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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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mercoledì 17 luglio 2019

CON LA RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI SI RIDURRÀ IL DIRITTO DEI CITTADINI AD ESSERE RAPPRESENTATI

Il giorno 11-7-019, il Senato ha approvato la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Lo scorso maggio lo aveva fatto la Camera.
E’ il terzo via libera. Il testo ritorna ora alla Camera per per quello che potrebbe essere l’esame definitivo del provvedimento: la discussione è prevista a settembre. A votare la riforma che prevede la diminuzione dei seggi a 400 alla Camera e a 200 al Senato sono stati in 180 (per l’approvazione serviva la maggioranza assoluta di 161 voti favorevoli). 
Al voto favorevole della maggioranza M5S-Lega si è aggiunto quello di Fratelli d’Italia. Contrari il Pd, Liberi e Uguali, PiùEuropa e gli espulsi dall'M5S (50 i no in tutto), mentre Forza Italia non ha partecipato al voto. Dopo il passaggio alla Camera, (con probabile nuova approvazione) sarà possibile il Referendum Confermativo di una legge costituzionale nel caso in cui entro tre mesi dalla pubblicazione della legge stessa, ne facciano richiesta un quinto dei membri di una camera, oppure 500.000 elettori oppure cinque consigli regionali.
Una questa una "riforma" fortemente voluta dall'M5S che priverà molti cittadini della facoltà di essere rappresentati e sbarrerà l'accesso a Camera e Senato alle liste minori.
Ancora una volta, a giustificazione di questa scelta, si invoca un "risparmio economico" con numeri palesemente gonfiati.
Ne scrive in proposito, con un approfondimento, Il Manifesto.



Il grosso guaio del parlamento più piccolo

Andrea Fabozzi  Edizione del 10.07.2019  


Al senato il penultimo passaggio delle «camerette»: 
una riforma costituzionale buona per gli slogan, pessima per la democrazia. 
Con oltre un terzo di rappresentanti del popolo in meno, 
i lavori saranno più difficili e le minoranze meno rappresentate. 
E si risparmia molto meno di quanto dicono i 5 Stelle
Con la riforma costituzionale in arrivo, la camera dei deputati perderà quasi il 37% dei seggi, 
230 deputati su 630 
© Immagine originale Lapresse
Che effetto farà l’emiciclo della camera dei deputati con duecento rappresentanti del popolo in meno? In quell’aula, negli ultimi cento anni – appena celebrati con una mostra e un documentario sull’opera dell’architetto Ernesto Basile – problemi con i posti a sedere ci sono sempre stati. 
Ma all’opposto: bisognava aumentarli. 
Da quando la nuova aula di Montecitorio è entrata in funzione, il 20 novembre 1918, i deputati sono cresciuti di 112 unità. Erano 518 nella legislatura cominciata il 1 dicembre 2019 – la quindicesima e ultima del regno senza Benito Mussolini tra i banchi – sono 630 oggi. 
Dal 1918 il numero dei deputati è sempre cresciuto, con l’eccezione delle due legislature elette con il sistema plebiscitario durante il regime fascista, quando i seggi furono ridotti a 400. 
Che è lo stesso numero di deputati proposto dalla riforma costituzionale di 5 Stelle e Lega che oggi sarà discussa e giovedì votata dal senato, penultimo passaggio prima del voto finale di Montecitorio e – se qualcuno vorrà proporlo – del referendum confermativo.
Serve la maggioranza assoluta dei componenti, 160 voti in senato che la maggioranza può raggiungere con qualche patema d’animo, o senza nessun affanno potendo contare sull’appoggio di Fratelli d’Italia. Dopo di che i posti a sedere bisognerà smontarli sul serio.
Per scendere da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi non basterà eliminare le sedie aggiunte all’ultimo livello dell’emiciclo sia a palazzo Madama che a Montecitorio nel 1963, quando una riforma costituzionale aumentò e stabilizzò il numero dei parlamentari (la Costituzione nel 1948 aveva previsto una composizione variabile, un deputato ogni 80mila abitanti e un senatore ogni 200mila). 
Tanto che c’è già chi immagina una ristrutturazione “pesante” che modifichi l’assetto ultracentenario delle aule (150 anni quella del senato) rendendo finalmente meno strette e più comode le postazioni di lavoro degli onorevoli. 
Viceversa tribune sovradimensionate rischierebbero di cristallizzare l’immagine di due aule semivuote, anche con deputati e senatori tutti presenti.
«Seicento parlamentari sono più che sufficienti», sentenziava il volantino delle «Riforme del cambiamento» diffuso dal ministro Fraccaro all’inizio del (fin qui velocissimo) percorso istituzionale. «L’Italia – spiega – è il paese con il più alto numero di parlamentari eletti d’Europa. 
Noi li riduciamo di più di un terzo (36,8%) e ci allineiamo col resto degli stati». 
Ma «allineare» non è il verbo corretto, meglio sarebbe stato dire che ci accodiamo
Se infatti oggi in Italia c’è un deputato ogni 96mila elettori, così effettivamente superando il Regno unito (uno ogni 101mila), l’Olanda (114mila), la Francia e la Germania (116mila), la Spagna (133mila), con la riforma avremo un deputato ogni 151mila abitanti, diventando tutto d’un tratto il paese con il più alto rapporto tra rappresentati e rappresentanti. 
Eloquente il confronto con la prima legislatura della Repubblica, quando la rappresentatività era due volte più forte: c’era allora un deputato ogni 80mila abitanti. Senza contare che, come effetto dell’abbassamento della maggiore età, se nel 1948 bastavano 50mila elettori per eleggere un deputato, dopo la riforma ne servirebbero quasi il triplo. 
L’ideale per allontanare ancora un po’ il «popolo» dai «politici».
Eppure Fraccaro ancora ieri spiegava che «gli interessi dei cittadini vengono prima delle poltrone». 
O come dice il volantino dei 5 Stelle «con meno poltrone c’è più democrazia». Slogan discutibili, anche solo considerando lo sbarramento che una riduzione così netta dei parlamentari porta con sé. Non parliamo della soglia esplicita del 3% prevista dalla legge elettorale – che per inciso per volontà di Lega e 5 Stelle resterà il pessimo Rosatellum – ma di una soglia implicita e automatica legata al fatto che il numero di parlamentari da eleggere nei collegi diminuirà sensibilmente. 
Soprattutto al senato, dove la maggioranza delle regioni non eleggerà più di quattro senatori nei collegi proporzionali. Sarà così impossibile per le liste minori, che già sono escluse dalla corsa per i seggi uninominali, conquistare sul campo un seggio senatoriale. Potranno solo sperare nel riparto nazionale dei seggi, con l’effetto di ritrovarsi con un senatore scelto in maniera imprevedibile dal micidiale flipper del Rosatellum.
Come festeggiava già ieri il capogruppo M5S al senato, il taglio dei parlamentari entrerà in vigore immediatamente, dalle prossime elezioni. La legge elettorale è stata già ritoccata allo scopo, a tempo di record. Ma nel frattempo non sono cambiati i regolamenti di camera e senato. 
Dove tutte le soglie a tutela delle minoranze sono oggi calcolate su 630 deputati e 315 senatori. 
Non solo, applicando i risultati elettorali del 2018 alla nuova camera bonsai, è facile calcolare che il più piccolo partito sopra la soglia di sbarramento – Leu – avrà meno deputati di quelli strettamente necessari a partecipare a tutte le commissioni permanenti. Che sono quattordici, sia alla camera che al senato. 
Oggi a Montecitorio il regolamento esclude che un deputato possa far parte di due commissioni, al senato è consentito ma fino a un massimo di tre commissioni. In entrambi i casi, i rappresentanti del partito più piccolo non sarebbero sufficienti. Democrazia, ma anche «efficienza», altra parola slogan ricorrente, sono lontani. Le commissioni, infatti, possono lavorare (e lavorano abitualmente) con un terzo dei commissari presenti. In futuro il lavoro referente per l’aula si troveranno a farlo cinque soli senatori, compresi presidente, vicepresidenti e segretari della commissione.
Infine i costi, l’argomento più usato da leghisti e grillini. 
In questo anticipati da un manifesto fatto stampare da Renzi durante la campagna per il referendum costituzionale: «Basta un Sì per cancellare poltrone e stipendi». «Cinquecento milioni risparmiati in una legislatura» assicurano adesso i 5 Stelle, che la volta scorsa contestavano gli annunci di Boschi, identici e basati su un numero simile di indennità da cancellare. Ma se si prendono gli ultimi bilanci interni della camera e del senato si possono prevedere risparmi più contenuti. 
Per 345 assegni mensili in meno, tra camera e senato, lo stato risparmierebbe 90 milioni l’anno, al lordo delle tasse che non potrebbe più incassare. Al netto il risparmio si aggirerebbe sui 70 milioni l’anno, che per cinque legislature sono molti meno del mezzo miliardo stampato sui volantini. 
Senza contare che meno rappresentanti del popolo, per fare lo stesso lavoro, avranno probabilmente bisogno di un maggiore aiuto. Nessuna sorpresa, allora, se aumenterà la spesa per consulenti e per il personale. Quest’ultima già molto superiore al «costo» dei parlamentari.

giovedì 6 giugno 2019

LO "SBLOCCA CANTIERI" PEGGIORATO ULTERIORMENTE DALL'APPROVAZIONE IN SENATO DELL'EMENDAMENTO LEGHISTA

Sui contenuti ambigui e pericolosi del DL "Sblocca Cantieri" ce ne siamo già occupati su: LE PESSIME NORME DEL DECRETO SBLOCCA CANTIERI.
A distanza di poco tempo e con mutati rapporti di forza fra gli alleati di governo a seguito dei risultati delle elezioni Europee, lo "Sblocca Cantieri" è tornato in discussione al Senato per essere convertito in legge, accompagnato da un emendamento leghista.
Un emendamento pesante cui l'M5S decide di soccombere in tre punti su cinque per soddisfare il vero e proprio diktat della Lega. 
Fino al 2020 i comuni avranno la possibilità di fare le gare senza rivolgersi a una stazione unica appaltante poichè sarà operativa la sospensione dell’obbligo.
Confermata la sospensione dell’albo dei commissari e la proroga fino al 2020 della possibilità di ricorrere all’appalto integrato. Non sarà inoltre necessario indicare la terna dei subappaltatori. 
Quanto ai subappalti resta la soglia del 40%, approvata in commissione, mentre l’offerta economicamente vantaggiosa resta al 30% per il prezzo. 
Un testo criticatissimo dall’Anac di Raffaele Cantone, dai sindacati e dalle associazione antimafia e ambientaliste.

«Lo sblocca cantieri allunga la vita al governo, 
ma non ai lavoratori»

Il caso. Scontro durissimo tra la Cgil e il governo. Fillea Cgil: "Faremo vertenze ovunque". Approvato il "super-emendamento" Lega-Cinque Stelle che sospende parzialmente il codice degli appalti. Oggi il voto definitivo al Senato. Poi andrà alla camera. Via libera anche all'emendamento della Lega sulla video-sorveglianza negli asili e nelle case di cura.


«La mediazione raggiunta tra Lega e Cinque Stelle allungherà forse di qualche mese la vita del governo, ma certo non riduce le porcate e sicuramente ridurrà la vita di chi sta in un cantiere». Non accenna a diminuire la temperatura polemica delle reazioni contro lo «sblocca cantieri».
La reazione di Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea Cgil ne è un esempio. è arrivata dopo il voto della maggioranza pentaleghista al Senato che ha approvato con 175 sì, 55 no e 40 astenuti il «super-emendamento» a firma dei capigruppo dei due partiti, Stefano Patuanelli e Massimiliano Romeo che modifica e sospende alcune norme del Codice degli appalti. Il voto definitivo è previsto per stamattina. Poi andrà alla Camera. Dovrà essere convertito in legge entro il prossimo 17 giugno. Il provvedimento che è stato salutato dal presidente del Consiglio Conte dalla lontana Hanoi come un esempio di «responsabilità» da parte di Lega e Cinque Stelle.
Lo scollamento tra le dichiarazioni soddisfatte del governo e le valutazioni politiche dei sindacati e delle associazioni antimafia e ambientaliste non potrebbe essere più grande.
La Fillea Cgil ha annunciato un «contenzioso diffuso» contro quella che Conte ha definito prova di «responsabilità». «Ci attrezzeremo – ha aggiunto Genovesi – per rafforzare le nostre capacità di vertenza sindacal e legale attivando al massimo i nostri rappresentanti per la sicurezza, i nostri avvocati, tutte le nostre strutture, perché una cosa è certa: mentre non si aprirà un solo cantiere in più aumenteranno i casi di infortunio e di lavoro irregolare e quindi aumenteranno i casi di denunce, vertenze sul rispetto dei contratti di lavoro, attivazione delle responsabilità in solido».
La gravità della situazione è stata commentata con parole altrettanto drammatiche dal segretario generale della Cgil Maurizio Landini: «Lo sblocca cantieri ha una logica folle in un paese dove il subappalto ha fatto tanti danni, queste cose peggiorano i conti e si allungano i tempi». 
«Uno dei problemi maggiori in Italia è l’infiltrazione di corruzione e malavita organizzata negli appalti, bloccare il codice apre a questi rischi in maniera concreta – ha continuato Landini – non vedo una novità, ma una cosa sbagliata e non hanno considerato le proposte fatte dai sindacati». 
Continua ad essere durissimo lo scontro tra la Cgil e il governo, e in particolare con il vicepremier ministro dell’Interno Salvini che ha imposto un diktat sulla sospensione parziale del codice degli appalti che ha fatto capitolare i Cinque Stelle.
Per affermazioni dal contenuto simile Salvini ha annunciato una querela contro il segretario confederale di Corso Italia Giuseppe Massafra.
Tra le altre modifiche votate nel super-emendamento va segnalata la riesumazione del criterio del massimo ribasso che, secondo molti osservatori, aprirebbe le porte al lavoro nero e gli interventi sul subappalto per il quale è stata fissata la soglia del 40%.
Per quanto riguarda le sospensione fino al dicembre 2020 di alcune norme del Codice degli appalti, c’è l’obbligo per i comuni non capoluogo di provincia di non avvalersi delle stazioni appaltanti centralizzate; la sospensione dell'obbligo di scegliere i commissari tra gli esperti iscritti all’albo istituito presso l’autorità nazionale contro la corruzione (Anac).
È stata inoltre estesa la possibilità di ricorrere all’appalto integrato. È saltato il fondo salva-imprese proposto dai Cinque Stelle per tutelare le imprese subappaltatrici in caso di crisi dell’appaltatore ed è stato depotenziato ad ordine del giorno l’emendamento della Lega sul commissariamento delle opere prioritarie. Sarà istituita «Italia infrastrutture» per accelerare la «cantierizzazione» delle opere. Per gli appalti nello sport la società «Sport e Salute», ex Coni Servizi, ha ottenuto la qualifica di centrale di committenza, assorbendo le risorse del fondo «Sport e periferie». A completamento di questo provvedimento vanno segnalati 160 milioni dal 2019 al 2024 per installare telecamere in asili e case di cura. È il capitolo: video-sorvegliare e punire i lavoratori. L’emendamento è stato approvato nello «sblocca cantieri» e ricorda il sistema di sorveglianza adottato già in Cina.

martedì 7 maggio 2019

LE PESSIME NORME DEL DECRETO SBLOCCA CANTIERI

Nel recente passato ci eravamo occupati, criticandolo, di un decreto promulgato dall'allora governo Renzi, che con un titolo roboante (ricordate lo Sblocca Italia ?) aveva l'apparente intento di rilanciare l'economia del Paese. 
Un decreto dove oltre alle facilitazioni normative per la costruzione di nuovi inceneritori  si ricorreva ai "commissari straordinari", alle deroghe sulle norme urbanistiche, a una deregulation per l'edilizia, al pericolosissimo "silenzio=assenso".
Ora con il governo Conte (M5S + Lega) ci occupiamo del DL 32/2019 "Sblocca cantieri", da alcuni ribattezzato "Sblocca porcate".
Anche in questo caso, nascondendosi dietro l'ingannevole volontà di "semplificare" c'è l'allentamento delle disposizioni del codice appalti e dei requisiti per il project financing, la riproposizione della figura dei Commissari con facoltà di procedere in deroga alle normative, l'eliminazione del controllo Cipe per varianti fino al 50% dell’importo dei lavori sulle opere strategiche, il via libera al massimo ribasso, l'obbligo di gara solo sopra i 200 mila euro,  l'aumento dal 30% al 50% della quota di lavori che può essere subappaltato, gli interventi di rigenerazione urbana affidati alla normativa regionale anche in difformità dalla nazionale.
Si rende quindi meno trasparente il settore dei lavori pubblici e si aprono varchi di deregulation di cui il malaffare saprà sicuramente approfittare.

I dettagli in due articoli, uno di ANNA DONATI, storica ambientalista e studiosa della mobilità e uno de IL MANIFESTO.
Leggeteli, vi chiariranno molti dubbi.

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Siri docet: lo Sblocca-cantieri 

favorisce la corruzione




A volte ritornano: commissari straordinari, 

aumento di subappalto e trattativa privata, 

varianti facili per le grandi opere, appalto integrato, 

ridimensionamento dell’Autorità Anticorruzione, 

rigenerazione urbana in deroga,

proroghe per i lavori delle concessioni.

Anche il governo Cinquestelle-Lega ha infine approvato il suo decreto Sblocca-cantieri: ultimo in ordine di tempo di provvedimenti all’insegna della proroga, della trattativa privata, dei commissari straordinari, delle varianti facili, provvedimenti che abbiamo visto da oltre 30 anni per grandi opere strategiche, protezione civile, post-terremoti, interventi d’emergenza veri, falsi e presunti, con deroghe che diventano la regola. Come sono lontani i tempi delle battaglie grilline all’insegna dell’onestà-onestà, contro la Legge Obiettivo e la dura opposizione al decreto Sblocca Italia del governo Renzi, a cui lo Sblocca-cantieri odierno- da lunedì 6 maggio entra nel vivo al Senato – assomiglia in modo impressionante.
Coerenti i leghisti, che hanno sempre avversato il nuovo Codice appalti del governo Gentiloni e del ministro Delrio del 2016, come dichiarato da tempo dal sottosegretario leghista Armando Siri, oggi indagato per corruzione, che chiedeva di “cancellare il Codice degli appalti, eliminare l’Autorità anticorruzione, perché sono loro la malattia e non le tangenti. Smettiamola di prendere medicine per curare una malattia che ha bisogno invece di buonsenso e di meno burocrazia”. Parole chiare che adesso il decreto Sblocca-cantieri ha tradotto in norme dimenticando la lunga catena di scandali che hanno portato alla nascita del nuovo Codice appalti che adesso il decreto Sblocca-cantieri demolisce in ben 81 articoli. Le tangenti sull’Expo e quelle sul Mose, le inchieste sulla sanità e quelle per la ricostruzione post terremoto, la cricca delle Grandi Opere e la recentissima inchiesta sullo stadio della Roma.
Ora il Parlamento è chiamato a discutere il Decreto, e c’è da sperare che cambi radicalmente il testo ed i suoi inaccettabili contenuti.
Norme in deroga già sperimentate in passato che non sono state un volano per incrementare i lavori ma solo la scarsa qualità delle opere pubbliche, non hanno prodotto innovazioni di prodotto e di processo, anzi hanno fatto registrare un aumento ingiustificato dei costi e gravi episodi di corruzione e concussione.
Il decreto Sblocca-cantieri (decreto legge n. 32/2019) manca il suo obiettivo e avrà come unico risultato il rendere meno trasparente il settore dei lavori pubblici nell’assegnazione dei lavori e dei subappalti, nella definizione e autorizzazione dei progetti, nella vigilanza sulle infiltrazioni della criminalità organizzata, con il rischio di pesanti ricadute sui costi economici e ambientali a carico della comunità. Per questo le associazioni ambientaliste, WWF Italia, Kyoto Club e Legambiente, che hanno già inviato osservazioni critiche e proposte di emendamento ai membri delle Commissioni Ambiente e Lavori Pubblici del Senato.
Le critiche delle tre associazioni si sono concentrano sulle modifiche introdotte dall’articolo 1 del decreto legge n. 32/2019 (AS N. 1248) a numerose disposizioni che cambiano il Codice degli appalti, alla re-introduzione dei Commissari straordinari per la realizzazione delle infrastrutture prioritarie e alla norme derogatorie per la Rigenerazione urbana, denunciando il ridimensionamento sistematico e ingiustificato del ruolo e delle funzioni svolte dall’Autorità Nazionale Anticorruzione, presieduta da Raffaele Cantone.
La norma aumenta la trattativa privata da 150mila euro a 200 mila, ma elimina la fascia da 200 mila fino ad un milione – dove l’attuale codice appalti prevede una procedura negoziata con invito ad almeno 15 operatori – rendendo invece obbligatoria la gara. Quest’ultima modifica sembra essere tra le poche cosa utili all’incremento della concorrenza del decreto.
La restaurazione del Codice appalti promossa dal decreto Sblocca-cantieri viene completata dalla reintroduzione sino al 2021 dell’appalto integrato che affida pericolosamente ad un solo soggetto la progettazione ed esecuzione dei lavori, la riesumazione dei Commissari Straordinari per le opera prioritarie, che possono operare anche in assenza di un  parere espresso dalle amministrazioni di tutela dei beni culturali e paesaggistici e compiere valutazioni ambientali in tempi contingentati,le proroghe sulla quota di lavori da mettere a gara per le concessioni, l’aumento del subappalto, gli allentamenti dei controlli e della soglia dei lavori a trattativa privata,la destrutturazione delle procedure autorizzative delle varianti per le “infrastrutture strategiche” della Legge Obiettivo, con l’eliminazione del doppio controllo in capo al CIPE.
Norme che rafforzano la Legge Obiettivo invece di eliminarla definitivamente insieme al suo lungo regime transitorio per le grandi opere strategiche, che infatti proseguono (più o meno) la loro corsa.
Infine va ricordato che sempre nel decreto legge Sblocca-cantieri sono previste norme per affidare direttamente lavori e progetti nella ricostruzione dei lavori privati post terremoto del Centro Italia e modifiche per consentire Progetti di Rigenerazione Urbana in deroga agli standard vigenti.
Ecco in dettaglio le principali norme contenute nel Decreto Legge 32/2019 Sblocca Cantieri:
Aumento della trattativa privata, gare sopra 200 mila euro e massimo ribasso per le opere sotto soglia
Resta a 40 mila euro, la soglia per gli affidamenti diretti da parte dei funzionari delle pubblica amministrazione, ma sale da 150 mila a 200 mila euro, il tetto massimo per assegnare gli appalti a trattativa privata e procedura negoziata con invito ad almeno tre operatori. Oltre i 200 mila euro il decreto prevede l’obbligo di procedere con gara con procedura aperta, ma con aggiudicazione al massimo ribasso.
Ricordiamo che in questo modo è stata smantellata una fascia da 200 mila fino ad 1 milione in cui la gara era ristretta ad inviti di almeno 15 operatori prevista dal Codice vigente. Per le opere sotto la soglia Ue di 5,5 milioni, si abbandona l’offerta più vantaggiosa a favore del criterio del massimo ribasso, con l’obbligo di escludere le offerte anomale, cioè quelle con percentuali di ribasso superiori alla media. Non dimentichiamo che il massimo ribasso non ha mai favorito la qualità degli interventi ed il rispetto delle regole (sicurezza, lavoro nero..) nei cantieri.
Appalto integrato fino al 2021 
La misura prevede la possibilità di ricorrere all’appalto integrato per i progetti definitivi approvati entro il 31 dicembre 2020. L’altra condizione da rispettare è quella di pubblicare il bando entro 12 mesi dall’approvazione del progetto, arrivando in questo modo a dicembre 2021. Fino a quella data dunque le stazioni appaltanti potranno approvare progetti fino al livello definitivo e mandarli in gara senza tener conto dei paletti attualmente previsti (complessità tecnologica o lavori particolarmente innovativi).
Non dimentichiamo che la separazione tra progettazione ed esecuzione dei lavori da parte dello stesso soggetto, è stata una dei caposaldi del nuovo Codice appalti, che aveva lo scopo di incrementare la qualità dei progetti, la ricerca delle soluzioni tecnologiche e di inserimento del progetto nel contesto territoriale e urbano. Una separazione necessaria per avere una progettazione di qualità, capace di identificare soluzioni innovative, nuove tecnologie, inserimenti adeguati nel territorio e nelle realtà urbana, processi e materiali innovativi. Una progettazione indipendente da chi realizza l’opera che per inerzia tende a riproporre sempre lo stesso manufatto ad alta intensità di cemento e asfalto.
Subappalti crescono dal 30% al 50%
Salgono dal 30% al 50% la quota di lavori che può essere subappaltato dall’impresa principale. Il decreto prevede inoltre la cancellazione della terna delle imprese a cui si vuole subappaltare da indicare nella gara. Inoltre la percentuale di subappalto ammissibile dovrà essere stabilita gara per gara con i bandi dalle amministrazioni, una norma discrezionale che non piace alle imprese.
Va ricordato che sul tema del subappalto è in corso da tempo un braccio di ferro tra l’Italia e la Commissione Europea che vorrebbe la totale liberalizzazione del subappalto e che ha avviato su questo tema una procedura d’infrazione contro l’Italia. Ma il contrasto era già presente quando il ministro Delrio varò il nuovo Codice appalti nel 2016 ed il governo decise di mantenere il limite del subappalto al 30% massimo, tenendo conto del contesto italiano e della delicatezza della questione. Suona davvero anomalo che, ora che al governo del Paese c’è  un esecutivo antieuropeo, ci sia “sdraiati” in questo modo di fronte alle contestazioni, invece di far valere le specifiche ragioni italiane in Europa, a tutela del lavoro e delle caratteristiche delle imprese italiane.
Niente obbligo per i Comuni di centralizzare gli appalti
Con la modifica al comma 4 dell’art. 37 del Dlgs n. 50/2016, i Comuni non capoluogo di provincia possono gestire da soli le procedure di gara di maggior rilievo, senza ricorrere a centrali uniche di committenza o stazioni uniche appaltanti, come prevede il codice attuale. 
Infatti, il decreto in oggetto, elimina l’obbligo per le amministrazioni comunali non capoluogo di ricorrere a formule di aggregazione per l’acquisizione di lavori, beni e servizi oltre certe soglie. Questa non è una misura efficiente perché avere delle centrali di committenza per gli appalti qualificate, trasparenti, controllate, data anche la complessità delle norme, direttive e sentenze, è opportuno.
Qualificazione allentata per le imprese
Per il sistema di qualificazione delle imprese, il limite viene innalzato a 15 anni, mentre oggi per dimostrare i requisiti tecnico-economici le imprese facevano riferimento ai risultati degli ultimi dieci anni. Un modo per permettere ai costruttori di superare all’indietro gli anni peggiori delle crisi cominciata nel 2008, che ormai ha pervaso molte delle principali imprese italiane. Peccato che a farne le spese, con questo nuovo sistema, sia il controllo sulla qualità delle imprese, sminuendo il ruolo delle SOA, gli organismi di controllo, e senza dimenticare che inizialmente l’arco temporale di controllo era di cinque anni, poi portato a 10 anni ed ora innalzato a 15 anni.
Grandi Opere Strategiche della Legge Obiettivo: niente controllo Cipe per varianti fino al 50% dell’importo dei lavori
Con l’introduzione del nuovo comma 1-ter dell’art. 216 del Dlgs n. 50/2016 si stabilisce che, nel caso di “infrastrutture strategiche” approvate con le procedure accelerate e semplificate della Legge Obiettivo inserita nel Codice appalti, se le varianti nella redazione del progetto esecutivo o in fase di realizzazione dell’opera non supano del 50% il valore del progetto definitivo approvato dal CIPE, saranno approvate esclusivamente dal soggetto aggiudicatore.
Si tratta di una modifica gravissima ed inaccettabile del Codice appalti, dove non vi sarebbe più un controllo governativo e collegiale sulle opere strategiche, la spesa per grandi investimenti e l’impatto ambientale delle varianti e modifiche delle opere. Da notare che il 50% del valore del progetto definitivo approvato dal CIPE per le grandi opere ammonta a cifre ragguardevoli e che il nuovo Codice degli appalti (Dlgs n. 50/2016) nasce come soluzione di discontinuità rispetto ad una stagione delle infrastrutture strategiche in cui l’assenza di Piani economico-finanziarie credibili, l’approssimazione sull’ammontare reali dei costi a preventivo e la continua loro lievitazione in corso d’opera, hanno portato a gravami insostenibili per le casse pubbliche e a violazioni sistematiche delle norme.
Mantenere quindi un doppio controllo sulle varianti in corso d’opera appare ancora necessario soprattutto se si considera anche il ruolo dato al CIPE dalla vecchia disciplina proprio in relazione all’approvazione del progetto definitivo e quindi al rispetto delle prescrizioni da questo approvate prima del passaggio alla fase esecutiva di progettazione e realizzazione, in modo anche di avere un controllo reale sugli incrementi di costo delle grandi opere strategiche.
E poi sarebbe ora di cancellare definitivamente anche il regime transitorio della Legge Obiettivo, invece di rafforzare il suo carattere derogatorio.
Proroga per i bandi di gara dei concessionari
Con la modifica introdotta al comma 2, primo periodo dell’art. 177 del Dlgs n. 50/2016 si allungano il tempi – fino al 31 dicembre 2019 – entro cui i concessionari devono adeguarsi per portare all’80% la quota di lavori che devono essere messi a gara. Si tenga conto che il Codice appalti vigente assicurava già due anni ai concessionari per raggiungere questo obiettivo e quindi già da aprile 2108 l’80% dei lavori doveva essere messo sul mercato dai concessionari.
E invece di censurare e penalizzare le concessioni che non hanno provveduto nei tempi stabiliti, il decreto n. 32/2019 concede ulteriori mesi di proroga.
Da segnalare, inoltre, che si lascia immutata la speciale previsione per i concessionari autostradali di mettere a gara il 60% dei lavori mentre la restante parte dei concessionari dovrà mettere l’80% a gara: si tratta di una preferenza immotivata che andrebbe corretta con il presente decreto portando tutti i concessionari all’80% dei lavori a gara e solo il 20% in house. Anche questo governo Cinquestelle-Lega mostra – nonostante i proclami – la solita reverenza verso i concessionari ed in particolare quelli autostradali.
Candidature per il Project Financing senza requisiti
Fondi immobiliari e istituti nazionali di promozione potranno presentare proposte in partenariato pubblico-privato per progetti non previsti dai programmi di lavori pubblici delle amministrazioni pubbliche.  
Inoltre con il nuovo comma 17-bis dell’art. 183 del Dlgs n. 50/2016 si interviene sui requisiti necessari per candidarsi a realizzare opere in project financing stabilendo che gli investitori istituzionali possano non avere i requisiti necessari per candidarsi insieme a soggetti che posseggano tali requisiti. La norma richiamata che elenca questi investitori (legge n. 122/2010, articolo 32, comma 3) indica che si tratta di: a) Stato o ente pubblico; b) Organismi d’investimento collettivo del risparmio; c) Forme di previdenza complementare nonché enti di previdenza obbligatoria; d) Imprese di assicurazione, limitatamente agli investimenti destinati alla copertura delle riserve tecniche; e) Intermediari bancari e finanziari assoggettati a forme di vigilanza prudenziale ed altri soggetti analoghi.
Se consideriamo la debolezza della “Finanza di progetto” nel nostro Paese e il modo sistematico con cui sono crollati tutti i Piani economici e finanziari per progetti e grandi opere, non si ritiene davvero opportuna questa misura, che allenta ulteriormente l’individuazione, e quindi la definizione dei requisiti e delle garanzie in materia di project financing.
Regolamento Unico da varare entro 180 giorni 
Il decreto legge 32 stabilisce che entro 180 giorni venga emanato un Regolamento unico (art. 216, comma 27-octies) di attuazione delle modifiche introdotte che per diverse materie avrebbero dovuti essere resi dall’ANAC. Addio quindi alla soft law del Codice appalti, si ridimensiona il ruolo di ANAC e si torna al Regolamento unico tanto criticato del Codice appalti del 2006 del governo Berlusconi.
La norma inoltre prevede che il vecchio sistema di linee guida e regolamenti attuativi resti in piedi fino all’arrivo del nuovo Regolamento, da varare entro 180 giorni dal decreto. Qui c’è il rischio concreto di lasciare le stazioni appaltanti e imprese senza chiari riferimenti per i prossimi mesi e quindi frenando di fatto i bandi di gara invece di sbloccare i cantieri.
Tornano i Commissari straordinari
Per sbloccare le opere e si rafforza, invece di essere definitivamente eliminata, la Legge Obiettivo, tornano ora i commissari straordinari ad hoc.
Il Decreto Legge 32/2019 all’articolo 4 re-istituisce la figura dei Commissari governativi straordinari per gli interventi infrastrutturali ritenuti prioritari (le “infrastrutture strategiche del vecchio Codice Appalti, Dlgs n. 163/2006). E si consente agli stessi Commissari di procedere in deroga alla normativa vigente sui beni culturali e paesaggistici, passati 60 giorni, nel caso che le autorità competenti non si siano pronunciate, di dimezzare i tempi dei procedimenti di Valutazione di impatto ambientale e della contestuale Valutazione di Incidenza.
Ora, non si può che rilevare come richiamare e rilanciare la pratica del “silenzio/assenso” anche in relazione ai nulla osta relativi ai beni paesaggistici culturali rientri in un vecchio armamentario che si riteneva superato.Come anche la pratica di comprimere da 60 a 30 giorni il termine perché i cittadini possano esercitare il loro diritto alla partecipazione, avendo il tempo necessario per poter redigere proprie osservazioni, proprio su quelle grandi opere che hanno maggiore impatto ambientale, sociale ed economico.
WWF Italia, Kyoto Club e Legambiente, hanno sempre criticato, facendo riferimento al quindicennio di disastrosa applicazione della Legge Obiettivo, come le procedure accelerate e semplificate per le grandi opere abbiano prodotto progetti di scarsa qualità, mal realizzate a scapito della tutela dei beni paesaggistici, culturali e ambientali
Sarebbe necessario non solo eliminare questo articolo 4 dal presente decreto, ma superare in modo definitivo la Legge Obiettivo, che il Codice appalti del 2016 superava sul piano normativo, ma poi consentiva un lungo regime transitorio ancora oggi presente sulle opere ancora in corso di progettazione e decisione.
Ricostruzione post terremoto, avanti senza gara
In relazione alla ricostruzione post sisma ” per la ricostruzione privata” nel Centro Italia, i decreto cancella la procedura negoziata con almeno tre imprese: non sarà più obbligatorio mettere a confronto almeno tre preventivi ma si potrà affidare l’appalto privato direttamente all’impresa.
Ulteriore novità è prevista dal Decreto 32 nei servizi di progettazione per le stesse aree. Il sistema dell’aggiudicazione al massimo ribasso, previa procedura negoziata con consultazione di almeno dieci professionisti, viene esteso ai servizi tecnici e per l’elaborazione degli atti di pianificazione e programmazione urbanistica per importi sotto-soglia.
Anche in questo caso, dunque, la giusta esigenza di procedere rapidamente alla ricostruzione post terremoto del Centro Italia, viene risolta aumentando la trattativa privata nei lavori e nella progettazione, senza introdurre alcun contrappeso di controllo pubblico su queste procedure, che non dimentichiamo hanno spesso indotto comportamenti illeciti e fenomeni di concussione e corruzione in lavori analoghi di ricostruzione.
Interventi di rigenerazione urbana in deroga
Con la modifica previste dall’art. 5 del decreto legge n. 32/2019 (AS N. 1248) all’articolo 2-bis del DPR n. 380/2001, si introduce una norma pericolosa negli effetti diretti e generalizzati che puòprovocare norme arlecchino nelle diverse Regioni italiane, per gli interventi di rigenerazione urbana.
In questi anni è stato chiesto da parte di costruttori e architetti di ridurre i limiti normativi sulla distanza tra fabbricati stabilite dal decreto del ministro dei Lavori pubblici n. 1444/1968, con la ragione che appaiono spesso troppo ampie (portando a strade e spazi pubblici fuori scala) e che non esiste più un rischio di speculazione edilizia ma semmai un’esigenza contraria di avere progetti che valorizzino la densità in particolare nelle aree già edificate e accessibili con i mezzi pubblici, per contenere il consumo di suolo. Questa esigenza è certamente condivisibile in linea generale.
La proposta di modifica prevista all’articolo 5 appare però sbagliata per diverse ragioni. Innanzitutto perché trasferisce alle Regioni la potestà di emanare norme e/o regolamenti che superino l’ordinamento e gli standard nazionali e di definire discipline differenziate in piena autonoma, senza riferimenti chiari. E poi perchè l’unica soluzione individuata è una deroga agli standard vigenti.
La proposta appare un evidente compromesso, perché così il Parlamento non si assume la responsabilità di cambiare la norma sugli standard ma lascia decidere alle Regioni. Ma questa soluzione è sbagliata perché i riferimenti su temi così delicati e sulla qualità del costruito, devono essere omogenei su tutto il territorio nazionale e devono davvero indurre, con strumenti innovativi e da scrivere in norma, la riqualificazione delle nostre periferie.

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L'articolo sullo Sblocca cantieri de Il Manifesto. Cliccare sopra per ingrandire.

sabato 20 aprile 2019

SULLA PROPAGANDA, LA MANIPOLAZIONE DELL'INFORMAZIONE, LE FAKE NEWS, UN' INTERVISTA DI IMPULSI AL PROFESSOR MANERI


Il gruppo di IMPULSI-SOSTENIBILITÀ e SOLIDARIETÀ ha pubblicato sul suo blog (https://impulsi-sostenibilitasolidarieta.blogspot.com/) un interessante intervista al prof. Marcello Maneri, docente di sociologia dei media all’Università Bicocca di Milano.
L'intervista ha lo scopo di evidenziare lo spregiudicato uso della propaganda, della manipolazione dell'informazione, della voluta divulgazione  di fake news, della diffusione di stereotipi, della costruzione di un "nemico".
Prende in esame sia i classici mezzi di comunicazione - stampa, radio, televisione - sia i social network.
Riprendiamo qui integralmente il lavoro prodotto da IMPULSI - SOSTENIBILITÀ e SOLIDARIETÀ.
Intervista interessante, da leggere nella sua completezza per comprendere appieno i meccanismi di manipolazione utilizzati per creare consenso.


L'originale lo puoi leggere anche su:
https://impulsi-sostenibilitasolidarieta.blogspot.com/2019/04/la-propaganda-ai-tempi-dei-mass-media-e.html