Il gruppo di SINISTRA e AMBIENTE opera a Meda, provincia di Monza e Brianza - MB.
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La Meda e la Brianza che amiamo e che vogliamo tutelare
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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA
A CAMBIARE IL PAESE
DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano:
se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà,
sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche. Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.
"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa." (da Il mondo secondo Fo)
Un'indagine della Magistratura con tanto di "arresti illustri" sta confermando l'esistenza del verminaio che ruota intorno alla realizzazione delle cosidette "Grandi Opere".
Ormai l'elenco dei casi di corruzione, malaffare, appalti pilotati etc. si fa sempre più lungo: Mose, Expo, Tav, infrastrutture autostradali e avanti di questo passo.
Così, un fiume di denaro scorre in continuazione, gestito da una "cupola" che ha fatto del dogma delle infrastrutture "strategiche" la ragione di un sistema che si autoalimenta nell'illegalità diffusa.
Ora è toccato ad alcuni fedelissimi dell' ex Ministro LUPI, la cui responsabilità, per ora POLITICA e disinvolta, appare evidente anche nei contenuti delle intercettazioni.
Si tratta di personaggi di grosso calibro: Incalza, uomo che nei meandri del Ministero delle Infrastrutture e nelle annesse commissioni incarna da anni il ruolo di un "insostituibile" o meglio, di un irremovibile, il suo stretto collaboratore Pacella, l' imprenditore Perotti e il manager Cavallo.
Ritorna anche il nome di Acerbo, collegato a illegalità in ambito Expo.
Tutti con collegamenti diretti - risultanti dalle intercettazioni- con Maurizio Lupi.
Ed erano preoccupati persino del fatto che risorse economiche destinate alle "Grandi opere" potessero essere dirottate sulle emergenze alluvioni ...........
In Brianza, non si corre questo rischio, visto che si agisce in senso opposto, stornando 60 milioni per la linea tramviaria da Milano a Limbiate su .... Expo naturalmente.
Insomma, in questo belpaese, grandi opere (comprese quelle di dubbia utilità o certa inutilità) = grandi "affari" e .... costi che lievitano.
Sotto, l'articolo de Il Manifesto sugli arresti e a seguire, articolo de il Fatto sui contenuti dell'inchiesta.
L'inchiesta "Mafia Capitale" della Procura di Roma ha scoperchiato l'ennesimo verminaio di questo povero paese, balzato al primo posto in Europa nel rapporto Trasparency International per quanto riguarda l'indice della CORRUZIONE percepita.
Una corruzione e un malaffare che in quel di Roma coinvolge personaggi della destra neofascista, della malavita, gestori di cooperative sociali, funzionari collusi, ex assessori della giunta capitolina e presidenti di consiglio targati Pd.
C'è un aspetto ODIOSO e particolarmente DISGUSTOSO tra i "rami d'affari" di questa cupola. Quello sulla gestione delle "emergenze" Rom e Sinti e quello sui rifugiati.
Hanno "lucrato" anche su questo, aumentando a dismisura l'inserimento di persone nei campi e nei centri gestiti dalle cooperative legate a questo malaffare, immaginatevi con quale servizi poi effettivamente resi e con quali conseguenti tensioni sul territorio .
Un ciclo che in quel di Roma non ha fatto altro che alimentare poi dimostrazioni di stampo razzista e la becera campagna della destra xenofoba contro i campi e i centri di prima accoglienza.
Questo è il nostro paese.
Sotto, due articoli de Il Manifesto che illustrano con chiarezza la vicenda.
Mafia capitale dell’emergenza
— Eleonora Martini, ROMA,
Roma. Il
«pericolo» rom, l'allarme immigrati e gli sbarchi di minori non
accompagnati dal Nord Africa. Occasioni ben colte dal sistema di
corruzione politico-criminale ricostruito nell'inchiesta «Mondo di
mezzo».Dai «campi nomadi» ai centri di accoglienza: il giro d'affari dei
solidalizi «mafiosi» indagati dalla procura di Pignatone. E gli enti
che si sono arricchit.
«Lo sai quanto ci guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga
rende meno», dice Salvatore Buzzi, presidente della Cooperativa
29 giugno (aderente alla LegaCoop), durante una telefonata
intercettata dai Ros nell’ambito dell’inchiesta sulla «mafia
capitale». Poi, in un’altra conversazione: «Tutti i soldi utili li
abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli
immigrati». Nell’ordinanza di arresto firmata dal Gip Flavia
Costantini si riportano i contatti dei sodali di Buzzi con Emanuela
Salvatori, responsabile rom e sinti del V Dipartimento del
Campidoglio.
Gli investigatori in più parti riferiscono «la capacità» dei
sodalizi indagati «di interferire nelle decisioni dell’Assemblea
Capitolina in occasione della programmazione del bilancio
pluriennale 2012/2014 e relativo bilancio di assestamento di Roma
Capitale, avvalendosi degli stretti rapporti stabiliti con
funzionari collusi dell’amministrazione locale, al fine di ottenere
l’assegnazione di fondi pubblici per rifinanziare “i campi nomadi”,
la pulizia delle “aree verdi” e dei “Minori per l’emergenza Nord
Africa”, tutti settori in cui operano le società cooperative di
Salvatore Buzzi».
E in effetti è sulle «emergenze», lo sappiamo — in questo caso
rom, rifugiati e minori non accompagnati, altre volte sono state le
calamità naturali — che si costruisce la fortuna della
criminalità organizzata. Non a caso il 21 maggio 2008, l’allora
premier Silvio Berlusconi firmò il decreto per dichiarare lo «stato
di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi»
che venne poi prorogato fino a tutto il 2011. Ed è la Capitale il
laboratorio per la realizzazione del “sistema campi”, più volte
stigmatizzato dalle istituzioni europee.
Fu «proprio nel triennio 2009–2011 che la giunta Alemanno —
racconta Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio —
spese, per la gestione degli 11 insediamenti istituzionali nei
quali vivono circa 5.000 degli 8.000 rom presenti a Roma e per le 54
azioni di sgombero forzato che hanno coinvolto circa 1.200 rom, oltre
34 milioni di euro l’anno». Un conto presto fatto se si aggiunge alla
gestione corrente del “sistema campi”, che costa al Campidoglio
circa 24 milioni l’anno, i 32 milioni reperiti dal Viminale per
accompagnare il triennio dell’emergenza, durante il quale tutto era
permesso, e i soldi venivano erogati ad affidamento diretto, senza
bandi di concorso. «In realtà è prassi anche della gestione corrente
dei campi», continua Stasolla.
Prendiamo per esempio il “villaggio della solidarietà” di
Castel Romano, il più grande di Roma, quello che tra il 2010 venne
ampliato per accogliere le famiglie rom sgomberate dai “campi
tollerati” di La Martora e Tor de’ Cenci. E per il quale, secondo
l’ordinanza di arresto, Buzzi avrebbe chiamato il Comune per chiedere
«l’allargamento dell’allargamento». Secondo il dossier redatto dalla
“21 luglio”, per ospitare 989 abitanti sono stati spesi nel 2013
(cifra simile anche negli anni precedenti) 5.354.788 euro, di cui il
70,7% per la gestione, il 17,1% per la sicurezza, il 12% per la
scolarizzazione e zero per l’inclusione sociale. Il 93,5% dei fondi
sono stati erogati in affidamento diretto ai 16 soggetti operanti.
Ma è Eriches (l’Ati della cooperativa di Buzzi, la 29 giugno) che
si aggiudica la maggior parte del malloppo: il 36,1% dei fondi.
Complessivamente, per segregare 4391 rom negli 8 villaggi
attrezzati, si sono spesi 16,4 milioni di euro l’anno; per
concentrare 680 persone nei 3 «centri di raccolta rom», i romani
hanno pagato altri 6,2 milioni circa; e per allontanare 1231 persone
nei 54 sgomberi forzati del 2013 se ne sono andati altri 1,5 milioni.
L’altro grande affare è quello dei rifugiati e richiedenti asilo,
per ciascuno dei quali gli enti gestori che vincono i bandi emessi dal
Viminale attingendo ai fondi Sprar (il Sistema di protezione per
richiedenti asilo) percepiscono 35 euro al giorno. Secondo
l’inchiesta di Pignatone, Luca Odevaine, il capo gabinetto di
Veltroni, si sarebbe adoperato (ma questo non è un crimine) per
orientare i flussi di smistamento sul territorio italiano dei
rifugiati facendo levitare da 250 a 2500 i posti assegnati a Roma.
Ma è sui minori non accompagnati che il «Mondo di mezzo», secondo
gli inquirenti, concentra maggiormente le attenzioni. Ovvio,
perché per ogni ragazzo straniero il budget erogato sale a circa 50
euro al giorno. Durante l’«emergenza Nord Africa» del 2011, a Roma
arrivarono circa duemila minori, anche se «a volte, quando
arrivavano nei centri, ci accorgevamo che in realtà erano adulti
e dovevamo rifiutarli», racconta Gabriella Errico, presidente della
cooperativa Un sorriso che gestisce il centro di Tor Sapienza
balzato agli onori delle cronache. L’assegnazione della gestione
delle strutture, in quel periodo, veniva fatta «solo ed
esclusivamente dal Comune» senza bandi.
«Re incontrastato dell’assegnazione dei progetti per l’accoglienza
rifugiati e minori è il consorzio Ericles che fa capo alla Coop. 29
giugno — racconta Claudio Graziano, responsabile rifugiati
dell’Arci — seguita dalla Domus caritaris, del Vicariato e da
Axilium e Arciconfraternita, eredi della vecchia La Cascina, di
Comunione e liberazione». Tutti gli altri enti gestori arrivano
largamente dopo. «Anche se — aggiunge Graziano — districarsi nel
ginepraio di enti che gestiscono i centri per minori
è difficilissimo perché cambiano continuamente nome».
Non solo: tra centri affidati dagli enti locali con i fondi Sprar
e quelli aperti dalla prefettura nei periodi di “emergenza” «nessuno
sa bene quante siano le risorse e come vengono distribuite». «In
tanti anni che lo chiediamo — conclude Graziano — non siamo mai
riusciti ad ottenere un tavolo di coordinamento di questi servizi
di accoglienza».
Sequestrati beni per 200 milioni.
Le indagini puntano alla Regione
— Andrea Colombo, ROMA,
Mafia capitale. Decisivo per i pm il ruolo di Carminati. Alemanno: «Ho sbagliato dal punto di vista umano»
Massimo Carminati
Ieri mattina, a Regina Coeli, sono cominciati gli
interrogatori. Nessuno dei 14 indagati sentiti dai magistrati,
tranne l’ex ad dell’Ama Franco Panzironi, ha aperto bocca. Lo stesso
Panzironi non è andato oltre il ribadire la propria innocenza. Ma
la vicenda è appena all’inizio. Filtrano voci su una nuova e imminente
ondata di iscrizioni nel registro degli indagati, e questa volta
toccherebbe alla Regione Lazio.
La magistratura, intanto, ha disposto il sequestro dei beni di
alcuni indagati: robetta da 204 milioni. Macchine, terreni,
appartamenti, negozi, quote societarie: di tutto si può dubitare
tranne che del rapido arricchimento dei presunti aderenti
all’organizzazione ribattezzata dagli inquirenti «Mafia Capitale».
Una parte di quei capitali, 40mila euro, sarebbe finita anche alla
Fondazione Nuova Italia dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno,
che si è autosospeso da tutte le cariche in Fratelli d’Italia e al
Tg1 ha dichiarato: «Sicuramente ho sbagliato a sottovalutare la
componente umana, non ho dato la giusta attenzione alla scelta della
squadra, mi assumo la responsabilità politica». Ma è solo una
delle onde che si avviano a sommergere la politica romana, e neppure
la più grossa. Nell’epicentro del terremoto c’è il Pd.
Il M5S chiede lo scioglimento del Comune, la presidente della Camera
Laura Boldrini esprime«sdegno totale». L’esponente del Pd della
capitale Roberto Morassut vuole «l’azzeramento del Pd romano». Il
sindaco Ignazio Marino promette che «con i cittadini onesti Roma
cambierà davvero». Ma non sono gli strepiti, questi e molti altri,
a restituire il senso di quanto profonda sia la scossa. Sono i fatti
in sé, senza bisogno di commenti.
L’elemento da alcuni punti di vista più inquietante dell’intera vicenda
è la facilità con cui Massimo Carminati è passato dal controllo
quasi totale sugli appalti e sulle nomine nel corso dell’era Alemanno
alla conferma di un potere quasi identico con i successori.
Stando a quanto la magistratura ha deciso di rendere pubblico,
proprio del potere personale di Carminati si tratta. Più che di
«Mafia Capitale» si dovrebbe infatti parlare di «Carminati
Capitano». Nella ricostruzione degli inquirenti, l’ex «Nero» della
Magliana non è solo «la figura apicale», ma il perno intorno a cui
ruota ogni cosa, tutt’al più in tandem con Salvatore Buzzi, l’ex
detenuto comune (omicidio colposo ai danni della consorte) che
aveva creato un impero nelle cooperative sociali, a partire da
quella cooperativa «29 giugno» fortemente sponsorizzata e poi
protetta dall’ex assessore regionale al Bilancio Angiolo Marroni,
Pd (non coinvolto, va sottolineato, nell’inchiesta in corso).
L’elemento coercitivo in base al quale la procura di Roma contesta
l’associazione mafiosa ex 416bis è costituito, a conti fatti, solo
dalla presenza di Carminati, sufficiente, scrivono gli
inquirenti, a incutere terrore. In realtà di episodi di violenza,
per quanto riguarda il «mondo di sopra», non ne risultano quasi,
e anche le minacce sono limitate. A renderle temibili è solo il fatto
che provengano da tanto criminale.
Almeno stando a quel che se ne sa al momento, l’aspetto
dell’associazione mafiosa è davvero fragile, basato appunto all’80%
e oltre sulla partecipazione, anzi sulla direzione, di Carminati.
Con tutta la fiducia possibile nei togati, è un po’ poco.
Soprattutto, la deflagrante accusa di aver costituito una Cosa Nostra
romanesca rischia di non mettere nel dovuto risalto quel che
l’inchiesta e le intercettazioni raccontano del livello, che dire
basso è ancora niente, raggiunto dalla politica a Roma, come
probabilmente in molte altre importanti realtà locali. Non a caso
una quantità di vicende affrontate dagli inquirenti è citata nelle
carte per dare un’idea della situazione, ma senza che sia stato
raccolto il materiale probatorio necessario per procedere.
A leggere le carte dell’inchiesta non sembra tanto di trovarsi di
fronte al Padrino quanto a una versione all’amatriciana, ma non meno
ignobile, di House of Cards. Pressioni, manovre, anche minacce,
corruzione, condizionamenti di ogni tipo per piazzare le persone
ingiuste al posto giusto. In realtà, più che ai suoi trascorsi
criminali con la Magliana, sembra che Carminati debba il potere
e l’influenza di cui gode a quelli di neofascista noto e stimato in
quell’ambiente. Dicono ad esempio che proprio Carminati abbia
offerto la propria alta garanzia a sostegno di Riccardo Mancini,
l’ex ad di Eur spa, inviso ai suoi ex camerati arrivati al potere
a Roma per alcune delazioni e accuse ai tempi degli spari. E ancora
Carminati avrebbe speso il suo persuasivo carisma per convincere
l’ex capo della segreteria di Alemanno, Lucarelli, a confermare il
ruolo della cooperativa di Buzzi «29 giugno», inizialmente
destinata a essere affondata in quanto eredità della passata
amministrazione di centrosinistra.
Ma qualunque fosse il fondamento del potere di Carminati è un
fatto che, dopo aver trasformato gli appalti romani (e non solo) in
una fonte inesauribile di arricchimento con la giunta Alemanno, il
gruppo abbia proseguito col vento in poppa anche con
l’amministrazione di centrosinistra. Lo ha fatto, se le accuse
saranno confermate, molto più comprando che minacciando. In diverse
intercettazioni Buzzi parla senza mezzi termini di Mirko Coratti,
presidente dell’assemblea capitolina, come di un dipendente a libro
paga.
Sarà la magistratura a stabilire quanto il malaffare sia permeato
all’interno del Campidoglio che però, oggi, appare come una fogna
a cielo aperto.
Si amplia l'inchiesta giudiziaria su Expo e vie d'acqua.
Ora Antonio Acerbo finisce agli arresti domiciliari unitamente a Domenico Maltauro, collaboratore "esterno" della soc. Maltauro e Andrea Castellotti della soc. Tagliabue.
Insomma Expo oltre a "mangiare la terra" continua a dimostrarsi un pozzo senza fondo per la corruzione e il malaffare. Ricordiamo che la Maltauro è presente anche nel raggruppamento di imprese che sta realizzando la Pedemontana.
Expo, ai domiciliari Antonio Acerbo,
ex responsabile del Padiglione Italia
— Luca Fazio, MILANO, 14.10.2014
Milano. Nuova tegola giudiziaria. Arrestato il top manager già indagato per turbativa d'asta e corruzione. Lo stesso provvedimento colpisce un imprenditore e un manager. Il presidente dell'Autorità nazionale anti corruzione, Raffaele Cantone, adesso potrebbe decidere di commissariare le cosiddette "Vie d'Acqua", l'opera più contestata dell'esposizione universale che comunque verrà ultimata solo dopo il 2015.
Tutti tengono famiglia in questo paese. Dunque anche Antonio Acerbo, l’ex responsabile del Padiglione Italia dell’Expo ed ex commissario delegato per il contestatissimo progetto delle “Vie d’Acqua”, finito ieri agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta condotta dai pm di Milano Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio. Lo stesso provvedimento è scattato anche per l’imprenditore vicentino Domenico Maltauro e per Andrea Castellotti, manager della società Tagliabue. Secondo il gip del Tribunale, i tre potrebbero “commettere ulteriori reati della stessa specie”.
Antonio Acerbo, che era già finito nel registro degli indagati per corruzione e turbativa d’asta, e che il 2 ottobre si era dimesso dalla carica di commissario, pare abbia truccato le gare d’appalto in cambio di consulenze per il suo figliolo (Livio). Secondo i pm non si intascava i soldi ma pretendeva lucrosi contratti per le società del suo erede, e agli atti ci sarebbe la confessione dell’ad della società Tagliabue. Prima che top manager, è un padre. Intanto, l’impresa di costruzioni Giuseppe Maltauro ribadisce “la propria estraneità ai fatti” scrivendo che “Domenico Maltauro non è dipendente dell’impresa e non riveste all’interno della medesima né di altre società del gruppo alcuna funzione, essendo titolare di una propria attività imprenditoriale con la quale collabora con l’impresa Giuseppe Maltauro”. Ecco un altro problema di famiglia, ma su scala aziendale.
L’ipotesi della Procura di Milano — e l’evidente complicarsi della situazione per uno dei manager più importanti nominati per gestire l’esposizione universale che comincerà fra sei mesi — forse obbligherà il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone a prendere, finalmente, una decisione operativa. Tanto che ormai appare “probabile” il commissariamento di uno dei tanti progetti inutilmente faraonici pensati (male) per l’Expo milanese, le cosiddette “Vie d’Acqua”, l’opera che più di altre ha provocato contestazioni dal basso mobilitando cittadini, centri sociali e associazioni. Giro d’affari stimato: più di 100 per collegare il sito dell’esposizione con la Darsena di Milano, obiettivo che comunque a causa del ritardo nei lavori sarà raggiunto (forse) dopo l’esposizione. “Potrebbe essere commissariato”, ma non è detto, perché Raffaele Cantone, come sempre, prima di prendere una decisione vuole vederci chiaro. Significa che anche questa volta bisognerà attendere “una attenta lettura dell’ordinanza” prima dell’eventuale commissariamento della commessa vinta dalla Maltauro. Potrebbe essere risolutiva la riunione convocata dal governo che si svolgerà domani pomeriggio a Milano per fare il punto sull’Expo, ci saranno il ministro Maurizio Martina, lo stesso Cantone, il commissario unico di Expo Giuseppe Sala, il commissario di Padiglione Italia Diana Bracco, e poi Bobo Maroni e Giuliano Pisapia.
Ma è improbabile che questa nuova “tegola” possa agitare più di tanto i vertici della politica milanese e lombarda. La vicesindaco di Milano, Lucia De Cesaris, è stata piuttosto chiara: “Si parla di un capitolo già chiuso, la persona era già fuori grazie anche a una forte presa di posizione del sindaco Pisapia. Il sindaco, infatti, aveva chiesto ad Acerbo “un passo indietro” per “salvaguardare la reputazione del nostro paese”. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, invece non ha nessun commento da fare. Né può preoccupare la provocatoria proposta del portavoce del M5S in regione, Andrea Fiasconaro, secondo cui gli italiani dovrebbero almeno essere esentati dal pagare il biglietto per visitare i padiglioni di Rho-Pero: “Abbiamo già pagato abbondantemente per Expo in corruzione, malaffare, tangenti e denaro pubblico, i cittadini onesti e la società sana è vessata da un carico fiscale eccessivo anche a causa della corruzione che ruota intorno ai nostri eventi e che ci rende il paese più corrotto d’Europa”.
E comunque, quand’anche fossimo in buona o pessima compagnia, lo stesso Raffaele Cantone ha precisato che l’Enac non può fare alcuna verifica sugli appalti dei padiglioni stranieri, cioè sulla stragrande maggioranza dei lavori in corso (si sta lavorando giorno e notte per non correre il rischio di fare una figuraccia mondiale). “Ci siamo posti questo problema — ha ammesso Cantone — e con il prefetto abbiamo chiesto agli amministratori stranieri di effettuare controlli. Con alcuni paesi stranieri, pochi a dire il vero, abbiamo raggiunto un’intesa: laddove ci sono ostative vengono segnalate alla stazione appaltante, ma rimane comunque un sistema poco efficiente”.
Pare ormai una costante :dove ci sono "grandi opere faraoniche", dove queste non sono condivise con il territorio ma spesso imposte, dove si usa la logica "dell'emergenza" per semplificare le procedure degli appalti, si sviluppa e fiorisce il malaffare, la malapolitica, la corruzione
C'è una TRASVERSALITA' d'appartenenza tra politici, ci sono imprese "d'area" e c'è il coinvolgimento di figure istituzionali che mostrano come la corruzione nel nostro paese sia pervasiva e diffusa.
Venezia. Crolla
la facciata del Veneto. Fondi neri, finanziamenti occulti, concussioni e
complicità, la grande opera di Venezia, la più costosa del Paese, è
marcia. Trentacinque gli arresti: ai domiciliari il sindaco Orsoni (Pd),
accusato di finanziamenti illeciti; chiesto l’arresto per l'ex
governatore, e deputato di FI, Galan
Come (e peggio) di vent’anni fa: un «sistema» parallelo alla
gestione del Mose, la Grande Opera per eccellenza. Trentacinque gli
arresti e un altro centinaio di indagati disposti ieri nell’elenco
firmato dai pm Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini.
Tra i nomi «eccellenti» spiccano quello del deputato di Forza Italia
Giancarlo Galan — ex governatore e ministro, attuale presidente
della Commissione Cultura della Camera per cui servirà
l’autorizzazione — e del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (Pd)
ristretto ai domiciliari.
Ma
insieme ai politici è collassata l’architettura delle complicità:
manager, funzionari pubblici, professionisti, consulenti,
finanzieri, vecchi marpioni e nuovi faccendieri. La paratia mobile
della corruzione restituisce, per via giudiziaria, la certezza
di una vera cloaca dietro la facciata della «salvaguardia di
Venezia». Da sempre, lo sostenevano gli oppositori del
mega-appalto senza salvagente. Ora è di dominio pubblico, agli atti
della Procura della Repubblica.
Un anno dopo l’arresto di Piergiorgio Baita (il supermanager
Mantovani Spa) e Giovanni Mazzacurati (storico padre-padrone del
Consorzio Venezia Nuova), si completa l’indagine condotta dalla
Guardia di finanza con un malloppo di 711 pagine che certifica fondi
neri, finanziamenti occulti, concussioni e complicità.
Sequestrati beni per 40 milioni, scandagliate fatturazioni,
verificate società a San Marino e in Svizzera.
Crolla letteralmente la facciata del Veneto: il sindaco di
centrosinistra è accusato di aver preso contributi elettorali
per 560 mila euro; arrestati l’assessore regionale berlusconiano
Renato Chisso («stipendio annuale oscillante tra i 200 e i 250 mila
euro, dalla fine degli anni ‘90 sino ai primi mesi del 2013») e il
consigliere regionale Pd Giampietro Marchese (58 mila euro
illeciti per le Regionali 2010). Ai domiciliari Lia Sartori,
presidente uscente della Commissione industria dell’Europarlamento:
58 mila euro «in nero».
A
Galan viene contestata la ristrutturazione milionaria della
villa sui Colli Euganei, che secondo la Procura sarebbe frutto di un
giro di fatture false fra Tecnostudio e Mantovani Spa. Al «doge»
fondatore di Forza Italia viene contestato di aver ricevuto «per
tramite di Chisso, che a sua volta li riceveva direttamente da
Mazzacurati, uno stipendio annuale di circa 1 milione di euro, 900
mila euro tra il 2007 e il 2008 per il rilascio nell’adunanza della
commissione di salvaguardia del 20 gennaio 2004 del parere
favorevole e vincolante sul progetto definitivo del sistema Mose,
900 mila euro tra 2006 e 2007 per il rilascio (…) del parere
favorevole della Commissione Via della Regione sui progetti delle
scogliere alle bocche di porto di Malamocco e Chioggia».
Senza dimenticare che la Procura ha appena trasmesso al
Tribunale dei ministri il fascicolo che riguarda Altero Matteoli,
senatore di Forza Italia. Secondo la deposizione di Mazzacurati,
si profilerebbe l’«induzione indebita» da parte dell’allora
ministro prima dell’ambiente e poi delle infrastrutture nei lavori di
bonifica a Porto Marghera.
Ma la lista degli arrestati è vertiginosa intorno al
«riciclaggio» di circa 25 milioni. Con tanto di «stipendio in nero»
per l’ex magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta: 400 mila euro
in un conto estero per ammorbidire i controlli (più l’assunzione
della figlia in una società controllata dal Consorzio). Stesso
atteggiamento nei confronti di Maria Giovanna Piva che lo rileva al
vertice dell’ente serenissimo.
Manette per Roberto Meneguzzo,fondatore e amministratore di Palladio Finanziaria a Vicenza (chiave di volta dei project financing ospedalieri):
nel 2011 aveva tentato di scalare Fonsai, proponendosi poi come
il Cuccia del Nord Est a cavallo fra sussidiarietà e grandi opere.
Non basta, perché l’inchiesta arriva a Padova e fa tremare mezza
città, alla vigilia del ballottaggio per l’elezione del sindaco. In
via Trieste ha sede anche lo studio del commercialista
Francesco Giordano, 69 anni, un passato a supporto del Psi e una
collezione di incarichi con la giunta Zanonato (dalla fusione
Magazzini-Interporto al ruolo di revisore dei conti nella
multiutility AcegasAps). In passaggio Corner Piscopia, a due
passi dalla Camera di commercio, ci sono gli uffici dell’altro
colletto bianco Paolo Venuti: siede nel cda del mercato
agri-alimentare (38% di quote del Comune) ed è stato presidente dei
revisori dei conti di Fiera di Padova Immobiliare Spa (che gestisce
il nuovo centro congressi). Venuti risulta socio della trust company Delta
Erre, sigla che compare puntuale nelle «operazioni strategiche»
di Veneto e Trentino. E vanta incarichi professionali in BH4 Spa,
Save, Adria Infrastrutture, Concessioni autostradali venete.
Infine, è imbarazzante l’arresto dell’architetto Danilo Turato che ha
progettato per Comuni e Università, oltre alla mancata nuova sede
dell’Arpav nella zona del Tribunale…
È un verminaio in cui rispunta Lino Brentan: uomo della Quercia,
ex amministratore delegato dell’Autostrada Padova-Venezia, già
condannato per tangenti nell’estate 2012. Ma nella lista compaiono
i nomi di Giuseppe Fasiol (braccio destro dell’ad di Veneto Strade,
Silvano Vernizzi) e Giovanni Artico, già commissario
straordinario per Porto Marghera. Arresti domiciliari per il
magistrato della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone. E ancora
Stefano Tomarelli del direttivo del Consorzio; Stefano Boscolo
detto Bacheto, titolare della Coop San Martino di Chioggia, Gianfranco Contadin detto Flavio,
direttore tecnico della Nuova Coedmar, e Federico Sutto del
Consorzio. Seguono l’ex sindaco di Martellago Enzo Casarin, capo
della segreteria di Chisso (già condannato per concussione); il
direttore generale di Sitmarsub Sc e Bos.ca.srl Nicola Falconi; il
legale rappresentante di Selc Sc Andrea Rismondo.
Insomma, un scenario inquietante che conferma le «intuizioni» di
chi si è sempre opposto al Mose. E mette spalle al muro la politica bipartisan delle
larghe intese, ma anche il leghista Luca Zaia nella rincorsa al
secondo mandato.
Sintetizza Massimo Cacciari, sconsolato: «Il
modo in cui si fanno le grandi opere in Italia è criminogeno.
Da
sindaco, durante i governi Prodi e Berlusconi, avviai un processo di
discussione e verifica. In tanti passaggi ebbi modo di ripetere che
le procedure assunte non permettevano alcun controllo da parte
degli enti locali e che il Mose si poteva fare a condizioni più
vantaggiose. L’ho ripetuto milioni di volte, senza essere ascoltato.
Negli anni del governo Prodi, all’ultima riunione del Comitatone,
che diede il via libera al proseguimento dei lavori del Mose fui
l’unico a votare contro con il solo sostegno di una parte del
centrosinistra. Da allora non me ne sono più interessato…».
Ieri 20/03/014, una serie di arresti "illustri" ha terremotato alcuni enti che gestiscono sia la partita EXPO sia quella delle infrastrutture in Lombardia. Tra gli arrestati, Rognoni fa parte anche di CAL (Concessioni Autostrade Lombarde) la società, partecipata al 50% da Infrastrutture Lombarde e per il resto da ANAS, che deve approvare il progetto esecutivo della Pedemontana.
Il direttore generale dimissionario
Antonio Rognoni in manette con il capo dell’ufficio gare e appalti,
quattro avvocati, un dirigente e un ingegnere
Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde (Imagoeconomica)
Otto
arresti investono la società «Infrastrutture lombarde» (cioè il braccio
della Regione Lombardia per 11 miliardi di previsti investimenti
pubblici, in vista di Expo 2015) per asserite modalità illecite degli
affidamenti esterni di incarichi nei due settori dell'area consulenza
legale e dei controlli degli appalti, complessivamente del valore alcuni
milioni di euro dal 2008 a oggi. Il direttore generale - dimissionario,
ma ancora in carica - di «Infrastrutture Lombarde» e amministratore
della partecipata «Costruzioni Autostrade Lombarde», Antonio Giulio
Rognoni, uomo di punta delle legislature regionali del governatore
lombardo Formigoni, e il capo dell’ufficio gare e appalti della società
operativa «Infrastrutture lombarde società per azioni» (Ilspa),
Pierpaolo Perez, sono stati infatti arrestati giovedì pomeriggio dal
Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano su
ordine del gip Andrea Ghinetti, che contesta loro le accuse di
associazione a delinquere, turbativa d’asta, truffa alla Regione e
falso.Quattro avvocati, un dirigente della società regionale e un
ingegnere sono stati messi inoltre agli arresti domiciliari, nella
medesima inchiesta dei pm milanesi Antonio D’Alessio, Paola Pirotta e
Alfredo Robledo. Invece Arexpo, la società proprietaria dei terreni
dell’Esposizione universale, non è coinvolta nelle indagini.
L'esposto di Robledo
E così ora si scopre dunque che era proprio questa l’indagine che Robledo, procuratore aggiunto a Milano, nell’esposto di venerdì scorso al Csm
sulle asserite «violazioni» del procuratore Bruti Liberati
nell’assegnazione e gestione dei vari fascicoli, indicava come
potenzialmente danneggiata dal difettoso (a suo avviso) coordinamento
con un altro tuttora segreto fascicolo, coassegnato ma di fatto
coordinato invece dal capo dell’Antimafia Ilda Boccassini.
Truffa e associazione per delinquere, in manette i vertici di Infrastrutture Lombarde
Nel mirino della Procura di
Milano la struttura che appalta i lavori della Regione Lombardia. Fra
gli otto arrestati l'ex direttore generale Rognoni e il dirigente Perez.
Nel mirino anche incarichi per Expo 2015
di SANDRO DE RICCARDIS
Antonio Rognoni
E' bufera su Infrastrutture Lombarde,
la controllata della Regione Lombardia voluta da Roberto Formigoni per
la realizzazione di opere quali ospedali, scuole ma anche Palazzo
Lombardia, la nuova sede della giunta regionale, e lavori legati a Expo.
Il direttore generale Antonio Rognoni, dimissionario ma formalmente
ancora in carica, è stato arrestato insieme con altre sette persone (sei
sono ai domiciliari) per accuse su fatti avvenuti dal 2008 al 2012 e
che vanno a vario titolo dalla truffa alla turbativa d'asta e al falso
e, per tutti, l'associazione per delinquere. E uno degli appalti
contestati riguarda proprio Expo: quello da 1,2 milioni di euro sugli
incarichi di consulenza legali. Di un "clamoroso conflitto d'interessi"
si parla invece per la realizzazione di Palazzo Lombardia.
Sessantotto capi d'accusa.
Rognoni, secondo il gip Andrea Ghinetti, sarebbe stato il "capo,
promotore e organizzatore del sodalizio" fra gli otto indagati: gli sono
stati contestati 68 capi d'accusa. Il responsabile dell'ufficio gare e
appalti della Infrastrutture Lombarde, Pier Paolo Perez, l'altro
indagato finito in carcere, è indicato come "organizzatore del
sodalizio". E Maurizio Malandra, direttore amministrativo della società
della Regione Lombardia, è definito dal gip "partecipante che assicurava
l'emanazione degli atti amministrativi necessari per il raggiungimento
degli scopi del sodalizio, garantendo altresì l'impunità agli altri
associati".
La gestione "domestica" degli appalti.
Gli altri indagati, ai domiciliari come Malandra - si tratta di 4 avvocati Carmen
Leo, Fabrizio Magrì, Sergio De Sio +............(omissis per richiesta normativa sull'oblio ndr)(tutti avvocati) e
Salvatore Primerano (ingegnere) - "partecipavano intervenendo
stabilmente nell'espletamento delle funzioni pubbliche e dei
procedimenti di gara, redigendo e falsificando atti di delibera e
contratti di assegnazione nonché beneficiando essi stessi, fra gli
altri, di reiterati conferimenti di incarichi, con modalità collusive e
fraudolente". Sempre secondo gli inquirenti sarebbe stata una
"amministrazione a sfondo domestico" degli appalti, quella effettuata da
Rognoni. Lo ha affermato durante una conferenza stampa il procuratore
aggiunto Alfredo Robledo, che coordina l'inchiesta assieme ai pm Paola
Pirotta e Antonio D'Alessio. Robledo ha spiegato che gli incarichi
venivano assegnati ai professionisti "al di fuori di ogni regola, delle
procedure" previste per gli enti pubblici, con gare "falsate e
frazionate in maniera artificiosa" e con contratti "retrodatati".
Le pressioni per Formigoni.
Dopo che l'allora governatore Formigoni si era lamentato pubblicamente
della gara per la "piastra" di Expo, vinta con un ribasso del 43 per
cento dalla Mantovani, i vertici del Pirellone avevano invitato Rognoni
a evitare allo stesso Formigoni una brutta figura che si sarebbe
tradotta in una "sconfitta politica evidente". L'ordinanza del gip
riporta una intercettazione dalla quale sono emerse "alcune
sollecitazioni ricevute dai vertici della Regione Lombardia, che in
sostanza sembrano rimproverare di non fare abbastanza per fornire un
segnale concreto all'esterno tale da venire incontro alle
preoccupazioni" di Formigoni.
La telefonata di Alli.
In una telefonata del 23 luglio 2011 Alli dice: "Tutto il casino che
abbiamo messo in piedi con le dichiarazioni di Formigoni... adesso noi
abbiamo fatto esporre Formigoni molto pesantemente, è chiaro che se
viene fuori 'volemose bene, non c'è nessun problema' è una sconfitta
politica evidente". E a Rognoni chiede di inventarsi "qualcosa, qualche
protocollo in più" per far si che Formigoni "esca a testa alta dicendo:
io ho segnalato un problema reale". Dopo questa telefonata "Rognoni
esigeva dai più fidati collaboratori iniziative tese a ottenere
forzatamente dall'appaltatore (facendole invece figurare come iniziative
assunte su base volontaria e responsabile) garanzie accessorie
manifestamente non dovute - fa notare il gip - oltre alla rinuncia dello
stesso a ricorrere a subappalti, contrariamente a quanto dichiarato in
sede di gara". Garanzie che alcuni degli avvocati indagati definiscono
"illecite" e un vero e proprio "ricatto" nei confronti della Mantovani.
Il caso Robledo-Bruti Liberati.
L'indagine - scaturita dalla denuncia di un imprenditore che si è
ritenuto danneggiato dalle procedure di affidamento di un appalto - è
una di quelle segnalate nell'esposto al Csm dello stesso Robledo.
Quest'ultimo aveva segnalato "violazioni"
nell'assegnazione e nella gestione dei fascicoli da parte del
procuratore capo Edmondo Bruti Liberati. I due magistrati hanno tenuto
assieme la conferenza stampa sugli otto arresti. Bruti e Robledo erano
seduti uno accanto all'altro nell'anticamera del procuratore. Alla
domanda se si trattasse di uno dei fascicoli oggetto dell'esposto,
Robledo ha replicato: "Non voglio rispondere a questa domanda". E a un
cronista che ha provato a stemperare la tensione con una battuta ("in
queste occasioni di solito ci si stringe la mano"), Robledo ha risposto:
"Non siamo capi di Stato".
Gli indagati a piede libero. I reati sono contestati
in concorso con altri indagati a piede libero: Ernesto Stajano,
Giovanni Caputi, Barbara Orlando, Manuela Bellasio, Cecilia Felicetti,
Nico Moravia, Francesca Aliverti, Manuel Rubino, Giuseppe De Donno,
Simona Trapletti, Bruno Trocca, Elena Volpi, Alberto Chiarvetto, Paola
Panizza, Roberto Bonvicini, Celestina Naclerio, Erika e Monica Daccò,
Marco Caregnato, Marcello Ciaccialupi, Vittorio Peruzzi, Alberto Porro,
Gianvito Prontera, Alberto Trussardi, Maria Marta Zandonà, Stefano
Alvarado, Massimo Viarenghi, Stefano Chiavalon e Maurizio Massaia.
L'ex colonnello e le sorelle Daccò.
De Donno è l'ex colonnello del Ros al centro della cosiddetta
'trattativa Stato-mafia'. Dopo aver lasciato l'Arma è entrato nel
settore della sicurezza privata e ora, in qualità di amministratore
delegato della G-Risk, è uno dei nove indagati raggiunti da misura
interdittiva, il divieto di esercitare attività direttive, disposta dal
gip. Per l'accusa De Donno e la G-Risk sarebbero stati favoriti tramite
le gare d'appalto truccate, tra cui quella da 140mila euro per la
"rilevazione e gestione del rischio ambientale" collegati ai lavori
dell'autostrada Milano-Brescia. Come si legge nel provvedimento del
giudice, l'ex ufficiale del Ros il 7 agosto del 2009 era stato nominato
dall'ex governatore lombardo Formigoni "componente del Comitato per la
legalità e trasparenza delle procedure regionali di Expo". Le sorelle
Daccò, invece, sono figlie di Pierangelo Daccò, già condannato per la vicenda del San Raffaele.
Le reazioni dell'opposizione.
L'arresto di Rognoni "non può lasciare indifferente la giunta regionale
lombarda e il presidente Roberto Maroni, che fino a poco tempo fa
paventava l'ipotesi di nominarlo quale sub commissario a Expo per
difendere gli interessi della Regione", fanno sapere in una nota i
consiglieri del Movimento 5 Stelle. Sulla vicenda interviene anche il
coordinatore del centrosinistra, Umberto Ambrosoli: "Queste notizie
gettano un'ombra inquietante sulla Regione. L'indagine attiene alla
politica la responsabilità di una partecipata che gestisce un pezzo
consistente del patrimonio pubblico in modo evidentemente poco limpido.
Lo denunciamo da tempo. E il presidente Maroni, per quanto i fatti
riguardino più che altro le scorse legislature, non può chiamarsi fuori.
Occorrono maggiori controlli e un impegno vero a rendere trasparenti i
bilanci di questo colosso finanziario a intera partecipazione
regionale".
Il presidente di Infrastrutture e Formigoni.
In una nota Paolo Besozzi, presidente di Infrastrutture Lombarde, si
dice "convinto che tutti i dipendenti coinvolti possano dimostrare la
propria estraneità ai fatti contestati". Anche l'ex governatore
Formigoni ha affidato a una nota il proprio commento: "Sono certo che
l'ingegner Rognoni dimostrerà la sua estraneità. Negli anni in cui è
stato alla guida di Infrastrutture Lombarde ha dimostrato la sua grande
competenza tecnica. Peraltro, a proposito di Infrastrutture Lombarde,
vorrei rimarcare che essa è stata una delle grandi e positive intuizioni
delle giunte da me presiedute, che collegialmente concepirono il
progetto e lo realizzarono, permettendo alla Lombardia di colmare il
gravissimo gap infrastrutturale che penalizzava la nostra regione, nelle
valutazioni di tutti, quando io ne assunsi la guida".
Infrastrutture Lombarde - Arresti per gli appalti pilotati. Nel mirino anche i lavori al San Gerardo di Monza
di Stefania Totaro da il Giorno
I LAVORI di ampliamento e ristrutturazione dell’ospedale San Gerardo
di Monza e la realizzazione della nuova sede di Anatomia, Anestesia e
Rianimazione nel mirino dell’inchiesta della Procura di Milano che ha
portato all’arresto di Antonio Giulio Rognoni, ex direttore generale di
Infrastrutture Lombarde, e Pier Paolo Perez, capo dell’ufficio gare e
appalti di Ilspa. Con loro, in qualità il primo di direttore generale di
Ilspa e il secondo di segretario di gara, sono indagati a vario titolo
di turbativa d’asta e falso Salvatore Primerano, Marco Caregnato e
Marcello Caccialupi, ritenuti commissari di gara «ombra» e altri 7
commissari di gara formalmente nominati per le due gare d’appalto
rispettivamente da 174 e 3 milioni di euro aggiudicate con il metodo
dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Sotto accusa l’avere
favorito il raggruppamento di imprese già scelto, modificando i punteggi
tecnici e redigendo apposite tabelle da inserire nei verbali di gara.
Nelle indagini, coordinate dal pm milanese Alfredo Robledo, «sono emerse
gravi irregolarità - scrive il gip del Tribunale di Milano Andrea
Ghinetti nell’ordinanza di custodia cautelare - nell’aggiudicazione
delle gare per gli interventi appaltati da Ilspa per l’ospedale San
Gerardo di Monza in cui rilevante è stato il ruolo svolto da Salvatore
Primerano, unitamente ai suoi fidati collaboratori, per la valutazione
delle offerte tecniche».
IL GIP parla di «illegittimo svolgimento delle procedure» in entrambe
le gare d’appalto da parte di questi professionisti «che risultano
essersi comportati come commissari di gara “ombra” invece dei membri
formalmente nominati nelle commissione giudicatrici». Ne sarebbero la
prova alcune intercettazioni telefoniche dove si capisce che Primerano
aveva già ricevuto da Perez un Cd con le stampe delle offerte dei
concorrenti che avrebbe poi dovuto valutare: «... tu mi ha mandato...
nel Cd che mi hai dato ci sono tutte le cose che avete ricevuto.... le
stampe.... che mi avete mandato... diciamo gli elementi da valutare...».
Per il gip è «pacifico che tale condotta è posta in essere al fine di
favorire l’aggiudicazione della gara a soggetti già preventivamente
individuati» e che «i punteggi dell’offerta tecnica sono stati
artatamente manipolati». In un’altra telefonata tra Primerano e Perez i
due parlano della gara per i lavori di ampliamento e ristrutturazione
del San Gerardo. Primerano: «Ora io non sono sicurissimo di riuscire a
finire per giovedì, però, magari, ci sentiamo domani al massimo
mercoledì e ci mettiamo d’accordo»; Perez: «Sì perché comunque dobbiamo
vederci per metterci d’accordo con l’altro»; Primerano: «Sì, sì, sì»;
Perez: «Capito?»; Primerano: «Sì, sì»; Perez: «Giusto per capire quando
venite come vi organizzate perchè c’ho già questa che...»; Primerano:
«Ma quell’altro... l’avete già fatto?»; Perez: «Lo apriamo giovedì,
giovedì pomeriggio»; Primerano: «Va bene»; Perez: «Capito? Quindi
teoricamente da venerdì è lavorabile». In un scambio di sms tra Perez e
un commissario di gara ufficiale invece si legge: «Ma non abbiamo dei
commissari ombra?» - «Certo, già al lavoro» - «Ergo cosa vuole fare?
Dire che dovremo firmare i moduli e stop?» - «Qualcuno ci vuole mettere
il naso (tutti tranne te)» - «Primerano?» - «And friends + others» -
«Perfetto».
Gestita dall'Iri e dalla Regione pure la gara per Villa Reale
UN ALTRO importante cantiere monzese - che però non è oggetto
d’indagine - è stato aperto da Infrastrutture Lombarde: è quello dei
restauri alla Villa Reale, sede di rappresentanza di Expo. Si tratta di
un’opera da 24,3 milioni di euro, di cui 20,2 di contributo pubblico. La
società braccio operativo della Regione ha gestito per conto del
Consorzio Villa Reale e Parco la gara per l’affidamento dei restauri in
project financing.
In pratica il vincitore ha partecipato all’intervento in cambio della
possibilità di gestire alcuni spazi della reggia per il prossimo
ventennio: alcuni contratti sono già stati stipulati. La gara è stata
vinta dall’associazione temporanea d’impresa composta da Italiana
Costruzioni Spa di Roma, Malegori Comm. Erminio Srl di Monza e Na.Gest.
Global Service Srl (parte della galassia di Italiana Costruzioni), che
hanno costituito una apposita società, la Nuova Villa Reale Monza spa. I
lavori, partiti nel 2011, termineranno a maggio. Sull’operazione pende
un ricorso degli ambientalisti al Tar.
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Sempre da Il Giorno del 21/04/014
Expo, truccata pure la gara per scegliere gli avvocati «Chi ha vinto sapeva tutto»
di Marinella Rossi da il Giorno
«QUI EXPO NON C’ENTRA niente», dichiara liquidatorio il procuratore
aggiunto Alfredo Robledo in una conferenza stampa algida, in cui a
fianco del procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati, dà conto
di una delle inchieste oggetto di lite, fra lui e il capo,
sull’assegnazione di fascicoli in condivisione (mai avvenuta) con il
dipartimento della Dda Ilda Boccassini. Come a dire che di Expo si
occuperà la collega? Ma che in questa sua inchiesta non si tratti di
Expo, è subito smentito dal gip, il giudice Andrea Ghinetti, che in 243
pagine manda agli arresti l’ex dg di Infrastrutture Lombarde, Antonio
Giulio Rognoni, il suo braccio destro Pier Paolo Perez, e un nugolo di
avvocati.
Ed ecco Expo, da pagina 139 della misura cautelare. Affronta la
funzione di Ilspa e tratta l’incarico conferito all’avvocato Carmen Leo
(da ieri agli arresti domiciliari) «in relazione all’evento Expo 2015».
Il gip spiega che «rientra nella diretta competenza di Expo 2015 la
realizzazione del sito per l’Esposizione, a partire dalle opere di
urbanizzazione e le infrastruture di base». La cosidetta Piastra, lavori
fondamentali di posa impianti e scavi. Lavori fino a 700 milioni di
euro.
Il giudice ricostruisce, attraverso le mail e i sequestri di
materiale informatico da parte della Guardia di finanza di Milano, la
storia della pratica. Il 28 luglio 2011 Rognoni determina «di procedere
all’affidamento di professionisti esterni dei servizi legali» per il
supporto e l’assistenza che Ilspa deve dare a Expo 2015. L’offerta è
destinata a cinque professionisti, secondo il criterio del prezzo più
basso. A Ilspa giungono 4 offerte, prima tra tutte - come prezzo più
basso - quella dell’avvocato Carmen leo, con 1 milione e 200 mila euro.
Ma «diverse evidenze investigative provano, senza ombra di dubbio, che
anche questa procedura negoziata è stata gravemente turbata» scricve il
gip, esaminando le fonti di prova.
Dal computer dell’assistente dell’avvocato Leo, emerge una cartella
“Studio” e una sottocartella “Gara servizi legali”: grazie a questa si
scopre che molti dei documenti predisposti sono «antecedenti al 28
luglio 2011, ossia alla stessa data di emissione» con cui «si dava
ufficialmente avvio alla procedura di aggiudicazione». Alla
professionista «è stato consentito di istruirsi autonomaente la
procedura che poi sarebbe stata aggiudicata al proprio studio legale».
PAGINA 144, si affronta il capitolo «incarichi di consulenza legale
affdati all’avvocato Fabrizio Magrì dalla società Arexpo Spa, quella
delegata ad acquistare e riconvertire le aree per l’Esposizione
universale. La direzione generale della società è affidata a Cecilia
Felicetti (indagata a piede libero). Si affronta il capitolo appalti per
assistenza giuridica e legale legata all’acquisto delle aree. Valore
economico in apprenza magro, rispetto all’altro, solo 39.785 euro. Ma la
prospettiva è di mettere le mani su tutto. L’affidamento è disposto l’8
settembre 2011: le parti stabiliscono un’efficacia retrodata, vista la
«necessità di avviare la procedura di gara entro la prima settimana del
mese di agosto».
«Emerge» - scrive il gip - come il contratto sottoscritto dal
direttore generale e dal direttore amministrativo di Ilspa (Rognoni e
Perez) sia stato ancora una volta strumentalmente retrodatato».
Sintomatica l’intercettazione fra Magrì e Perez, che con «tono
sarcastico» dice all’avvocato: «Bisogna che ti coordini un attimino con
Cecilia, perché l’idea era quella di mettere dentro quello fatto e
quello che tu andrai a fare prima che noi faremo la procedura per
affidare tutto quello che affideremo e... su Arexpo, ok, capito, nel
caso poi in cui tu risulterai vincitore di quella procedura, andrai
avanti tu, capito».
L’ 8 settembre 2011, le parti danno atto che «il contratto è protratto
sino all’acquisizione di tutte le aree, ovvero al 30 dicembre 2011,
avendo lo studio legale espletato in toto (tre mesi prima? ndr) le
prestazioni ivi previste».
Naturalmente, sino al 14 febbraio 2012, l’avvocato Magrì «non aveva
ancora completato le prestazioni del primo incarico e già trattava
parallelamente e stringeva accordi con Rognoni, Cecilia Felicetti e
Maurizio Malandra (ai domicilairi, ndr) per aggiudicarsi un nuovo e più
sostanzioso contratto». E l’11 aprile 2012, ultima data per la
presentazione delle offerte, veniva ufficializzato l’incarico a Magrì
per un importo definitivo di 160 mila euro. Come d’accordo con Rognoni,
già dal 9 febrbaio 2012.
Infrastrutture. La centrale dell’efficienza negli appalti
di Gianbattista Anastasio da il Giorno
— MILANO —
È IL BRACCIO ESECUTIVO della Regione, Infrastrutture Lombarde. Uno dei
centri nevralgici del potere ciellino in Lombardia, oggi come nel
ventennio di Roberto Formigoni (nella foto). Un potere di apparato e
apparati, difficile da rimuovere: Roberto Maroni di fatto non vi ha
messo mano, sempre gli stessi ai vertici della società controllata da
Palazzo Lombardia. L’ex direttore generale Antonio Giulio Rognoni, a
dispetto delle smentite da lui stesso abbozzate negli anni, è un
formigoniano ed un ciellino doc. E nonostante il cambio di guida in
Regione, poco è mancato che fosse nominato subcommissario di Expo in
supporto al commissario unico Giuseppe Sala, al delegato della società
di gestione dell’evento, Antonio Acerbo e quello del Comune, Gianni
Confalonieri. Dagli ospedali alle infrastrutture necessarie al grande
evento del 2015 passando per il demanio regionale, non c’è settore, tra
quelli che contano, nel quale Infrastrutture Lombarde non abbia un
ruolo. Il core business è la consulenza ed il supporto tecnico,
amministrativo e legale alla redazione dei bandi e delle procedure di
gara. Settore delicatissimo, quello degli appalti. Nasce nel 2003, la
società. Sì, nel pieno del potere formigoniano. Oggi vanta un capitale
sociale pari a 7,9 milioni di euro. Valore della produzione indicato
nell’ultimo bilancio disponibile, quello del 2012: 167.315. L’utile
conseguito e dichiarato nello stesso anno è di 98.287 euro anche grazie
ad un contributo di 993mila euro arrivato dalla Regione. Numeri che non
paiono colossali, a dispetto dell’importanza della missione affidata
ormai da 11 anni alla società.
Ormai le inchieste per corruzione si susseguono di giorno in giorno, intervallate a quelle per connivenza con la malavita organizzata.
Di nuovo la Lombardia sotto l'attenzione della Magistratura. Ancora una volta, auspichiamo si vada sino in fondo, indipendentemente dal "colore politico" dei coinvolti, che però, guarda caso, sono all'interno del "modello" formigoniano che ha gestito per anni la Regione Lombardia e in particolare la sanità.
Con un sistema intero che traballa, con la malapolitica in prima pagina, in questo schifo, ieri, 11/03/013, un gruppo di circa 200 Parlamentari del PdL, si è presentato dinanzi a Palazzo di Giustizia e, con un atto intimidatorio, degno degli anni più bui della nostra Repubblica e indegno per la figura istituzionale che ricoprono, ha "protestato" contro i processi cui deve fare fronte il loro leader Silvio Berlusconi, chiedendone un salvacondotto. Un ricatto replicato oggi con un'udienza del segretario del PdL, Angelino Alfano al Capo dello Stato, con nuova richiesta esplicita di "immunità" per Berlusconi in cambio di "responsabilità" in questa delicata fase politica per il Paese. Un RICATTO che mortifica il Parlamento, le Istituzioni, il Paese, e tutti i Cittadini onesti.
Vedi articolo in coda de Il Manifesto.
IN LOMBARDIA:
Sanità: arresti e perquisizioni per corruzione in Lombardia.
In manette anche Leonardo Boriani
ex direttore della Padania
Da L'Huffington Post | Pubblicato: 12/03/2013 08:26 CET | Aggiornato: 12/03/2013 12:03 CET
Retata mattutina in Lombardia. La Direzione Investigativa Antimafia di Milano, nell'ambito di una indagine su episodi di corruzione connessi ad appalti e forniture di aziende ospedaliere della regione, sta eseguendo numerose perquisizioni, anche all'estero, e arresti presso abitazioni, imprese e strutture sanitarie lombarde in altre regioni.
L'operazione, in cui si contano una ventina di indagati, ha portato anche all'arresto di tre imprenditori che appartengono alla famiglia Lo Presti, titolare della Hermex Italia, di Cinisello Balsamo, specializzata in fornitura di macchinari ospedalieri. Gli arresti sono stati eseguiti su richiesta del pm della Dda di Milano Claudio Gittardi. Tra gli arrestati c'è anche Leonardo Boriani, giornalista ed ex direttore della Padania.
"L'indagine della Direzione Investigativa Antimafia di Milano - spiegano gli investigatori - ha fatto luce su gravi e diffusi episodi di corruzione nel mondo della sanità lombarda e vede coinvolte una ventina di persone tra imprenditori e pubblici funzionari. Sono più di 50 le perquisizioni in corso dirette ad acquisire riscontri documentali ai fatti accertati".
Gli investigatori parlano di una "ramificata rete di complicità nel mondo sanitario e istituzionale". Le indagini riguardano, in particolare, la manutenzione di apparecchiature elettromedicali e di diagnostica tumorale in vari ospedali lombardi. Tra gli arrestati accusati di "numerosi episodi di corruzione" vi sono anche Pier Luigi Sbardolini, direttore amministrativo dell'azienda ospedaliera di Chiari, in provincia di Brescia, arrestato per fatti del periodo in cui lavorava al San Paolo di Milano, e Luigi Gianola, direttore generale dell'azienda ospedaliera di Sondrio. Mentre è indagato un cittadino svizzero, Giovanni Lavelli, i cui uffici sono stati perquisiti su rogatoria. Gli arresti sono stati chiesti dai pm Claudio Gittardi e Antonio D'Alessio, appartenenti al dipartimento del procuratore aggiunto Alfredo Robledo.
Da il FATTO QUOTIDIANO del 12/03/013
Sanità in Lombardia, 7 arresti.
In manette anche ex direttore de “La Padania”
Leonardo Boriani finisce in carcere insieme a tre imprenditori e all'ex consigliere regionale lombardo Massimo Guarischi. L'operazione della Dia di Milano è legata a presunti episodi di corruzione connessi ad appalti e forniture di aziende ospedaliere.
Un’operazione della Dia di Milano sulla sanità lombarda (“La Cueva”) che ha portato all’arresto di sette persone per presunti episodi di corruzione connessi ad appalti e forniture di aziende ospedaliere. Tra loro c’è anche Leonardo Boriani, giornalista ed ex direttore della Padania, e l’ex consigliere regionale lombardo Massimo Guarischi di Forza Italia, che già il 21 settembre del 2000 era stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sui lavori di regimazione idraulica in Valtellina. Finiscono in carcere anche Giuseppe Lo Presti, titolare della Hermex Italia di Cinisello Balsamo, e i figli Salvo Massimiliano e Gianluca. L’azienda è specializzata in fornitura di macchinari ospedalieri. In manette anche Pier Luigi Sbardolini, direttore amministrativo dell’azienda ospedaliera di Chiari (Brescia) e Luigi Gianola, direttore generale dell’azienda ospedaliera di Sondrio.
Tra le persone perquisite, c’è Carlo Lucchina, il direttore generale dell’assessorato alla Sanità e gli investigatori parlano di una “ramificata rete di complicità nel mondo sanitario e istituzionale”. Indagate tredici persone, tra cui anche un cittadino svizzero, Giovanni Lavelli, i cui uffici sono stati perquisiti su rogatoria. Gli arresti sono stati chiesti dai pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, appartenenti al dipartimento del procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Le indagini derivano da quelle sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta del mondo della sanità che avevano portato all’arresto di Carlo Antonio Ciriaco, ex direttore della Asl di Pavia e Giuseppe Neri, ritenuto il capo della ‘localè della ‘ndrangheta pavese.
“La Cueva” ha fatto luce su gravi e diffusi episodi di corruzione nel mondo della sanità lombarda con oltre 50 perquisizioni dirette ad acquisire riscontri documentali ai fatti accertati e vede coinvolte una ventina di persone in tutto, tra imprenditori e pubblici funzionari. In particolare, si legge in un comunicato della Dia, “dalle complesse e lunghe investigazioni è emersa una ramificata rete di complicità nel mondo sanitario e istituzionale, con gravi e diffusi episodi di corruzione nell’ambito di vari appalti” che includono “quello per la manutenzione delle apparecchiature elettromedicali dell’ospedale San Paolo di Milano; per i servizi di radiologia presso l’Azienda Ospedaliera della Valtellina e della Val Chiavenna di Sondrio; per l’installazione di sofisticati macchinari per la diagnostica tumorale presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano e presso l’Azienda Ospedaliera di Cremona”.
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Invece, dinanzi al Tribunale di Milano, sotto i volti di FALCONE E BORSELLINO va in scena la gazzarra eversiva del PdL.
Quando affermiamo che "LA CRICCA" di Ponzoni, Brambilla, Perri, Riva, Duzioni e dei LORO SODALI (molti dei quali - purtroppo- sono ancora al loro posto nelle amministrazioni locali e nei vari ruoli istituzionali) ha avuto e HA un ruolo di PRIMO PIANO nell'EDIFICAZIONE SELVAGGIA della BRIANZA, lo facciamo sulla base di un'attenta analisi dei fatti che determinano le pessime condizioni ambientali in cui versa la Brianza. Tra questi fatti, molti cominciano a fare capolino dalle indagini e dall'Ordinanza d'arresto della cricca. Ne avevamo trattato ampliamente sui nostri blog e siti, lanciando come coordinamento di gruppi ed associazioni ambientaliste di INSIEME IN RETE una DENUNCIA PUBBLICA E UN "BOMBING MAIL" verso il CdA del Parco Regionale Valle Lambro per LO SCEMPIO che si prospettava in un'area del Parco stesso, con il progetto MILANO 4 dell'IMMOBILIARE IDRA della fam. BERLUSCONI.
Avevamo sostenuto IL NO FERMO E ASSOLUTO dinanzi ad un progetto DEVASTANTE per l'ambiente, svelando anche i retroscena di un ANTONINO BRAMBILLA che presenziava agli incontri quale consulente dell'IMMOBILIARE IDRA.
Oggi, i fatti e GLI ARRESTI ci danno ragione circa L'INDECENTE COMMISTURA tra gli INTERESSI "CEMENTIFICATORI" e ESPONENTI POLITICI del PdL da noi denunciata.
Vi proponiamo l'articolo de IL Cittadino che tratta l'argomento e le nostre denunce sul pericolo MILANO 4 del 2010.
La cricca voleva prendere Arcore
«Decidiamo noi per il sindaco»
I terreni di Arcore vincolati a parco su cui sarebbe nata Milano 4 (Foto by Max Spinolo)
Arcore -
L'amministrazione comunale di Arcore? Un pollo da manovrare per concludere rapidamente l'affaire Milano 4. È questo che pensavano Massimo Ponzoni e Antonino Brambilla, secondo quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche del dossier Ponzoni. Di giorno in giorno trapelano nuovi dettagli sulla maxi-indagine della Procura di Monza. I toni indignano e tradiscono la presunzione e la volontà degli arrestati di fare ballare a piacimento la giunta arcorese. L'ottica esclusiva è quella di favorire interessi privati e, quando si citano interventi in favore del Parco della Valle del Lambro, sembra sia solo nel tentativo di comprare l'«ok» del presidente Emiliano Ronzoni all'esclusione dei terreni dai vincoli ambientali.
Francesco Magnano, geometra di fiducia di Silvio Berlusconi nell'Immobiliare Idra che avrebbe realizzato l'intervento, è colui che presentò il progetto alla giunta Rocchini. Parlando al telefono con Ponzoni diceva: «Gli ho promesso che gli faccio una certa operazione» e subito dopo «Quello che vuole farmi impostare lui... che voglio impostare io... è un'operazione che crea lustro. Hai capito? E poi dà una mano anche a livello economico al Parco... eh...hai capito?».
I passaggi più significativi delle conversazioni telefoniche intercettate sono però quelli che riguardano gli amministratori di Arcore. Ponzoni suggerisce a Magnano quel che deve dire a Silvio Berlusconi: «Se deve incontrare il sindaco... eeeh... faccia venire anche Ponzoni cinque minuti che lo rassicura... cioè...se ci dà in mano a noi la roba... il sindaco è uno che non decide, decidiamo noi per lui».
Ci hanno provato a decidere per Rocchini, ma una volta trapelata la notizia, la reazione dell'opposizione arcorese, delle sinistre a tutti i livelli, degli ambientalisti, ha stroncato l'operazione e Idra non ha mai protocollato un progetto in municipio. Quel giorno in Comune, però, la volontà c'era e la strada non sembrava troppo in salita. Le intercettazioni telefoniche lasciano intendere che il sindaco chiuse l'incontro riservandosi di approfondire.
L'assessore all'urbanistica di allora, Claudio Bertani, comunque, non nascose mai la sua inclinazione favorevole al progetto. E la presenza al vertice di Antonino Brambilla, vicepresidente in Provincia e assessore alla pianificazione del territorio, deve aver fatto pensare a molti che l'affare si potesse concludere.
Sempre le intercettazioni della Procura sottolineano il ruolo cruciale di Brambilla e la sua doppia funzione di consulente di Idra e di assessore all'ambiente della Provincia, chiaramente in conflitto.
Allora, nel febbraio 2010, Brambilla negò di aver incarichi in Idra e disse di aver partecipato all'incontro di Arcore come assessore provinciale.
Come rivelano le intercettazioni, però, si diede un gran da fare per concordare e pianificare questa versione. Si citano in particolare un sms a Magnano e una telefonata al sindaco Marco Rocchini che pare non abbia nemmeno capito bene il punto della questione.
La campagna di denuncia e sensibilizzazione dei gruppi di INSIEME IN RETE (cui SINISTRA e AMBIENTE aderisce)fatta contro il progetto MILANO 4 ad ARCORE, nel Parco reg. valle Lambro nel 2010.