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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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venerdì 9 ottobre 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA DECIMA PUNTATA: IL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE

Dopo la fuoriuscita della nube tossica dall'ICMESA e proprio in quella che fu definita "settimana del silenzio" per la carenza di informazioni  da parte dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman- la Roche, il 18 luglio 1976 si costituisce il COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE (CTSP).
Il CTSP fu un organismo di base che riuniva sindacalisti ed operai dell'ICMESA, medici, chimici, ingegneri, studenti e scienziati, ecologi, collettivi di donne e cittadini delle zone contaminate.
Tra i primi a dare il suo contributo di conoscenza vi fu Giulio Maccaccaro  celebre medico, biologo, statistico e partigiano durante la Resistenza,  che stava già operando dal l maggio 1976 per costituire il movimento di Medicina Democratica.
Maccaccaro fu direttore della rivista Sapere e fondatore della pubblicazione Epidemiologia e Prevenzione (EP), morì purtroppo prematuramente il 15 gennaio 1977 dopo aver consegnato alla rivista Sapere un editoriale, che uscì postumo, con un' analisi del disastro della diossina da lui catalogato come “Crimine di pace” attuato da una multinazionale nel nome del profitto ad ogni costo.
Oltre a Maccaccaro erano fondatori o collaborarono con il Comitato: Dambrosio, Mara, Tomatis, Scatturin etc.

LE LINEE GUIDA E L'AZIONE DEL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE (CTSP)
I principali obiettivi e le linee guida del CTSP furono definite e formalizzate in un documento del settembre 1976 prodotto dal gruppo e consistevano in:

1) opera di educazione e informazione sanitaria;
2) accertamenti sanitari e scientifici controllati dal basso;
3) opera di controinformazione che impedisca qualsiasi tentativo di insabbiamento o copertura di responsabilità dell’industria, delle strutture scientifiche istituzionali e delle forze politiche disposte alla complicità;
4) impegno a organizzare la lotta di massa per la bonifica delle zone contaminate, la salvaguardia del posto di lavoro, l’abbattimento della nocività nella fabbrica e nel territorio, la costruzione di nuovi servizi sanitari di base controllati dai lavoratori e dalla popolazione.
 
Già dopo pochi giorni dalla fuoriuscita della nube tossica dal reattore A101, il CTSP seppe restituire alla popolazione una serie importantissima di informazioni andando a ricostruire il ciclo produttivo del triclorofenolo e l'impiantistica e rendendo così di dominio pubblico le scelte scellerate dell'Icmesa Givaudan che risparmiando sui sistemi di sicurezza e modificando il ciclo aveva colpevolmente optato per una produzione insicura ma dall'elevato rendimento economico.
Questa ricostruzione fu possibile grazie allo stretto rapporto tra a gli operai della fabbrica medese, il 
Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale (PIA) della Montedison di Castellanza, comitato operaio e tecnico nato nei primi anni '70 di cui faceva parte Luigi Mara, e la collaborazione con Bruno Mazza dell’Istituto di chimica, fisica, elettrochimica, metallurgia del Politecnico di Milano e Vladimiro Scatturin dell’Istituto di chimica generale e inorganica dell’Università degli studi di Milano. 
L'elaborato fu presentato come “Contributo del CTSP costituitosi in seguito all’inquinamento prodotto dall’ICMESA, in appoggio ai lavoratori e alla popolazione colpita” all'assemblea organizzata dai sindacati Cgil-Cisl-Uil nelle scuole medie di Cesano Maderno il 28 luglio 1976 e pubblicato anche su Sapere.
Luigi Mara (a dx) durante un'assemblea del CTSP
Fu un esempio di "Sapere Operaio" messo a disposizione di tutti per creare consapevolezza e conoscenza.
Il CTPS incalzò da subito la multinazionale, gli organismi pubblici e le amministrazioni affinchè tutte le informazioni fossero rese di dominio pubblico, criticò molte scelte attuate e formulò proposte concrete affinchè la popolazione esposta alle sostanze nocive avesse il massimo livello di tutela possibile.
In una situazione dove ancora non erano noti gli effetti della Diossina TCDD in caso di contaminazione ampia, il CTSP sosteneva interventi che in nome del "principio precauzionale" considerassero lo scenario peggiore.
Il Comitato denunciava anche uno stato di contaminazione cronica di molte aree della Lombardia dove l'industria non rispettava nemmeno le primordiali prescrizioni legislative in materia di inquinamento e di salute a tutela dei lavoratori e dei cittadini.
Suggerì metodologie efficaci per il monitoraggio sanitario degli esposti e delle persone a rischio e cercò di organizzare e creare consenso per una lotta popolare mirata alla richiesta di bonifica delle zone contaminate, tenendo allo scopo un convegno nel 1978, assemblee e incontri sul territorio.
Il CTSP attuò e propose un modello di azione basato sull’alleanza tra tecnici, operai e popolazione, cercando un confronto di merito con i saperi “esperti” per evitarne il carattere di univocità e promuovendo una conoscenza partecipata, senza delega.
Sulla base di questi principi, il CTSP adottò degli strumenti di inchiesta sanitaria dal basso, basati sull’identificazione di “gruppi di rischio omogenei” in relazione alle condizioni generali di vita e all’esposizione territoriale ai fattori di rischio. 
Venne quindi elaborato un questionario somministrato agli abitanti alle “Case Fanfani” di Seveso – situate a ridosso della zona A che combinava osservazione clinica, rilevazione soggettiva e mappatura ambientale.

Seveso in Lotta - pubblicazione del Comitato Tecnico Scientifico Popolare

I risultati dei questionari proposti alle “Case Fanfani” furono pubblicati maggio 1977 sul foglio Seveso in lotta, e consentirono ad alcuni abitanti di ottenere visite, esami di laboratorio, prelievi ambientali e ad altri di chiedere l’evacuazione volontaria.
Furono poi coinvolte altre zone a rischio come Baruccana e Cassina Savina e gli esiti dei questionari furono validati dal Comitato di coordinamento dei tre Consigli sanitari di zona il 22 luglio 1977.
Indicavano una crescita sintomatologica rispetto al periodo precedente all’evento.
I dati raccolti ricostruirono un quadro molto più complesso rispetto alla classificazione ufficiale delle zone A, B e di Rispetto.
La situazione nella zona di Rispetto apparve più critica di quanto ipotizzato dalle autorità.

Il CTSP scrisse su “Sapere” di poter concludere di aver rilevato a Baruccana una prevalenza sintomatologica significativamente elevata, rafforzando così l’ipotesi di una problematica esposizione al rischio,nonostante l’area non rientrasse né nella zona A né nella zona B.
Questo lavoro portò a guardare con occhi critici la mappatura ufficiale delle zone contaminate, suddivise in A,B,R che pareva "più fatta con il righello che con reali conoscenze della situazione”.
Anche l'analisi dello spettro porfirinico – realizzata dal CTSP in collaborazione con il Dipartimento di Tossicologia della Agricultural University di Wageningen – restituì una geografia della contaminazione differente poichè basata anche su dati biologici, clinici e ambientali e non esclusivamente sulla concentrazione di Diossina nel terreno così come definito da Regione Lombardia.

Ne abbiamo scritto anche nella QUARTA PUNTATA: L'EVACUAZIONE DEI RESIDENTI, L'ARRIVO DEI MILITARI, LA MAPPATURA DELLE ZONE CONTAMINATE.

Il CTSP criticò molto la definizione di una "concentrazione limite", fissata da Regione Lombardia a  5 μg/m2 per dichiarare bonificato un terreno e a 0,01 μg/m2 per i muri interni e 0,75 μg/m2 per i muri esterni delle case, poiché anche quantità minime erano e sono pericolose.
Rivide il lavoro di mappatura inserendo anche altri fattori quali la moria degli animali e i casi di cloracne, mostrando come la contaminazione da diossina andasse al di là di quella certificata ufficialmente sulle cartografie basate solo sulle analisi chimiche che determinarono la suddivisione in zone A, B, R.

Fu inoltre in prima fila nell'argomentare la contrarietà alla costruzione di un forno inceneritore per distruggere il materiale contaminato come invece voleva Regione Lombardia.
La contrarietà si concretizzò diffondendo materiale e informazioni, appoggiando e partecipando con altri gruppi alle iniziative e alle assemblee pubbliche e alle manifestazioni di protesta.

Barry Commoner parla durante l'incontro pubblico nel cortile del Comune di Seveso, nel 1977
Tra queste quella organizzata nel 1977 con la presenza e l'intervento di Barry Commoner, biologo naturalista americano tra i promotori di un ambientalismo scientifico.
Una mobilitazione continua e vincente che portò Regione Lombardia e il Comune di Seveso (che inizialmente lo aveva avvallato) a recedere dal proposito di realizzare l'inceneritore

IL RAPPORTO DEL CTSP CON I CITTADINI DELLE AREE CONTAMINATE E IL TERMINE DELLE SUE ATTIVITÀ
Purtroppo, l'attività e l'esistenza del CTSP ebbe vita breve e le sue attività scemarono a partire dal 1979.
Molteplici furono i fattori e tra questi la scomparsa prematura del professor Giulio Alfredo Maccacaro nel gennaio del 1977 – a soli sei mesi dal disastro – che privò il comitato della sua guida scientifica e ideologica più autorevole.
Anche l'avvio della bonifica e dei programmi sanitari sotto stretto controllo istituzionale di Regione Lombardia e dell'Ufficio Speciale per Seveso, organismi che furono poco inclini al confronto, restrinse lo spazio d'intervento e di controinformazione del comitato.

L'assassinio di Paolo Paoletti, direttore dell'ICMESA da parte di Prima Linea e le conseguenti accuse strumentali poi rivolte alla radicalità di quelle lotte, comunque aliene da qualsivoglia violenza, creò un'ulteriore barriera difficilmente superabile con la cittadinanza.

Molti aderenti al CTSP continuarono comunque ad occuparsi di Salute e Ambiente confluendo e potenziando Medicina Democratica, movimento nazionale per la salute nei luoghi di lavoro e sul territorio e nei primi raggruppamenti degli ambientalisti ed ecologisti.

Ne ha scritto su "Le Parole e le cose"  la sociologa e ricercatrice  LAURA CENTEMERI, molto chiara e diretta nell'identificare le motivazioni per cui il CTSP non raccolse la condivisione e il supporto che meritava da parte della popolazione colpita dalla diossina.
Questo non inficiò comunque il suo lavoro poichè il CTSP seppe diffondere il Sapere, andando anche a confrontarsi e a contestare nel merito tecnico le scelte di organismi e istituzioni che non erano esenti da mancanze e seppe porre le basi di un ambientalismo che unisce l'analisi tecnica e scientifica coniugandola con la messa in discussione dello sviluppo ad ogni costo.

Parte tratta da L'Ambientalismo operaio visto da Seveso scritto nel 2019 da Laura Centemeri
Il Comitato Tecnico Scientifico popolare fu un organismo di base sorto per iniziativa di un gruppo di personalità scientifiche e del mondo intellettuale dove confluirono collettivi femministi, di studenti e di lavoratori dell’industria legati al sindacato.
Un’espressione, dunque, di “ambientalismo operaio”. 
Tra gli intellettuali in primis Giulio Maccacaro che aveva appena lanciato nel maggio 1976 l’iniziativa di costituire il movimento Medicina Democratica e che purtroppo morì prematuramente nel gennaio del 1977 dopo aver consegnato alle pagine della rivista Sapere un’insuperata analisi del disastro della diossina come “Crimine di pace”, in un editoriale che uscì postumo.
Parlo di sconfitta perché la gran parte della popolazione di Seveso non appoggiò il Comitato Tecnico Scientifico Popolare nella sua volontà di rappresentare le vittime del disastro e di denunciare i danni subiti, in particolare alla salute, e la loro richiesta di giustizia.
Parlo di sconfitta perché così fu vissuta dai protagonisti
In un intervento tenuto nel 1988 in un convegno in ricordo di Maccacaro, Giorgio Bignami, attivista di Medicina Democratica, parla di quello che definisce il “collasso” del movimento a Seveso, che causò scoraggiamento tra i militanti e mostrò che i lavoratori e le forze politiche, come anche “cittadini intimiditi”, non sono contro un certo modello di sviluppo nemmeno quando confrontati alle sue estreme conseguenze (Bignami 1988).
Sulla stessa linea di Bignami, gli studiosi Michele Citoni e Catia Papa, in uno scritto dedicato a “Sinistra ed Ecologia in Italia. 1968-1974”, parlano della “scarsa crescita delle soggettività operaie e studentesche nel contesto locale” di Seveso, come ragione principale del collasso del movimento. Aggiungendo che l’analisi e l’elaborazione dei movimenti accorsi a Seveso furono invece “di alto spessore”.
Questa spiegazione si basa sull’idea che la mobilitazione conobbe una sconfitta perché il contesto era un contesto di cittadini appunto intimiditi e poco politicizzati; un contesto di istituzioni pubbliche piegate agli interessi del capitale, con lavoratori poco sindacalizzati.
C’è molto di vero in questa spiegazione, ma c’è anche una forma di cecità rispetto a quella che fu l’obiettiva difficoltà di questo movimento a comprendere gli abitanti di Seveso e le loro ragioni, e a costruire con questi abitanti un’azione collettiva.
E di azione collettiva questi abitanti furono capaci. 

I cittadini di Seveso portarono avanti per quasi tre anni – dalla fine del 1976 all’inizio del 1979 – una vera e propria lotta contro la regione Lombardia che aveva proposto la costruzione di un inceneritore nella zona più contaminata dal disastro, la Zona A. 
L’inceneritore doveva servire a smaltire in modo sicuro i rifiuti tossici della bonifica. 
Nella zona A, dopo l’evacuazione degli abitanti, si era proceduto a distruggere le case, estirpare tutta la vegetazione, ad abbattere a scopo preventivo i capi di bestiame e ad asportare la parte superficiale del suolo.
Parlo di lotta perché si arrivò a gesti molto forti come quello di un gruppo di donne di Seveso che bloccarono con i loro corpi alcuni camion che trasportavano rifiuti tossici da altre zone inquinate verso la zona A.
Il cosiddetto “Gruppo di lavoro e di coordinamento” che si creò per coordinare appunto la lotta, federò diversi comitati spontanei di artigiani, di casalinghe e di giovani, oltre a gruppi di quartiere. 
Questo gruppo di lavoro non chiese che l’inceneritore fosse costruito altrove.
Chiese che non fosse costruito nessun inceneritore e che si sperimentasse invece la tecnica utilizzata per i rifiuti radioattivi, cioè creare nella zona A delle discariche speciali interrate, procedendo poi a una riforestazione della superficie per creare un bosco. 
Il che fa sì che oggi a Seveso nell’ex zona A c’è un parco, il “Bosco delle Querce”, che la regione Lombardia ha riconosciuto recentemente come area di interesse naturalistico. 

Si trattò della prima esperienza di riforestazione in Lombardia e di un caso che ha fatto scuola.
Questa mobilitazione contro l’inceneritore e per il bosco trovò l’appoggio non solo delle autorità comunali ma anche di scienziati e ambientalisti italiani e stranieri, tra cui il noto attivista americano Barry Commoner. 

Per quest’ultimo, la contestazione al progetto dell’inceneritore si basava principalmente su argomenti di tipo tecnico, che mettevano in dubbio l’efficacia e la sicurezza dell’impianto.
Per molti cittadini, invece, la critica contro l’inceneritore poggiava sul fatto che avrebbe stravolto il loro territorio, ne avrebbe irrimediabilmente compromesso il paesaggio, avrebbe reso indelebile il disastro. 
Nonostante non pensassero esattamente la stessa cosa, queste diverse resistenze si trovarono d’accordo, seppure temporaneamente, e si riconobbero reciprocamente in una comune volontà di proteggere Seveso da un ennesimo scempio industriale.
Mi sono dilungata perché non mi torna che una popolazione capace di una lotta così sia poi la stessa popolazione descritta come intimidita e incapace di comprendere la gravità del danno della diossina e i veri responsabili di quel “crimine di pace”.
Certo, Seveso non era e non è una città operaia, era una città in prevalenza artigiana e in prevalenza di cultura cattolica.

Ma un errore del Comitato Scientifico Tecnico Popolare fu proprio quello di non fare attenzione a come fosse organizzata la vita a Seveso, a che lingua si parlasse, per così dire.
L’errore fu allora di arrivare sì con analisi di alto spessore ma senza cercare le buone traduzioni, le buone mediazioni e i giusti mediatori, adeguati rispetto al contesto, capaci di rendere le “analisi di alto spessore” sensate a partire dall’esperienza di vita di quel luogo, della sua storia e dei modi condivisi di vedere.
Come scrissero De Luca, Romano e Rozzi in un articolo del celebre numero di Sapere dedicato a “Seveso un crimine di pace”: «Se i movimenti di sinistra vogliono confrontare la realtà del problema di socializzare il sapere in una popolazione colpita dalla catastrofe, allora non possono ignorare il ruolo svolto dalle forme comunitarie di aggregazione nel creare partecipazione o nell’indebolirla. Si tratta di un approccio diverso alla partecipazione che apertamente fa i conti con il bisogno di includere la varietà di forze sociali che sono attive nel territorio”.
Come ricorda Andrea Poggio, che partecipò alle attività del Comitato tecnico scientifico popolare di Seveso: “A Seveso arrivarono il nuovo ambientalismo di sinistra, i tecnici e i gruppi e diedero vita al “comitato popolare”, ma erano impreparati a parlare con la gente. Per cui gli abitanti vedevano una politica fatta sulla loro testa, da noi non meno che dalle istituzioni, e ci respinsero”.
Le ragioni culturali del fallimento del Comitato Tecnico Scientifico Popolare furono comprese chiaramente da Laura Conti. 

All’epoca dell’incidente all’Icmesa Laura Conti aveva 55 anni. 
Stava finendo di scrivere Che cos’è l’ecologia (1977), un piccolo classico della divulgazione scientifica.
Da sei anni era consigliere alla Regione Lombardia per il Pci, mentre continuava la sua attività di medico scolastico e del lavoro all’Inail.
Coinvolta in prima persona nei fatti di Seveso, Laura Conti ne fu profondamente segnata, al punto di scrivere che l’inquinamento di Seveso aveva costituito, per lei, una svolta. 
Fu infatti a partire da Seveso che Laura Conti precisò la sua idea di «ambientalismo scientifico» che avrebbe poi trovato, nel 1980, nella creazione della Lega per l’Ambiente un tentativo di tradursi in pratica politica.

Continua.

IL LAVORO DI RICERCA DI SINISTRA E AMBIENTE di MEDA: puntate pubblicate finora 

 11) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA DECIMA PUNTATA: IL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE

10)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NONA PUNTATA: I PROCESSI, LA TRANSIZIONE ECONOMICA, L'ASSASSINIO DI PAOLETTI, LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA


 
 
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA

lunedì 5 ottobre 2026

A CESANO MADERNO, UN'INSTALLAZIONE DI MEMORIA PRESSO L'OASI LIPU RICORDA LAURA CONTI E IL SUO AMBIENTALISMO

Proseguono le iniziative proposte da INSIEME PER IL FUTURO E LA MEMORIA DEL BOSCO DELLE QUERCE.
Il coordinamento, con un attento lavoro ha confermato il patrocinio della Fondazione Comunità Monza e Brianza, ha coinvolto l'amministrazione di Cesano Maderno con il sindaco Gianpiero Bocca e il Presidente della commissione Territorio Gianluca D'Amato nonchè l'Oasi cesanese della LIPU è ha concordato un momento di ricordo e di Memoria su LAURA CONTI, figura a cui si deve la nascita di un ambientalismo scientifico proprio a partire dal disastro Diossina dell'ICMESA del 10 luglio 1976, di cui ricorre quest'anno il 50° anniversario.

Insieme per la Memoria e il Futuro del Bosco delle Querce, l'associazione FARE e il Circolo "Laura Conti" di Legambiente Seveso, grazie ad una preziosa e generosa donazione individuale, hanno promosso e partecipato all'installazione di un'opera "specific site" NATURA LOCI" (anagramma anche di Laura Conti) realizzata da Enrico Cazzaniga presso gli esterni alberati del Centro Visite Alexander Langer dell'Oasi LIPU di Cesano Maderno

L'opera artistica su Laura Conti
Tra due alberi, con lo sfondo delle fronde, ora verdi,  l'artista ha ricreato il viso di Laura Conti con una tecnica che ha fatto uso di un reticolo di rete metallica zincata, di bitume all’acqua, di elastik su foglie, cortecce, rami, muschio, sassi,

Rachele Borzatta legge le riflessioni di Laura Conti tra gli alberi dell'Oasi LIpu di Cesano Maderno

Durante l'iniziativa di inaugurazione e presentazione dell'installazione artistica, l'attrice Rachele Borzatta ha letto alcuni testi di Laura Conti che hanno evidenziato le sue intuizioni.

L'intervento di Gianpiero Bocca, sindaco di Cesano Maderno (al centro)

Tra gli interventi, quelli del sindaco di Cesano Maderno Gianpiero Bocca che si è dichiarato contento di ospitare nel suo Comune questa Memoria, in un luogo dove l'ambiente è stato tutelato e di augurarsi che sia oggetto di visite.

Alberto Colombo (a sx) e Beatrice Oleari.

Beatrice Oleari e Alberto Colombo hanno evidenziato il lavoro congiunto dei gruppi e delle associazioni di Seveso e Meda nel progetto Insieme per il Bosco che ha poi generato le successive iniziative del coordinamento Insieme per la Memoria e il Futuro del Bosco delle Querce, ampliatesi anche al Comune di Meda proprio in occasione del 50° anniversario del disastro diossina dell'ICMESA.
Il coordinamento intende continuare a lavorare proponendo azioni e riflessioni con al centro il simbolo rappresentato dal Bosco delle Querce, le buone pratiche ambientaliste e gli aspetti di Storia e Memoria legati ad una narrazione genuina e non edulcorata del disastro Diossina, con la schiettezza e la preparazione che caratterizzava Laura Conti.

Al centro Maurizio Zilio, Legambiente Seveso

Maurizio Zilio di Legambiente Seveso ha ripercorso la storia del Circolo sevesino, della sua intitolazione e del rapporto con Laura Conti che aveva l'attitudine ad utilizzare un linguaggio in grado di farsi comprendere da tutti i soggetti con cui interloquiva nonchè il suo impegno costante per l'ambiente e la salute.

 

Marco Martorelli (a dx)

Marco Martorelli, custode dell'archivio documentale di Laura ha evidenziato la fatica fatta per conservarlo e la poca attenzione da parte di Enti e Istituzioni nel valorizzare la figura della Conti.
Attualmente l'eredità documentale è conservata presso la Fondazione Micheletti di Brescia.

Fabio Lopez Nunes, Enrico Cazzaniga, Alessia Cacace
Fabio Lopez Nunes ha ricordato il suo rapporto con Laura Conti, le attività svolte con lei, il dono di grande comunicatrice che aveva e la capacità di un approcio sia scientifico che politico sugli argomenti che andava a trattare.
L'artista Enrico Cazzaniga ha illustrato il suo lavoro e l'inserimento ambientale dello stesso mentre Alessia Cacace responsabile dell'Oasi Lipu di Cesano Maderno ha condiviso la sua soddisfazione di avere lì presenze di Memoria e intitolazione di grandi persone dell'ambientalismo italiano, con il centro intitolato ad Alex Langer e ora con l'installazione dell'opera one site dedicata a Laura Conti.
Relatori e promotori dell'iniziativa di omaggio a Laura Conti.
Rassegna stampa:



 

martedì 18 agosto 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NONA PUNTATA: I PROCESSI, LA TRANSIZIONE ECONOMICA, L'ASSASSINIO DI PAOLETTI, LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA

Altra puntata di approfondimento curata da Sinistra e Ambiente di Meda per ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Questa volta trattiamo gli aspetti giuridici, le transazioni economiche, l'intersecarsi degli anni di piombo con alcuni attentati e con l'omicidio del direttore di produzione dell'Icmesa ing. Paolo Paoletti, i lavori e la relazione della Commissione d'Inchiesta parlamentare.
Continua l'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
 
IL PROCESSO PENALE DI PRIMO GRADO A MONZA, L'APPELLO E LA CASSAZIONE 
Dopo la fuoriuscita di Diossina dall'Icmesa, il 2 agosto 1976 furono arrestati il Direttore Tecnico della fabbrica Herwig von Zwehl e il Direttore di Produzione Paolo Paoletti, successivamente scarcerati in attesa di processo.
Il filone giuridico per il disastro diossina dell'ICMESA-Givaudan-Hoffman-La Roche si è espresso con il processo penale contro i dirigenti, concluso nel 1986 con l'ultimo grado di giudizio, gli accordi di transazione tra le parti e i processi civili per i risarcimenti ai cittadini.

Il processo di primo grado a Monza

Il Processo Penale di primo grado per le responsabilità individuali per il disastro Diossina dell'ICMESA e della casa madre Givaudan (di proprietà della multinazionale Hoffman-La Roche) si aprì a Monza il 18 aprile 1983.

Herwig Von Zwehl arrestato con Paoletti dopo la fuoriuscita di diossina e poi rimesso in libertà in attesa del processo.
Imputati furono il Direttore tecnico dello stabilimento ICMESA Herwig von Zwehl, già denunciato nel 1974 e assolto nel 1976 per inquinamento idrico causato dall’Icmesa, il Direttore tecnico del gruppo svizzero Givaudan Jörg Sambeth, il Direttore generale del gruppo Givaudan Guy Waldvogel, il Progettista del reattore chimico A101 Fritz Moeri, il Capo del dipartimento ingegneria dell'ICMESA Giovanni Radice.
Le accuse nei loro confronti, in base alla legislazione di quegli anni erano di disastro colposo, omissione delle cautele necessarie a prevenire incidenti e lesioni permanenti.
Dal Corriere d'Informazione del 5-2-1980
Nelle aule del Tribunale di Monza solo Jörg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan si presentò fisicamente partecipando attivamente alle udienze, affrontando il dibattimento e rispondendo a giudici e Pubblico Ministero.
Herwig von Zwehl, Guy Waldvogel, Fritz Moeri e Giovanni Radice vennero giudicati in contumacia poichè decisero di non presentarsi alle udienze e rimanendo all'estero e furono rappresentati esclusivamente dai loro collegi legali.
Durante le udienze sfilarono in aula tecnici ed operai dello stabilimento ICMESA per ricostruire la dinamica dell'incidente e i ritardi nell'allarme.
 
Esperti scientifici e medici vennero chiamati  a deporre  sugli effetti tossicologici della diossina TCDD e sulla contaminazione territoriale così come deposero gli amministratori locali e i funzionari pubblici che dovettero gestire la caotica emergenza sanitaria e l'evacuazione della "Zona A" nelle settimane successive al disastro.
Il processo mise in luce le carenze dell'impiantistica, del ciclo produttivo, dei controlli, la scarsa sicurezza nonchè la drammatica gestione iniziale delle informazioni sulla diossina. 

Il 24 settembre 1983 il tribunale condannò von Zwehl e Sambeth a cinque anni di reclusione, Moeri e Waldvogel a quattro anni, Radice a due anni e sei mesi.

Il dispositivo di sentenza del processo di primo grado del disastro diossina

Nel dibattimento di primo grado il tribunale di Monza riconobbe per la prima volta al sindacato il diritto di costituirsi parte civile in un processo per un disastro ambientale, anche in assenza di un lavoratore direttamente leso nella propria integrità fisica.

Momenti del processo di Primo grado a Monza. A dx della foto, in piedi, dietro il microfono,  l'avv. Carlo Smuraglia

La tesi sostenuta dai legali del sindacato, assistiti dal giuslavorista Carlo Smuraglia, fu che la chiusura dello stabilimento avesse privato l’organizzazione sindacale del proprio consiglio di fabbrica, inteso come articolazione territoriale del sindacato stesso.
Il tribunale accolse la tesi e riconobbe un risarcimento di 30 milioni di lire, una cifra paragonabile a quella ottenuta nello stesso periodo da una famiglia di quattro persone evacuate, con un bambino colpito da cloracne, costretta a lasciare casa e lavoro: 20 milioni di lire, riconosciuti in primo grado come provvisionale. 
La sentenza di Monza venne poi riformata in appello, ma il principio rimase e negli anni successivi venne ripreso da altri sindacati in tutta Italia in procedimenti per disastri ambientali.

Il 14 maggio 1985 la Corte d’appello di Milano ribaltò il verdetto, assolvendo "per non aver commesso il fatto" Waldvogel, Moeri e Radice e condannando von Zwehl a due anni di reclusione e Sambeth a un anno e sei mesi.
La sentenza divenne definitiva venendo confermata nel 1986 dalla Cassazione.
Le pene comminate furono decisamente miti e solo per i due responsabili tecnici.
Nessuno di loro scontò la pena in carcere.

I PROCEDIMENTI CIVILI E LE TRANSAZIONI ECONOMICHE
I procedimenti civili ebbero, come è intuibile, un iter ancora più lungo, complesso e contraddittorio.
Dopo un anno di trattativa, il 25 marzo 1980, il presidente della Regione Lombardia Cesare Golfari, il sottosegretario all'Interno Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi.

L'accordo prevedeva il pagamento da parte della Givaudan di una somma di 103 miliardi e 634 milioni di lire (circa 320 milioni di euro nel 2023).
La transazione suddivideva la cifra in un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato, 40 miliardi e mezzo alla Regione per le spese di bonifica sostenute fino ad allora, altri 47 miliardi a carico della Givaudan per ulteriori interventi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione, costituendo anche una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l'Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo.
La Givaudan si impegnò inoltre a conferire alla futura Fondazione gli immobili acquistati (o che stava per acquistare) all´interno della Zona "A".
La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi.
Questa transazione fece decadere il procedimento giudiziario intentato dalla Regione contro l´ICMESA e la multinazionale proprietaria all'interno del processo penale avviato dalla Procura della Repubblica di Monza all'indomani del disastro.
La transazione fu molto criticata e l'accordo giudicato favorevole alla Givaudan poichè gli evitata il processo e per questo gli avvocati della Regione sottolinearono che, se si fosse atteso il procedimento giudiziario, si sarebbe parlato di risarcimento dopo molti anni e con molta difficoltà si sarebbero ottenuti 103 miliardi.
I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati, per una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.
Il comune di Seveso con l'allora Sindaco Giuseppe Cassina, firmò successivamente a Losanna nel settembre 1982, sempre con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Pury, un'ulteriore e specifica transazione ricevendo 15 milioni di franchi svizzeri (1,5 Miliardi di lire).
 

La comunicazione del sindaco di Seveso Giuseppe Cassina sulla firma della transazione. 

Documento tratto dall'archivio "Il ponte della Memoria" di Legambiente circolo Laura Conti di Seveso

In cambio del pagamento di questi 15 milioni di franchi, dopo la Regione Lombardia, anche il Comune di Seveso rinunciò definitivamente a qualunque azione legale in sede civile e penale sia in Italia sia all'estero.
Unica eccezione per eventuali danni futuri e imprevedibili all'epoca della firma, a patto di dimostrarne il nesso causale con il disastro della diossina.

SUCCESSIVE SENTENZE CIVILI
Il 21 febbraio 2002 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione stabiliscono con la sentenza n. 2515 che il diritto al risarcimento del danno morale spetta anche in assenza di una malattia fisica, per una "presunzione di sofferenza" e di paura per la propria salute dovuta alla nube di diossina.
In applicazione di questo principio, la Cassazione aveva confermato alcuni risarcimenti, quantificati in circa 5.000 euro a favore dei residenti che avevano documentato il forte turbamento psichico causato dalla nube tossica.
Tuttavia negli anni successivi i tentativi di cause di massa come quella da oltre 10.000 cittadini del Comitato 5D avviata nel 2015, si sono scontrate con i rigidi termini di prescrizione e con sentenze di segno opposto che hanno chiuso la via a nuovi rimborsi tardivi.

IL DISASTRO DIOSSINA E GLI ANNI DI PIOMBO
Nel periodo tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 , i cosidetti "anni di piombo", anche la vicenda del disastro diossina dell'Icmesa ebbe un contorno di attentati e di azioni armate rivendicate da gruppi facenti parte della galassia della "lotta armata".

Il  28 luglio 1976, alle 3 e 25 del mattino, esplose una bomba posizionata davanti alla sede romana della multinazionale svizzera La Roche. Non vi furono vittime.

Il 19 maggio 1977 l’ufficiale sanitario di Seveso Giuseppe Ghetti, accusato di aver coperto e minimizzato i rischi e le mancanze dell'Icmesa e di altre fabbriche della zona, venne “gambizzato” con cinque colpi di pistola. 
L'azione venne rivendicata da un fantomatico gruppo di «Combattenti per il comunismo», poi confluiti in "Prima Linea" ed era conseguente ad una “perquisizione proletaria” dell'ufficio di Ghetti.

Il 6 luglio 1977, a pochi giorni dal primo anniversario dell’incidente, una bomba esplose contro la casa del vicedirettore della Roche, Rudolf Rupp, a Frekendorf, in Svizzera.
La rivendicazione consegnata ad alcuni giornali svizzeri da parte di un misterioso «Commando 10 luglio»  era scritta in un tedesco approssimativo e vi si si affermava che la multinazionale svizzera aveva trovato potenti alleati «nello Stato dei democristiani e del compromesso storico: medici e scienziati corrotti, le maggioranze silenziose più diverse e anche i sindacati». 

Paolo Paoletti, direttore di produzione dell'ICMESA, assassinato nel 1980 a Monza da Prima Linea
Qualche anno dopo, il 5 febbraio 1980, venne assassinato in un agguato sotto casa, in via De Leyva, nel centro di Monza, il direttore di produzione dell’Icmesa, l'ing. Paolo Paoletti, che avrebbe dovuto rispondere alle accuse formulate anche nei suoi confronti nel processo monzese di primo grado all'Icmesa-Givaudan. Processo che per lui non arrivo mai a sentenza.

Il gruppo di fuoco, che sparò e uccise Paoletti era formato da tre persone, due uomini e una donna e subito dopo l’agguato fuggì a bordo di una Fiat 128 di color grigio metallizzato che fu ritrovata la mattina stessa in via Della Guerrina, nel quartiere Cederna.
L’assassinio fu rivendicato da Prima Linea.

Il Cittadino sull'omicidio di Paolo Paoletti

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA
La Commissione parlamentare incaricata di svolgere una inchiesta «sulla fuga di sostanze tossiche
avvenuta il 10 luglio 1976 nello stabilimento Icmesa e sui rischi potenziali per la salute e per l’ambiente derivanti da attività industriali»
 venne istituita con la legge n. 357 del 16 giugno 1977. 

Era composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio 1977 con una suddivisione numerica che rifletteva la composizione dell'arco parlamentare.
La Democrazia Cristiana aveva dodici Commissari, il Pci dieci, il Psi due.I repubblicani avevano un parlamentare nella Commissione, così come i Socialdemocratici e la Sinistra Indipendente mentre Destra Nazionale (ex MSI) aveva due Commissari.
Presidente della Commissione fu nominato il deputato Bruno Orsini.
La legge istitutiva, definì tre filoni di inchiesta dei quali la Commissione doveva occuparsi ossia:
  • l’accertamento delle responsabilità «ad ogni livello, centrale o locale, relative all’insedia-mento, alla sicurezza e alla nocività della produzione, ai controlli e ad ogni altra misura indispensabile atta ad evitare le calamità»;
  • la valutazione delle conseguenze dell’incidente, sia sul piano medico e ambientale sia su quello economico;
  • la formulazione di proposte «per una più efficace normativa a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, per l’equilibrio dell’ambiente naturale, nonché per assicurare servizi adeguati ed efficaci controlli».

La Commissione concluse i suoi lavori dopo un anno, il 19 luglio 1978, approvando all’unanimità una relazione conclusiva poi trasmessa ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati. 
Una relazione che invitiamo i lettori a scaricare e a leggere poichè contiene comunque una ricostruzione dei fatti e identifica precise colpe non solo del gruppo dirigente e dei responsabili tecnici dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman-La Roche (da pag. 76) per le loro scelte industriali ed omissioni comunicative ma anche del sindaco di Meda e degli altri organismi di controllo che non intervennero per tempo e con il dovuto e necessario rigore che le normative del tempo gli consentivano.
Il documento definisce anche i danni subiti dalle attività presenti in loco.

La potete scaricare a questo link: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/907869.pdf

La Presidenza della Commissione operò per concentrare i lavori dell’organo parlamentare sugli aspetti dell’inchiesta in grado di ottenere la maggiore condivisione tra le varie forze politiche ottenendo l'unanimità della Commissione sul testo finale della relazione.
Testo che fu frutto di un compromesso ottenuto riducendo i riferimenti alle questioni politicamente più divisive quali l’aborto o la bonifica, aspetti sui quali i Commissari s'erano confrontati con scambi aspri e variegati. 
Per i Commissari fu più semplice concentrarsi su di una ricerca delle responsabilità indagando sulle numerose mancanze ed omissioni dell'Icmesa e della multinazionale proprietaria nonchè di alcune amministrazioni pubbliche, quali quella di Meda che ignorò l'esistenza di lavorazioni con sostanze chimiche pericolose che avrebbero fatto entrare l'azienda Icmesa nel novero degli impianti insalubri, la Provincia di Milano che non attuò provvedimenti coattivi, l'Ispettorato Provinciale del Lavoro che non fu in grado di approfondire la natura delle produzioni dell'Icmesa, il comando provinciale dei Vigili del Fuoco per mancate comunicazioni al Prefetto sui certificati antincedio dell'Icmesa scaduti e non rinnovati,  il Comitato Regionale Inquinamento Atmosferico Lombardia (CRIAL) che lasciò in sospeso pratiche ispettive, etc. 
Questo risultò utile per cercare di recuperare la fiducia dei cittadini nei riguardi delle istituzioni, dopo che il disastro aveva mostrato anche le carenze funzionali e le incapacità d'intervento di parecchi enti pubblici.

Rispetto agli altri compiti definiti nella legge istitutiva, la Commissione preferì non addentrarsi in valutazioni autonome, limitandosi ad un compito di mera raccolta e ordinazione delle documentazioni e delle relazioni ricevute da altri organismi tecnici e/o scientifici che trasmise poi al Parlamento a meri fini conoscitivi.
Va rilevato che il lavoro inquirente della Commissione produsse un risultato apprezzabile in un tempo molto breve e che la relazione conclusiva costituì un atto ufficiale dello Stato italiano in cui le responsabilità dell’Icmesa e della Givaudan erano sancite ufficialmente tant'è che anche l’avvocato di parte civile al processo di primo grado ne chiese l’acquisizione agli atti.

Continua.

Puntate pubblicate in precedenza: 


 
 
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA

sabato 11 luglio 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SETTIMA PUNTATA: IL GIALLO DEI 41 FUSTI CONTENENTI MATERIALE TOSSICO E NOCIVO

Un ulteriore approfondimento di Sinistra e Ambiente di Meda nel ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Dopo la rimozione delle sostanze chimiche nocive ancora presenti nell'ICMESA si apre l'oscuro capitolo del destino dei 41, poi 42 fusti contenenti materiale altamente contaminato estratto dai reattori A101 e A110 e dalla fabbrica ICMESA.
L'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda continua analizzando documenti e testi in suo possesso o ritrovati per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

L'ORIGINE DEI 41 FUSTI DI MATERIALE CONTAMINATO
Nelle fasi d'intervento
per smantellare la fabbrica dell'ICMESA e smontare l'impianto di produzione del Triclorofenolo
serviva svuotare il reattore e rimuovere le sostanze tossiche rimaste al suo interno e quelle ancora presenti nello stabilimento medese.
Come abbiamo illustrato nella precedente puntata, nel luglio del 1981, i tecnici asportarono dal reattore A101 la massa chimica ormai solidificata e altamente tossica e dall'A110 i residui liquidi e le morchie ugualmente tossiche.
Il materiale estratto, fluidificato o raschiato dalle pareti interne venne sigillato in 41 fusti metallici speciali, rivestiti internamente per resistere alla corrosione e impedire qualsiasi fuoriuscita.
Nei fusti non finì solo la miscela, ma anche i fanghi di lavaggio del reattore stesso e gli strumenti contaminati usati per raschiarlo.

I CONTORNI AMBIGUI E OSCURI DELLA GESTIONE DEI 41 FUSTI
La multinazionale svizzera Hoffman-La Roche controllante della Givaudan, proprietaria dell' ICMESA, aveva affidato l'operazione di trasporto e stoccaggio dei fusti alla filiale italiana della società tedesca, Mannesmann, che a sua volta aveva subappaltato il trasporto a intermediari francesi.

I 41 fusti presso l'ICMESA di Meda

L'11 settembre 1982, i 41 fusti vennero caricati su un camion per essere portati fuori dall'Italia e smaltiti.
Furono scortati dalla polizia e dal Commissario dell'Ufficio Speciale Luigi Noè fino al confine con la Francia, a Ventimiglia.
I 41 fusti passano la frontiera con il documento di transito europeo “T2“, con un contenuto dichiarato di: "Derivati alogenati degli idrocarburi aromatici, scarti di lavorazione industriale contaminati da TCDD e TCF". 
La merce aveva un valore quantificato in un milione di lire ma era assicurata per cinque miliardi. 
Sul modulo era specificata la provenienza da Meda ma non la destinazione e dopo aver raggiunto il posto di frontiera, Noè con i poliziotti di scorta rientrò a Milano.
La gestione del trasporto era stata affidata dalla Mannesman Italia ad un terzo soggetto, la francese Spedildec che aveva un solo socio, Bernard Paringaux, un ex parà la cui ditta era in ottimi rapporti e aveva l’esclusiva con l'EDF, equivalente francese dell’Enel per gestire l’olio dei trasformatori, contenente i Policlorobifenili (PCB), sostanze cangerogene simili alle diossine. 
Bernard Paringaux aveva un deposito in affitto a Saint-Quentin, a due passi dal Belgio, da cui transitavano rifiuti da mezza Europa.
I fusti dell'ICMESA lì sostarono e ripartirono per poi scomparire nel nulla per oltre sette mesi.
Il 9 marzo 1983, la Mannesmann scriveva a Zurigo: "i residui sono stati loculati in un impianto estero controllato e autorizzato".

DOVE MAI ERANO FINITI I 41 FUSTI ?
Allertate da numerosi articoli della stampa svizzera e francese e dei media che si occuparono di questa scomparsa, le autorità di Marsiglia aprirono un’inchiesta e convocarono Paringaux, che però si rifiutò di dire dove fosse finito il carico tossico e per questo venne arrestato.

L'arresto di Bernard Paringaux
Le ipotesi si susseguono: discariche francesi, cave d’argilla dell'allora DDR o Germania Est e della Repubblica Federale Tedesca o Germania Ovest , altri luoghi nei Paesi socialisti o Nato.
Paringaux, in carcere, non parlò rimanendo fedele al contratto e alla cospicua cifra a lui versata (1 miliardo di lire) dalla Mannesman.
La Germania Est smentì di aver ricevuto tale materiale nella cava di Schoenberg definita "non idonea" e la Germania Ovest inoltrò una protesta al nostro ambasciatore, per "aver fatto circolare i rifiuti fuori dalle direttive che impongono di dichiarare la destinazione".
Tuttavia Noè rilasciò una dichiarazione sibillina dando ad intendere quale potesse essere stata la meta dei fusti : "Non potevamo dichiararla – disse  – perché questo era l’accordo con chi gestisce la cava dove sono stati sotterrati i barili. Cava che si trova in un Paese europeo, che non vuol dire necessariamente nella Cee". 
Anche un' altra fonte proveniente sempre dall'Ufficio Speciale, anni dopo, fece filtrare la Romania come destinazione finale segreta ma che "il clamore fece saltare tutto". 

IL RITROVAMENTO IN FRANCIA

I fusti vennero infine ritrovati il 19 maggio del 1983 su segnalazione di un macellaio in pensione, all'interno di un ex mattatoio abbandonato nel villaggio di Anguilcourt-le-Sart, nel nord della Francia.
A portarceli, si saprà poi, fu Jean Michel Quignon, giovane collaboratore di Paringaux, che poi sarà indagato ma che al pari di Paringaux tornerà libero.
Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica europea, la Hoffman-La Roche si riprese i fusti che, fotografati, finirono sulle copertine di riviste e giornali.
La multinazionale svizzera e le autorità non misero minimamente in dubbio l’autenticità del carico, seppur privo di segni che lo qualificavano. 
Alcuni dettagli non sfuggirono però ad osservatori attenti: quei cilindri di metallo avevano un colore ocra e una grafia di numerazione differente da quella dei fusti blu filmati durante le operazioni di chiusura presso l'ICMESA.
Il loro diametro era passato da 56,5 centimetri a 60 centimetri e con un peso di 20 quintali in più rispetto agli originali.
Vi era stato un infustamento di sicurezza aggiuntivo ? Erano gli stessi fusti partiti dall'ICMESA di Meda ?
Per questo l’Unione dei Progressisti svizzeri chiese al governo cantonale "di verificare se i fusti siano quelli giusti e perché siano stati ridipinti e rinumerati".
Un quesito che non ottenne risposta così come non vi fu spiegazione ufficiale sulle discrepanze.

I fusti vennero infine trasferiti a Basilea (Svizzera) e dopo due anni di test chimici sul contenuto e polemiche, fra il 17 e il 21 giugno 1985 vennero inceneriti in un forno speciale ad alta temperatura (1200 °C)  per rifiuti industriali della Ciba-Geigy.
Il 21 giugno 1985 le autorità elvetiche comunicarono ufficialmente di aver concluso l´incenerimento di tutte le scorie, comprese quelle di un 42° e ultimo fusto che era rimasto, dimenticato, a Seveso.

I dubbi non furono però fugati e negli anni successivi, si ipotizzò anche che questi fusti fossero in realtà stati distrutti nel forno inceneritore della Montedison di Mantova.

Questa vicenda, avrebbe meritato totale trasparenza sia da parte dell'Ufficio Speciale per Seveso sia da parte della Givaudan-Hoffman-La Roche e anche dalle autorità Svizzere coinvolte. 
Una trasparenza che, a distanza di decenni non c'è ancora stata, una vicenda che all'oggi non ha ancora avuto i necessari elementi per essere definitivamente chiarita.
 
Continua.
 
Puntate pubblicate in precedenza:
 
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA