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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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sabato 27 giugno 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SESTA PUNTATA: LA BONIFICA E LE SUE CRITICITÀ, LE DUE VASCHE DI CONTENIMENTO

Prosegue il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda che ricostruisce gli anni drammatici del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Dopo la battaglia della popolazione che s'è opposta al forno inceneritore, Regione Lombardia rivede la sua posizione e decide di far partire la Bonifica optando per uno stoccaggio in sicurezza e in loco del materiale contaminato. 
La Bonifica inizia ma con molte criticità, errori e anche approssimazione.
Anche questa puntata è frutto del lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda basato su documenti e testi in suo possesso o ritrovati con l'obiettivo di restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

I PRIMI ESPERIMENTI PER LA BONIFICA
1976: Tecnici Givaudan irrorano con sostanza oleosa manufatti e vegetazione per fissarvi le molecole di diossina lì presenti. Foto tratta dall'archivio de Il Giorno
Alla Givaudan, proprietaria e responsabile del disastro diossina, venne consentito in alcuni lotti della zona A, di svolgere attività sperimentali.
Scopo dell'attività sperimentale era quella di evitare la diffusione e il trasporto del tossico nel territorio fissando le molecole della diossina TCDD presenti sui vegetali e nel suolo con l'utilizzo di un'emulsione a base oleosa e lasciandole esposte alla luce solare diurna verificarne la loro fotodegradazione a mezzo della componente ultravioletta.
Alcune prove in laboratorio avevano dato esiti incoraggianti mostrando come gli ultravioletti riducessero le concentrazioni di diossina.
Sul campo la situazione risultò differente poichè l'emulsione oleosa non avrebbe mai potuto penetrare alle profondità necessarie nel suolo dove nel frattempo era scesa la TCDD.
Si tentò comunque di applicare l'emulsione di fissaggio sulle foglie ma ben presto anche queste furono dilavate dalle piogge e dai temporali e con l'acqua trasportò il tossico nel Seveso tant'è che la TCDD fu trovata nei fanchi del depuratore di Varedo e anche a Niguarda dove il Seveso straripò.

Un'altra ipotesi d'intervento venne avanzata dall'ENI che propose di passare sui suoli contaminati bruciandoli direttamente in loco e utilizzando allo scopo dei dispositivi mobili alimentati ad idrogeno montati su degli automezzi che avrebbero portato ad una combustione di 1200 gradi il terreno.
L'intervento considerava la diossina TCDD concentrata nei primi 10 cm di terreno. 
Il progetto venne fortunatamente abbandonato per le scarse garanzie di successo che offriva nel poter effettivamente distruggere la diossina TCDD e per il pericolo che la combustione secondaria innescata potesse trasformare il Triclorofenolo, anch'esso depositatosi sul terreno, in altra diossina TCDD.
Al termine di queste sommarie sperimentazioni, nel settembre del 1976 Regione Lombardia decise di orientarsi verso un metodo più radicale: la decorticazione del terreno inquinato.
Come raccontato nella puntata precedente, non era più percorribile per le proteste degli abitanti e i rilievi tecnici negativi la combustione dei materiali contaminati in un forno inceneritore da costruire a Seveso.
Ci si orientò così per uno stoccaggio in loco in impianti non accessibili e con elevati standard di sicurezza. 
In attesa di quella che sarà la progettazione e la realizzazione delle 2 vasche di contenimento di Meda e Seveso, nel frattempo, il materiale venne temporaneamente raccolto in una serie di SILOS di cui 11 posizionati a Desio, 11 a Cesano Maderno e 13 a Seveso.
Uno dei silos di raccolta e stoccaggio temporaneo
LA BONIFICA NELLA ZONA A
Nell'area a più alta contaminazione, la zona A, fu effettuata una verifica iniziale per comprendere la profondità di penetrazione della diossina caduta sul terreno confrontando tra di loro le analisi chimiche effettuate in periodi temporali differenti dal 1976 al 1980.
Si accertò che il 95% della diossina depositata dalla ricaduta della nube fuoriuscita dall'ICMESA era rimasta nei primi 25-30 cm di terreno.
Nel 1976 non esisteva un  valore di soglia oltre il quale un'area poteva definirsi contaminata con conseguente obbligo di bonifica e Regione Lombardia decise di fissare a 5 µg/m2 il valore di diossina nel suolo da raggiungere per l'avvenuta bonifica.
La zona A venne così suddivisa in fasce a secondo del livello di contaminazione, definendo la modalità d'intervento per ogni fascia.
Nella prima fascia erano comprese le superfici con inquinamento superiore a 200 µg/m2, ove vennero effettuati 3 interventi di asportazione del terreno o scarifiche successive, con profondità di circa 30 cm ciascuno fino ad arrivare a 90 cm. 
La seconda fascia comprendeva le superfici con inquinamento compreso tra 50 e 200 µg/m2 e lì si operò con 2 scarifiche.
Nella terza fascia erano comprese le superfici con inquinamento inferiore a 50 µg/m2 e venne attuata una sola scarifica.
Dopo una serie di interventi di defoliazione e taglio degli alberi, tutti gli edifici presenti nelle subaree da A1 a A5 furono abbattuti mentre per le subaree A6-A7-A8 dove si trovavano 90 edifici, si provvide alla bonifica degli stessi e delle pertinenze con lo scopo di far rientrare i cittadini sfollati. 
Le subzone A6, A7 e A8 furono sottoposte a parziale scarifica solo laddove la concentrazione di diossina era superiore ai 15 µg/m2.
Per queste due subzone c'era l'interesse a completare quanto prima gli interventi di bonifica poichè quì risiedeva circa il 67% della popolazione evacuata e vi era volontà e necessità di garantire il loro rientro.
L'estensione delle subzone A6, A7 era di circa 32 ettari con una distanza minima dall’ICMESA di 1200 metri e con un valore medio della TCDD nel suolo di circa 270 μg/m2.
Abbattimento di un edificio in zona A
Anche qui venne rimosso, anche se in volumi minori la superficie del suolo inquinato da TCDD per raggiungere concentrazioni comprese entro i limiti tollerabili.
Non si trattò dunque di una rimozione totale e completa proprio perchè si scelse il mantenimento degli edifici e delle pertinenze.
Gli interni e gli esterni degli edifici vennero controllati con analisi chimiche sul materiale di scrostatura dei muri e sullo strato superiore di terreno e dovevano rientrare nei limiti stabiliti da Regione Lombardia che erano fissati a 0,01 μg/m2 per i muri interni e 0,75 μg/m2 per i muri esterni.
Le analisi furono circa 700 su 87 edifici e giardini dentro le subzone da restituire all'abitabilità. 
Al termine delle operazioni di recupero delle abitazioni tutti i livelli di TCDD risultarono sotto i limiti tollerabili definiti da Regione Lombardia. 
Sulle aree agricole o negli allevamenti di animali durante e dopo la bonifica furono effettuati prelievi di strati superiori di terreno in 56 siti selezionati. 
In caso di risultati sotto la soglia stabilita da Regione Lombardia, le operazioni di pulizia si ritenevano terminate e le autorità sanitarie autorizzavano il reingresso della popolazione evacuata. 
Tuttavia la distribuzione disomogenea della TCDD nel terreno e sulle superfici interne ed esterne delle costruzioni (da <0,01 fino a qualche μg/m2) rese necessaria l’adozione di uno specifico approccio statistico che valutasse in maniera efficace la validità delle operazioni.
 
TUTTO BENE DUNQUE ? NON PROPRIO SE CONSIDERIAMO LA METODOLOGIA DI BONIFICA DEGLI EDIFICI 
Gli interventi furono affidati alla Givaudan con proprio personale di coordinamento e supervisione.
Per bonificare o meglio "pulire" le costruzioni vennero usati detersivi biodegradabili, scope, spugne, guanti di gomma, strofinacci, acqua e sapone.
A tali operazioni assistevano sempre più increduli, gli abitanti e i giornalisti.
In un esposto alla magistratura di un lavoratore della POLISH, azienda incaricata dalla Givaudan per gli interventi di bonifica e ripristino degli edifici, corredata da molte immagini fotografiche, di cui riportiamo ampi stralci, appare evidente l'inadeguatezza e il pressapochismo dei metodi utilizzati.
Quanto descritto era stato visto quotidianamente dalla cittadinanza e aveva suscitato enormi perplessità. 
Il lavoro di pulizia delle case contaminate si svolgeva in due turni di lavoro di quattro ore ciascuno: dalle 8 alle 12 e dalle 12 alle 16.
I lavoratori accedevano nella "stazione filtro", dove ricevevano gli indumenti da indossare nella zona contaminata. I dispositivi individuali a protezione dalla diossina consistevano di:
- un paio di stivali di gomma
- una tuta in carta plastificata con cappuccio
- un paio di guanti in gomma morbida di uso casalingo
- un paio di guanti in gomma dura da lavoro
- una maschera in gomma marca Pirelli
- un paio di occhiali in plastica 
Le acque di risulta dei lavaggi degli interni, anzichè essere versate in luoghi di raccolta dello scarico venivano rovesciate direttamente nelle tazze dei W.C. e nelle vasche da bagno delle stesse abitazioni da bonificare.
Quelle dei lavaggi esterni dove le pareti venivano spruzzate con acqua compressa attinta dai rubinetti stessi delle abitazioni da decontaminare venivano invece scaricate nei tombini e quindi nelle fognature. 
La diossina fu poi trovata nei fanghi del depuratore di Varedo sia a causa del trasporto del Certesa, affluente del Seveso sia per gli sversamenti di acque di lavaggio contaminate in fogna.
In seguito, si cambiò metodo. 
L'acqua sporca usata per il lavaggio, veniva raccolta in bidoni di plastica e versata all'esterno in una vasca di cemento con pompa e galleggiante. Quando l'acqua raggiungeva un certo livello, la pompa entrava automaticarnente in funzione e la sospingeva in un tubo il cui percorso terminava in un campo, nei pressi della stazione filtro, dove, per il tramite di una girandola per irrigazioni, veniva spruzzata sul campo medesimo. 
E' opportuno precisare che nel medesimo collettore confluivano gli scarichi delle docce e dei lavandini della stazione filtro, dove gli addetti si lavavano al rientro dal lavoro nella zona contaminata.
Gli aspirapolvere impiegati nella bonifica erano di due tipi: uno piccolo per gli appartamenti e uno grande per solai, cantine e box. 
Il modello piccolo raccoglieva la polvere in un sacchetto di carta che, spesso, durante la sostituzione si rompeva con fuoriuscita di polvere ed evidentemente di diossina. 
Per svuotare il modello più grande, occorreva infilare un sacco di plastica alla sua estremità e capovolgerlo affinchè il contenuto cadesse nel sacco.
Questa operazione comportava normalmente lo sprigionarsi di nubi di polvere che investivano gli addetti ai lavori. 
Mentre il controllo sulla bonifica degli stivali degli addetti era rigoroso, nulla si faceva per i guanti, anch'essi prevedibilmente inquinatit per il contatto con le suppellettili contaminate.
L'ordine era infatti di infilarli negli stivali.
Solo in un secordo tempo vennero installati nei locali di bonifica degli stivali alcuni lavandini che però rimasero inutilizzabili perchè non provvisti d'acqua.
Per i guanti in lana, forniti in un secondo tempo agli operai, per ovviare al freddo dell'inverno, si dispose additittura che gli stessi li portassero a casa per evitare possibili sottrazioni.

I tecnici della Givaudan stabilivano la distruzione di quelle suppellettili che potevano aver assorbito la diossina.
Nessuno controllava che la decisione venisse eseguita e in alcuni è casi è capitato che diverse suppellettilli destinate alla distruzione, siano rimaste nelle case bonificate.
Ai proprietari delle abitazioni da bonificare della zona A che assistevano alle operazioni di pulizia o, come è avvenuto in alcuni casi, vi partecipavano, veniva fornita.la tuta che era normalmente indossata sopra gli abiti civili, lasciandoli così esposti al pericolo di contaminazione da diossina.
La riconsegna dell'equipaggiamento, protettivo, avveniva poi nello stanzone della stazione filtro, dove si spogliavano gli operai per fare la doccia, esponendo pertanto questi ultimi al pericolo di contaminazione.
Anche rispetto all'uso degli autocarri per il trasporto del terreno decorticato venne osservato e fatto notare che per diverso tempo essi viaggiavano senza limite di velocità ed a pieno carico, sia entro la zona A che al suo contorno. 
Questo determinava la perdita di terreno inquinato anche in zone non delimitate dai reticolati e quindi con libero accesso della popolazione e la formazione di polvere inquinata, trasportata dal vento anche in zone estranee alla mappa di inquinamento. 
Solo successivamente venne disposto di istituire un limite di velocità per questi automezzi.

NELLA ZONA B UNA BONIFICA SOFT
La Bonifica nella zona B iniziò nel 1977 ma fu decisamente differente rispetto alla tipologia degli interventi attuati nella zona A.
Solo poche aree, quelle con livello di diossina superiore ai 15 µg/m2, furono scarificate con asporto dello strato superficiale del terreno mentre alcuni edifici sottoposti a bonifica, lavaggio e recupero. 
Sui suoli di pertinenza alle abitazioni venne posizionata terra pulita e nelle zone di interesse agricolo, si intervenne sostanzialmente con un'aratura che riportò in superficie e a contatto con la luce solare la Diossina TCDD, rimettendola però anche in circolo a causa del pulviscolo sollevato. 
Questa azione ridusse, nei primi 7 cm di terreno, la concentrazione di TCDD. 
L'aratura venne affettuata per tutto il 1977 e anche per alcuni anni successivi. 
La diluizione si accompagnò con il lento processo di degradazione della molecola di TCDD per via fotochimica quando le molecole presenti nello strato intermedio venivano riportate in superficie.
L’aratura venne applicata anche al recupero delle superfici ad uso agricolo.
 
SVUOTAMENTO DEL REATTORE E RIMOZIONE DELLE SOSTANZE TOSSICHE ALL'ICMESA
Il problema dello svuotamento del reattore e dello smaltimento delle scorie tossiche presenti in esso e nello stabilimento ICMESA si presentò di difficile soluzione. 
Nell'interno del Reattore dell'ICMESA era rimasta una miscela di sostanzr tossiche pari a circa 2/3 della sua carica originaria, comprensiva di un'alta concentrazione di diossina TCDD.
Sulla metodologia da seguire si intrecciò un dibattito sia a livello scientifico sia giuridico.
Il dibattito ritardò l'intervento sia per l'accesso all'impianto, sottoposto a sequestro giudiziario sia per l'avvio della progettazione per lo smantellamento.
Tra i vari progetti presentati la Commissione Tecnico Scientifica Governativa scelse quello dell'Ente Nazionale Energia Atomica (ENEA). 
 
Il Reattore venne svuotato nel luglio del 1981 attraverso un'operazione ad alto rischio, condotta in condizioni di isolamento totale e massima sicurezza del reparto B.
Il reparto fu mantenuto in costante depressione atmosferica per impedire a qualunque particella di gas o polvere di diossina di sfuggire verso l'esterno qualora si fossero verificate perdite durante i lavori.
Gli operatori indossavano invece tute speciali ermetiche in pressione e scafandri ventilati dotati di respiratori autonomi a circuito chiuso.
Il personale addetto era stato precedentemente formato ed era suddiviso in 6 squadre di due uomini ciascuna.
Ogni squadra era costituita da un operatore chimico con esperienza di produzione e un operatore meccanico con esperienza d'officina.
Il turno era di 2 ore con presenza di altri 2 operatori presenti nella stazione filtro per il pronto intervento in caso di anomalie.
Il compressore e i flltri erano presidiati da altri 2 operatori e v'era la presenza di un/una infermiere/a professionale per gestire eventuali malori e rilevare i parametri sanitari degli addetti in contatto con il Servizio Medicina del Lavoro dell'ospedale di Desio. 
Due tecnici in loco coordinavano poi tutte le operazioni
Gli interventi più difficoltosi furono quelli di frantumazione del contenuto del reattore ormai cristallizzato e quelli di raccolta e sollevamento del materiale.
Per accellerare i lavori si decise di aprire la calotta superiore del reattore, in acciaio inossidabile e di 12 mm di spessore, procedendo poi al completo svuotamento e allo stoccaggio del materiale in appositi fusti in acciaio con prelievo e analisi chimica del contenuto di ogni fusto.
Il Reattore A101, una volta svuotato venne smontato e annegato in un sargofago di cemento tombato nella vasca di Seveso.
Il Reattore A101 del Reparto B dell'ICMESA svuotato, smontato e pronto per essere immerso in un sarcofago di cemento
Poco tempo dopo, tra il 1982 e il 1984, incominciò la demolizione della fabbrica le cui macerie furono confinate nelle vasche.
L'abbattimento dei capannoni, dei reparti e degli edifici dell'ICMESA
Dell'insediamento medese rimase solo il muro perimetrale su cui, nel 2007, è stato posto un Pannello di ricostruzione storica.
Diverso e travagliato destino ebbero le sostanze chimiche rimosse e sigillate in 41 fusti, che diedero origine al "mistero dei 41 fusti" di cui ci occuperemo prossimamente.

LE VASCHE DI CONTENIMENTO DI MEDA E SEVESO
L´ipotesi di conservare sul posto i residui della bonifica portò a individuare due aree di stoccaggio definitivo: la prima nel Comune di Meda, immediatamente a Nord della via Vignazzola, tra il torrente Certosa e lo svincolo della superstrada e la seconda, più grande, nel Comune di Seveso a nord del cimitero.

Si effettuarono verifiche sull´idoneità dei siti attraverso indagini geologiche e geotecniche, idrologiche e idrogeologiche.
Dopo questi studi preliminari, vennero predisposti i progetti esecutivi e le vasche furono realizzate tra il 1982 e il 1984.
Per la messa in sicurezza del materiale contaminato, venne adottato un sistema di quattro barriere successive tra l´inquinante e l´ambiente esterno, simile a quello messo a punto per lo stoccaggio di materiali radioattivi.
La prima barriera era di tipo naturale, e a base di argilla con cui la diossina si legava con un forte legame chimico-fisico. 
La seconda barriera consisteva nel collocare in periferia i terreni a più basso tenore di diossina, in grado quindi di assorbire ulteriori quantità di contaminante provenienti dal nucleo centrale, grazie al suddetto legame chimico-fisico.
La terza e quarta barriera erano costituite dalle vere e proprie strutture fisiche per il confinamento di base, che isola le vasche dal terreno circostante.
Tutta la massa dei rifiuti venne avvolta da un foglio, saldato, di polietilene ad alta densità, con lo spessore di 2,5 mm (terza barriera) con a seguire uno strato intermedio di materiale drenante.
Infine l´ultima barriera è costituita da un conglomerato di inerti compattato avente spessore complessivo di circa 20 cm.
La copertura isolante in polietilene saldato
Per il confinamento superiore, che isola le vasche rispetto agli agenti atmosferici, a riempimento ultimato fu stesa una seconda membrana di polietilene, sulla quale fu riportato uno strato di terra mista di cava e su questo una caldana rigida di calcestruzzo, a protezione dell´intera struttura da danneggiamenti e manomissioni. 
La copertura fu completata con 70 cm di terra di coltura.
Le vasche furono realizzate con pendenze convergenti verso un unico pozzo di drenaggio, costituito da un tubo in calcestruzzo forato, riempito con materiale granulare. 
La cameretta d'ispezione è accessibile dall´argine esterno tramite un cunicolo e in sua prossimità convergono con reti separate sia i percolati provenienti dall´interno della vasca sia le acque eventualmente raccolte dal drenaggio tra i due manti impermeabilizzanti. 
I liquidi drenati inizialmente sarebbero stati accumulati provvisoriamente nel pozzetto di raccolta alla base di ciascuna vasca e successivamente inviati, mediante una pompa e un tubo di mandata, ad un bacino di accumulo a cielo aperto, con la capacità di 500 m3 , in prossimità della vasca di Seveso. 
In adiacenza al bacino di accumulo, venne realizzato un impianto di trattamento.
Il percolato, in presenza di diossina, sarebbe stato ripompato subito nella vasca di Seveso e in caso contrario, dopo il trattamento, immesso nel vicino torrente Certosa.
Questo sistema fu presto abbandonato e si opto per la rimozione fisica periodica del percolato tramite aspirazione e successivo invio agli impianti di trattamento previo classificazione dello stesso a mezzo di analisi chimiche.
Negli anni, sono stati anche adottati complessi sistemi di monitoraggio degli assestamenti degli argini di entrambe le vasche e dell´integrità della geomembrana di polietilene. 
Una speciale rete di controllo topografico consente di verificare eventuali cedimenti differenziali della fondazioni delle vasche.
La rete di controllo geolettrico, istallata nel 1986 sulla sola vasca di Seveso, fu una delle prime applicazioni in Italia di una tecnologia d´avanguardia per la verifica della tenuta delle membrane di polietilene, attraverso la misura delle caratteristiche di isolamento elettrico del materiale circostante.
Successivamente fu realizzata una rete di controllo idraulico, costituita da una serie piezometri e programmato il controllo analitico periodico delle caratteristiche chimiche dei percolati.
Il controllo chimico sul percolato e il suo invio agli impianti era fino al 2021 gestito dal Comune di Seveso e ciò consentiva anche un monitoraggio con accesso agli atti da parte dei gruppi consiliari e degli ambientalisti.
Una scelta incondivisibile dell'allora sindaco Allievi ha passato l'intera gestione delle vasche a Regione Lombardia.
La vasca di Meda ha una capacità totale di 80.000 m3 mentre quella di Seveso di 200.000 m3 .
I depositi nelle vasche sono composti da terreno scarificato, materiale di scasso delle strade, macerie di edifici civili, materiale di demolizione e reattore dell'Icmesa, fanghi, legname, vegetazione e detriti vari.

Continua.
 
Puntate pubblicate in precedenza:
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA