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La Meda e la Brianza che amiamo e che vogliamo tutelare

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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)

martedì 18 agosto 2026

1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NONA PUNTATA: I PROCESSI, LA TRANSIZIONE ECONOMICA, L'ASSASSINIO DI PAOLETTI, LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA

Altra puntata di approfondimento curata da Sinistra e Ambiente di Meda per ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Questa volta trattiamo gli aspetti giuridici, le transazioni economiche, l'intersecarsi degli anni di piombo con alcuni attentati e con l'omicidio del direttore di produzione dell'Icmesa ing. Paolo Paoletti, i lavori e la relazione della Commissione d'Inchiesta parlamentare.
Continua l'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
 
IL PROCESSO PENALE DI PRIMO GRADO A MONZA, L'APPELLO E LA CASSAZIONE 
Dopo la fuoriuscita di Diossina dall'Icmesa, il 2 agosto 1976 furono arrestati il Direttore Tecnico della fabbrica Herwig von Zwehl e il Direttore di Produzione Paolo Paoletti, successivamente scarcerati in attesa di processo.
Il filone giuridico per il disastro diossina dell'ICMESA-Givaudan-Hoffman-La Roche si è espresso con il processo penale contro i dirigenti, concluso nel 1986 con l'ultimo grado di giudizio, gli accordi di transazione tra le parti e i processi civili per i risarcimenti ai cittadini.

Il processo di primo grado a Monza

Il Processo Penale di primo grado per le responsabilità individuali per il disastro Diossina dell'ICMESA e della casa madre Givaudan (di proprietà della multinazionale Hoffman-La Roche) si aprì a Monza il 18 aprile 1983.

Herwig Von Zwehl arrestato con Paoletti dopo la fuoriuscita di diossina e poi rimesso in libertà in attesa del processo.
Imputati furono il Direttore tecnico dello stabilimento ICMESA Herwig von Zwehl, già denunciato nel 1974 e assolto nel 1976 per inquinamento idrico causato dall’Icmesa, il Direttore tecnico del gruppo svizzero Givaudan Jörg Sambeth, il Direttore generale del gruppo Givaudan Guy Waldvogel, il Progettista del reattore chimico A101 Fritz Moeri, il Capo del dipartimento ingegneria dell'ICMESA Giovanni Radice.
Le accuse nei loro confronti, in base alla legislazione di quegli anni erano di disastro colposo, omissione delle cautele necessarie a prevenire incidenti e lesioni permanenti.
Dal Corriere d'Informazione del 5-2-1980
Nelle aule del Tribunale di Monza solo Jörg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan si presentò fisicamente partecipando attivamente alle udienze, affrontando il dibattimento e rispondendo a giudici e Pubblico Ministero.
Herwig von Zwehl, Guy Waldvogel, Fritz Moeri e Giovanni Radice vennero giudicati in contumacia poichè decisero di non presentarsi alle udienze e rimanendo all'estero e furono rappresentati esclusivamente dai loro collegi legali.
Durante le udienze sfilarono in aula tecnici ed operai dello stabilimento ICMESA per ricostruire la dinamica dell'incidente e i ritardi nell'allarme.
 
Esperti scientifici e medici vennero chiamati  a deporre  sugli effetti tossicologici della diossina TCDD e sulla contaminazione territoriale così come deposero gli amministratori locali e i funzionari pubblici che dovettero gestire la caotica emergenza sanitaria e l'evacuazione della "Zona A" nelle settimane successive al disastro.
Il processo mise in luce le carenze dell'impiantistica, del ciclo produttivo, dei controlli, la scarsa sicurezza nonchè la drammatica gestione iniziale delle informazioni sulla diossina. 

Il 24 settembre 1983 il tribunale condannò von Zwehl e Sambeth a cinque anni di reclusione, Moeri e Waldvogel a quattro anni, Radice a due anni e sei mesi.

Il dispositivo di sentenza del processo di primo grado del disastro diossina

Nel dibattimento di primo grado il tribunale di Monza riconobbe per la prima volta al sindacato il diritto di costituirsi parte civile in un processo per un disastro ambientale, anche in assenza di un lavoratore direttamente leso nella propria integrità fisica.

Momenti del processo di Primo grado a Monza. A dx della foto, in piedi, dietro il microfono,  l'avv. Carlo Smuraglia

La tesi sostenuta dai legali del sindacato, assistiti dal giuslavorista Carlo Smuraglia, fu che la chiusura dello stabilimento avesse privato l’organizzazione sindacale del proprio consiglio di fabbrica, inteso come articolazione territoriale del sindacato stesso.
Il tribunale accolse la tesi e riconobbe un risarcimento di 30 milioni di lire, una cifra paragonabile a quella ottenuta nello stesso periodo da una famiglia di quattro persone evacuate, con un bambino colpito da cloracne, costretta a lasciare casa e lavoro: 20 milioni di lire, riconosciuti in primo grado come provvisionale. 
La sentenza di Monza venne poi riformata in appello, ma il principio rimase e negli anni successivi venne ripreso da altri sindacati in tutta Italia in procedimenti per disastri ambientali.

Il 14 maggio 1985 la Corte d’appello di Milano ribaltò il verdetto, assolvendo "per non aver commesso il fatto" Waldvogel, Moeri e Radice e condannando von Zwehl a due anni di reclusione e Sambeth a un anno e sei mesi.
La sentenza divenne definitiva venendo confermata nel 1986 dalla Cassazione.
Le pene comminate furono decisamente miti e solo per i due responsabili tecnici.
Nessuno di loro scontò la pena in carcere.

I PROCEDIMENTI CIVILI E LE TRANSAZIONI ECONOMICHE
I procedimenti civili ebbero, come è intuibile, un iter ancora più lungo, complesso e contraddittorio.
Dopo un anno di trattativa, il 25 marzo 1980, il presidente della Regione Lombardia Cesare Golfari, il sottosegretario all'Interno Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi.

L'accordo prevedeva il pagamento da parte della Givaudan di una somma di 103 miliardi e 634 milioni di lire (circa 320 milioni di euro nel 2023).
La transazione suddivideva la cifra in un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato, 40 miliardi e mezzo alla Regione per le spese di bonifica sostenute fino ad allora, altri 47 miliardi a carico della Givaudan per ulteriori interventi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione, costituendo anche una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l'Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo.
La Givaudan si impegnò inoltre a conferire alla futura Fondazione gli immobili acquistati (o che stava per acquistare) all´interno della Zona "A".
La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi.
Questa transazione fece decadere il procedimento giudiziario intentato dalla Regione contro l´ICMESA e la multinazionale proprietaria all'interno del processo penale avviato dalla Procura della Repubblica di Monza all'indomani del disastro.
La transazione fu molto criticata e l'accordo giudicato favorevole alla Givaudan poichè gli evitata il processo e per questo gli avvocati della Regione sottolinearono che, se si fosse atteso il procedimento giudiziario, si sarebbe parlato di risarcimento dopo molti anni e con molta difficoltà si sarebbero ottenuti 103 miliardi.
I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati, per una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.
Il comune di Seveso con l'allora Sindaco Giuseppe Cassina, firmò successivamente a Losanna nel settembre 1982, sempre con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Pury, un'ulteriore e specifica transazione ricevendo 15 milioni di franchi svizzeri (1,5 Miliardi di lire).
 

La comunicazione del sindaco di Seveso Giuseppe Cassina sulla firma della transazione. 

Documento tratto dall'archivio "Il ponte della Memoria" di Legambiente circolo Laura Conti di Seveso

In cambio del pagamento di questi 15 milioni di franchi, dopo la Regione Lombardia, anche il Comune di Seveso rinunciò definitivamente a qualunque azione legale in sede civile e penale sia in Italia sia all'estero.
Unica eccezione per eventuali danni futuri e imprevedibili all'epoca della firma, a patto di dimostrarne il nesso causale con il disastro della diossina.

SUCCESSIVE SENTENZE CIVILI
Il 21 febbraio 2002 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione stabiliscono con la sentenza n. 2515 che il diritto al risarcimento del danno morale spetta anche in assenza di una malattia fisica, per una "presunzione di sofferenza" e di paura per la propria salute dovuta alla nube di diossina.
In applicazione di questo principio, la Cassazione aveva confermato alcuni risarcimenti, quantificati in circa 5.000 euro a favore dei residenti che avevano documentato il forte turbamento psichico causato dalla nube tossica.
Tuttavia negli anni successivi i tentativi di cause di massa come quella da oltre 10.000 cittadini del Comitato 5D avviata nel 2015, si sono scontrate con i rigidi termini di prescrizione e con sentenze di segno opposto che hanno chiuso la via a nuovi rimborsi tardivi.

IL DISASTRO DIOSSINA E GLI ANNI DI PIOMBO
Nel periodo tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 , i cosidetti "anni di piombo", anche la vicenda del disastro diossina dell'Icmesa ebbe un contorno di attentati e di azioni armate rivendicate da gruppi facenti parte della galassia della "lotta armata".

Il  28 luglio 1976, alle 3 e 25 del mattino, esplose una bomba posizionata davanti alla sede romana della multinazionale svizzera La Roche. Non vi furono vittime.

Il 19 maggio 1977 l’ufficiale sanitario di Seveso Giuseppe Ghetti, accusato di aver coperto e minimizzato i rischi e le mancanze dell'Icmesa e di altre fabbriche della zona, venne “gambizzato” con cinque colpi di pistola. 
L'azione venne rivendicata da un fantomatico gruppo di «Combattenti per il comunismo», poi confluiti in "Prima Linea" ed era conseguente ad una “perquisizione proletaria” dell'ufficio di Ghetti.

Il 6 luglio 1977, a pochi giorni dal primo anniversario dell’incidente, una bomba esplose contro la casa del vicedirettore della Roche, Rudolf Rupp, a Frekendorf, in Svizzera.
La rivendicazione consegnata ad alcuni giornali svizzeri da parte di un misterioso «Commando 10 luglio»  era scritta in un tedesco approssimativo e vi si si affermava che la multinazionale svizzera aveva trovato potenti alleati «nello Stato dei democristiani e del compromesso storico: medici e scienziati corrotti, le maggioranze silenziose più diverse e anche i sindacati». 

Paolo Paoletti, direttore di produzione dell'ICMESA, assassinato nel 1980 a Monza da Prima Linea
Qualche anno dopo, il 5 febbraio 1980, venne assassinato in un agguato sotto casa, in via De Leyva, nel centro di Monza, il direttore di produzione dell’Icmesa, l'ing. Paolo Paoletti, che avrebbe dovuto rispondere alle accuse formulate anche nei suoi confronti nel processo monzese di primo grado all'Icmesa-Givaudan. Processo che per lui non arrivo mai a sentenza.

Il gruppo di fuoco, che sparò e uccise Paoletti era formato da tre persone, due uomini e una donna e subito dopo l’agguato fuggì a bordo di una Fiat 128 di color grigio metallizzato che fu ritrovata la mattina stessa in via Della Guerrina, nel quartiere Cederna.
L’assassinio fu rivendicato da Prima Linea.

Il Cittadino sull'omicidio di Paolo Paoletti

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA
La Commissione parlamentare incaricata di svolgere una inchiesta «sulla fuga di sostanze tossiche
avvenuta il 10 luglio 1976 nello stabilimento Icmesa e sui rischi potenziali per la salute e per l’ambiente derivanti da attività industriali»
 venne istituita con la legge n. 357 del 16 giugno 1977. 

Era composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio 1977 con una suddivisione numerica che rifletteva la composizione dell'arco parlamentare.
La Democrazia Cristiana aveva dodici Commissari, il Pci dieci, il Psi due.I repubblicani avevano un parlamentare nella Commissione, così come i Socialdemocratici e la Sinistra Indipendente mentre Destra Nazionale (ex MSI) aveva due Commissari.
Presidente della Commissione fu nominato il deputato Bruno Orsini.
La legge istitutiva, definì tre filoni di inchiesta dei quali la Commissione doveva occuparsi ossia:
  • l’accertamento delle responsabilità «ad ogni livello, centrale o locale, relative all’insedia-mento, alla sicurezza e alla nocività della produzione, ai controlli e ad ogni altra misura indispensabile atta ad evitare le calamità»;
  • la valutazione delle conseguenze dell’incidente, sia sul piano medico e ambientale sia su quello economico;
  • la formulazione di proposte «per una più efficace normativa a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, per l’equilibrio dell’ambiente naturale, nonché per assicurare servizi adeguati ed efficaci controlli».

La Commissione concluse i suoi lavori dopo un anno, il 19 luglio 1978, approvando all’unanimità una relazione conclusiva poi trasmessa ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati. 
Una relazione che invitiamo i lettori a scaricare e a leggere poichè contiene comunque una ricostruzione dei fatti e identifica precise colpe non solo del gruppo dirigente e dei responsabili tecnici dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman-La Roche (da pag. 76) per le loro scelte industriali ed omissioni comunicative ma anche del sindaco di Meda e degli altri organismi di controllo che non intervennero per tempo e con il dovuto e necessario rigore che le normative del tempo gli consentivano.
Il documento definisce anche i danni subiti dalle attività presenti in loco.

La potete scaricare a questo link: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/907869.pdf

La Presidenza della Commissione operò per concentrare i lavori dell’organo parlamentare sugli aspetti dell’inchiesta in grado di ottenere la maggiore condivisione tra le varie forze politiche ottenendo l'unanimità della Commissione sul testo finale della relazione.
Testo che fu frutto di un compromesso ottenuto riducendo i riferimenti alle questioni politicamente più divisive quali l’aborto o la bonifica, aspetti sui quali i Commissari s'erano confrontati con scambi aspri e variegati. 
Per i Commissari fu più semplice concentrarsi su di una ricerca delle responsabilità indagando sulle numerose mancanze ed omissioni dell'Icmesa e della multinazionale proprietaria nonchè di alcune amministrazioni pubbliche, quali quella di Meda che ignorò l'esistenza di lavorazioni con sostanze chimiche pericolose che avrebbero fatto entrare l'azienda Icmesa nel novero degli impianti insalubri, la Provincia di Milano che non attuò provvedimenti coattivi, l'Ispettorato Provinciale del Lavoro che non fu in grado di approfondire la natura delle produzioni dell'Icmesa, il comando provinciale dei Vigili del Fuoco per mancate comunicazioni al Prefetto sui certificati antincedio dell'Icmesa scaduti e non rinnovati,  il Comitato Regionale Inquinamento Atmosferico Lombardia (CRIAL) che lasciò in sospeso pratiche ispettive, etc. 
Questo risultò utile per cercare di recuperare la fiducia dei cittadini nei riguardi delle istituzioni, dopo che il disastro aveva mostrato anche le carenze funzionali e le incapacità d'intervento di parecchi enti pubblici.

Rispetto agli altri compiti definiti nella legge istitutiva, la Commissione preferì non addentrarsi in valutazioni autonome, limitandosi ad un compito di mera raccolta e ordinazione delle documentazioni e delle relazioni ricevute da altri organismi tecnici e/o scientifici che trasmise poi al Parlamento a meri fini conoscitivi.
Va rilevato che il lavoro inquirente della Commissione produsse un risultato apprezzabile in un tempo molto breve e che la relazione conclusiva costituì un atto ufficiale dello Stato italiano in cui le responsabilità dell’Icmesa e della Givaudan erano sancite ufficialmente tant'è che anche l’avvocato di parte civile al processo di primo grado ne chiese l’acquisizione agli atti.

Continua.

Puntate pubblicate in precedenza: 


 
 
 

4) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976 LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE.

3)  1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

2) 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

1) PREMESSA 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA

venerdì 7 agosto 2026

PEDEMONTANA: IL DEPOSITO TERRE DI MACHERIO GIACE SU AREE CHE ANDRANNO RIPRISTINATE. SERVE CAPIRE E SAPERE COME SI FARÀ

L'area di Macherio ex Comp.Amb. PL24 con deposito terre "temporaneo"
I gruppi ambientalisti s'erano in precedenza occupati della Compensazione Ambientale PL24 di Macherio, in prossimità dell'antica chiesa di S.Margherita alle Torrette.
S. Margherita, i filari e i campi coltivati PRIMA dell'arrivo di Pedemontana (Foto Alternativa Verde)
Quel che era successo è noto, con l'abbandono prima di Lissone e successivamente di Macherio che in sequenza hanno preferito negoziare con la soc. Autostrada Pedemontana Lombarda una serie di interventi differenti dal PL24, più piccoli, frammentati e di dubbia utilità sul loro territorio, inficiando così il progetto di una Compensazione Ambientale di Sistema.
Un errore madornale.
A distanza di mesi, con la costruzione dell'Autostrada pedemontana Lombarda ormai, purtroppo avviata - in particolare sulla Tratta C - torniamo sull'argomento poichè su quelle aree è operativo un grande deposito (C_03) di terre, inerti ed anche macerie che ha trasformato il comparto.
Un deposito  comune per le lavorazioni da Lissone a Lesmo, con materiale reimpiegato durante la costruzione dell'infrastruttura e con caratteristiche di  temporaneità poichè al termine dell' utilizzo, vi sarà l'obbligo di ripristino del territorio.
Proprio su questo, è importante continuare ad esserci per cercare di ottenere le massime garanzie che esso avvenga e sia qualitativamente accettabile. 
Sotto il comunicato dei gruppi ambientalisti che da tempo si stanno occupando delle Compensazioni ambientali e delle criticità di Pedemontana. 
 

DOPO IL DEPOSITO TERRE DI PEDEMONTANA A MACHERIO,
LA VERA SFIDA SARÀ RESTITUIRE IL SUOLO 
PER NON TROVARSI UN'AREA COMPROMESSA IN MODO IRREVERSIBILE. 
CHI CONTROLLERÀ ?

Nel tardo pomeriggio di mercoledì 5 agosto 2026, abbiamo percorso le strade che costeggiano la chiesetta di S. Margherita alle Torrette di Macherio e il grande deposito di terre di scavo e inerti realizzato per il cantiere della Pedemontana.
La chiesetta di S. Margherita a Macherio, ora circondata dai depositi terre di Pedemontana (foto BrianzaCentrale)
Dove fino a poco tempo fa si estendevano campi agricoli fertilissimi delimitati da maestosi filari e da fasce boscate,oggi si osservano enormi cumuli di terre, materiali di scavo e macerie, piste di cantiere, mezzi in movimento, recinzioni e perfino un'ampia area asfaltata destinata ai controlli dei camion.
Un paesaggio quasi lunare, che rappresenta una trasformazione radicale di uno dei suoli agricoli di pregio della Brianza.
Fino all'ultimo abbiamo cercato di evitare che questo patrimonio andasse perduto, proponendo che venisse mantenuta la Compensazione Ambientale denominata Progetto Locale 24 (PL24) che prevedeva la realizzazione di un grande parco sovracomunale capace di collegare aree verdi oggi frammentate e di restituire alla fruizione dei cittadini un importante polmone ecologico.
Le scelte compiute dalle amministrazioni comunali sono state però diverse e poco lungimiranti. 
Lissone ha scelto di sfilarsi, ripiegando su interventi frazionati e dispersivi di dubbia utilità. 
Macherio, e in particolare la sua attuale amministrazione, non ha invece voluto confermare la parte più significativa delle Compensazioni Ambientali che la riguardava, optando per 5 interventi frammentati, complessivamente ben lontani dall'obiettivo di costruire una nuova naturalità di sistema.
Oggi una parte consistente di quest'area che era parte del PL24  è occupata dal deposito delle terre di scavo e degli inerti provenienti dai cantieri della nuova autostrada.
Inoltre, con l'avanzare dei lavori, il deposito è destinato ad ampliarsi interessando anche la ben più vasta area agricola  anord dell’oratorio medievale di Santa Margherita alle Torrette.
Oggi, tuttavia, vogliamo guardare soprattutto al futuro.
I depositi terre sono teoricamente temporanei e funzionali agli interventi per costruire l’Autostrada Pedemontana Lombarda e al termine del loro uso, le aree dovranno essere ripristinate nella loro condizione precedente.

Le strade di cantiere e gli accumuli di terra laddove c'erano campi e filari di alberi vicino alla chiesetta di S. Margherita 

(foto BrianzaCentrale)

Ma questi terreni torneranno davvero come erano prima?
Non sarà sufficiente rimuovere i cumuli di terra e di inerti.
Occorrerà eliminare tutte le superfici impermeabilizzate realizzate per il cantiere, rimuovere i riporti di materiale utilizzati per costruire le piste di servizio, decompattare e arieggiare i terreni schiacciati dal continuo passaggio dei mezzi pesanti e ricostruire un suolo agricolo con caratteristiche analoghe a quelle originarie.
Il suolo non è un semplice supporto sul quale si deposita della terra.
È un ecosistema complesso, formatosi nel corso di migliaia di anni, ricco di sostanza organica, microrganismi e biodiversità, capace di trattenere l'acqua, immagazzinare CO2 (anidride carbonica) e sostenere la produzione agricola.
Una volta compromesso, non può essere ricreato semplicemente stendendo uno strato di terreno vegetale.
Per questo riteniamo indispensabile che vengano rese pubbliche alcune informazioni fondamentali.
 
• Quali interventi di ripristino sono previsti al termine dei lavori?
• Con quali modalità verrà verificata la qualità agronomica dei terreni restituiti?
• Chi controllerà che vengano eliminate tutte le opere provvisorie del cantiere?
• Sono previste verifiche indipendenti sulla permeabilità del suolo, sul grado di compattazione e sulla fertilità dei terreni?
• Quali garanzie economiche sono state richieste a Pedemontana affinché il ripristino venga realmente eseguito anche qualora emergessero criticità?
 
Sono domande tutt'altro che secondarie.
Riguardano il futuro di un patrimonio comune e la credibilità degli interventi di ripristino ambientale.
I cantieri sono, per definizione, temporanei. 
Gli effetti e i danni per il territorio rischiano invece di essere permanenti se non vengono programmati controlli rigorosi e interventi eseguiti secondo criteri scientifici e verificabili.
Per questo chiediamo fin d'ora che il ripristino finale non venga considerato un semplice adempimento amministrativo, ma un processo trasparente e condiviso, sottoposto a controlli pubblici, trasparenti e documentabili.
Il suolo è una risorsa non rinnovabile.
Proteggerlo significa tutelare il territorio che lasceremo alle future generazioni.
 
Macherio, 7 agosto 2026
 
Comitato per l'ampliamento del Parco Brianza Centrale, Macherio e Seregno, 
Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso,
Sinistra e Ambiente - Impulsi Meda, 
Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP Monza e Brianza

 

Rassegna stampa:

Articolo PrimaMonza cliccare sopra e qui per leggere

Articolo MonzaToday 8-8-026 cliccare sopra e qui per leggere

Articolo Il giorno 9-8-026 cliccare sopra e qui per leggere

lunedì 3 agosto 2026

LE OSSERVAZIONI AMBIENTALISTE SULLA VARIANTE AL PTCP DELLA PROVINCIA DI MB, IL FOTOVOLTAICO A TERRA, I DATA CENTER

I gruppi ambientalisti facenti parte del Coordinamento Osservatorio PTCP di MB hanno protocollato in Provincia di MB le osservazioni alla Variante al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) e prodotto un comunicato che vi proponiamo.
 
VARIANTE AL PTCP DELLA PROVINCIA DI MB: 
SERVONO PIÙ TUTELE PER IL SUOLO LIBERO E LA RETE VERDE
 
La variante al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) della Provincia di Monza e della Brianza entra nella fase conclusiva delle osservazioni e il mondo ambientalista torna a richiamare l’attenzione su una questione fondamentale: il futuro di un territorio tra i più urbanizzati d’Italia.
Il Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP di Monza e Brianza, di cui Sinistra e Ambiente fa parte, realtà che da anni segue con attenzione l’evoluzione della pianificazione provinciale  lo aveva già fatto con una serie di suggerimenti affinchè la Variante fosse sottoposta alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS)
Purtroppo il nostro suggerimento non è stato accolto dalla Provincia di MB e così l’impatto di buona parte delle varizioni introdotte resta un fattore incognito anche se immaginabile. 
Dopo l’adozione della variante al PTCP, avvenuta con deliberazione consigliare del 28/4/026 e pubblicazione sul BURL il 3-6-2026, abbiamo presentato nei termini previsti dalla legge un articolato documento con 11 osservazioni. 

Un lavoro approfondito che conferma il ruolo svolto negli anni dal Coordinamento e dal suo referente Giorgio Majoli, la cui competenza e continuità nell’analisi degli strumenti urbanistici provinciali hanno rappresentato un punto di riferimento per molte associazioni ambientaliste brianzole. 
In una Provincia come la nostra  dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli elevati, pensiamo che il lavoro e l’azione del Coordinamento sia importante e sia vitale una presenza attenta e competente capace di analizzare gli strumenti urbanistici e proporre alternative concrete.

Il primo tema posto dal Coordinamento riguarda gli Ambiti Agricoli Strategici (AAS) e la Rete Verde di ricomposizione paesaggistica. 
La richiesta è chiara: la variante del PTCP deve recepire integralmente gli ampliamenti delle aree agricole e della rete ecologica già approvati dai Comuni nei rispettivi PGT dal 2013 ad oggi. 
In un territorio dove gli spazi liberi sono sempre più frammentati, non è sufficiente fotografare la situazione esistente: occorre riconoscere e rafforzare le tutele già deliberate dagli enti locali. 
Da qui anche la richiesta di escludere nuove previsioni edificatorie su suolo libero, evitando ulteriori incrementi dei carichi urbanistici, del traffico e dell’impermeabilizzazione del territorio.
Particolare attenzione viene dedicata agli Ambiti di Interesse Provinciale (AIP), che seppur introdotti per tutelare spazi rimasti liberi,  hanno mostrato la loro debolezza rivelandosi uno strumento per localizzare nuove edificazioni, seppur con intese con la Provincia per lenirne l’impatto.
Secondo il Coordinamento, la quota minima di territorio libero da mantenere all’interno degli AIP dovrebbe essere portata all’80%, superando l’attuale criterio del 51%, ritenuto insufficiente per garantire una reale prevalenza della tutela ambientale. 
Un tema particolarmente importante perché molti AIP rappresentano oggi alcune delle ultime connessioni verdi tra centri abitati, aree agricole e sistemi naturalistici.
Un altro capitolo riguarda la crescita degli insediamenti produttivi e logistici. 
Abbiamo quindi chiesto che il PTCP censisca e rappresenti in modo completo i poli esistenti e quelli previsti, valutando nella VAS (Valutazione Ambientale Strategica) gli effetti complessivi su traffico, qualità dell’aria e rumore. 
La Brianza conosce già gli effetti della progressiva trasformazione del territorio in una piattaforma infrastrutturale e logistica: nuove strutture non possono essere valutate singolarmente senza considerare l’impatto cumulativo.
Una delle osservazioni più rilevanti riguarda i procedimenti SUAP (Sportello Unico Attività Produttive), spesso utilizzati per introdurre varianti urbanistiche finalizzate alla realizzazione di nuovi insediamenti produttivi
Il Coordinamento evidenzia una possibile contraddizione: da un lato la variante al PTCP dichiara di voler rafforzare la tutela del sistema rurale e ridurre il consumo di suolo; dall’altro alcune procedure semplificate potrebbero consentire trasformazioni proprio nelle aree agricole strategiche o nelle aree libere. 
Si chiedono pertanto criteri più restrittivi, privilegiando il recupero delle aree dismesse e impedendo nuovo consumo di suolo negli ambiti maggiormente tutelati.
Le osservazioni affrontano anche il tema della tutela dei boschi, dei corridoi vallivi e degli elementi geomorfologici. 
Il Coordinamento ritiene si debba riconoscere nel PTCP il valore strategico delle aree forestali individuate dal futuro Piano di Indirizzo Forestale dell’Alta Pianura e si debba sostenere il percorso di riconoscimento del Parco Regionale PANE. La richiesta è di considerare boschi e aree verdi non come spazi residuali, ma come vere infrastrutture ecologiche fondamentali per la qualità ambientale della Brianza.

Due osservazioni riguardano infine le modifiche introdotte dalla variante sugli impianti da fonti energetiche rinnovabili (FER) e sui nuovi Servizi di Interesse Provinciale (SIP). 
Il Coordinamento non mette in discussione la necessità della transizione energetica, ritiene però che non si possa correre il rischio di allocazioni di impianti fotovoltaici a terra o nuove manufatti con funzioni sovra comunali anche all’interno di aree agricole strategiche e della Rete Verde. 
Per questo viene chiesto che siano definiti criteri chiari di compatibilità ambientale e che venga sempre garantita la continuità ecologica dei corridoi verdi.

Le osservazioni presentate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP rappresentano un contributo articolato al dibattito sul futuro territoriale della provincia. 
Oltre a difendere ciò che resta del territorio libero serve proporre e agire per un diverso modello di sviluppo: Assumendo una serie di priorità: 
non consumare più suolo; attuare una rigenerazione urbana non di pura premialità edificatoria ma con interventi per migliorare la qualità della vita, della viabilità e dell’urbanizzato;  preservare  le aree agricole e le connessioni ecologiche; valorizzare il  paesaggio;  pianificare con più attenzione evitando o limitando gli effetti cumulativi delle trasformazioni. 

Il Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP di MB

QUALCHE ULTERIORE NOSTRA VALUTAZIONE SU FOTOVOLTAICO A TERRA E DATA CENTER
Il comunicato del Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP di MB, mette a fuoco una serie di criticità nella Variante al Piano di Coordinamento Territoriale Provinciale (PTCP) che con la revisione delle norme rischia di indebolirlo  in alcune sue parti laddove si consentono interventi che, se attuati, toglieranno ulteriore suolo libero a una Brianza fortemente urbanizzata e antropizzata.
In particolare vogliamo soffermarci su quelli, per ora solo in fase progettuale ma con iter d'approvazione in essere, avanzati da grosse imprese private che intendono realizzare campi fotovoltaici a terra e Data Center.
Questi progetti contano di ottenere le autorizzazioni necessarie grazie alla recente normativa regionale che non ha fissato regole particolarmente stringenti.
Tra Bovisio Masciago e Desio si stanno pianificando ben tre impianti fotovoltaici a terra.

La localizzazione dei tre campi fotovoltaici a terra tra Boviso Masciago e Desio
Il primo nel Parco Locale di Interesse Sovracomunale (PLIS) GruBia, a fianco dell’area su cui sorge il forno inceneritore a Desio, sulla ex cava Farina, dove l’attività estrattiva è terminata alla fine degli anni ‘80 ed era previsto un piano di ripristino con il riempimento completo della discarica, un’area a bosco e a prato. 
Brianza Energia Ambiente (BEA), ora proprietaria, chiede 80.000 metri quadrati di fotovoltaico a terra. 
Il secondo impianto, sempre nel Plis GruBria, di 8MW di potenza su circa 100.000 metri quadrati, è proposto dalla società Open Solar su un’area a nord di via San Rocco, in zona Cascina Bertacciola e se realizzato, priverebbe il Comune di Bovisio Masciago dell’ultima area naturale e agricola ancora integra e di uno dei pochissimi corridoi verdi ancora esistenti tra il Parco Regionale delle Groane-Brughiera e quello della Valle del Lambro.
É attiva una raccolta firme contro questo intervento.
Infine, appena fuori dal Plis, si ipotizza un terzo impianto a terra, sempre a Bovisio, nell’ex Terna, oggi sede della Protezione Civile.
Complessivamente circa 200.000 metri quadrati di impianti solari a terra.

Anche il territorio dei Comuni circostanti la Prov. di MB che è in continuità e con un'antropizzazione non dissimile, è oggetto di interessamento di soggetti privati alla ricerca di spazi liberi per poter concretizzare i loro progetti che devono essere valutati, sulla base della normativa regionale, dall'Area Metropolitana di Milano, aventi le stesse funzioni dell'Ente Provincia.
A Solaro, Comune appartenente all'Area Metropolitana di Milano che condivide con la Provincia di MB l'adesione al Parco Regionale delle Groane-Brughiera, sull'area agricola alle spalle di Cascina Emanuela e Cascina Colombera, v'è un progetto di Orta Energy con fotovoltaico a terra su 15 ettari, 150mila metri quadrati, 17.500 pannelli solari installati con potenza totale di 18,21 gigawatt annui che potrebbe spazzare via un corridoio ecologico tra il Parco Regionale Groane-Brughiera e il PLIS del Lura andando anche a modificare i coltivi dei campi interessati poichè l'altezza dal suolo dei pannelli consentirebbe la sola coltura di erba medica, necessaria per mantenere la classificazione di "agrivoltaico" dell’impianto.

L'area a Solaro dove è previsto l'"agrivoltaico" ovvero fotovoltaico a terra
Come Ambientalisti riteniamo il fotovoltaico, Fonte Energetica Rinnovabile (FER) una tecnologia importante, necessaria  e centrale nella transazione per soppiantare l'uso del fossile, produttore di CO2.
La scelta dei luoghi di istallazione non può però essere determinata dai parametri di convenienza del mercato o da leggi regionali raffazzonate e poco tutelanti che non tengono conto della necessità primaria di conservare gli spazi liberi e i prati stabili e che favoriscono la ricerca non di tetti o di aree dismesse per le installazioni bensì quella di campi da occupare perennemente con l'impiantistica.
Ancora una volta stanno prevalendo le condizioni dettate dai privati e dal mercato laddove si preferisce l'investimento facile acquisendo terreni a bassi costi di vendita ove allocare i pannelli e nei fatti, sacrificare suolo libero prezioso. 

C'è poi l'assalto per insediare sul territorio i Data Center  che non sono normali insediamenti produttivi ma strutture fortemente energivore.

Quello previsto a Cesate, Comune anch'esso dell'area Metropolitana di Milano ma facente parte del Parco Groane-Brughiera, su UN PRATO LIBERO DA EDIFICAZIONI il proposto Data center richiederebbe una potenza elettrica di 100 megawatt e necessiterebbe di un edificio lungo circa 300 metri e alto 22,5 metri, oltre che della presenza di 63 chiller destinati al raffreddamento e 48 gruppi elettrogeni a gasolio per le emergenze.
Strutture insostenibili e incompatibili con la crisi climatica in atto poichè generano calore con necessità di consumare energia elettrica e acqua per dissiparlo.

É evidente che consentire questi insediamenti vanifica anni di attività in cui s'è cercato, anche riuscendoci, di conservare quei residui spazi rimasti in una Brianza dove ormai la naturalità e gli ambiti liberi ed aperti sono confinati ai margini ed è divorata un boccone dopo l'altro.  

Le Osservazioni alla Variante al PTCP della Provincia di MB protocollate: