminata e con un'estensione iniziale di circa 15 ettari, poi espansa a più riprese
I sindaci Rocca e Malgrati vietarono altresì di asportare dalle abitazioni arredamenti e oggetti di qualsiasi genere e di portare con sé animali da cortile alla cui alimentazione avrebbe provveduto il personale degli uffici veterinari.
Oltre ad evacuare la popolazione, si decise di recintare la zona e vietarne l´accesso. 
Il 26 luglio 1976 per delimitare e isolare la Zona A, arrivò l'Esercito.
I militari, inizialmente senza particolari dispositivi di protezione individuale, stesero il filo spinato posizionando i cavalli di frisia per sbarrare l'accesso alle strade. 
Rimasero anche a presidiare stabilmente e a sorvegliare con ronde armate per evitare che le persone evacuate tentassero di rientrare o che materiali contaminati venissero trafugati.

L'EVACUAZIONE DEI RESIDENTI
La prima evacuazione coinvolse 213 persone (176 di Seveso e 37 di Meda) che vennero alloggiate nell'allora residence Leonardo da Vinci di Bruzzano e al motel Agip di Assago.
L´Amministrazione Comunale versò ad ogni capo-famiglia la somma di L. 100.000 e di L. 50.000 per ogni familiare a carico.
La Regione diede loro dei buoni benzina per andare al lavoro e un'assicurazione contro i furti per le case abbandonate.
L'Icmesa mise a disposizione 100 milioni di lire "per alleviare i disagi della popolazione"
Nell'immediato, per l'aggravarsi della situazione, il Comune di Seveso evacuò altre 19 persone, di cui 3 bambini, inviati presso la colonia medico-psico-pedagogica di Cannobbio.
Dopo il primo nucleo si rese subito necessario provvedere ad un'ulteriore evacuazione di 114 famiglie, corrispondenti a 398 persone, di cui 86 bambini poichè i risultati di altre analisi chimiche avevano ampliato la Zona "A", la cui profondità fu portata a circa 1600 metri.
A questo primo ampliamento ne seguì un altro con un aumento della profondità a 2200 metri e conseguente altra evacuazione. 
Complessivamente furono allontanate 736 persone (676 di Seveso e 60 di Meda) per un totale di 204 famiglie e la zona evacuata e recintata interessò una superficie di 108 ettari, con uno sviluppo perimetrale di 6 chilometri. 
Tra gli sfollati, soltanto quelli delle sub-zone A6 e A7, pari al 67% del totale, poterono tornare alle loro abitazioni alla fine del 1977 mentre 41 famiglie pari a circa 200 persone delle sub-zone da A1 ad A5, non tornarono nelle loro case d'origine perchè queste vennero abbattute e le abitazioni ricostruite altrove negli anni seguenti.
Rispetto alla effettiva localizzazione dei luoghi dove si erano depositati i composti tossici, venne deciso di applicare un criterio "ponderato" poichè si scelse di evacuare solo i nuclei a più elevato rischio, optando per il mantenimento in loco della popolazione dove l'inquinamento risultava inferiore a quello registrato nella zona A, esponendola comunque al rischio di entrare in contatto con la diossina. 
Addirittura l'intero nucleo delle "case Fanfani" a Seveso, sulla linea di demarcazione della zona A, non venne evacuato.
Una azienda agricola, 37 imprese artigiane, 10 esercizi commerciali e 3 industrie furono costrette a sospendere l´attività per un totale di 252 addetti. 
 
LA MAPPATURA DELLE AREE CONTAMINATE
Sulla base degli effetti tossici iniziali e della direzione prevalente del vento e delle analisi chimiche preliminari nell'immediatezza e nei mesi successivi alla fuoriuscita degli inquinanti fu definita una prima mappa di contaminazione, suddividendo l'area colpita in tre zone, A, B, R, con grado di contaminazione del suolo decrescente.

I comuni che risultarono ricadere nella mappatura furono Meda, Seveso, Cesano Maderno, Bovisio Masciago e Desio, ma quello che subì gli effetti più gravi fu, senza alcun dubbio, Seveso.
Le analisi chimiche allora effettuate applicarono la metodologia di campionatura con l'estrazione di una "carota" di 7x7 cm di terreno, riportandone la concentrazione di diossina misurata a valori espressi in µg (microgrammi) su m2 (metro quadro) - µg/m2. 
La misurazione del deposito sullo strato superficiale del terreno si modificherà nel corso del tempo con lo sprofondamento del tossico laddove risulta protetto dalla degradazione per effetto della luce, fattore rilevato nelle campagne del 1976, 1977 e 1979 salvo poi a volte riapparire in superficie per i ribaltamenti del terreno causati da arature programmate. 

Nella zona A, suddivisa in sottozone A1, A2, A3, A4, A5, A6, A7 e inizialmente anche con A8 a est della superstrada Milano-Meda, poi entrata a far parte della zona B,  i valori di contaminazione andavano da un minimo di 17,09 µg/m2 fino ad un massimo di 1227,91 µg/m2.  
Le sub-zone A6 e A7 furono successivamente declassate e aggregate alla "zona B".
Nella zona B le concentrazioni di diossina avevano valori tra un minimo di 5 µg/m2 e un massimo di 50 µg/m2.
La zona R un minimo di 0,75 µg/m2 e un massimo di 5 µg/m2.
I confini tra zona A e B erano fissati al limite dei 50 µg/m2 e tra B ed R al limite dei 5 µg/m2.
All'interno della zona B erano comunque presenti punti con valori più alti e disomogenei, assimilabili ad alcuni trovati nella zona A così per la zona R v'erano risultati analitici sparsi prossimi ai valori riscontrati nella zona B.

I LIMITI DELLA MAPPATURA
La rigidità con cui vennero mappate le zone contaminate si scontra con delle evidenze macroscopiche che con ogni evidenza costituirono degli ostacolicon cui i gestori dell'emergenza si trovarono dinanzi.
Di un'area densamente popolata di Seveso cui non fu applicata lo stesso approcio cautelativo dell'evacuazione abbiamo già scritto.
Anche l'attuale superstrada Milano-Meda pressochè al centro della mappatura della contaminazione e allocata tra la zona A, la zona B e la R, per evidenti fattori economici e di collegamento non venne chiusa, diventando un asse di trasporto della diossina, movimentata dal passaggio degli automezzi.
Solo un blando avviso evidenziava la precauzione di tenere i finestrini chiusi a chi lì transitava.

LE MAPPE BIOLOGICHE
Uno degli elementi che non venne preso in adeguata considerazione fu quello dell'interpolazione delle mappe dove era possibile valutare sia il livello di contaminazione chimica sia la moria di animali nonchè i casi di cloracne/dermolesioni.
Gli indicatori biologici di esposizione al tossico, avrebbero dovuto essere correlati con le mappe chimiche al fine di individuare gruppi di popolazione omogenea per rischio e consentire ulteriori analisi chimiche d'approfondimento.

Continua.
 
Puntate pubblicate in precedenza:

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA.

martedì 28 aprile 2026

PEDEMONTANA: A MACHERIO L'AMMINISTRAZIONE AFFOSSA LA COMPENSAZIONE AMBIENTALE PL24 E DECIDE DI FRAMMENTARE GLI INTERVENTI

A Macherio, durante il Consiglio Comunale del 23-4-2026, l'amministrazione di Franco Redaelli ha comunicato e deciso di non dare seguito al Progetto Locale 24 di Compensazione Ambientale sull’area di Bareggia – via Edison nella configurazione proposta nel Masterplan 2009, apprestandosi a siglare con la soc. Autostrada Pedemontana Lombarda (APL) un Protocollo d'Intesa su una differente proposta progettuale.
A questa decisione s'è opposta la Lista Progetto Macherio. 
Con alcune giustificazioni, molte delle quali confutabili, l'amministrazione ha scelto di affossare il progetto costituito da un' unico intervento da cui, purtroppo e colpevolmente per non averne compreso la portata unitaria s'era già sfilato il comune di Lissone.

Sinistra e Ambiente-Impulsi, insieme con Legambiente Seveso, il Comitato per l'ampliamento del Parco Brianza Centrale e il coordinamento Osservatorio PTCP di MB avevano cercato di interloquire con il sindaco Redaelli  consigliandogli di valutare l'importanza e l'efficacia dell'impianto originario del PL24 per la sua unicità quale Compensazione di sistema su di un'area importante e chiedendogli altresì di non prendere decisioni affrettate e avventate in direzione differente, scegliendo comunque di utilizzare i fondi disponibili per le acquisizioni delle aree utili per concretizzare il PL24 e successive ulteriori ricerche di fondi per le azioni di ingegneria ambientale necessarie.
Purtroppo quel che temevamo si è avverato e Macherio ha scelto di trasferire la cifra accordata per la Compensazione Ambientale PL24 pari a 1,762 milioni di euro, spalmandola su ben 5 interventi frazionati, non contigui, sparsi sul suo territorio e con caratteristiche più da miglioria urbana che da creazione di spazi verdi ecosistemici.

Nella relazione tecnica, presentata dal Comune, sono stati identificate le 5 aree con le caratteristiche di massima degli interventi:
1. Belvedere - Parco regionale della Valle del Lambro con Riforestazione, orienteering e sicurezza stradale per ciclisti e pedoni
2. Area del Cimitero con rifacimento dei percorsi nelle zone soggette ad allagamento e di manutenzione straordinaria del bosco.
3. Parco di via Donizzetti con installazione sull’area sud di attrezzature per gli adolescenti.
4. Area della Chiesetta delle Torrette – Fraz. Bareggia con realizzazione di una piazza e un'area a verde in corrispondenza della Chiesetta
5. Via Milano con l’istituzione di un senso unico e la trasformazione della strada in un’area a proprietà pedonale, demolendo i marciapiedi esistenti e ricostruendo marciapiedi in calcestre.

Interventi lontani dall'obiettivo di costruire nuova naturalità di sistema.
Macherio, dopo iniziali incertezze, ha scelto la strada peggiore cioè quella di frammentare gli interventi sul suo territorio comunale su superfici scollegate. 
Questa scelta inficia lo scopo e l'obiettivo originale delle Compensazioni Ambientali per ricucire parzialmente un territorio devastato dall'autostrada Pedemontana Lombarda. 
Anche dinanzi al disastro conseguente alla realizzazione dell'infrastruttura, l'amministrazione ha scelto una logica d'intervento minimale che non consentirà di realizzare una progettazione ambientale compatta e significativa. 
Tristezza infinita nel verificare che alcune amministrazioni sono ben lontane dallo spendersi efficacemente per preservare il proprio territorio.
Al disastro causato dalla costruzione dell'infrastruttura  rischia di sommarsi ora il disastro di interventi snaturati rispetto agli originali obiettivi ambientali del condivisibile  Masterplan del 2009 che impostava un tentativo di ricucitura del territorio con interventi significativi e di qualità.

Sotto, la relazione con la localizzazione delle 5 compensazioni frammentate e distribuite sul territorio del Comune di Macherio. 

venerdì 24 aprile 2026

MEDA FA UN PASSO PER L'ADESIONE AL FUTURO PARCO REGIONALE DEL SEVESO DEL VILLORESI E DELLA BRIANZA CENTRALE (GIÀ GRUBRIA) INCLUDENDO ANCHE AREE PROPOSTE DA SINISTRA E AMBIENTE-IMPULSI

Da tempo il gruppo Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda chiedeva che le ultime aree libere rimaste nel quartire Polo - Meda Sud delimitate dalla via Po e dalla ferrovia Milano-Como-Chiasso venissero preservate e tutelate con il loro inserimento nel Parco Sovraccomunale Grugnotorto-Villoresi-Brianza Centrale (GruBria).
Lo avevamo fatto una prima volta nel  2014 con la giunta di Caimi e a seguire nel 2019 con l'amministrazione Santambrogio, ripropronendo successivamente la richiesta.
Ora, a distanza di anni, questa proposta comincia a muovere i primi passi poichè condivisa dal sindaco Luca Santambrogio e dalla sua maggioranza.
L'iniziativa di costituzione del nuovo Parco Regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale formato dal PLIS GruBria ed esteso ad altri Comuni può portare a compimento questa aspirazione.

Con l'atto d'indirizzo "Richiesta di istituzione e adesione al Parco Regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale" discusso e approvato a Meda nel Consiglio Comunale del 23-4-2026 con 14 voti favorevoli (maggioranza + PD e Cons. Proserpio a nome della Coalizione comprendente Sinistra e Ambiente-Impulsi) e un'astensione incomprensibile (Polo Civico), anche il Comune di Meda ha infatti deciso di promuovere e far parte di questo Parco Regionale identificando e proponendo l'inserimento di una serie di superfici libere che si sommeranno a quelle dell'attuale PLIS GruBria.

Oltre alle aree di Meda Sud da noi identificate, purtroppo in riduzione rispetto all'origine poichè nel frattempo vi sono state edificazioni, la cartografia include il Parco Beretta Molla, e l'area libera di via Tre Venezie-Carnia sempre a Meda Sud, l'alveo del torrente Certesa/Tarò, l'Ambito di Connessione Ecologica (ACE) della Valle dei Mulini dove sarà realizzata la Compensazione Ambientale (ora Misura Compensativa MC15) di Pedemontana, il pratone di via Trieste e quello di via Indipendenza, superfici quest'ultime da acquisire a mezzo perequazione e inserite, come da noi chiesto, anche nelle acquisizioni possibili utilizzando i fondi di Pedemontana definiti nella prescrizione 51 del CIPESS per la qualità ambientale.
Vengono inclusi anche gli Orti Condivisi di via Libertà con la porzione boscata che verrà ceduta dalla Movilbeton secondo l'intesa del piano attuativo e il Parco 75° CAI Meda Mario Terraneo in via Fermi/Cialdini, il sedime della progettata ciclabile Milano-Meda, peraltro probabilmente finanziata solo nella breve porzione medese e alcune superfici di arredo urbano lungo il suo tracciato 

Inserimenti di Meda nel Parco Regionale del Seveso, del Villoresi, della Brianza Centrale. Cliccare sopra per ingrandire

Come mostra la cartografia, si tratta di zone libere residue, alcune di piccole dimensioni, completamente inurbate e non contigue.
Fuori dalla parte collinare boscata costituita dalla Brughiera medese, per fortuna parte del Parco Regionale Groane-Brughiera, ben poco rimane libero dall'edificato e rarissimi sono i lembi di territorio scampati ad una urbanizzazione indiscriminata che ha coperto con cemento e asfalto quelli che un tempo erano campi e zone agricole.
Il territorio per il quale si avvierà l'iter costitutivo del Parco Regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale  comprenderà il PLIS GruBria che si estende su oltre 2.000 ettari nei Comuni di Paderno Dugnano, Bovisio Masciago, Cusano Milanino, Desio, Lissone, Muggiò, Nova Milanese, Seregno, Varedo e si amplierà con le superfici definite con l'ingresso di Meda, Cesano Maderno e Giussano e con l'inclusione di alcune aree spondali del fiume Seveso.

 
La configurazione complessiva sarà quella riportata nella specifica cartografia sotto riportata.
 
É ancora lungo il cammino da percorrere affinchè gli spazi liberi rimasti nella conurbazione della Brianza centrale possano assumere una configurazione ampia e pregiata con la rinascita e ricostruzione di piccoli e preziosi ecosistemi naturali e il fiume Seveso e i suoi affluenti siano gestiti e recuperati quali parti vive del territorio.
Il Bosco delle Querce di Seveso e Meda deve far parte di questo progetto, sia per il significato e la Memoria che ricopre sia perchè esempio di buon intervento d'ingegneria ambientale. 
Miope la scelta dell'amministrazione sevesina di Alessia Borroni di chiamarsi fuori, rivendicando una "proprietà gestionale" sul polmone verde che comunque nessuno avrebbe messo in discussione.
Noi, come Ambientalisti, continueremo ad occuparcene. 

martedì 7 aprile 2026

BONIFICA DA DIOSSINA E TELI STRAPPATI DALLE AREE SORGENTI: LA SINGOLARE RISPOSTA DI PEDEMONTANA

Preoccupati di una evidente situazione di degrado presente nei lotti dove è in atto la Bonifica da Diossina sulla tratta B2 di Pedemontana a Meda, Seveso e Cesano Maderno con il forte vento dell'ultima settimana di marzo che aveva strappato e spostato parecchi teli di copertura e protezione posti sul suolo scarificato dallo strato di terreno contaminato, i gruppi ambientalisti e le liste civiche presenti al Tavolo Permanente sulla Bonifica hanno scritto una nota di segnalazione chiedendo un rapido intervento di ripristino con il riposizionamento dei teli stessi onde evitare che le correnti d'aria possano trasportare e disperdere nell'ambiente circostante pulviscolo contenente diossina.

In molte celle delle aree sorgenti, a Meda come a Seveso e a Cesano Maderno, le analisi in contradditorio con ARPA hanno evidenziato che l'obiettivo di Bonifica non è ancora stato raggiunto e che si dovrà procedere con una ulteriore rimozione di terreno, rimasto con valori di concentrazione da Diossine oltre le soglie del D.L 152.
In altre celle delle aree sorgenti, il collaudo di Bonifica, attuato in contradditorio con ARPA, non è invece ancora stato completato poichè non sono ancora disponibili i risultati delle analisi chimiche dei laboratori di ARPA ma solo quelli DI PARTE.
Una situazione dunque complessa dove nei fatti la Bonifica non risulta conclusa, con molti collaudi non conformi e con risultati dell'agenzia regionale non ancora disponibili.

Ne abbiamo scritto puntualmente e con dettagli su:

5) ANCORA OPACITÀ E INGIUSTIFICABILI RITARDI DA PARTE DI PEDEMONTANA NELL'INFORMARE SULLA BONIFICA DA DIOSSINA 

4) BONIFICA DA DIOSSINA SULLA TRATTA B2 DI PEDEMONTANA: QUALCHE AGGIORNAMENTO

3) BONIFICA DA DIOSSINA: MENTRE ALTRE AREE SORGENTE NON RAGGIUNGONO L'OBIETTIVO DI COLLAUDO, PEDEMONTANA E PEDELOMBARDA NUOVA CONTINUANO AD ESSERE RETICENTI NELL' ESAUDIRE LE RICHIESTE DOCUMENTALI

2) PEDEMONTANA E BONIFICA DA DIOSSINA: MOLTE CELLE DELLE AREE SORGENTI NON RAGGIUNGONO L'OBIETTIVO DI CONFORMITÀ

1) BONIFICA DA DIOSSINA: I DATI DI ARPA NON CONVALIDANO 2 DEI PRIMI 3 COLLAUDI

Meglio sarebbe dunque assumere un principio cautelativo invece di rispondere semplificando e con contenuti minimizzanti e incongruenti come nel passaggio della comunicazione della soc. Autostrada Pedemontana Lombarda (APL) del 3-4-2026, corredata di foto per dimostrare un intervento di ripristino dei teli in atto.
Nella comunicazione (vedi sotto), riferendosi ai terreni scorticati rimasti scoperti si asserisce: "Non si tratta però di una situazione che possa mettere in allarme o avere impatti sulla sicurezza: gli spostamenti dei teli sono avvenuti su aree già bonificate, e stiamo attendendo i risultati del collaudo".
Pedemontana dà per avvenuta la bonifica salvo ammettere che si stanno attendendo i risultati delle analisi del collaudo da parte di ARPA, analisi che devono confermare o meno il raggiungimento dell'obiettivo di bonifica ma che ancora non ci sono.

Un'affermazione azzardata, incongruente e fuorviante. 

Per quanto riguarda le aree del Lotto 1 a Meda, con numerosi teli di protezione strappati o spostati, alla data in cui scriviamo e dalla documentazione in nostro possesso, sono disponibili solo i risultati delle analisi chimiche DI PARTE eseguite dalle aziende incaricate per gli interventi di bonifica.

Sulle aree sorgenti A1.1, A1.2, A1.3, A2.1, A2.2, A42 del lotto 1 di Meda, dopo le scarifiche, sono stati riscontrati due risultati DI PARTE pari a 130 ng/kg (area sorgente A1.1) e a 140 ng/kg (area sorgente A1.2). Valori non conformi al fissato limite industriale dell'obiettivo di bonifica pari a 100 ng/kg.

Sempre su Meda, le altre analisi DI PARTE nelle celle 25x25 mt delle sopracitate aree sorgente davano valori inferiori al limite dei 100 ng/kg ma con una presenza comunque significativa di diossina nel terreno con quantità da 10 ng/kg a 90 ng/kg.

Nei fatti il rischio di pulviscolo contaminato che il vento poteva e probabilmente ha sollevato non è quindi da escludere aprioristicamente.


 

sabato 28 marzo 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

Prosegue il lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda che basandosi su documenti e testi in suo possesso intende ricostruire gli eventi legati al disastro diossina dell'ICMESA di Meda (fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche).
Una ricostruzione affinchè si rinnovi, senza annacquarla, la Memoria di un disastro colpevole che ha segnato la collettività.
 
LA DINAMICA DEL DISASTRO
Sabato 10 luglio 1976, alle ore 12,37 un aumento della pressione interna del reattore A101, utilizzato per la produzione di  2,4,5-Triclorofenolo, causa il cedimento del disco di rottura, tarato a 3 atmosfere. 
Il disco di rottura è un dispositivo meccanico di sicurezza, installato per evitare che un aumento abnorme di pressione possa causare l'esplosione del reattore ma, nel caso dell'ICMESA, il suo intervento libera direttamente nell'ambiente tutti i composti chimici, nebulizzati o sotto forma di vapori, contenuti nell'impianto.
Il reattore A101 del reparto B dell'ICMESA
La sovrapressione venne causata da una reazione esotermica con un forte innalzamento della temperatura oltre i normali valori di esercizio (150 °C), innescando nel range tra 200°C e 500°C la generazione prevalente di quantità significative di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), composto tossico che risulterà presente nella nube e che contaminerà pesantemente il territorio.
L'assenza di dispositivi di controllo, allarme e intervento automatico fece si che le anomalie non fossero segnalate ne che in assenza di personale potessero agire automatismi di regolazione per riportare i parametri di temperatura e pressione ai corretti e sostenibili valori.
Inoltre, per la mancanza di un serbatoio di contenimento
(vedi 2a puntata sull'impiantistica insufficiente e obsoleta dell'ICMESA), la miscela di composti tossici finì totalmente in atmosfera e a causa del vento che in quel giorno e a quell'ora spirava verso sud/est, andò poi a ricadere e a depositarsi su ampie aree abitate dei Comuni limitrofi.
Formalmente il sabato, la produzione era ferma e nell'ultimo turno del venerdì che copriva anche le prime 6 ore della giornata di sabato, da prassi non si attendeva il completamento della reazione di sintesi ma questa veniva sospesa fermando l'agitatore della miscela e inibendo il suo raffreddamento.
Il contenuto di tetraclorobenzolo, etilenglicole e soda caustica rimasto veniva poi scaricato con ripresa delle fasi di produzione il lunedì della settimana entrante.
In fabbrica non erano presenti gli addetti al ciclo del triclorofenolo, smontati con l'ultimo turno, ma solo alcuni manutentori.
Risultò provvidenziale l'intervento di Carlo Galante, responsabile dei reparti E e F che abitando vicino alla fabbrica e udito lo scoppio del disco di rottura e il sibilio della fuoriuscita in pressione delle sostanze chimiche, raggiunse l'ICMESA, entrò con l'autorespiratore nel reparto B e aprì la valvola del raffreddamento azionando anche la pompa di spinta dell'acqua, interrompendo così la reazione esotermica ed evitando un disastro peggiore.
Nel 2024, Carlo Galante è stato insignito della Medaglia d'Argento al Valor Civile.

Oltre all'ufficialità degli accadimenti, una delle ipotesi circolate era che esistesse una "produzione parallela non dichiarata" dedicata alla sintesi chimica di triclorofenolo contenente un'alta e voluta percentuale di diossina per un prodotto ad esclusivo uso dell'esercito americano ad utilizzo bellico nei defolianti con cui venne irrorato il Vietnam durante il conflitto.
Questa ipotesi non ha però mai trovato solide evidenze.

LA SETTIMANA DEL SILENZIO E DELLE MINIMIZZAZIONI 
Dopo il 10 luglio 1976, inizia la settimana delle minimizzazioni e del silenzio da parte dei responsabili ICMESA,Givaudan,Hoffman-La Roche.
Solo il giorno successivo, 11 luglio 1976, due dirigenti dell'ICMESA, tra cui il responsabile di produzione Paolo Paoletti, si recano in visita dal sindaco di Seveso Francesco Rocca, riferendogli di un "generico incidente" avvenuto il giorno precedente all'interno di un reparto ma minimizzando sull'accaduto. Su invito di Rocca contattarono anche il Sindaco di Meda Fabrizio Malgrati.
Un atteggiamento elusivo che continuerà anche nei contenuti della lettera che l'ICMESA inviò il 12-7-1976 all'ufficiale sanitario supplente Dottor Uberti, che sostituiva il titolare, professor Ghetti, in ferie.
Una lettera che nemmeno accennava alla presenza possibile di diossina nei "vapori fuoriusciti" ma che si limitava ad illustrare "l'incidente" e ad avvisare di aver cautelativamente chiesto ai residenti, prossimi alla fabbrica, di non consumare i prodotti dei loro orti.
Eppure già il direttore tecnico della Givaudan, Jorg Sambeth, aveva ipotizzato che tra i composti fuoriusciti potesse esserci la diossina TCDD.
Nello stesso giorno, venne impedita all'ufficiale sanitario Uberti, l'entrata nel reparto B.
Il 14 luglio le analisi chimiche effettuate nel laboratorio della Givaudan su materiale prelevato dentro l'ICMESA e in sua prossimità, certificarono la presenza della pericolosissima Diossina TCDD ma i responsabili ICMESA e Givaudan evitarono di darne comunicazione alle autorità locali.
Il 15 luglio i sindaci di Seveso e Meda, consigliati dall'ufficiale sanitario locale emisero ordinanze con cui proibivano di toccare ortaggi, vegetazione, terreno e animali domestici e consigliavano l'adozione di una scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti.
Successivamente venne ordinato di non ingerire prodotti di origine animale provenienti dalla zona inquinata. 
Le prime notizie degli eventi apparvero sui giornali soltanto dopo sette giorni.
Il 18 luglio, il direttore del laboratorio chimico Provinciale di Milano prospettò ai responsabili della fabbrica di Meda la possibilità della presenza di diossina e la Givaudan rispose annunciando l'arrivo in Italia del direttore del suo laboratorio chimico.

Il Consiglio di Fabbrica dell'ICMESA in riunione
Anche dentro la fabbrica i dirigenti applicarono un atteggiamento di omertà nei confronti delle maestranze.
Lunedì 12 luglio, solo il reparto B dove ebbe origine il disastro era stato chiuso, peraltro senza nessuna informazione in merito all'accaduto.
Negli altri reparti l'attività proseguì per altri 5 giorni con la direzione che rifiutò sistematicamente di dare informazioni ai lavoratori e ai loro rappresentanti sindacali.
Il 14 luglio fu imposto agli operai di non portare indumenti di lavoro a casa e di fare la doccia prima uscire dalla fabbrica.
Insospettiti, lavoratori e sindacato entrano in stato di agitazione e non ricevendo le informazioni richieste, il 16 luglio si rifiutano di continuare a lavorare nello stabilimento ed entrano in sciopero e in assemblea permanente annunciando l'interruzione delle attività produttive.
Il 18 luglio, arrivò l'ordinanza del sindaco di Meda che chiuse l'ICMESA a scopo cautelativo.
Anche in questo frangente la direzione cercò di rassicurare le autorità sostenendo l'assenza di pericoli per lo svolgimento dell'attività lavorativa.
Solo il 19 luglio 1976, ICMESA e Givaudan comunicano ufficialmente la presenza di tetraclorodibenzo-para-diossina (TCDD) tra le sostanze fuoriuscite dal reattore A101, ammettendo la gravità della situazione.
Il 21 luglio anche le analisi chimiche svolte dal Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi lo confermano.
Ed erano trascorsi ben 11 giorni ........

LA MORIA DEGLI ANIMALI
Già il giorno 13 luglio negli orti delle abitazioni prossime alla fabbrica ICMESA si verificò un rinsecchimento vegetativo delle piante dovuto all'effetto diserbante del triclorofenolo e degli altri composti, venne notata la scomparsa di uccelli, spesso trovati morti al suolo e iniziò una moria dei primi animali domestici, cani, gatti, galline, conigli etc.
Questa moria si estenderà nei giorni successivi sul territorio di più Comuni.
Dal 18 luglio, le carcasse degli animali morti vennero raccolte ed incenerite in parte presso il forno dell'allora Macello di Milano.
Fu indubbiamente un errore pochè le basse temperature di lavoro di quel forno non garantirono la distruzione della diossina presente nelle carcasse. 

Bovini di un allevamento abbattuti e tumulati in un "deposito"

Successivamente si rese necessario anche abbattere gli animali di grossa taglia degli allevamenti presenti in zona (cavalli, mucche etc) per evitare che la diossina finisse nella catena alimentare.
Visto l'alto numero di animali abbattuti, si opto per tumulare le carcasse in due fosse scavate a Cesano Maderno e a Desio.
Un allevamento venne spostato in provincia di Brescia e di Pisa e il successivo monitoraggio non diede riscontri di animali compromessi.
Una stima effettuata a posteriori fissa in circa 3300 gli animali da cortile deceduti e in 76.000 i capi di bestiame degli allevamenti abbattuti.

LA CLORACNE
Il 14 luglio cominciarono a verificarsi i primi casi di intossicazione con infiammazioni cutanee e il giorno 16 luglio vengono effettuati i primi ricoveri presso l'ospedale di Mariano Comense e per i casi più gravi di Niguarda.
Si trattava dei primi 15 bambini colpiti dalla cloracne, una violenta dermatosi provocata dal cloro e dai suoi derivati, causata dall'avvenuto contatto con i composti chimici liberatisi in atmosfera o depositatisi al suolo.
I casi di cloracne raggiungeranno la massima intensità sia dal punto di vista quantitativo sia per la gravità dei casi tra il 20 e il 28 luglio 1976. 
Dal 23 luglio verrà aperto a Seveso l'Ambulatorio Dermatologico che da quella data, sino ai primi di agosto, visiterà 1600 persone. 
Per 447 di queste di cui 186 bambini con età inferiore ai 12 anni, vennero diagnosticate lesioni cutanee correlate al contatto con le sostanze chimiche presenti nella nube. 
Il numero reale dei dermolesi rimane però indeterminato poichè le visite erano effettuate solo su soggetti che si presentavano volontariamente e le successive campagne di controllo presero in esame solo i bambini da 6 a 12 anni.
Riprenderemo nelle prossime puntate alcuni rimandi sugli argomenti moria di animali e casi di cloracne.
 
 

sabato 14 marzo 2026

ANCORA OPACITÀ E INGIUSTIFICABILI RITARDI DA PARTE DI PEDEMONTANA NELL'INFORMARE SULLA BONIFICA DA DIOSSINA

Con la soc. Autostrada Pedemontana Lombarda (APL) continua ad essere difficile e complicato ottenere informazioni esaustive ed in tempo reale sullo stato della Bonifica da Diossina sui lotti di Meda, Seveso e Cesano Maderno.
La trasparenza, più volte enunciata dai suoi vertici in sede di Tavolo Permanente sui lavori di Bonifica, si sgretola allorquando i gruppi ambientalisti e le liste civiche lì presenti inoltrano ad APL note per avere informazioni più puntuali e dettagliate, al fine di informare la cittadinanza.
Ne avevamo già trattato in "LA TRASPARENZA OPACA DI PEDEMONTANA" e la situazione non è mutata.
Ecco perchè Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda, Legambiente Seveso, Seveso Futura, Passione Civica, Altra Bovisio, Comitato Ambiente Bovisio e Cittadini per Lentate parallelamente utilizzano l'accesso agli atti presso enti interessati.
Proprio dall'accesso agli atti, unitamente agli scarni e sempre tardivi riscontri di APL alle nostre note, arrivano alcuni elementi che ci consentono un aggiornamento informativo più completo.

IL CRITERIO APPLICATO PER LE ANALISI CHIMICHE DI PARTE E ALCUNE INCONGRUENZE
Tra la documentazione ottenuta dall'accesso agli atti, v'è un verbale di un incontro tenutosi il 26-1-026 tra ARPA, i soggetti addetti alla Bonifica e i responsabili dei laboratori di analisi chimiche DI PARTE in merito alle "modalità di refertazione delle concentrazioni del contaminante"  con ARPA che ha constatato disallineamenti tra le proprie analisi e quelle DI PARTE, effettuate durante la fase di collaudo in contradditorio delle aree sorgenti.
ARPA ha definito per tutti il criterio "MEDIUM BOUND" nel calcolo delle concentrazioni in modo da considerare nella sommatoria delle diossine anche i valori minimi, sotto la rilevabilità strumentale. 
I laboratori di parte, incaricati dagli operatori della bonifica applicavano invece, in modo diversificato, il criterio UPPER BOUND o LOWER BOUND con una panoramica finale dei risultati delle analisi chimiche effettuate non allineati con il criterio di ARPA.
L'adeguamento al criterio "Medium Bound" non inficia i risultati analitici sinora ottenuti che devono però essere allineati, con leggere variazioni, al protocollo definito da ARPA, applicando in maniera UNIVOCA il criterio Medium Bound con la REIMMISSIONE DI NUOVI RAPPORTI DI PROVA.
Durante l'incontro, ARPA ha fatto altresì rilevare discrepanze nelle analisi chimiche di due laboratori su alcune aree sorgenti e una discrepanza sul perimetro dell'area sorgente 44 Lotto 5 a Cesano Maderno.

AGGIORNAMENTO SULLE ANALISI CHIMICHE IN CONTRADDITORIO PER LA VERIFICA DI AVVENUTO COLLAUDO
Per quanto riguarda i collaudi in contradditorio con ARPA, in aggiunta a quanto da noi già pubblicato in precedenza (30-1-026,  20-12-025, 21-11-025, 21-10-025), nei rapporti di prova (RdP) DI PARTE per l'area sorgente SC58.2 sul lotto 3VAR di Cesano Maderno, 3 campioni su 4 sono superiori al limite di tabella A (10 ng/kg - obiettivo di bonifica) con valori pari a 34-23-24 ng/kg.
Stessa cosa dicasi per l'area sorgente SC59.2 sul lotto 3VAR dove i rapporti di prova DI PARTE identificano 3 superamenti del limite di tabella A (10 ng/kg - obiettivo di bonifica) con concentrazioni pari a 11-19 e 12 ng/kg.

Al 2 marzo 2026, data di messa a dispozizione degli atti, risultano inoltre pronti i soli rapporti di prova DI PARTE (con criterio Medium Bound) sulle aree sorgenti A1.1, A1.2, A1.3, A2.1, A2.2, A42 del lotto 1 di Meda dove l'obiettivo di bonifica è il limite industriale dei 100 ng/kg, che hanno riscontrato

- 1 superamento nell'area sorgente A1.1 con valore di 130 ng/kg 
- 1 superamento per l'area A1.2 con valore di 140 ng/kg 
- valori entro il limite per l'area A1.3.
- valori entro il limite per l'area A2.1
- valori entro il limite per l'area A2.2
- valori entro il limite per l'area A42

Al momento, non è ancora evidentemente possibile definire se l'obiettivo di bonifica sia o meno raggiunto poichè mancano ancora i dati delle analisi ARPA su tutte le celle che compongono le aree sorgente.

RISPOSTA DI AUTOSTRADA PEDEMONTANA LOMBARDA (APL) ALLA NOSTRA NOTA DEL 24-1-026
Passiamo ora alla risposta di APL alla nostra nota del 24-1-026, giunta solo il 12-3-026 dopo ennesimo sollecito.
Una risposta decisamente criptica, arrivata volutamente con tempi lunghi pur avendo già a disposizione tutti gli elementi da fornire per l'approfondimento richiesto dai gruppi ambientalisti e dalle liste civiche.

Chiedevamo in particolare delucidazioni rispetto all'invio di 7.917,82 tonnellate di terreno contaminato quale rifiuto a VITER srl di Saronno che non risulta essere una discarica ma un impianto di trattamento e conseguentemente quale eventuale tipologia di trattamento fosse prevista, per quali finalità e per quale destino finale.
La risposta di APL è un capolavoro di tecnicismo che impedisce una comprensione diretta e che ci ha obbligato ad un approfondimento. 
Dimostra, a nostro avviso, l'evidente fastidio con cui APL vive il rapporto con chi cerca di monitorare la bonifica per informare la cittadinanza.

 

Qual'è il significato di quanto scrive APL nel suo responso contenente rimandi a sigle alfanumeriche presenti nell' allegato B parte IV "operazioni di smaltimento" del DL 152/2006? 

Presso la Viter vi sarà solo stoccaggio (deposito preliminare) dei rifiuti e successivamente Viter stessa  quale "intermediario" provvederà allo smaltimento finale (D15 vuol dire stoccaggio - deposito preliminare per l'esattezza - finalizzato allo smaltimento ovvero discarica, non recupero).
Il riferimento alla modifica normativa evidenzia che mentre in precedenza il produttore del rifiuto (l'esecutore della bonifica) rimaneva responsabile dello stesso fino al suo destino finale alla discarica dopo il passaggio alla Viter, con la modifica normativa richiamata, il produttore completa i suoi obblighi con la consegna all'intermediario Viter.
Il Formulario Identificazione Rifiuti (FIR) si ferma alla descrizione del produttore, della quantità, del codice CER, del trasportatore e dell'accettazione da parte della Viter quale intermediario e il produttore del rifiuto non deve più "garantire" e documentare dichiarando nell'ultima parte del formulario il destino finale del rifiuto. 
La soc Autostrada Pedemontana Lombarda ritiene quindi di non essere tenuta a dimostrare in quale discarica sia andata a finire la partita di rifiuti temporaneamente stoccata presso VITER srl di Saronno.

COME PROSEGUIRÀ LA BONIFICA LADDOVE NON SONO STATI RAGGIUNTI GLI OBIETTIVI DI CONFORMITÀ
Il non raggiungimento degli obiettivi di bonifica in molte celle delle aree sorgenti, peraltro con contradditorio con ARPA ancora incompleto, obbliga APL a progettare e pianificare le future attività di approfondimento delle celle dove è stato accertato il mancato raggiungimento degli obiettivi di bonifica.
Nello specifico APL ha dichiarato di aver eseguito i campionamenti in banco degli ulteriori terreni da scavare al fine di codificare la tipologia del rifiuto ed elaborare i necessari piani di smaltimento.

I gruppi ambientalisti e le liste civiche hanno chiesto una nuova convocazione del Tavolo Permanente sui Lavori di Bonifica il cui ultimo incontro risale al 17-11-2025


 

venerdì 27 febbraio 2026

IL BOSCO DELLE QUERCE OTTIENE IL RICONOSCIMENTO DI "PATRIMONIO EUROPEO": IL COMMENTO DEGLI AMBIENTALISTI DI SEVESO E MEDA

In questi giorni i media e le pagine dei siti istituzionali dei Comuni di Seveso e Meda e quello di Regione Lombardia, hanno annunciato con i toni enfatici della sindaca di Seveso Alessia Borroni, del presidente regionale Attilio Fontana, dell'assessore regionale alla Cultura, Francesca Caruso, dell'assessore regionale al Territorio e Sistemi verdi Gianluca Comazzi, l'assegnazione al Bosco delle Querce di Seveso e Meda del Marchio di Patrimonio Europeo.

Di cosa si tratta ?

Il Marchio del Patrimonio Europeo, ufficialmente noto con la denominazione European Heritage Label, nasce  il 28 aprile 2006 da 17 degli allora 25 Stati membri dell'Unione europea + la Svizzera, come azione intergovernativa
Scopo del riconoscimento era ed è tuttora quello di valorizzare il patrimonio culturale comune per rafforzare il senso di appartenenza all'Unione europea e a promuovere il dialogo interculturale promuovendo l'informazione e la conoscenza dei cittadini, soprattutto di quelli più giovani.
Il 20 novembre 2008, il Consiglio dell'UE lo trasforma da iniziativa intergovernativa in "azione" dell'UE e viene formalmente istituito nella nuova configurazione il 16 settembre 2011 data dalla quale vengono scelti i siti meritevoli del riconoscimento.
I luoghi meritevoli sono selezionati considerando il loro valore simbolico, il contributo dato alla storia e alla cultura e le attività educative che offrono. 
L'assegnazione del Marchio di Patrimonio Europeo non produce vincoli di conservazione specifici come per i siti UNESCO, ma è puramente una garanzia di qualità e promozione del valore europeo del sito. 

I gruppi di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda, Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso, Seveso Futura che da tempo operano insieme per la conservazione e la tutela del territorio e che negli anni recenti hanno dato il via alla campagna per l'ampliamento del Parco Naturale Regionale del Bosco delle Querce di Seveso e Meda, hanno commentato questo accadimento con un comunicato.
Giudicano positivamente l'assegnazione del riconoscimento europeo ma spogliandolo della propaganda, rivendicando il lavoro costante sulla Memoria del disastro Diossina dell'ICMESA senza annacquarla ed evidenziando le contraddizzioni che accompagnano l'assegnazione, a partire dallo sbancamento di 2 ettari con perdita di 3200 alberi adulti che il Bosco subirà per il passaggio dell'autostrada Pedemontana Lombarda e dalla riduzione dell'area di ampliamento a causa della viabilità complementare e della vasca di laminazione dell'infrastruttura.

 

Sulla stampa

 


lunedì 23 febbraio 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

Per questa seconda puntata, accompagniamo con un nostro approfondimento il lavoro storico di Massimiliano Fratter nel libro "Seveso Memorie da sotto il Bosco" sull'argomento dell'avvio all'ICMESA di Meda della produzione di Triclorofenolo,. 
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Il gruppo Givaudan-Hoffman-La Roche, in continuità con una politica aziendale di ricerca di condizioni favorevoli nei Paesi laddove le normative erano meno severe, decise nel 1969 di avviare nella fabbrica medese la produzione del 2,4,6-Triclorofenolo.
Il Triclorofenolo veniva utilizzato per la fabbricazione dei diserbanti Acido 2,4,5-triclorofenossiacetico (2-4-5-T) e Fenoprop (2-4-5-TP), due erbicidi usati in agricoltura e in forestazione e di un disinfettante, l'Esaclorofene impiegato anche in saponette e shampo.
In Italia l'uso dei sopracitati diserbanti è stato prima limitato e poi proibito nel 1970 ma questo non impediva la loro produzione ai fini dell'esportazione.
Il 2,4,6 Triclorofenolo (TCF) si ottiene industrialmente per acidificazione del suo sale sodico, preparato a mezzo di idrolisi alcalina del 1,2,4,5 Tetraclorobenzene (TCB) con idrossido di sodio. 
L'idrolisi avviene con l'uso di opportuni solventi a temperature di poco superiori a 150° C, con la necessità di controllarle.
Il controllo della temperatura è molto importante poichè le diossine si formano prevalentemente durante i processi di combustione in un intervallo compreso tra i 200°C e i 500°C, divenendo un composto indesiderato della reazione.

LA MODIFICA ICMESA AL BREVETTO PRODUTTIVO DELLA GIVAUDAN
Sullo schema generale per produrre il Triclorofenolo, dal 1914, sono nati i brevetti del processo di reazione chimica per ottenerlo. 
Si tratta di quelli AGAF del 1914, Givaudan del 1947, Dow Chemical del 1955 e Ringwood Chemical Corp. del 1952-56 di derivazione Givaudan.
L'ICMESA ha utilizzato il brevetto Givaudan ma con una serie di modifiche, concordate e conosciute dalla casa madre Givaudan-Hoffmann-La Roche, modifiche che concorreranno al disastro del 10 luglio 1976.

La variazione principale consisteva nel ridurre la quantità di solventi utilizzati per aumentare lo spazio utile nel reattore consentendo l'impiego di una quantità maggiore di reagenti (TCB ) per ottenere più Triclorofenolo, aumentando così la produttività specifica.

Anche il momento della distillazione di glicole, utilizzato quale solvente, era stato anticipato con l'intento evidente di risparmiare sui tempi e di recuperare sui lavaggi, sul dispendio energetico e su parte dell'impiantistica qualora si fosse seguito in toto il brevetto Givaudan.

La minor quantità di etilengligole e di solventi, riduce però il "volano termico" rendendo possibile ampie fluttuazioni della temperatura della massa di reazione.
Una fluttuazione di temperatura nel caso ICMESA difficilmente controllabile data l'inesistenza di dispositivi automatici di controllo e d'intervento.

IL TRICLOROFENOLO E L'IMPURITÀ DIOSSINA
L'anticipo della distillazione del glicole prima dell'acidificazione fa si che il Triclorofenato sodico (intermedio del processo di reazione) rimanga a temperature più elevate per un periodo maggiore di quello previsto dal brevetto Givaudan.
Questo lasso di tempo con temperature alte, superiori a 155°C, facilita la formazione di 2,3,7.8 tetracloro-dibenzo-p-diossina (TCDD) in quantità consistenti.
Il TCF grezzo risultante dal processo veniva poi distillato con più passaggi per eliminare le impurezze indesiderate, accantonando le frazioni con impurità.

L'INCENERIMENTO DEI RESIDUI CHIMICI
Per smaltire i residui della produzione dell'ICMESA, compresi quelli del ciclo del TCF, fu installato nel 1971 un forno che entrò in esercizio nel 1972 quale "impianto pilota" mentre un altro, con capacità sufficiente per bruciare tutti i residui di lavorazione era in fase di progettazione. 
Nel forno pilota finirono anche i residui accumulati nei periodi iniziali della produzione del Triclorofenolo (TCF).
Tuttavia, il forno, quale impianto pilota, non aveva una misura e un controllo della temperatura del bruciatore.
Così per anni sono stati smaltiti, bruciandoli, i residui della produzione di triclorofenolo e di altri composti senza la sicurezza di una temperatura di almeno 1000 °C onde evitare che la diossina, presente nei residui del TCF, durante il processo di combustione aumentasse invece di essere distrutta.

IL RISCHIO DI QUANTITÀ INDESIDERATE DI DIOSSINA NEL TRICLOROFENOLO
Le modifiche ICMESA al brevetto e al ciclo produttivo generavano TCF impuro con presenza di una maggiore quantità di diossina accrescendo altresì il rischio che le sovratemperature se non tempestivamente regolate, portavano alla formazione indesiderata di notevoli quantità di questo veleno.
La difficoltà di controllare e stabilizzare i parametri termici da cui dipende la formazione di Diossina TCDD con il possibile innesco di reazioni esotermiche incontrollate, accresce anche il rischio di sovrapressioni. 

UN'IMPIANTISTICA AL RISPARMIO
Per la produzione del Triclorofenolo (TCF) non venne chiesta nessuna autorizzazione edilizia per ampliamento poichè fu riconvertito allo scopo il reattore già presente nel reparto B, precedentemente utilizzato per il terpilene e l'atranilato
Il sistema per la produzione di Triclorofenolo del reparto B dell' ICMESA era costituito da un Reattore per Idrolisi Alcalina (A101) e da un Reattore per Acidificazione (A110).
L'impianto era totalmente a conduzione manuale con tutte le sequenze operative gestite dagli addetti.
Nonostante la pericolosità e nocività delle sostanze trattate, quello per il TCF non era un impianto a ciclo chiuso ne tantomeno in grado di garantire elevati standard di sicurezza sia per gli operatori sia per l'ambiente circostante. 
L'impianto non era dotato di dispositivi automatici di controllo, di allarme e di intervento che potessero attivarsi in caso di temperatura e pressione anomala ed era:

  • privo di segnalazioni automatiche di allarme rilevabili dal personale;
  • privo di dispositivo di blocco automatico dell'immissione di vapore surriscaldato la cui temperatura non risultava rilevata da strumenti ma che poteva raggiungere valori tra 300 e 330 °C;
  • privo di dispositivo automatico per fare entrare in funzione il sistema di raffreddamento con l'introduzione di acqua nell'apposito serpentino;
  • privo di una sezione di abbattimento dei gas indesiderati che potevano formarsi durante il ciclo di produzione del TCF;
  • privo di un serbatoio per il contenimento dei fluidi o dei gas le cui perdite in atmosfera andavano assolutamente evitate vista la loro tossicità. Un serbatoio che avrebbe potuto e dovuto raccogliere i gas fuoriusciti in atmosfera dopo l'intervento del disco di rottura tarato a 4 bar;
  • privo di strumento misuratore di PH (Phmetro) poichè rotto con conseguente misurazione manuale a mezzo asta con cartina tornasole per rilevare il valore di PH da raggiungere per l'acidificazione. (PH=3).

LE QUANTITÀ PRODOTTE E LA DESTINAZIONE DEL TRICLOROFENOLO
Dopo una prima fase di sperimentazione attuata nel 1969, la produzione del triclorofenolo prese avvio nel 1970 con 6.361 kg destinati alla Givaudan Corporation di Clifton nel New Jersey (USA).
Successivamente si registrò una crescita costante dei quantitativi ad eccezzione di uno stop nel 1973 per mancanza di commesse.

33.000 chilogrammi nel 1971
40.350 chilogrammi nel 1972.
38.400 chilogrammi nel 1974
105.346 chilogrammi nel 1975
142.820 chilogrammi fino al 9 luglio 1976.

Gli acquirenti furono lo stabilimento Givaudan di Vernier-Ginevra e la Givaudan Corporation di Clifton.

ALCUNI PERICOLOSI PRECEDENTI GIÀ NOTI SIN DAL 1970
Alla data di entrata in produzione del triclorofenolo all'ICMESA di Meda, la pericolosità di tale produzione era già nota e in altri stabilimenti si erano verificati incidenti che avevano coinvolto gli addetti.

  • Nel 1949, negli Stati Uniti, alcuni operai addetti alla produzione di 2,4,5-T in uno stabilimento di pesticidi della Monsanto furono colpiti da cloracne.
  • Nel 1953, nella Germania Occidentale nello stabilimento della BASF a Ludwigshaven. Gli operai coinvolti mostrarono segni di cloracne e disturbi psicopatologici.
  • Nel 1963 in Olanda, alla Philips Duphar di Amsterdam per un’esplosione fuoriuscì dal reattore un quantitativo di “diossina” compreso fra 30 e 200 g. 20 operai presenti nella zona contaminata mostrarono subito segni di cloracne. Successivamente. 9 dei 18 incaricati della bonifica ed un tecnico incaricato di accertare i danni furono colpiti da cloracne in forma grave. Dopo due anni vi fu il decesso di 4 lavoratori ma non venne mai accertato il rapporto causa-effetto e cioè se la loro morte era dovuta alla diossina.
  • Nel 1964 negli Stati Uniti nella fabbrica della Dow a Midland nel Michigaun, dopo la modifica di un impianto per la produzione del 2,4,5-T, 60 operai furono intossicati con successiva manifestazione di cloracne.
  • Il 23 aprile 1968 in Inghilterra, a Bolsover, nel Derbyshire,nella fabbrica della Coalite & Chemical Products Co sull' impianto pilota dove si produceva 2,4,5-triclorofenolo, un aumento della temperatura nel reattore provocò un’esplosione e la morte del chimico che controllava il processo. Anche alcuni operai addetti manifestarono i caratteristici sintomi dell’intossicazione da “diossina” con l'apparire della cloracne, mentre altri si ammalarono 6 mesi dopo e casi di cloracne si manifestarono dopo 3 anni. In totale 79 operai subirono danni alla salute più o meno gravi.
  • Tra gli anni '60 e '70 nell'allora Cecoslovacchia, presso l'unità produttiva della Spolana Neratovice, situata vicino a Praga, era prodotto l'erbicida 2,4,5-T che generò, come sottoprodotto,  elevate quantità di diossine con un avvelenamento costante delle maestranze. Circa 80 persone vennero ricoverate in ospedale con cloracne, porfiria cutanea tarda, disfunzioni nel metabolismo dei grassi, dei carboidrati e delle proteine, lesioni epatiche e altre alterazioni. Due ammalati morirono entro due anni di carcinoma ai bronchi (all’età di 49 e 59 anni) e un altro morì per avvelenamento acuto.

NON UN INCIDENTE MA UN DISASTRO COLPEVOLE 
La conosciuta nocività dei composti chimici utilizzati di cui si negava una corretta informazione, la pericolosa modifica del ciclo produttivo rispetto al brevetto originale Givaudan, l'impiantistica priva di dispositivi automatici di sicurezza, di abbattitori, di un serbatoio di contenimento, il non  adempimento alle normative, l'inquinamento costante di ambiente e territorio, furono tutte scelte attuate dal gruppo Givaudan-Hoffman-La Roche proprietario della fabbrica ICMESA di Meda, con piena conoscenza dei potenziali rischi derivanti e al solo fine del risparmio e della massimizzazione del profitto.
L'approfondimento proposto in questa puntata conferma che
la fuoriuscita di Diossina dall'ICMESA non fu un "incidente" ma un DISASTRO COLPEVOLE.

 Continua.

 Puntate pubblicate in precedenza:

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA.