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La Meda e la Brianza che amiamo e che vogliamo tutelare

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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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sabato 21 novembre 2020

DARE NOMI AI LUOGHI, CONSERVARE LA MEMORIA


A Meda, in piena emergenza per il Covid 19, è stato attivato presso il centro sportivo di via Icmesa un punto per i tamponi veloci attuati restando a bordo del veicolo (drive through).
Il centro, operativo da una settimana, è gestito dai medici dell'Aeronautica Militare ed è rivolto esclusivamente alla popolazione scolastica.
A un nostro lettore assiduo, nonchè amico ambientalista, non è sfuggito IL LUOGO.
Dare i nomi ai luoghi era una consuetudine che ha accompagnato l'umanità occidentale fino alla fine della seconda guerra mondiale, un’abitudine che si sta perdendo ma che varrebbe la pena di far rivivere. I nomi delle vie, infatti, in genere non nominano la memoria del luogo ma sono segni di memoria universale. Non cosi via Icmesa che porta il nome della ditta che fu all’origine del grave danno ambientale che segnò il territorio di Seveso e Meda e degli altri comuni limitrofi nel 1976.
Massimiliano Fratter, storico, già direttore del Parco Naturale Regionale del Bosco delle Querce, autore del libro sul disastro Icmesa "Memorie da sotto il bosco" (con Dvd), ha inviato la sua riflessione a Sinistra e Ambiente di Meda e a Legambiente di Seveso, invitando a collegare quello che oggi sembra essere casualmente abbinato.
 
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DARE NOMI AI LUOGHI, CONSERVARE LA MEMORIA

In questi giorni la stampa locale e diversi siti istituzionali hanno diffuso la notizia di un nuovo punto tamponi per il monitoraggio della diffusione della pandemia da coronavirus a Meda. 
E' sicuramente una notizia positiva per potenziare il tracciamento, uno degli elementi più importanti per il contenimento della più grave tragedia dalla fine della seconda guerra mondiale.
Il nuovo punto, riservato agli alunni e alle alunne delle scuole e al personale scolastico, si trova di fronte al Centro sportivo “Città di Meda” in via Icmesa.
E se la storia di una Comunità è fatta anche di simboli, è necessario evidenziare la contraddizione: il luogo che è stato l'origine del primo incidente industriale noto avvenuto in una fabbrica e che ha coinvolto la popolazione circostante diviene un sito per la prevenzione sanitaria.
A quasi 45 anni dal 10 luglio 1976 e dalla fuoriuscita della nube tossica composta da diossina e da altri veleni proprio dall'Icmesa, fabbrica di proprietà della multinazionale elvetica Givaudan a sua volta controllata dalla Hoffman-La Roche.
E' necessario dissipare ogni dubbio: il “Centro sportivo “Città di Meda” è uno spazio sicuro; i resti della fabbrica, il reattore che ha generato l'incidente e tutto il materiale contaminato sono confinati nelle due vasche di Meda e Seveso all'interno del Bosco delle Querce, dopo un immane lavoro di bonifica.
Appare certamente strano, per chi ha vissuto, approfondito e conosciuto la vicenda del luglio del '76 e delle sue conseguenze immaginare che via Icmesa sia oggi frequentata da medici, infermieri e personale sanitario. Per curare.
La Brianza – Meda in particolare – si è sempre contraddistinta per la sua cultura del fare. Del produrre.
Forse, qualche volta, sarebbe utile accompagnare l'agire alla riflessione come, in questo caso, sul valore simbolico della sede scelta e messa a disposizione alll'Azienda Territoriale Sanitaria.
Significherebbe “abitare” i luoghi della Città senza, purtroppo, dimenticarne la genesi.

Massimiliano Fratter

Meda/Seveso 21-11-2020




 

sabato 11 luglio 2020

A PROPOSITO DI 10 LUGLIO 1976, LA MEMORIA E IL PRESENTE, LAURA CONTI, L'AMBIENTALISMO, IL RISCHIO DIOSSINA E LA PEDEMONTANA

A 44 anni dal disastro della diossina TCDD fuoriuscita dall'ICMESA, una videoconferenza è stata organizzata e proposta dal circolo di Legambiente di Seveso per ricordare il pensiero di Laura Conti, la Memoria e il tempo presente.
Hanno relazionato le docenti universitarie Laura Centemeri (Università di Marsiglia), Monica Seger (Università William&Mary, Virginia) e Mariateresa Muraca (Università degli Studi di Verona), insieme a Luana Zanella (Esecutivo Federazione Verdi Italiani), Damiano di Simine (primo presidente del circolo Legambiente “Laura Conti” di Seveso) e Alberto Colombo (Sinistra e Ambiente di Meda).
LAURA CONTI partigiana, medico, ambientalista, politica e scrittrice, ha legato la sua storia e il suo agire alla drammatica vicenda del 10 luglio 1976 ove, la fuoriuscita di diossina TCDD dall'ICMESA di Meda contaminò vaste porzioni del nostro territorio.
Le analisi, le ricerche e le pubblicazioni di Laura Conti sono state base e ispirazione per la consapevolezza e per le pratiche e le azioni ambientaliste per un Sapere diffuso che continuiamo a perseguire.

Il gruppo di Sinistra e Ambiente di Meda, ha partecipato tra i relatori alla videoconferenza del 10-luglio 2020 proponendo la continuità tra la Memoria, gli scritti e i lavori di Laura Conti sull'ambiente e lo sviluppo insostenibile con il tempo presente.
Un presente dove ancora, in nome dello sviluppo ad ogni costo e del profitto, si vogliono esporre nuovamente cittadini e cittadine al rischio diossina, realizzando un'autostrada laddove il suolo risulta ancora contaminato dalla Diossina TCDD del 1976.
Sotto le slide su cui abbiamo impostato il nostro intervento.


Vi proponiamo inoltre un contributo interessante di Massimiliano Fratter, cittadino di seveso e storico che su quel periodo e sulle cause del disastro ha elaborato molto materiale documentale scrivendo anche un libro.


SEVESO, QUANDO LA STORIA NON INSEGNA

C'ero. Ero un bambino in quel “caldo sabato di luglio” del 1976.
Un altro secolo. Un'altra storia. Forse. E ho tre ricordi nitidi. Il giorno dell'incidente con il fischio - durato alcuni secondi - e l'odore. Insopportabile. E che inquinò l'aria per alcune ore, almeno fino a sera.
Il secondo frammento risale a 10 giorni dopo, quando la notizia della fuoriuscita della nube tossica dall'Icmesa è ormai di dominio pubblico e i miei genitori decidono di “evacuarmi” (la mia famiglia non dovette lasciare la casa) e mi portano dagli zii a Meda (!) ma a nord della fabbrica che si trovava proprio al confine tra i due paesi. 
Il vento, al momento della rottura del disco di sicurezza (sicurezza di chi??) del reparto “B” soffiava in direzione sud, sud-est. La zona dove abitavano i miei zii non era stata colpita. O, almeno, non il 10 luglio 1976 perché l'Icmesa produceva e inquinava dal 1948 (i lavori di costruzione dello stabilimento erano terminati un anno prima) e non c'erano all'interno dei suoi obsoleti impianti tecnici ventilatori che potessero dirigere gli inquinanti da Meda verso Seveso. Perché farlo poi? 
C'era il fiume dove scaricare tutto quello che era possibile scaricare e alle lamentele della popolazione o delle autorità si rispondeva, spesso, con il denaro o con la minaccia dei licenziamenti. E il posto di lavoro era “sacro” nell'Italia post seconda guerra mondiale, nell'Italia degli anni '50. Nell'Italia del boom economico. Oggi. 
In fondo quando morivano le pecore o gli animali si pagava e di tosse non è mai morto nessuno. Questi italiani! Sempre pronti alla lamentela invece di ringraziare chi aveva portato denaro e benessere! E comunque all'Icmesa non si inquinava! Parola di Givaudan Hoffman La Roche! Proprietari che vivevano in Svizzera.
Dove ordine e pulizia sono valori Sacri. E per gli ansiosi da presunto inquinamento c'era sempre il Valium (marchio registrato!) perché Hoffman la Roche teneva (e tiene ancora!) alla salute. E al profitto.
L'ultimo mio ricordo è legato al periodo successivo e che non può essere collocato in un periodo preciso. Almeno nella mia mente. Un ricordo fatto di divise e tute. 
Erano quelle dei soldati chiamati a pattugliare la zona più contaminata, la “famigerata” zona A (c'era poi una zona B – non evacuata – e una zona di Rispetto, con tracce minori di diossina. Io vivevo in quest'ultima area ed ero “rispettato” quindi!). E quelle degli addetti alla bonifica. 
Crescevo e loro erano lì, parte integrante del mio, del nostro, quotidiano e raccontavano, evidenziavano, una normalità “altra”. Durata, complessivamente, quasi 10 anni e che via via cercava di riportare la città ad una vita normale con la fine dei lavori di bonifica che terminano con la nascita del Bosco delle Querce, avvenuta nel 1983 e i lavori di costruzione del parco terminati tre anni dopo, nel 1986.
Sono rimasto. E, poco più ventenne, siamo all'inizio degli anni '90 dell'altro secolo, incontro un piccolo gruppo di donne e uomini che hanno deciso di impegnarsi per il bene della Città “adottando” un'area degradata, il Fosso del Ronchetto.  7,5 ettari lontani dal Bosco delle Querce ma che rappresentano il desiderio di prendersi cura della città dove vivono. Seveso, appunto. Sono le socie e i soci del locale circolo di Legambiente, dedicato a Laura Conti, medica e all'epoca dell'incidente consigliera regionale in Lombardia e molto vicina alla Comunità. 
Lei che arriva da Milano per cercare di comprendere. Per aiutare. Per proporre. Amata da  pochi. Avversata da molti. Lei, donna dalle posizioni forti e dalle parole chiare su molti temi che la democristiana Brianza bianca non vuole ascoltare. Di cui non si deve parlare. Meglio tacere. E lasciar passare il tempo. 
E dimenticare: “Un anniversario da dimenticare”. Così “Il Cittadino”, il settimanale locale cattolico più letto all'epoca, ricordava il ventesimo anniversario dell'incidente, il 10 luglio 1996. Le amiche e gli amici del Circolo sostengono invece che la rielaborazione di ciò che è accaduto nel 1976 e le sue conseguenze è un opportunità di crescita e di cura di una Comunità ancora dolente. 
Nonostante la voglia di rimozione. Crediamo, perché anch'io mi iscrivo a Legambiente, che la Storia sia uno strumento di sollievo e alla fine del secolo iniziamo ad elaborare un progetto che diverrà poi la colonna portante di un percorso durato più di 15 anni. Nasce il “Ponte della Memoria”. Iniziamo a ricostruire l'archivio sociale della “vicenda Seveso”. Ascoltiamo storie. Raccogliamo storie. Raccontiamo la Storia.
Entriamo al Bosco delle Querce. Il parco è aperto al pubblico dal 1996 ma quasi nessuno lo frequenta. All'inaugurazione l'allora presidente regionale Roberto Formigoni parla davanti al deserto (tranne le cosiddette Autorità e pochi obbligati non c'è praticamente anima viva).
 Il parco è una sorta di “non luogo”. Io stesso che abito a poche centinaia di metri dall'ingresso non ci sono mai entrato.
Con il “Ponte della Memoria” inizia un percorso di rielaborazione e riappropriazione che porterà alla vera e propria apertura del Bosco nel 2004, quando, davanti a centinaia di sevesine e sevesini (durante la giornata poi continuo fu l'afflusso per visitare il percorso appena aperto), viene inaugurato il percorso della Memoria all'interno del parco, undici pannelli per non dimenticare. E sono  tante le persone che negli anni donano all'Archivio i propri documenti. Le scuole iniziano a chiedere di essere accompagnate al Bosco per conoscere. E il progetto trova il sostegno istituzionale del Comune di Seveso e della Fondazione Lombardia per l'Ambiente, la Fondazione nata nel 1986 proprio per valorizzare l'esperienza di Seveso e che, per la prima volta, sostiene economicamente un progetto per la Comunità. Meglio tardi che mai. 
Oggi, dopo tanti anni dedicati allo studio e alla valorizzazione della Storia della mia città, sono “lontano”.
Non racconto più Seveso. E nemmeno il Bosco delle Querce. Altri, se vorranno, potranno continuare. Non può esistere una narrazione esclusivamente individuale di una Memoria collettiva. E nemmeno una sorta di unica “voce ufficiale”.
Certamente c'è, a Seveso, ancora molto lavoro da fare affinché quanto seminato con il Ponte della Memoria continui a dare buoni frutti. 
Da coltivare e per compiere, finalmente, altri passi in avanti e senza omertà o silenzi rispetto anche agli angoli meno chiari della vicenda.
O a quelli, volontariamente, taciuti anche dal sottoscritto – all'epoca responsabile del Progetto - perché non si dovevano alterare alcuni equilibri “sensibili”. Il Ponte era sostenuto dal Comune. Dalla Fondazione. La Brianza ha cambiato colore  ma è solo un'apparenza perché nella propria intimità è sempre rimasta Bianca. Cattolica. Reazionaria.  Ed è meglio non stimolare nervi ancora scoperti come i risarcimenti o l'aborto (nel 1976 in Italia l'aborto non era ancora legale ma nella Bianca Seveso furono autorizzati gli aborti “a scopo terapeutico” con le donne che sceglievano questa strada sottoposte ad un vero e proprio processo, quasi una tortura. Senza possibilità di assoluzione.).
Tutto è Passato. Andiamo avanti. Fino ad un certo punto perché il processo di pacificazione non troverà pieno compimento fino a quando non si deciderà di saturare tutte le ferite. Senza tacere. Con i contributi di tutti. Di tutte.
Senza dimenticare il pericolo che, silenziosamente, incombe sulla Comunità: quello di un'autostrada che vorrebbe passare dove oggi c'è il Bosco delle Querce. 
Sbancare i terreni mai bonificati. Quelli un tempo classificati in “Zona B” e dove, sotto, si trova la cancerogena diossina. Riportare a Seveso le tute bianche visto che all'interno del cantiere si dovrà operare in sicurezza.
Quando scrivo queste righe (giugno 2020) ci sono il progetto definitivo e la volontà politica di Regione Lombardia ma, per fortuna, non ci sono ancora i fondi. 
E, nel frattempo,  osservo il mio territorio dove, nel bene e nel male, ci sono le mie radici. 
La mia vita. E sono preoccupato. E mi chiedo se tutto quello che abbiamo costruito negli anni sia stato utile perché, se dovesse concretizzarsi lo scenario devastante dell'autostrada Pedemontana Lombarda, dovremo rivivere la Storia. 
Calerà il buio. Tornerà per noi l'incubo. E sarà una tragedia. Tutta italiana questa volta.
Massimiliano Fratter autore del libro "Memorie sotto il bosco"

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Alleghiamo anche i link a documenti di riferimento ripresi e citati durante la videoconferenza.

Qui il documento sull'intitolazione del circolo Legambiente di Seveso a Laura Conti

Qui l'articolo di "L’ambientalismo operaio visto da Seveso" di Laura Centemeri sulle lotte a Seveso per il Sapere diffuso.

Qui il lavoro di Mariateresa Muraca su Laura Conti.

Sinistra e Ambiente - Meda


venerdì 10 febbraio 2017

GIORNO DEL RICORDO: PARLIAMO ANCHE DEI CRIMINI DEGLI OCCUPANTI ITALIANI

Con il "Giorno del Ricordo" istituito con la legge 30 marzo 2004 n. 92 e celebrato il 10 febbraio di ogni anno, si intende ricordare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».
Una pagina di un periodo drammatico che però da tempo sta subendo strumentalizzazioni e una ricostruzione storica fuorviante e "forzata" da parte della destra e di formazioni che ancora si richiamano al fascismo.
A quest'aspetto fa da contorno l'utilizzo da parte di certa stampa, dei social e dei media di immagini con errate didascalie o la diffusione di false ricostruzioni che piegano i passati eventi alla propria "verità", cercando di sorvolare su quelli che furono i crimini compiuti degli occupanti italiani (Regio Esercito prima e Repubblichini poi) della Slovenia, di parte della Croazia e delle zone italiane di confine orientale.
Vengono ignorati o rimossi rastrellamenti, fucilazioni, incendi di centri abitati, deportazioni in campi d'internamento con mortalità elevata, uccisioni e scomparse di resistenti, tutte compiute dagli italiani e dalle milizie fasciste, senza che l'Italia abbia mai condannato nessuno degli esecutori o degli ufficiali da cui provenivano gli ordini.
Vengono al contrario gonfiate a dismisura il numero delle "vittime" infoibate (comprendenti anche alcuni autori se non complici delle stragi a responsabilità italianissima) per cucire addosso ai soli  Yugoslavi l'unica responsabilità di quanto successe in un immotivato  "furore antiitaliano".
Non si deve negare e nemmeno ignorare le vendette e gli gli eccessi compiuti dai vincitori (vedi qui su Focus) ma le drammatiche dinamiche degli anni dal 1941 - anno dell'invasione italiana della Yugoslavia - al 1945 con gli strascichi successivi furono molto più complesse e tra gli artefici di massacri e persecuzioni vanno annoverati anche gli italiani invasori, lì mandati da un regime fascista colpevole di disastri, crimini e dolori.
Queste cose bisogna raccontarle perchè il "Giorno del Ricordo" non può essere appannaggio solo di una destra becera o addirittura dei fascisti bramosi di riscrivere la Storia.

Con il «Giorno del ricordo» così com’è tornano le esaltazioni del fascismo

10 febbraio ostaggio delle destre. 
La ricorrenza in memoria di «tutte le vittime delle foibe» anche quest'anno sarà a ritmo di nazi-rock

Saverio Ferrari, Marinella Mandelli
Edizione del 09.02.2017
Da quando per legge fu istituito nel 2004, il 10 febbraio, come «Giorno del ricordo» (anniversario del Trattato di pace che nel 1947 aveva fissato i nuovi confini con la Jugoslavia), per «conservare e rinnovare», come scritto, «la memoria di tutte le vittime delle foibe» e della «tragedia dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra», abbiamo assistito a una sorta di accaparramento di questa giornata da parte delle destre, con il prevalere nel corso degli anni dei fascisti. Quasi un’egemonia.
Possiamo ora dire, in sede di valutazione storica, che la decisione di inserire nel calendario nazionale questa data, a dieci giorni dalla giornata per il ricordo dalla Shoah e di tutte le vittime e i perseguitati del nazifascismo, abbia indubbiamente segnato una svolta facendo parlare correntemente di foibe come «Olocausto degli Italiani».
Questo anniversario è più che altro servito a nascondere le responsabilità e gli orrori del fascismo nelle vicende di Trieste, della Venezia Giulia e del confine orientale; a riscrivere e a deformare la storia di quelle terre e delle sue popolazioni; a occultare i crimini di guerra italiani e le gesta infami di chi collaborò con i nazisti; a scorporare dal contesto l’esistenza a Trieste della Risiera di San Sabba, unico campo di concentramento in territorio italiano con forno crematorio; a tentare di porre, in una specie di «dualità della memoria», le vittime delle foibe sullo stesso piano di quelle dell’Olocausto. Una sorta di contraltare.
All’origine di questa deriva crediamo si debbano anche porre alcuni interventi, a partire dal 2007, tenuti solennemente dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che parlò apertamente di «cieca violenza», di «furia sanguinaria», di «parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana», nonché di «disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”». 
Il tutto senza alcun riferimento alla precedente oppressione fascista delle minoranze slovene, all’invasione della Jugoslavia e ai precedenti crimini di guerra italiani commessi in quel Paese dal 1941 al 1943.
Almeno 230mila furono i civili montenegrini, croati e sloveni massacrati, fucilati o bruciati vivi nelle loro case durante i rastrellamenti (alcuni storici parlano di più di 400mila), diverse migliaia i civili, uomini, donne e bambini, deportati e rinchiusi in decine di campi di concentramento (i «campi del Duce») disseminati nelle isole dalmate, in Friuli e nel resto d’Italia. Parole che suscitarono anche le rimostranze del presidente della Croazia Stipe Mesic.
Nella stessa celebrazione vennero, tra gli altri, decorati da Napolitano i parenti di Vincenzo Serrentino, ultimo prefetto di Zara, fucilato dagli jugoslavi nel 1947 come criminale di guerra e in quanto tale già inserito nel 1946 da un’apposita commissione d’inchiesta italiana fra i civili e i militari italiani passibili di essere posti sotto accusa presso la giustizia penale militare, in quanto nella loro condotta erano «venuti meno ai principi del diritto internazionale di guerra e ai doveri dell’umanità».
Poi, nel 2015 ci fu il caso della consegna, per mano del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, dell’onorificenza (ritirata in aprile) «per cause riconducibili a infoibamenti», ai familiari del capitano del battaglione Benito Mussolini, Paride Mori. 
Il capitano Mori era stato ucciso in combattimento, il 18 febbraio 1944, in uno scontro con i partigiani titini, e non “infoibato”. Questo caso svelò come su mille riconoscimenti dal 2004, con tanto di medaglia, circa trecento riguardassero militari inquadrati nelle formazioni di Salò. 
Tra loro carabinieri dell’esercito regio confluiti nella Rsi, poliziotti, finanzieri e volontari nella Guardia nazionale repubblicana. Il novanta per cento appartenenti a formazioni al servizio dei nazisti. 
Nella lista si rintracciarono anche cinque criminali di guerra.
Con il «Giorno del ricordo» così costruito, volto a ricordare «tutte le vittime», nascondendo i giudizi di valore sulle responsabilità storiche, era inevitabile che riemergessero le destre peggiori. Anche quest’anno saranno, infatti, loro in diverse città d’Italia a celebrare questa data, con una serie di convegni e iniziative in cui si esalteranno il fascismo e la Repubblica di Salò.
A Pavia sarà addirittura il locale gruppo naziskin a farsene carico con un presidio, a Firenze, sabato prossimo, con un convegno, la Lega e Lealtà azione, la finta associazione culturale dietro la quale operano gli Hammerskin, mentre a Milano il Municipio 4, presieduto dalla Lega, aveva addirittura organizzato, sempre con Lealtà azione, per lunedì 13 alla Palazzina Liberty (quella di Dario Fo e Franca Rame), un concerto nazi-rock, poi annullato a seguito delle proteste antifasciste.
A suonare era stato chiamato Skoll, nome di battesimo Federico Goglio, un cantautore il cui nome d’arte, per sua stessa ammissione, si ispirerebbe a un «lupo feroce» della mitologia germanica, dedito «alla violenta cancellazione della vita sulla terra azzannando il pianeta e riempiendo l’universo di spruzzi di sangue». 
Già esibitosi per Casa Pound e per i nazisti di Varese (la Comunità militante dei dodici raggi), era appena stato condannato dal Tribunale di Milano per apologia di fascismo. Fatto che non aveva minimamente turbato i promotori.
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Qualche informazione sulle "manipolazioni" di immagini e ricostruzioni falsate le potete trovare su:
Come si manipola la storia attraverso le immagini: il #GiornodelRicordo e i falsi fotografici sulle #foibe

e un ottimo articolo di ricostruzione storica su L'Internazionale:
La storia intorno alle foibe

venerdì 1 luglio 2016

IL NEGAZIONISMO SUL DISASTRO DIOSSINA COMPIE 40 ANNI !

A Bruxelles, giusto per ......minimizzare e negare
In un convegno a Bruxelles presso il Comitato delle Regioni a tema “Rischio tecnologico e resilienza: esperienze a confronto a 40 anni dall’incidente di Seveso”, alla presenza anche del sindaco di Seveso Paolo Butti, il Presidente del Consiglio della Regione Lombardia Raffaele Cattaneo, ha infililato nel suo intervento di apertura dei lavori una serie di incondivisibili affermazioni che negano o modificano la reatà dei fatti.

“Oggi celebriamo, a pochi giorni dalla data del 40° anniversario, la “giusta memoria” del drammatico incidente di Seveso che il 10 luglio del 1976 colpì l’intera comunità lombarda. I giornali dell’epoca parlavano di una catastrofe irreparabile, e in un clima di vera e propria disperazione, ci fu addirittura chi arrivò a chiedere l’aborto obbligatorio per tutte le donne di Seveso. L’allarmismo, come si scoprì più tardi, dati alla mano, fece più danni della diossina stessa creando una crescita delle malattie cardiovascolari dovute allo stress. La prima voce che si levò in difesa della vita e contro la disperazione e la morte, fu quella della Chiesa e dell’Arcivescovo Giovanni Colombo, che chiamò a raccolta le persone facendo dell’ufficio decanale un punto di riferimento per affrontare l’emergenza con spirito costruttivo e tipicamente improntato ai valori propri della migliore tradizione lombarda. La lezione di allora ci insegna che nelle situazioni di emergenza, la cosa più importante è sempre quella di  mettere al centro le persone, che vanno ascoltate per poi prendere le decisioni corrette, come ci insegna il principio della sussidiarietà”.

Una dichiarazione che sorvola e volutamente dimentica come nell'arco di trent'anni nei Comuni colpiti dalla ricaduta della diossina TCDD dell'ICMESA di Meda il monitoraggio sanitario abbia rilevato un aumento significativo di una serie di patologie di tumori (pancreas, vescica, pleura, linfomi Hodgkin) e leucemie e che tra gli esposti nel cui sangue c'è la TCDD, secondo gli studi del Prof. Mocarelli, il fattore di rischio tumorale è quasi doppio rispetto ai non esposti.
Insomma, secondo Cattaneo, pare sia invece tutta colpa di chi ha fatto "dell'allarmismo" provocando di conseguenza ansia e aumento delle malattie cardiovascolari.
Ritorna poi il tormentone sugli aborti con Cattaneo che propina la sua verità dogmatica, semplificatrice, a senso unico e con contenuti irrispettosi verso quelle donne che soffrirono attanagliate dal dubbio, in una situazione di pericolo oggettivo, se portare o meno a termine le loro gravidanze ricorrendo all'aborto terapeutico. 
Raffaele Cattaneo è lo stesso personaggio che quando fu Assessore alle Infrastrutture in Regione Lombardia, nel 2008,  fece promulgare la legge deroga sul precedente vincolo di totale salvaguardia del Bosco delle Querce.
Una deroga che consente tutt'ora il passaggio dell'autostrada pedemontana nel Bosco delle Querce di Seveso e Meda, proprio zona A bonificata e ricostruita a parco verde.
E' sempre lui che  con Maroni vuole ostinatamente completare l'inutile autostrada pedemontana passando nelle zone contaminate dalla Diossina dell'ICMESA.
Insomma, un soggetto dall'inesistente sensibilità ambientale ma che ora si arroga un diritto di riscrivere in poche battute la storia del disastro del 1976.
Inquieta che i momenti delle "celebrazioni" dei 40 anni dal disastro della diossina dell'ICMESA, sia quelli locali sia quelli ad un livello istituzionale superiore, stiano facendo emergere una subdola operazione per una "artificiale pacificazione" con l'aggiunta di una componente di pesante minimizzazione, di mistificazione della realtà e di negazionismo.
Ne avevamo trattato anche nel post  SEVESO +40: LA MEMORIA ....... CORTA .

martedì 31 maggio 2016

SEVESO +40: LA MEMORIA ....... CORTA


A Seveso sono in corso una serie di iniziative ideate dall’Amministrazione Comunale in collaborazione con la FLA, l’Agenzia Innova 21, Legambiente Lombardia e con il supporto della Fondazione Cariplo.
Seveso +40 è il titolo generale di questi incontri pensati per la “celebrazione” del quarantennale del disastro diossina TCDD dell'ICMESA di Meda.
All'incontro di sabato 28-05-016, "40 anni di Storia, storie di 40 anni" realizzato nella sede sevesina del Parco Regionale del Bosco delle Querce sono state chiamate singole donne e uomini a raccontare la loro storia e i loro ricordi di ciò che allora accadde.
Invitati anche (ma non come testimoni relatori) Alberto Colombo e Gianni Del Pero, uomini oggi – allora ragazzi - a conoscenza di quanto allora avvenuto nonchè appartenenti a gruppi ambientalisti presenti sul territorio (coordinamento ambientalista INSIEME in RETE e WWF).

E' indubbio che il disastro ICMESA e diossina sia ancora oggi argomento delicato da trattare per tutte le implicazioni emotive, sulla salute, sull'ambiente, sul tessuto sociale e sul territorio che esso causò.
Qualcosa quindi che a nostro avviso non può essere confinato nella "celebrazione" di un "anniversario" perché questo capitolo non può essere considerato chiuso sopratutto per il fatto che la diossina TCDD risulta ancora contaminare parti del suolo dei nostri comuni ed è nel sangue di chi, non per sua volontà, ne venne in contatto.
L'incontro ha fatto emergere una ricostruzione degli eventi limitata e, a nostro parere, troppo tesa a superare, andare oltre, come se la questione possa dirsi oggi risolta. 
Una impostazione che oltretutto ha focalizzato particolarmente il ruolo e l’atteggiamento tenuto da parte della comunità cattolica sin dal 1976, dando l’impressione di considerare quello come l’unico apporto positivo a seguito del disastro diossina.
Certo, ci fu anche questo e anche di questo si deve parlare perché fu parte di quegli anni.
Però, nella complessità di quegli accadimenti, non è solo e non è l’elemento unico per comprendere e trasmettere la “vicenda Diossina” e avere coscienza dei punti oscuri o perlomeno controversi associati.
Dopo molti anni, per evitare offuscamenti volontari e involontari, sarebbe importante ricordare anche quella che fu la cronaca con le sue evidenze, con i momenti concitati, i ritardi delle Istituzioni e degli Enti preposti ai controlli, le contrapposizioni, le responsabilità, la sfiducia, la paura ma anche il desiderio e la volontà di essere informati per poter valutare senza subire decisioni affrettate o comode.
Proprio attorno a tutti questi fattori, altri soggetti della comunità locale e non, furono parte degli avvenimenti e della storia di quei giorni drammatici.
Il 28-5-016 non sono state quindi sufficienti le testimonianze di Alessandro Meroni del WWF e di Gabriele Galbiati di Legambiente circolo Laura Conti di Seveso a compensare questo disequilibrio.
La narrazione non può ignorare tutti quei soggetti che in quegli anni agirono e operarono sia per denunciare le responsabilità colpevoli della Givaudan-La Roche sia per informare e cercare di rendere edotti e consapevoli i cittadini del rischio che stavano correndo.
Si deve ricordare quella che era la pericolosità della produzione chimica dell’ICMESA, ottenuta in una fabbrica con un impiantistica obsoleta e priva di dispositivi di contenimento e di sicurezza.
Si deve ricordare che la fuoriuscita della diossina TCDD fu resa nota con colpevole ritardo, esponendo nel frattempo molti cittadini al contatto con il potente tossico.
Si deve raccontare dei tentativi di minimizzare e dell'opacità rispetto alle informazioni sui reali livelli d'inquinamento, sulle dubbie perimetrazioni delle zone A, B, R che escludevano parti densamente abitate, sui dubbi su cosa venisse effettivamente prodotto nell’ICMESA.
Si deve raccontare di progetti, per fortuna sventati, che volevano la costruzione di un forno inceneritore in loco, inizialmente approvato dal CC di Seveso (delibera poi annullata per la pressione esercitata della cittadinanza), per poter bruciare tutto quello che risultava contaminato. Sarebbe stata una scelta sciagurata , tecnicamente pericolosa perchè avrebbe accresciuto il rischio invece di risolverlo. L’inceneritore non fu poi realizzato per la grande e responsabile opposizione dei cittadini, culminata con l’adesione popolare alla riuscita manifestazione del 14-5-1977 che mise definitivamente la parola fine al dissennato progetto. Determinante fu il circolare di una informazione corretta che fu offerta alla popolazione da gruppi attivi sul territorio.
Su quella e su altre pesanti criticità operò il Comitato Tecnico Scientifico Popolare, cui diedero il loro apporto e la loro collaborazione tecnici, chimici, medici, epidemologi (G. Maccacaro, L. Mara, F. Berrino, G. Tognoni etc) per la diffusione delle informazioni, del sapere e delle conoscenze tra la cittadinanza colpita dalla diossina TCDD.
Imprescindibile fu anche l’apporto dato al nostro territorio da parte di Barry Commoner e di Laura Conti. Essi aiutarono a denunciare i rischi per l'ambiente e i viventi, animali e umani, determinati dal primato distorto del progresso e della chimica che tutto fa e tutto può nel nome del solo profitto e riferendo «della mancanza di controlli pubblici contro lo strapotere degli interessi privati, dell’impotenza della pubblica amministrazione di un paese, pur industriale e civile, come l’Italia, di fronte a un disastro ecologico imprevisto, ma non imprevedibile» (cit di L. Conti).
Ricordando quegli anni è necessario parlare anche della sofferenza delle donne attanagliate dal dubbio, in una situazione di pericolo oggettivo, se portare o meno a termine le loro gravidanze ricorrendo all'aborto terapeutico così come le preoccupazioni e il rischio che incombeva tra chi non venne evacuato ma era sul confine di zone pesantemente contaminate, come se esistesse una demarcazione netta tra zona inquinata e zona pulita determinata dalla ricaduta "intelligente" della TCDD mentre poi la realtà era di morie di animali e casi di cloracne registrati anche al di fuori della perimetrazione ufficiale delle aree A, B, R.
Non si deve genericamente "voltare pagina" perchè ciò che è accaduto il 10 luglio di 40 anni fa ha lasciato l'eredità pesante di un aumento di alcune tipologie di tumori ma sopratutto la presenza del potente tossico nel sangue di molti di coloro che furono esposti e nel suolo.
Oggi, il rischio non è scomparso, ma si ripropone con il progetto di realizzazione dell'autostrada Pedemontana.
Un 'autostrada il cui tracciato attraversa proprio le zone A, B, R dove le analisi del 2008 hanno certificato ancora la presenza di diossina TCDD.
Di nuovo ricompare la subalternità a qualcosa che è considerato “strategico” e perciò ineluttabile a occhi e orecchie istituzionali attente alle “sirene” dello sviluppo ad ogni costo a discapito del territorio e dell’ambiente, anche laddove questo è già stato pesantemente colpito e compromesso.
Così, nel 2008 la maggioranza in Regione Lombardia decide di approvare la proposta di Raffaele Cattaneo (allora Assessore ai Trasporti e ora Presidente del Consiglio Regionale) e di concedere la deroga (tuttora vigente) alla precedente norma che imponeva il divieto assoluto di interventi all’interno del “Bosco delle Querce di Seveso e Meda”.
Una deroga ad hoc per permettere il passaggio dell’autostrada Pedemontana proprio dove sbancamenti profondi sono da evitare perché sotto il livello di scarifica e sotto la terra nuova riportata c’è ancora la TCDD rilevata nel 2008 dalle analisi chimiche più recenti.
La decisione dello sbancamento del Bosco delle Querce avvenne nelle stanze di Regione Lombardia, con il complice silenzio delle istituzioni locali fino a quando i gruppi ambientalisti nel 2010 – venuti a conoscenza del progetto – dettero l’allarme generando la reazione della gente che nella ricorrenza del 10 luglio 2011 accorse per stringersi in un simbolico abbraccio attorno al minacciato Bosco.
Questa reazione indusse Regione Lombardia a ripensare il progetto tutelando parzialmente il Bosco.

Dunque, anche oggi, come nel passato, solo l’informazione diffusa, la sensibilizzazione, la consapevolezza e la mobilitazione possono contenere queste sciagurate volontà.
Anche di questo bisogna parlare così come bisognerà parlare dei risultati delle analisi chimiche della Caratterizzazione del suolo in corso per le aree A, B e R interferite dal tracciato della Pedemontana e così considerare e valutare i potenziali rischi per una popolazione che non può permettersi d'essere nuovamente esposta alla Diossina rimessa in circolo dagli sbancamenti e dalla movimentazione di terra inquinata.

Ecco, tutto questo è stato il disastro Icmesa che non può e non deve essere “seppellito” ma va raccontato nella sua completezza e con le attuali implicazioni legate alla realizzazione dell’inutile autostrada pedemontana nelle aree ancora contaminate da TCDD.
Voltare pagina non significa pensare d'essersi lasciati alle spalle qualcosa di insopportabile ma essere più consapevoli.
Perchè la Memoria è PER il tempo Presente.

Sotto, alcune cronache su quelli che furono punti controversi.

Video da vedere in tutte le sue 6 parti

Per approfondimenti sulla vicenda Diossina del disastro ICMESA, prima e dopo la fuoriuscita del potente tossico rimandiamo a:

  • AA.VV. ICMESA una rapina di lavoro e di territorio, Milano, 1976.
  • AA.VV. Seveso. La guerra chimica in Italia, Verona, 1976.
  • AA.VV. “Sapere” n. 796 del novembre-dicembre 1976. Seveso un crimine di pace.
  • AA.VV. “Sapere” n. 848 del giugno-agosto 1982. Seveso sei anni dopo.
  • AA.VV. Icmesa fatalità o crimine?, Milano, 1977.
  • AA.VV. Disastro Icmesa. Scienza, pubblica amministrazione e popolazione di fronte alla tragedia tecnologica, Milano, 1979.
  • Biacchessi, Daniele La fabbrica dei profumi. La verità su Seveso, l´Icmesa, la diossina, Dalai editore 1995.
  • Breglia Mario, Toeschi Luisa I ragazzi della diossina, Torino, 1978.
  • Carson Rachel Primavera silenziosa, (ed. italiana) Milano, 1963.
  • Centemeri Laura Ritorno a Seveso il danno ambientale, il suo riconoscimento, la sua riparazione 2006
  • Colombo Diego, "Quelli della diossina" Edizioni Lavoro collana Storie/a
  • Conti Laura Visto da Seveso. L´evento straordinario e l´ordinaria amministrazione, Milano, 1976.
  • Conti Laura Una lepre con la faccia di bambina, Milano, 1978.
  • Conti Laura Questo pianeta, Roma, 1987.
  • Ferrara Marcella Le donne di Seveso, Roma, 1977.
  • Fratter Massimiliano Seveso Memorie da sotto il Bosco – libro più DVD -, 2006.
  • Galimberti Mario, Citterio Giacomo, Losa Luigi Seveso la tragedia della diossina, Besana Brianza, 1977.
  • Ginsborg Paul Storia d´Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino, 1989.
  • Remondetta Miriam, Repossi Alessandra Seveso vent´anni dopo. Dall´incidente al Bosco delle Querce, Milano, 1998.
  • Rocca Francesco I giorni della diossina, Milano, 1980.
  • Rabitti Paolo Diossina. La verità nascosta edito da Feltrinelli, 2012
  • Ziglioli Bruno, La mina vagante. Il disastro di Seveso e la solidarietà nazionale Franco Angeli
  • La Regione per la bonifica di Seveso opuscolo a cura del Servizio stampa e Documentazione della Giunta Regionale della Lombardia, Milano, senza data.
  • La Risposta tecnologica agli inquinamenti chimici, atti del convegno a Milano dal 20 al 22 settembre 1984 a cura dell´Ufficio Speciale di Seveso.
  • 10 luglio 1976. Seveso il dramma della nube tossica”, rassegna stampa italiana a cura del servizio stampa e comunicazione della Giunta Regionale della Lombardia. 18 luglio 1976 – 19 luglio 1977.

Materiale di teatro civile, materiale video etc.

- Diossina 2.0 Massimiliano Vergani
- La fabbrica dei Profumi, History Channel
- La fabbrica dei Profumi, Daniele Biacchessi
- Gambit, documentario di Sabine Gisiger
- Pedemontana uscita Seveso, documentario di Marco Tagliabue per la RSI
- Rot Weiss Kabarett, a cura di Musicamorfosi

La documentazione relativa alla presenza dell’ICMESA a Meda dal 1946 e a quanto accaduto dopo l’incidente è conservata nell’Archivio della Memoria custodito dal Circolo Legambiente Laura Conti di Seveso, per contatti legambienteseveso@gmail.com

Rassegna stampa su quanto abbiamo scritto:


martedì 17 maggio 2016

MOZIONE DI SINISTRA E AMBIENTE PER UNA MEMORIA SUL DISASTRO ICMESA ANCHE A MEDA



Quest'anno, il 10 luglio 2016, saranno trascorsi 40 anni dal disastro ICMESA, la fabbrica chimica da cui fuoriuscì la tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD), il pericolosissimo composto che ancora oggi contamina il suolo di molte aree nei comuni ove si ebbe la ricaduta di quella nube sprigionatasi dal reattore A101 del reparto B. Per noi, non una celebrazione, ma il ricordo vivo di una sciagura ambientale che, spenti i riflettori delle commemorazioni ufficiali, non può e non deve essere dimenticata o rimossa e non deve finire lentamente nell'oblio.
La storia scritta su questo disastro ambientale e sui suoi effetti è corposa e controversa e purtroppo, ancora oggi il territorio subisce nefaste conseguenze con un rinnovato rischio che deriverebbe dalla movimentazione del terreno, laddove è ancora inquinato dalla TCDD, qualora venisse completata l'autostrada pedemontana con la realizzazione della tratta B2 e C.
Autostrada che attraverserebbe proprio le zone A, B e R dove insiste la presenza di TCDD oltre i limiti normativi.
Presenza del potente tossico accertata con le analisi chimiche del 2008 oggi in fase d'approfondimento con il piano di Caratterizzazione a campionamenti più fitti e su una superficie più ampia.
Il disastro Icmesa è quindi tutt'altro che un evento passato ma è qualcosa con cui la memoria collettiva deve rapportarsi e che deve continuamente costituire un elemento di consapevolezza anche nell'agire attuale.
Per questo, importante è il percorso del "Ponte della Memoria" nella porzione sevesina del Parco Naturale Regionale del Bosco delle Querce, bosco creato dopo una laboriosa bonifica su quella che era la zona A, quella a più alta contaminazione.
Il "Ponte della Memoria" è un percorso sulla storia di quel disastro fatto di pannelli illustrativi, frutto di una condivisa elaborazione progettuale nel Comune di Seveso, utili alla comprensione degli eventi.
Eppure, eppure, la fabbrica ICMESA era insediata sul territorio del Comune di Meda.
Per questo ci pare giunto il momento per cercare d'avviare il completamento del "Ponte della Memoria" a partire dal posizionamento di un pannello illustrativo proprio a Meda, laddove sorgeva la fabbrica dell'ICMESA di cui è rimasto il muro perimetrale.
Una richiesta sicuramente minimale, per non dimenticare e per fare un primo passo verso una progettualità responsabile e accorta sull'accessibilità alla porzione medese del Bosco delle Querce, anch'esso parte di quel monumento naturale che tale deve rimanere e dove, non dimentichiamolo, nella prima vasca, coperta e impermeabilizzata (l'altra è a Seveso),  giace in sicurezza il materiale ad alta contaminazione da TCDD della bonifica.
Pensare di dare una continuità anche a Meda con quanto sinora realizzato a Seveso con il "Ponte della Memoria" sarebbe un intervento tangibile e duraturo, oltre le celebrazioni di rito.
Nella mozione, si chiede anche di trasmettere e coltivare la memoria anche alle giovani generazioni, a partire da coloro che per informarsi o per studiare frequentano la biblioteca civica medese, la Medateca, acquisendo e installando permanentemente lì la mostra “Scatti di Memoria per raccontare una Storia. Seveso. Dall’incidente del 1976 al Bosco delle Querce” realizzata dalla Direzione del Parco Regionale del Bosco delle Querce.

La mozione è stata protocollata il 16-05-016 e non è ancora nota la data del Consiglio Comunale in cui verrà discussa e sarà dunque possibile verificare il grado di sensibilità con il quale i Consiglieri di maggioranza e l'amministrazione medese ne sapranno valutare i contenuti e il senso.

lunedì 31 marzo 2014

IL 13 APRILE, PASSEGGIATA PARTIGIANA PER LA TUTELA DELL'AMBIENTE E LA MEMORIA STORICA DELLA RESISTENZA.

Un interessante passeggiata dove tra gli organizzatori è presente il Comitato per il Parco Regionale della Brughiera.
Un esempio dell'impegno per la tutela dell'ambiente che si unisce alla volontà di promuovere la memoria per non dimenticare i martiri Partigiani caduti per la Libertà.





venerdì 6 dicembre 2013

CIAO MADIBA



NELSON MANDELA è morto ieri sera 5 dicembre 2013.

Un GRANDE UOMO ci ha lasciati. 
Un Uomo che ha lottato per la liberazione di un popolo dall'odioso regime dell'apartheid instaurato in Sudafrica. Un regime che applicava la segregazione razziale, negando i diritti alla popolazione di colore.
Un Governo formato da soli bianchi che applicava una feroce e continua repressione fatta di massacri e di carcere duro per chi osava ribellarsi.
Mandela ha pagato pesantemente la sua voglia di giustizia, passando ben 27 anni nelle prigioni sudafricane, molti dei quali trascorsi a Robben Islands in stato d'isolamento totale.
Liberato solo nel 1990, dopo gli accordi che legalizzarono l'African National Congress e consentirono elezioni a suffragio universale, venne eletto Presidente del Sudafrica dal 1994 al 1999.
Anche qui si distinse per essere un uomo che sapeva guardare avanti. Gestì la transizione del potere senza ne odio ne vendetta, con in testa l'obiettivo della riconciliazione nazionale, ma senza dimenticare che le nefandezze dell'apartheid dovevano essere giudicate.
Lo fece istituendo la Commissione per la Verità e la Riconciliazione.
Si congedò dalla Presidenza e non si ricandidò dimostrando anche in questo caso la sua levatura, di uomo non assetato di potere.
Certo, in Sudafrica, la società che lui sognava e voleva è ancora ben lontana dall'essere realizzata e i suoi successori si sono dimostrati poco all'altezza dello spessore di Mandela.

MADIBA ha dato se stesso per un mondo migliore.
Ciao MADIBA ci hai insegnato moltissimo.

«La mia sete di libertà personale si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente, perché potesse vivere la propria vita con dignità e rispetto di sé, ha animato la mia vita, trasformato un ragazzo impaurito in un uomo coraggioso… non riuscivo a godere nemmeno delle piccole e limitate libertà che mi erano concesse sapendo che la mia gente non era libera. La libertà è una sola: le catene imposte ad uno di noi pesano sulle spalle di tutti, e le catene del mio popolo erano anche le mie»
Nelson Mandela



venerdì 5 luglio 2013

10 LUGLIO 1976 - 10 LUGLIO 2013 37 ANNI DAL DISASTRO ICMESA

Un'interessante iniziativa sul territorio cui vale la pena di assistere, il 10 luglio 013 (anniversario del disastro ICMESA) dalle ore 21,15 a BIRAGO DI LENTATE SUL SEVESO presso la sede della Cooperativa Sociale "Oasi" via L. Cadorna 21

SERATA AD INVITI CON PRENOTAZIONE




Diossina 2.0
Seveso, dall'Icmesa alla Pedemontana
Monologo Civile di Massimiliano Vergani


A volte basta un attimo per scordare una vita, ma alle volte non basta una vita per scordare un attimo.
Jim Morrison


“Questa è una storia di fantasmi. Entità quasi indefinite e molto potenti.
Questa è una storia di mezze verità. Cose mai svelate. Mostri.
Questo è un film horror della peggior specie. Un film nel quale si conosce sin da subito l'assassino, ma
nessuno, proprio nessuno, ha il coraggio di rivelarlo.
Questa, in ogni caso, è una brutta faccenda. Che dura da quarant'anni”.


(MV) “Diossina 2.0” non è l'ennesimo racconto sul disastro dell'esplosione dell'Icmesa di Seveso del 1976, ma racconta il “dietro le quinte” di una brutta vicenda, purtroppo tornata di stretta attualità in seguito al progetto dell'Autostrada Pedemontana lombarda, che dovrà passare sullo stesso territorio già martoriato molti anni fa.
Negli anni è stato scritto e detto tantissimo sul disastro di Seveso: libri, documentari, film, pure spettacoli teatrali. Molto è stato detto, non tutto però. Nessuno ha mai messo in fila, in modo semplice, “raccontabile”, tutti i pezzi di un puzzle che trasferiscono una verità molto più oscura e inquietante di quella che è passata attraverso i mezzi di informazione.

Lo spettacolo è sostanzialmente un'inchiesta che ricostruisce ruoli, responsabilità e scenari che stanno nascosti fra le pieghe del dramma dell'Icmesa e che, oggi, vengono riproposti a causa del progetto dell'Autostrada.

“Diossina 2.0” è un progetto “civile”, un monologo drammatico e documentato. Una frustata per le coscienze, una storia in cui, purtroppo, tutto è realmente accaduto. In una delle zone più ricche ed avanzate d'Italia.

Non è una vicenda locale, perché Seveso '76 è stato il più grave disastro industriale italiano della storia. Tristemente noto in tutto il mondo.

“Questa storia era dentro di me da tanti e tanti anni. L’ho marginalmente vissuta da bambino e quelle sensazioni, quei ricordi non mi hanno mai abbandonato. Cercavo un modo per raccontarla e ora credo di averlo trovato”.

“La mia versione di questa brutta storia è scritta per essere ‘raccontata’, soprattutto ai più giovani, nell’arco di poco più di un’ora, quindi non approfondisce alcune delle tematiche pur importanti legate al disastro della diossina del 1976, che avrebbero sicuramente arricchito di drammaticità il testo, ma lo avrebbero reso meno fruibile, meno incalzante. Ho scelto un taglio molto preciso, che lega il disastro di quasi quarant’ anni fa alla cronaca di questi giorni ed ho raccontato ciò che ho ritenuto più funzionale alla completa comprensione di una vicenda per certi versi inquietante. Il mio è un ‘monologo civile’ che spero possa tener viva la memoria di ciò che è stato e che purtroppo ancora è. Dimenticare il passato è il peggior modo di andare incontro al futuro, e nel mio testo questo aspetto emerge in tutta la sua meschinità”.

“Diossina 2.0 – Seveso, dall’Icmesa alla Pedemontana” è una frustata. Che non viene dalla mia fantasia, ma dalla cruda realtà dei fatti”.


giovedì 7 marzo 2013

PER CAPIRE MEGLIO: LA FIGURA DI CHAVEZ


Non potevamo non dire nulla sulla scomparsa di una figura, il Presidente del Venezuela HUGO CHAVEZ, deceduto mercoledì 06/03/2013, perchè anche vicende lontane meritano d'essere trattate per meglio comprendere il mondo e la società. Una figura protagonista della recente storia del Venezuela e del Sudamerica. Un Presidente che, checchè ne dicano i suoi detrattori, spesso prigionieri di notizie a senso unico che lo dipingevano come un "dittatore" è stato in realtà ELETTO CON REGOLARI ELEZIONI (certificate pure da enti di controllo internazionali) per 4 volte, subendo un tentativo di colpo di stato organizzato da una frangia militare pilotata dalle oligarchie ricche del paese. Colpo di stato che fallì per la reazione dei venezuelani che lo riportarono nel suo ruolo e lo riconfermarono nelle successive elezioni.
Certo, spesso si incontrava anche con figure istituzionali di altri paesi dove la democrazia non è di casa e alcuni suoi commenti erano sopra le righe, in perfetta simbiosi con la figura tipicamente sudamericana da "caudillo". Ma non si possono tacere i suoi meriti (e quelli del movimento a lui ispirato) che ha strappato intere fasce sociali alla povertà, sottratto un paese al dominio delle multinazionali che controllavano direttamente le risorse petrolifere ed economiche ed erano servite da politici corrotti ne tantomeno la sua visione bolivariana (da Simon Bolivar eroe dell'indipendenza di molti paesi latinoamericani) che ha prodotto accordi e alleanze economiche differenti e lontane dai diktat liberisti dell'FMI (Fondo Monetario Internazionale).
Vi proponiamo un articolo de IL MANIFESTO di GIANNI MINA' che, senza fronzoli o retorica, aiuta a capire meglio la sua figura, la sua politica e la realtà venezuelana e uno scritto di EDOARDO GALEANO, giornalista e scrittore sudamericano.

giovedì 27 gennaio 2011

27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA: la testimonianza del DEPORTATO ANGELO SIGNORELLI

Per non dimenticare 
Non dimenticate 

Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate. 
Non dimenticate né i buoni né i cattivi. 
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi. 
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia. 
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi. Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.  
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione  
nell’ordinare che fossero fatti molti filmati e molte foto.

 

Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…
E’ una questione di Storia ricordare che,
quando il Supremo Comandante delle Forze Alleate
 Generale Dwight D. Eisenhower,
incontrò le vittime dei campi di concentramento,
ha ordinato che fosse fatto il maggior numero di foto possibili,
e fece in modo che i tedeschi delle città vicine
fossero accompagnati  fino a quei campi
e persino seppellissero i morti.

 
 
E il motivo, lui l’ha spiegato così:
 
'Che si tenga il massimo della documentazione,
che si facciano filmati , che si registrino i testimoni
 perchè, in qualche momento durante la storia,
qualche idiota potrebbe sostenere
che tutto questo non è mai successo'.

 
'Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male,
è che gli uomini di bene non facciano nulla'.
(Edmund Burke)

Ricordiamo:

 



6 milioni di ebrei,
500 mila rom e sinti,
migliaia di testimoni di geova ed evangelici,
innumerevoli appartenenti alla comunità omosessuale
centinaia di migliaia di prigionieri politici e di partigiani
una parte dei 600 mila internati militari italiani 
20 milioni di russi,
10 milioni di cittadini
e 1900 religiosi
 
sono stati assassinati, massacrati, violentati,
 bruciati, morti di fame e umiliati,

 
Ora, più che mai, è fondamentale fare in modo che
il mondo non dimentichi mai.





Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato ho visto il sole scendere e morire.
Ho sentito lacerarmi la carne le parole del vecchio poeta:
“Possono i soli cadere e tornare,
a noi, quando la luce è spenta, una notte infinita è da dormire”.
Primo Levi

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Dal sito ANPI di Lissone

Martedì 7 dicembre 2010
Angelo Signorelli ci ha lasciati. Si è spento all'Ospedale S Gerardo dove era ricoverato per un improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute. Siamo tutti vicini al grande dolore della moglie Silvana.
 

 
Signorelli a 17 anni, da solo un mese operaio alla Falck di Sesto San Giovanni, partecipa ai grandi scioperi del marzo '44 e pochi giorni dopo viene arrestato di notte assieme al fratello; dopo due soste a San Vittore e a Bergamo viene deportato con gli ormai tragicamente noti carri bestiame a Mauthausen e quindi a Gusen dove è rimasto per 14 mesi.
 
 


Il suo racconto segue ahimè un itinerario già noto per tante altre testimonianze: lavoro durissimo, stenti, botte ad ogni minimo pretesto e, soprattutto, perdita di identità: per sopravvivere era indispensabile imparare il proprio numero di matricola e riconoscerlo agli appelli fatti dai kapò in tedesco o in polacco od anche in russo.
La liberazione lo trova in coma, assalito da una febbre violenta, poi la guarigione ed il ritorno in patria.


 
Il mio nome è IT 59141
Angelo Signorelli, monzese per lavoro, racconta i mesi vissuti a Mauthausen. L'unica sua colpa è stata l'aver partecipato a uno sciopero.
 
“ Mi chiamo Angelo Signorelli, sono nato il 17 agosto 1926 a Grumello del Monte, in provincia di Bergamo, da una famiglia contadina.
Nel 1936 ci trasferimmo a Monza in cerca di occupazione.
Mio padre trovò lavoro da operaio alle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni, come più tardi, nel 1941, i miei due fratelli maggiori.
 
Entrai alla Falck anch'io, assunto come apprendista modellista. Facevo tirocinio, costruivo ancore in un reparto dove c'erano molti operai specializzati. Lavoravo di giorno e la sera andavo alle scuole professionali per imparare disegno meccanico, indispensabile per un buon operaio. Si facevano molti sacrifici, si aveva paura, spesso si tornava a casa sotto i raid aerei. Nel 1942 sentii per la prima volta la parola sciopero, di cui ignoravo il significato. Nel 1943 ci furono i primi scioperi che paralizzarono tutta l'industria, ma nell'agosto mi ammalai di tifo e fui ricoverato in ospedale a Monza.
Tornai al lavoro dopo una lunga convalescenza e capii subito che la situazione era peggiorata: il cibo nelle mense scarseggiava e tutte le conquiste delle lotte precedenti erano state annullate dall'inflazione. Bisognava fare qualcosa. Nel marzo 1944 partecipai con tutti i lavoratori al grande sciopero generale. L'obiettivo era la caduta della repubblica fascista di Salò e la liberazione dall'invasione nazista. Subito dopo, la notte dell'11 marzo, fui arrestato dalla polizia fascista insieme a mio fratello. Ci buttarono letteralmente giù dal letto. Mio fratello voleva cercare di scappare dalla finestra, ma poi non opponemmo resistenza, per evitare conseguenze ai nostri genitori. Ci portarono via in fretta e furia.
All'alba il rastrellamento degli altri operai che avevano scioperato con noi era finito. C'era gente di Monza e Sesto San Giovanni. Fummo portati in prefettura a Milano e lì, oltre a noi c'erano dipendenti della Falck, della Breda, della Pirelli, della Marelli e di altre ditte. Fummo tutti interrogati senza diritto di replica, accusati di organizzazione e istigazione di scioperi e atti di sabotaggio contro la repubblica fascista. Ci mandarono a dormire al carcere di San Vittore, su un pagliericcio. Dimostravo molto meno dei miei 17 anni, anche per la mia magrezza, ma un ispettore parlando con un altro gli disse: "macché minorenne, qui sono tutti uguali e seguiranno tutti la stessa sorte". Queste parole mi colpirono molto e mi rimasero impressi i loro volti.
Dopo due giorni fummo trasferiti tutti a Bergamo, in camion. Qui ci trovammo con altri operai rastrellati in giro per l'Italia, che si trovavano già lì da qualche giorno. Eravamo affamatissimi e come cibo ci davano una fetta di pane con del brodo per tutta la giornata.
Il 17 marzo fu il giorno della partenza, arrivarono anche i miei genitori da Monza e il cappellano militare di San Rocco, Don Lino Mandelli.
Incolonnati, scortati da una parte dalle SS e dall'altra dai fascisti, andammo a piedi alla stazione, minacciati e picchiati. Nessuno sapeva né che cosa avevamo fatto, né dove eravamo diretti. Eravamo spaventati. I parenti ci avevano portato viveri e la gente generosa di Bergamo ci regalò fiaschi di vino.
Fummo stipati a quaranta alla volta su carri-bestiame. Eravamo totalmente inconsapevoli della nostra sorte. Pensavamo di andare a lavorare da qualche parte. Noi di Monza eravamo fortunati, avevamo delle torte fatte dai nostri familiari e del vino e ci dividemmo tutto. Cercammo di staccare qualche asse di legno per scappare, ma ci avevano requisito tutta la roba personale a Milano. La notte faceva freddo, si soffriva la sete e al terzo giorno non riuscivamo nemmeno a parlare, tanto eravamo stremati. Durante una sosta al Tarvisio ci dissetammo mangiando neve.
Scoprimmo la nostra destinazione arrivando al campo di concentramento di Mauthausen.
Era un'enorme fortezza di pietra, tutta cintata con muri di tre metri e protetti da mitragliatrici. Fummo spogliati di tutto: soldi, orologi, anelli, fotografie. Tutto venne annotato dalle SS.
Fummo spogliati dei nostri abiti civili e rapati a zero. Completamente nudi entrammo in un salone a fare la doccia. Lì fui separato da mio fratello. Avevamo lunghi mutandoni di lana e pantaloni a righe. Ci misero in baracche isolate dal resto del campo, a Gusen I, sottocampo di Mauthausen, per la quarantena.
Non avevamo letti e dormivamo su un fianco, perché sdraiati non ci stavamo tutti e i kapò ci picchiavano. Al mattino eravamo indolenziti e infreddoliti. I kapò ci picchiavano per qualsiasi cosa e ci davano da mangiare una volta sola al giorno. Una volta rifiutammo la nostra razione di cibo, sempre zuppa di crauti, e furono guai, botte e insulti. Ci dissero che metà di noi sarebbe morta entro tre mesi.
Dopo qualche giorno completarono il nostro abbigliamento con berretto a strisce, maglia, calze, zoccoli di legno e la giacca a righe, con un numero di matricola per il riconoscimento. Mi avevano spogliato di tutto, ora al posto del nome avevo solo una matricola: IT 59141.
Durante la quarantena lavorammo alla costruzione di un altro campo, il Gusen II. Eravamo esposti ad ogni tipo di intemperie. Il lavoro cambiava da un giorno all'altro: scavavamo, spostavamo terra, facevamo i fossi per le tubazioni dell'acqua, costruivamo baracche e pozzi. Se pioveva o faceva freddo si intirizzivano le mani e i piedi scivolavano come burro sulla terra bagnata. La morte coabitava con noi, ero molto impaurito e sfiduciato. Cercavamo di resistere a tutto. Si pensava che sarebbe arrivata la Liberazione e che tutto sarebbe passato. Ormai anche la zuppa di crauti era diventata buona col passare del tempo: quando era servita calda, per un momento sembrava di rivivere.
Si prendevano botte per tutto: se non rifacevi bene il letto, se avevi preso i pidocchi, se non capivi bene i comandi in tedesco. Tutto poteva giustificare delle nerbate. Un giorno ne presi 42 perché avevo trovato il modo di rubare delle patate. L'idea era venuta a quelli che stavano in cucina, gli spagnoli. Così me ne davano metà, però cotte. Io le dividevo con gli altri miei compagni di sventura nella baracca. Eravamo soliti scavare di nascosto una buca profonda almeno 50 cm. per metterci le patate che arrivavano da fuori. Le coprivo col pagliericcio per non farle gelare.
Quando scoprirono che nascondevo 42 patate nelle mutande me ne chiesero il motivo. Dissi che non potevo mangiare il pane per malattia. Cominciarono a darmele, una nerbata per ogni patata. Ad un certo punto svenni per il dolore, mi rianimarono con una secchiata gelata d'acqua e continuarono a darmele. A volte uccidevano per molto meno, fui molto fortunato.
Non c'era limite all'orrore. Le persone anziane facevano fatica a stare dietro al lavoro, si indebolivano e non venivano curate, morivano come mosche. La vita stessa non aveva valore. Dopo gli ebrei, gli italiani erano considerati i peggiori. All'inizio ci si scontrava anche tra di noi prigionieri, si litigava coi francesi e i russi. Fui colpito da dissenteria assieme a un mio amico, Carmine Berera. Fummo portati in infermeria: io fui giudicato guaribile, ma il mio amico no. Fui curato subito e dopo tre giorni, grazie alla complicità di un giovane medico italiano, vidi per un attimo il mio amico in un'altra baracca. La stanza era squallida con un indescrivibile odore di sporcizia. Era proibito entrare. Erano tutti malati abbandonati a se stessi: portavano loro da mangiare, ma nessuno in realtà se ne curava, erano considerati a perdere. Ogni giorno arrivavano gli addetti, buttavano i cadaveri fuori dalla finestra, su carretti diretti al crematorio. Il mio amico dopo una settimana era ancora vivo, poi non ne seppi più nulla.
Le persone sparivano, uccise con punture di veleno o benzina. Certe notti c'era un'auto azzurra che faceva la spola tra i due campi di Gusen e Mauthausen e asfissiava le persone, per scaricarle infine al crematorio. Tanti morivano mentre lavoravano nella cava. Mi sono anche ammalato di scabbia e in totale sono stato ricoverato tre volte. Penso di essermi salvato per fortuna, per la mia giovane età e per il fatto di aver passato i mesi più rigidi a sistemare patate, dove comunque la temperatura era di dieci gradi sopra lo zero.
Volevamo sapere come andava la guerra e qualche notizia riusciva a trapelare. Quando si capì che a breve sarebbero arrivati gli americani, tememmo che i nazisti ci uccidessero tutti. Si diffuse il caos, cominciarono a bruciare documenti per nascondere le prove di quello che avevano compiuto. I tedeschi uccisero chi tentò di ribellarsi, fucilando alcune delle SS e i kapò che stavano ai forni crematori, per impedire che potessero rivelare qualcosa. C'erano morti ovunque.
Il 5 maggio 1945, verso sera, arrivarono gli americani e i tedeschi rimasti si arresero e si consegnarono. Alcuni di noi linciarono i propri aguzzini. Eravamo allo sbando, alla ricerca di cibo per le cucine del campo, mangiando quel che si trovava. Eravamo liberi, ma ancora non ce ne rendevamo conto e vagavamo per il campo come dei disperati. Alcuni miei amici andarono a piedi verso la città di Linz, cercando di tornare prima in Italia. Gli americani cominciarono a curarci nel campo, con l'aiuto della Croce Rossa.
Tornai in Italia solo il 27 giugno. Ero stato curato da una strana febbre che uccideva e sono sopravvissuto grazie alla penicillina degli americani. Mio fratello, che mi aveva visto ricoverare in condizioni disperate, tornò prima in Italia dai miei per non farli preoccupare. Quando arrivai fu una gioia, ma non potei tornare subito a una vita normale, feci delle cure speciali, non potevo mangiare che in bianco, mi fecero trasfusioni e punture ricostituenti. Ritornai al lavoro alla Falck solo nel dicembre 1945.
Ora, ogni giorno ripenso alle persone nel campo, a chi c'era e a chi non si sa che fine abbia fatto.
Dopo tante sofferenze non odio il popolo tedesco. Se un popolo partorisce dei mostri criminali, bisogna combatterli e impedire che si impadroniscano del potere.”

PER NON DIMENTICARE