Nelle fasi d'intervento

Come abbiamo illustrato nella precedente puntata, nel luglio del 1981, i tecnici asportarono dal reattore A101 la massa chimica ormai solidificata e altamente tossica e dall'A110 i residui liquidi e le morchie ugualmente tossiche.
Il materiale estratto, fluidificato o raschiato dalle pareti interne venne sigillato in 41 fusti metallici speciali, rivestiti internamente per resistere alla corrosione e impedire qualsiasi fuoriuscita.
Nei fusti non finì solo la miscela, ma anche i fanghi di lavaggio del reattore stesso e gli strumenti contaminati usati per raschiarlo.
I CONTORNI AMBIGUI E OSCURI DELLA GESTIONE DEI 41 FUSTI
La multinazionale svizzera Hoffman-La Roche controllante della Givaudan, proprietaria dell' ICMESA, aveva affidato l'operazione di trasporto e stoccaggio dei fusti alla filiale italiana della società
tedesca, Mannesmann, che a sua volta aveva subappaltato il trasporto a
intermediari francesi.
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| I 41 fusti presso l'ICMESA di Meda |
Furono scortati dalla polizia e dal Commissario dell'Ufficio Speciale Luigi Noè fino al confine con la Francia, a Ventimiglia.
I 41 fusti passano la frontiera con il documento di transito europeo “T2“, con un contenuto dichiarato di: "Derivati alogenati degli idrocarburi aromatici, scarti di lavorazione industriale contaminati da TCDD e TCF".
La merce aveva un valore quantificato in un milione di lire ma era assicurata per cinque miliardi.
Sul modulo era specificata la provenienza da Meda ma non la destinazione e dopo aver raggiunto il posto di frontiera, Noè con i poliziotti di scorta rientrò a Milano.
La gestione del trasporto era stata affidata dalla Mannesman Italia ad un terzo soggetto, la francese Spedildec che aveva un solo socio, Bernard Paringaux, un ex parà la cui ditta era in ottimi rapporti e aveva l’esclusiva con l'EDF, equivalente francese dell’Enel per gestire l’olio dei trasformatori, contenente i Policlorobifenili (PCB), sostanze cangerogene simili alle diossine.
Bernard Paringaux aveva un deposito in affitto a Saint-Quentin, a due passi dal Belgio, da cui transitavano rifiuti da mezza Europa.
I fusti dell'ICMESA lì sostarono e ripartirono per poi scomparire nel nulla per oltre sette mesi.
Il 9 marzo 1983, la Mannesmann scriveva a Zurigo: "i residui sono stati loculati in un impianto estero controllato e autorizzato".
DOVE MAI ERANO FINITI I 41 FUSTI ?
Allertate da numerosi articoli della stampa svizzera e francese e dei media che si occuparono di questa scomparsa, le autorità di Marsiglia aprirono un’inchiesta e convocarono Paringaux, che però si rifiutò di dire dove fosse finito il carico tossico e per questo venne arrestato.
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| L'arresto di Bernard Paringaux |
Paringaux, in carcere, non parlò rimanendo fedele al contratto e alla cospicua cifra a lui versata (1 miliardo di lire) dalla Mannesman.
La Germania Est smentì di aver ricevuto tale materiale nella cava di Schoenberg definita "non idonea" e la Germania Ovest inoltrò una protesta al nostro ambasciatore, per "aver fatto circolare i rifiuti fuori dalle direttive che impongono di dichiarare la destinazione".
Tuttavia Noè rilasciò una dichiarazione sibillina dando ad intendere quale potesse essere stata la meta dei fusti : "Non potevamo dichiararla – disse – perché questo era l’accordo con chi gestisce la cava dove sono stati sotterrati i barili. Cava che si trova in un Paese europeo, che non vuol dire necessariamente nella Cee".
IL RITROVAMENTO IN FRANCIA
Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica europea, la Hoffman-La Roche si riprese i fusti che, fotografati, finirono sulle copertine di riviste e giornali.
La multinazionale svizzera e le autorità non misero minimamente in dubbio l’autenticità del carico, seppur privo di segni che lo qualificavano.
Alcuni dettagli non sfuggirono però ad osservatori attenti: quei cilindri di metallo avevano un colore ocra e una grafia di numerazione differente da quella dei fusti blu filmati durante le operazioni di chiusura presso l'ICMESA.
Vi era stato un infustamento di sicurezza aggiuntivo ? Erano gli stessi fusti partiti dall'ICMESA di Meda ?
Per questo l’Unione dei Progressisti svizzeri chiese al governo cantonale "di verificare se i fusti siano quelli giusti e perché siano stati ridipinti e rinumerati".
Un quesito che non ottenne risposta così come non vi fu spiegazione ufficiale sulle discrepanze.
I fusti vennero infine trasferiti a Basilea (Svizzera) e dopo due anni di test chimici sul contenuto e polemiche, fra il 17 e il 21 giugno 1985 vennero inceneriti in un forno speciale ad alta temperatura (1200 °C) per rifiuti industriali della Ciba-Geigy.
Il 21 giugno 1985 le autorità elvetiche comunicarono ufficialmente di aver concluso l´incenerimento di tutte le scorie, comprese quelle di un 42° e ultimo fusto che era rimasto, dimenticato, a Seveso.
Una trasparenza che, a distanza di decenni non c'è ancora stata, una vicenda che all'oggi non ha ancora avuto i necessari elementi per essere definitivamente chiarita.




