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La Meda e la Brianza che amiamo e che vogliamo tutelare

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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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martedì 5 giugno 2018

IL RINGHIO RAZZISTA DI UN MINISTRO CHE NON VUOL VEDERE LE REALTA' DI SFRUTTAMENTO E NEGAZIONE DELLA DIGNITA' UMANA


Nel paese dell'ipocrisia, un ministro, non degno di tale carica, ogni giorno, in continua campagna elettorale, si scaglia costantemente contro migranti, richiedenti asilo e profughi, bollandoli come soggetti non desiderati e sproloquiando di "pacchia finita" per loro.

Così, mentre in molte aree di quest'Italia chi proviene da altri Paesi e cerca un lavoro, è spesso sottoposto a sfruttamento, negazione della dignità umana e intimidazioni, lo stesso ministro non spende nemmeno una parola per Soumayla Sacko, un ragazzo del Mali, un attivista sindacale dellUSB, ucciso a fucilate in una zona del Paese dove alcuni "italianissimi" con contorno di organizzazioni criminali, tengono ostaggio i migranti, forza lavoro a bassissimo costo, ipersfruttata e continuamente ricattabile.

La rabbia degli schiavi,

sciopero e corteo ricordando Soumayla

Cronache di ordinario razzismo. La protesta dei migranti della Piana di Gioia Tauro dopo l’omicidio del sindacalista maliano ucciso domenica a fucilate. Gli amici del 29enne del Mali parlano «omicidio razzista». La pista delle ’ndrine

SAN FERDINANDO (RC)
«Al campo di San Ferdinando la notte di domenica è stata di mestizia e rabbia. 
I maliani volevano sfogare la loro inquietudine. Hanno acceso qualche copertone ed eretto qualche estemporanea barricata di cartone. Nulla più. 
Quanto basta, tuttavia, per allertare il Viminale che di notte ha cinto la tendopoli di uno spropositato plotone di militari. Si temevano tumulti. 
Nulla di più esagerato. 
LA GIORNATA DI IERI È STATA quella del ricordo e della lotta. Uno sciopero dei braccianti, indetto dalla Usb, e, a seguire, un’assemblea che si è poi trasformata in un pacifico corteo direzione municipio. Il dolce viso di Soumayla Sacko restava impresso nei tanti cartelli che i suoi amici hanno impugnato nel lungo percorso di 5 km che dalla zona industriale porta nel centro del paese. San Calogero, il luogo dell’agguato, invece, sta altrove. Lontano 20 km, un’ora di cammino e in un’altra provincia, Vibo Valentia.

ALL’EX FORNACE, «La tranquilla», la fabbrica dismessa, abbandonata e posta sotto sequestro perché divenuta sede di stoccaggio di tonnellate di rifiuti tossici, Soumayla Sacko era andato insieme ad altri due braccianti per prendere un po’ di lamiere. Servivano per costruire una baracca nella favela di San Ferdinando. Non per lui ma per un altro raccoglitore maliano. Era anche questo Soumayla, un generoso che aiutava tutti. In prima linea nelle mobilitazioni, era alla testa del corteo per Becky Moses, la nigeriana arsa viva nel tragico rogo di qualche mese fa. A queste latitudini, ormai, le tragedie sono rituali. A cadenza continua ci sono stati morti per assideramento, per denutrizione, per incendi dolosi. Ora per fucilate con armi da caccia grossa, di quelle usate per ammazzare i cinghiali. Probabilmente per mano delle ‘ndrine.

SOUMAYLA, 29 ANNI, è stato freddato in pieno giorno nella campagna vibonese davanti a quella fabbrica maledetta. E così, Soumayla sarà nei prossimi giorni «rimpatriato», ma in una bara, destinazione Bamoko. Ad attendere la salma, una bimba di 5 anni e una compagna di 30. «Poteva essere una strage e solo per caso non ci hanno rimesso la vita Madiheri Drame e Madoufoune Fofana. E non ci vengano a dire, come qualcuno ha provato a fare, che si è trattato di un furto visto che si trattava di un luogo abbandonato. E’ stato un agguato premeditato e xenofobo», dice Giuseppe Tiano, del movimento antirazzista della Piana. Gli inquirenti non formulano un’ipotesi precisa, ma le indiscrezioni portano alla criminalità organizzata per cui Soumalya potrebbe aver pagato una «invasione di campo». Il procuratore di Vibo, Bruno Giordano, da poco a capo degli inquirenti vibonesi (prima era a Paola e istruì la pratica sulle navi dei veleni), conferma: «In zona avevamo ricevuto diverse segnalazioni. Più di qualcuno era infastidito dalla presenza dei migranti».

D’ALTRONDE, meno di un anno fa, i carabinieri gioiesi avevano arrestato quattro ragazzi per una lunga serie di aggressioni. Di sera andavano a caccia di neri. Salivano su una Fiat Punto e iniziavano la ronda con i bastoni sotto ai sedili. Stavolta la macchina è una Alfetta, non ci sono bastoni ma una lupara. Ieri, la reazione dei migranti è stata ferma. «Non era un terrorista, non era un criminale, non aveva armi e gli hanno sparato alla testa come una bestia» dice Idris, ivoriano di 40 anni, amico della vittima.

I RAGAZZI IN CORTEO SONO tutti regolari ma vivono una condizione di lavoro irregolare schiavistico. Come braccianti, secondo il contratto nazionale di lavoro, avrebbero diritto ad un alloggio. I più sono invece costretti a vivere nella tendopoli, rinata come una brutta fenice dalle ceneri del vecchio insediamento andato a fuoco. «Bisognerebbe dare le case sfitte a questi lavoratori – s’infervora Maria Francesca D’Agostino, professoressa all’Unical ed esperta di migrazioni – e invece proliferano i megacampi. Il sindaco ci ha avvertiti che nei prossimi mesi sgombereranno la tendopoli. Ma cosa ne sarà di questi lavoratori quando in autunno torneranno per la raccolta delle arance? Le istituzioni procedono in ordine sparso. E’ tutto improvvisato. Dopo la morte di Becky non è cambiato nulla. I braccianti sono costretti a restare perchè in attesa del rinnovo della questura di Gioia e sono domiciliati qui a San Ferdinando, altri sono in attesa di ricorrere contro i dinieghi delle commissioni. Ma c’è anche una responsabilità politica e non solo del Viminale.

Grave è il comportamento della regione Calabria e del presidente Oliverio che avrebbero piena competenza ad attuare politiche di inclusione e invece non fanno nulla. Avrebbero fondi comunitari da investire ma preferiscono le passerelle per le inaugurazioni delle tendopoli». Soumayla viveva proprio nel nuovo campo, la soluzione «temporanea» in attesa di dare il via ai progetti di accoglienza diffusa. Che non si sono mai visti. Il corteo non è imponente perchè non è alta stagione. La manodopera bracciantile in perenne transumanza nelle campagne meridionali ora si è spostata nel foggiano e nell’agro nocerino. «Ci hanno comunicato che in Puglia 2mila raccoglitori hanno incrociato le braccia in onore di Soumalya. Lo sciopero è riuscito» grida al microfono Aboubakar Soumaulo, il leader dei braccianti. La rabbia è contro i giornalisti e organi istituzionali che avevano derubricato il fatto a furtarello di lamiere. Quasi che se la fossero andata a cercare.

«CHI TOCCA UNO, tocca tutti», «mai più schiavi», urlano in corteo. C’è chi porta un mazzo di fiori rossi, chi un drappo bianco in segno di lutto, sono quasi tutti ragazzi giovani, sotto i 40 anni, alcuni indossano magliette di squadre di calcio , un melting pot che trasuda angoscia e disperazione. «Questi lavoratori sono trattati in condizioni disumane, contro le regole, con salari da fame. Le istituzioni proteggono questo sistema – spiega Guido Lutrario – dell’esecutivo nazionale Usb – Queste persone non sono illegali piuttosto sono vittime di illegalità». È quanto andrà a reclamare una delegazione ricevuta dal questore di Reggio Calabria. Al termine, nel primo pomeriggio, il corteo si scioglie, i migranti defluiscono e ritornano nel campo. «La pacchia è finita, ma per il ministro Salvini» dicono mentre vanno via. 

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Dello sfruttamento ce ne siamo occupati anche su:

IMMIGRATI: SFRUTTAMENTO E CAPORALATO

sabato 18 giugno 2016

A BOVISIO UN INCONTRO SULLA PSICOLOGIA DELLE MAFIE

Iniziativa molto interessante quella organizzata il 16-06-2016 dal Comune di Bovisio Masciago in collaborazione con BrianzaSiCura sulla Psicologia delle Mafie con il Prof. Antonino Giorgi, psicologo, psicoterapeuta, gruppoanalista e criminologo dell'Università Cattolica di Brescia. Presente anche il nostro Consigliere Comunale che partecipa al coordinamento BrianzaSiCura
Il Prof. Giorgi ha parlato del psicologia delle organizzazioni criminali di stampo mafioso "cosa nostra" e 'ndrangheta che, strutturate a carattere famigliare, si differenziano dalla camorra e dalla sacra corona unita.

Molti i concetti e le informazioni che qui riprendiamo in forma sintetica cercando di riportarne il più fedelmente possibile i contenuti e scusandoci in primis con il relatore per qualche imprecisione o approssimazione.
Focus in particolare su ciò che è la psicologia della 'ndranghera con meccanismi di onnipotenza e di annullamento dell'io, sostituito con il "noi" d'appartenenza indissolubile all'organizzazione criminale con totale devozione, nessun cedimento psicologico, anaffettività, distacco dall'umanità e dalle emozioni e assenza di senso di colpa per le azioni criminali compiute, compresi i molteplici omicidi.
Ad un affiliato non spaventa nemmeno il carcere se la detenzione comporta la possibilità di ricomporre e applicare le stesse dinamiche di controllo territoriale ed esiste una prospettiva di rimessa in libertà. Il carcere aumenta il prestigio del soggetto.
Cosa nostra e 'ndrangheta sono organizzazioni criminali configurate su base della famiglia parentale e pertanto hanno  nella loro "tradizione" un fondamentalismo psichico che coinvolge tutti i famigliari, compresi figli e figlie definiti "giovane d'onore" e "sorella d'omertà" in una situazione di condizionamento e di predestinazione. 
Così anche la donna, se interna ad una famiglia di 'ndrangheta, crescerà figli e figlie secondo i principi della 'ndrangheta perchè questo è il ruolo previsto per lei dalle regole della 'ndrangheta.
Su quest'aspetto è stato evidenziato come stia ottenendo risultati l'allontanamento dei figli dalle famiglie mafiose deciso con più provvedimenti dal Presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria, Roberto Di Bella in accordo con la Procura Generale.
La 'ndrangheta non tollera atteggiamenti "difformi" di affiliati e di famigliari. I diversi sono puniti. Il rifiuto di un matrimonio combinato, l'uso di sostanze, l'omosessualità sono puniti perchè indeboliscono la rispettabilità dell'organizzazione.
Per raggiungere i loro scopi, le mafie "producono paranoia" bloccando la capacità di relazioni e rompendo i legami sociali. 
Chi è vittima delle mafie, non si fida più di nessuno e ha pertanto difficoltà a denunciare, anche perchè la protezione e l'assistenza fornita dallo Stato spesso è incompleta per chi si è ritrovato la propria esistenza a pezzi. 
Ogni vittima di mafia, vivendo di angoscia necessita di un attento, approfondito e mirato livello di assistenza e supporto psicologico.
L'organizzazione vede tre categorie d'atteggiamento nel mondo a lei esterno:
il contrasto (alle sue attività); il contrasto onorato (quello di elementi esterni all'organizzazione ma che sono a volte strumentalmente utilizzabili); l'infame (il collaboratore di giustizia).
I "collaboratori di giustizia" (rari nel caso della 'ndrangheta) vengono sovente erroneamente definiti come "pentiti" ma in realtà proprio per l'essenza della 'ndrangheta, non si sono pentiti di nulla e rimangono, rispetto ai reati compiuti, comunque nella mentalità dell'organizzazione sul piano psichico. In genere la loro collaborazione è spinta dalla presenza di figure femminili esterne però alla famiglia 'ndranghetista.
Anche i collaboratori di giustizia vengono supportati psicologicamente perchè in loro si registrano pulsioni suicide determinate da crisi d'identità.

Rispetto al controllo del territorio laddove è insediata, esiste per la 'ndrangheta il principio di omogeneizzazione geografica cioè una corrispondenza ed equivalenza esatta di spartizione tra le aree di controllo in terra di provenienza e quelle in terra di colonizzazione. Tra le terre colonizzate, la Lombardia è definita come "la provincia".
Per la 'ndrangheta non esiste preferenza politica ma solo convenienza nella scelta degli interlocutori. Sconfinando su aspetti di cronaca, le organizzazioni criminali di stampo mafioso usano sistemi d'insediamento, d'inserimento, di taglieggiamento, di riciclaggio perfettamente al passo con le specificità del territorio e dell'economia, con appoggi e connivenze di alto livello di professionalità.
In questo pesante panorama risulta importante per il Prof Giorgi che l'antimafia sia fatta con il "noi" collettivo e non con l'io narcisista, che ci sia una formazione e un supporto psicologico adeguato per gli operatori di prima linea e che si lavori costantemente per desertificare e rimuovere dal territorio le condizioni (tra le quali l'indifferenza e il negazionismo) che sono alimento per l'insediamento delle mafie.
Diventa fondamentale un motivato lavoro di gruppo così come sono importanti  interventi calibrati di formazione per gli amministratori, i docenti, i ragazzi e le ragazze nelle scuole.
Si deve utilizzare il metodo della "memoria viva" e non cristallizzata o stereotipata, si deve differenziare quella che è delinquenza comune e quella che è mafia per evitare di costruire azioni preventive errate.

Quello del 16 giugno è stato un momento che sarebbe opportuno replicare ed estendere in un pacchetto formativo a tutti gli amministratori.

Sotto, un intervista a Giorgi ove si riprendono molti dei concetti espressi nella serata di Bovisio Masciago.

domenica 1 maggio 2016

MEDA: IN CC UN ORDINE DEL GIORNO PER L'ADESIONE A BRIANZASICURA



In Brianza, una serie di inchieste della Magistratura (Infinito nel 2010,  Bagliore nel 2011, Ulisse nel 2012, Briantenopea nel 2013, Tibet nel 2014, Quadrifoglio nel 2014, DiscoItalia nel 2016, Crociata nel 2016) ha definitivamente scoperchiato il verminaio degli "affari" della criminalità organizzata di stampo mafioso anche nel nostro territorio.
Una situazione che si sta rivelando grave, con una vera e propria "colonizzazione" da parte delle mafie che utilizzano metodi da "colletti bianchi" inserendosi nel tessuto economico, sociale e produttivo, godendo anche di connivenze politiche e, spesso, di un atteggiamento tendente a rimuovere o a minimizzare questo agire criminale.
Per cercare di alzare il livello di guardia è stato creato in provincia di MB un coordinamento denominato BrianzaSiCura (sito web http://brianzasicura.altervista.org/).
BrianzSiCura è un coordinamento di Amministrazioni (attualmente aderiscono 11 Comuni), Consiglieri Comunali, rappresentanti di Associazioni e singoli cittadini che si pone l'obbiettivo del contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso e alla corruzione proponendo un'attività intercomunale di formazione, sensibilizzazione e un'azione politica e culturale.

Il giorno 20-4-016 a Meda, in conferenza Capigruppo è stata presentata, discussa e controfirmata da tutti i capigruppo (Sinistra e Ambiente, Lista con Buraschi per Meda, Meda per Tutti, Lega Nord, Partito Democratico e PdL) la richiesta di inserimento di un OdG nel primo Consiglio Comunale utile, per l'adesione del Comune di Meda al Manifesto di BrianzaSiCura.

Ai lavori di BrianzaSiCura partecipa attivamente anche il Consigliere Comunale di Sinistra e Ambiente che in sede di Capigruppo ha chiesto esplicitamente che l'adesione non sia un puro atto formale ma che vi sia un impegno reale sia dell'amministrazione sia dei consiglieri nell'attività e nelle iniziative di BrianzaSiCura.

Il documento finale unitario per l'OdG di Consiglio Comunale riassume brevemente l'attività di BrianzaSiCura e il correlato Manifesto.

lunedì 10 marzo 2014

GLI "AFFARI" DELLA 'NDRANGHETA IN BRIANZA


In questi giorni, sono stati numerosi gli articoli di giornali sul'operazione "Tibet" contro la 'ndrangheta in Brianza. Nella foto la conferenza stampa del PM Ilda Boccassini e dei suoi collaboratori.
Via via emergono particolari che mostrano sempre più quelli che erano gli "investimenti" della criminalità organizzata con riciclaggio a mezzo trasferimenti di capitali in Svizzera e a S.Marino e con acquisizioni di società.
A Milano, sono state sequestrate le quote di una società che gestiva un asilo nido a Seveso.
Ne parla un articolo specifico del Corriere della Sera che vi alleghiamo.

Il cartello del cantiere ex Mascheroni
(foto tratta da Medinforma)
Sempre nell'inchiesta, vedi in proposito l'articolo de Il Cittadino allegato, emergono le responsabilità di una persona del mondo della politica (ex consigliere comunale FI a Cesano Maderno) e con rapporti anche con le società di Ponzoni.
Si tratta di Domenico Zema, che risulta pure come coordinatore della progettazione e dei lavori nei due cantieri dei PII di Meda riconducibili alle ex società di Ponzoni (ex palazzo Mascheroni e ex area Baserga).



Le società riconducibili al gruppo degli arrestati nell'operazione Tibet (da il Giornale di seregno)

martedì 4 marzo 2014

SUCCEDE IN BRIANZA: 'NDRANGHETA E AFFARI CON UNA "BANCA" CLANDESTINA A SEVESO



Di nuovo, di nuovo una retata contro la 'ndrangheta in Brianza. Una 'ndrangheta che fa affari d'oro proprio da noi, riciclando denaro di provenienza illecita offrendo pure un vero e proprio "servizio" anche a imprenditori pronti ad utilizzare questo canale per evadere il fisco. Non manca poi l'aspetto di "investimenti" in aziende e di infiltrazioni nel settore edilizio e ........... i contatti con la politica.
Sotto, quanto uscito sulla stampa.

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05/03/014  da MBNews

Massimo Ponzoni “aiutato” da un uomo del ‘Ndrangheta: parola del boss banchiere

Massimo Ponzoni "aiutato" da un uomo del 'Ndrangheta: parola del boss banchiere
C’è il nome di Massimo Ponzoni nelle intercettazioni tra il boss banchiere della Ndrangheta della locale di Desio Giuseppe Pensabene e un suo sottoposto. A pagina 112 dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Milano il 4 marzo scorso nei confronti degli ultimi 33 esponenti della Locale di Desio rimasti fuori dalla maxi inchiesta Infinito, Pensabene nel 2010 alla vigilia delle operazioni Crimine e Infinito parla in auto con l’amico. L’argomento è Tino Zema, arrestato nel 2000 dai Ros di Reggio Calabria nell’ambito di un’inchiesta sulla cosca di Melito Porto Salvo degli Iamonte. Zema ai tempi era stato assessore all’Urbanistica di Cesano Maderno. Poi aveva lasciato la politica per darsi alle costruzioni edili ma ultimamente, dopo il carcere, aveva iniziato ad avere un declino politico e finanziario. Pensabene spiega così la vicenda. Scardino chiede: «Ma è in difficoltà Tino Zema?» Pensabene risponde: «Ti racconto brevemente la vita di Zema. Lui era una persona importante in zona, ma l’hanno bruciato, la magistratura siccome i parenti, quello là, il suocero era il capo qui di Desio…». «A livello di costruzioni?» «No, a livello di tutto, i fratelli sono i Moscato, parenti degli Iamonte. Insomma l’hanno arrestato e l’hanno bruciato. eppure lui ha portato una persona al vertice, uno che è oggi al vertice qua e si chiama…questo qua è il braccio destro di Formigoni…aspetta Ponzoni Ponzoni si chiama Massimo Ponzoni…lo ha appoggiato forte Zema, tutte le amicizie sue, i voti suoi, glieli ha dati tutti a questo Ponzoni, poi hanno litigato e…». Una circostanza che nella prima indagine Infinito era stata richiamata in altre intercettazioni che, tuttavia, a livello processuale non hanno avuto seguito. Nel resto dell’ordinanza, comunque, si comprende bene come i “sopravvissuti” ad Infinito nella zona di Desio, Pensabene in testa, abbiano continuato ad operare in traffici meno vicini alla politica, e più sofisticati. Primo tra tutti il prestito del denaro ad usura agli imprenditori in difficoltà con la ormai famosa “banca” del nero organizzata a Seveso e di cui Pensabene era il “presidente”.

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04/03/014


Da Repubblica.it
 
Milano, scoperta la banca della 'ndrangheta: 
riciclava il denaro degli imprenditori, 34 arresti

Dalle carte dell'indagine, coordinata dall'aggiunto Ilda Boccassini, emerge una 'nuova mafia' che spara poco e tratta molto con il mondo produttivo. L'intercettazione: "Il capo è come la banca d'Italia"

di PIERO COLAPRICO

4 marzo 2014

E' una retata anti-ndrangheta che sembra avere aspetti incredibili. La squadra Mobile di Milano ha chiuso - queste le prime indiscrezioni - una specie di 'banca autonoma' della 'ndrangheta. Era a Seveso (in provincia di Monza e Brianza) ed era gestita da un'organizzazione capace sia di riciclare con facilità il denaro di imprenditori che volevano evadere il fisco, sia di prestare soldi e di reinvestire in aziende sane. Gli ordini di cattura riguardano 34 persone.

"Come la banca d'Italia". Il perno sul quale ruota l'indagine è Giuseppe Pensabene, ex soldato della famiglia Imerti nella guerra di 'ndrangheta, diventato però al Nord un usuraio-ragioniere, capace di tenere a freno le armi e usare la testa. In un'intercettazione viene definito "come la banca d'Italia" ed era anche il reggente della Locale di Desio, il clan in larga parte sgominato dall'inchiesta Infinito. L'espressione viene ripresa anche dal gip Simone Luerti che nell'ordinanza di custodia cautelare scrive di Pensabene e del suo gruppo criminale: "Hanno operato come una vera e propria banca clandestina".

Imprenditori collusi. 
Coinvolto, e non è la prima volta, il mondo delle attività produttive: già un anno fa Boccassini aveva lanciato un avvertimento in questo senso. Una decina sarebbero, infatti, gli imprenditori arrestati, proprio con l'accusa di riciclaggio o di concorso in associazione mafiosa. Come sinora non hanno parlato loro, così nessuna denuncia è stata presentata da altri imprenditori o commercianti vittime di usura: alcuni si erano messi al servizio del clan. Sembra anche che, per la prima volta in maniera così vasta, ci siano sequestri preventivi di beni mobili e immobili del valore di alcune decine di milioni di euro, sia in Lombardia che in Calabria, ai danni delle persone finite nell'inchiesta firmata dai magistrati D'Amico e Ilda Boccassini. Nell'ordinanza del gip Luerti è citata un'intercettazine di Pensabene nella quale il boss spiega che è necessario infiltrarsi "come polipi" che "si devono agganciare dappertutto, i tentacoli devono arrivare dappertutto, ci sono le condizioni per poterlo fare". Secondo il giudice questa frase dimostra "come l'associazione mafiosa" aveva cercato anche e soprattutto di penetrare nel tessuto economico per gestire e controllare le più svariate attività e aggiudicarsi appalti e lavori pubblici nei settori edilizio, dei trasporti della nautica e delle energie rinnovabili.

Il meccanismo della frode al fisco. A servirsi della sua banca clandestina con addentellati anche all'estero (in Svizzera e nella Repubblica di San Marino) erano numerosi imprenditori incensurati. Alcuni si sono rivolti al clan con questo schema: emettevano assegni alle sue società e, in cambio di una percentuale del 5 per cento, riavevano indietro il denaro contante. Facevano, cioè, figurare spese corpose, ma inesistenti nella realtà, per frodare il fisco. Lo stesso sistema, in piccolo, della frode sulla compravendita dei diritti televisivi che ha visto condannare Silvio Berlusconi. Nessuna denuncia è stata presentata da altri imprenditori o commercianti vittime di usura: alcuni si erano messi al servizio del clan.

"Nuova mafia". 
Il gip, dopo aver letto le intercettazioni, parla di "nuova mafia". I reati contestati, che vanno dall'associazione mafiosa, al concorso esterno in associazione mafiosa, dal riciclaggio all'esercizio abusivo del credito, dall'usura alle estorsioni, dal contrabbando all'interposizione fittizia di società e di beni immobili, mostrano sì la violenza di qualche pestaggio, e raccontano di armi nascoste, ma spiegano soprattutto come l'omicidio sia visto ormai come l'estrema e dannosa soluzione. "Non è che manca chi deve andare a sparare, non è che il problema è solamente sparare, le conseguenze sono dopo", dice Pensabene, che spesso viene chiamato per mettere pace tra clan, tra vari estorsori, tra chi si contende il potere della mala.

Gli uffici postali. Se i luoghi di ritrovo del clan sono un bar di Bovisio Masciago, o un locale a Seveso che loro stessi chiamano "il Tugurio" (è qui che sono state piazzate le microspie, è qui che si vedono i criminali contare i soldi), bisogna però considerare che i boss mantenevano un alto tenore. Ma, tra gli aspetti inediti di questo blitz, c'è il rapporto dei clan con le Poste. In queste ore stanno finendo nei guai alcuni dirigenti di uffici postali della Brianza: in barba a qualsiasi normativa, consegnavano agli imprenditori-usurai-banchieri anche centomila euro alla volta, in contanti. Il vorticoso giro di denaro ha lasciato numerose tracce, si parla di un impiegato corrotto (ma non è stato identificato) mentre il direttore e il vicedirettore dell'ufficio postale di Paderno Dugnano definiti "a disposizione delle cosche" sono finiti agli arresti domiciliari.

La Spal, il Genoa e la Nocerina. Secondo le prime indiscrezioni, nel "tugurio" si è presentato, a nome della Spal, società calcistica, Giambortolo Pozzi, direttore generale, chiedendo soldi e parlando di un prestito di 100mila euro già concesso: era il 2011, la Spal di lì a poco sarebbe stata ceduta. Anche il vicepresidente esecutivo del Genoa ed ex presidente del Varese, Antonio Rosati, è coinvolto nell'inchiesta. Il gip scrive che Rosati risulta "in rapporti di affari con Pensabene" e lo cita come un imprenditore "con il quale l'associazione mafiosa concordava di operare alcune speculazioni edilizie". Vittima dell'usura, invece, Giuseppe De Marinis, uno dei responsabili della società Mexoil e che è stato in passato presidente della Nocerina, che avrebbe subito un violento pestaggio per un debito usurario da parte degli uomini del clan. Nell'ordinanza del gip si legge che a De Marinis sarebbe stata causata una "lesione grave come il distacco della retina ad un occhio".

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Da Il Giorno
'Ndrangheta in Lombardia: 40 arresti.
Banca clandestina a Seveso: 
giro d'affari da centinaia milioni di euro

Maxi operazione della Polizia di Stato, 40 arresti. Nella banca clandestina venivano riciclati i proventi delle estorsioni e dell'usura, grazie ad un'ampia rete di società ma anche alla collusione di imprenditori e di impiegati postali e bancari. Gli arrestati sono dei presunti appartenenti alla 'Ndrangheta operanti in Lombardia che avevano assunto anche la reggenza della "locale" di Desio.

Milano, 4 marzo 2014 -

'Ndrangheta in Lombardia, blitz in Brianza. La Polizia di Stato di Milano, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ha eseguito numerosi arresti nei confronti di appartenenti alla ‘ndrangheta operante in Lombardia, e in particolare in Brianza. Eseguiti anche sequestri di beni (mobili, immobili e società) del valore di decine di milioni disposti dal gip del Tribunale di Milano, oltre a decine di perquisizioni.

L'inchiesta ha portato all'emissione di ordinanze a carico di 40 persone (21 in carcere e 19 ai domiciliari). Gli investigatori hanno scoperto a Seveso (Monza e Brianza) una vera e propria "banca clandestina", in cui venivano riciclati i proventi delle estorsioni e dell'usura, grazie ad un'ampia rete di società ma anche alla collusione di imprenditori e di impiegati postali e bancari. Gli arrestati sono dei presunti appartenenti alla 'Ndrangheta operanti in Lombardia che avevano assunto anche la reggenza della 'locale' di Desio. (Le immagini dell'operazione)

LA BANCA CLANDESTINA - Giuseppe Pensabene (presunto capo del clan) e il suo gruppo criminale, spiega il gip, ''hanno operato come una vera e propria banca clandestina''. Si faceva chiamare "Banca d'Italia", a Seveso, attraverso cui riciclare denaro sporco, non solo esportandolo in Svizzera e San Marino ma venivano anche reimpiegati dall'organizzazione attraverso l'acquisizione di attività economiche nel settore edilizio, negli appalti e nei lavori pubblici, nei trasporti, nella nautica, nelle energie rinnovabili e nella ristorazione. Secondo gli inquirenti, i membri dell'organizzazione avevano anche organizzato una raccolta di denaro per sostenere i familiari di 'ndranghetisti detenuti.

IL SILENZIO DEGLI IMPRENDITORI - "Nessuno degli imprenditori o commercianti vittima di usura ha mai presentato denunzia all’autorità giudiziaria’’. L’omertà degli imprenditori, spiega il giudice, "si spiega chiaramente se si tiene conto della strategia intimidatoria tipicamente mafiosa, a volte esplicita e sfociata in concrete condotte estorsive, a volte più sottile ed implicita, esercitata dall’associazione mafiosa nei loro riguardi, strategia che ha determinato chiaramente un diffuso clima di soggezione e di omertà per i debitori usurati ed intimiditi’’.In altre parole, osserva il gip, "la presente indagine che si inserisce e costituisce integrazione e sviluppo delle altre rilevanti indagini dirette dalla Dda di Milano sul fenomeno della ‘ndrangheta lombarda rende evidente come tale struttura criminale essenzialmente unitaria risulti essersi infiltrata’’ in taluni settori "strategici della economia nazionale".

PENSABENE E I VOTI - Domenico Zema, ex assessore in un comune della Brianza e uno dei presunti capi della locale di 'ndrangheta di Desio, avrebbe portato ''voti'' a favore dell'ex assessore regionale lombardo Massimo Ponzoni. Lo sostiene in una telefonata intercettata il presunto boss Giuseppe Pensabene. Stando a quanto riferito dall'agenzia Ansa, in una intercettazione ambientale dell'aprile 2010, parlando con un presunto affiliato alla cosca e riferendosi a Zema diceva: "...Ponzoni, Ponzoni ... Lo ha appoggiato forte Zema tutte le amicizie sue, i voti suoi glieli ha dati tutti a questo Ponzoni. Poi hanno litigato''.

ERA CHIAMATO "PAPA" O "SOVRANO" - Dall'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Milano, Simone Luerti, emerge il ruolo preminente di Giuseppe Pensabene. La sua presenza "è costante in tutta l'attivita' di indagine, come ideatore, direttore e gestore delle complesse operazioni finanziarie gestite dal suo gruppo criminale. Non soltanto - si legge ancora - viene chiamato 'capo', o addirittura 'Papa' o 'Sovrano' da alcuni degli appartenenti all'associazione mafiosa, ma le sue decisioni vengono sempre accettate e puntualmente eseguite da tutti gli associati''.

LE INTERCETTAZIONI - Il suo ''ruolo di vertice all'interno della associazione mafiosa'' si e' ancora piu' accentuato ''a seguito della dei 170 arresti colegati all'inchiesta Infinito, che nel luglio 2010 inferse un duro colo alla 'ndrangheta in Lombardia. In una intercettazione del marzo 2012 uno dei presunti affiliati ''commentava - scrive il gip - l'atteggiamento calmo ma inflessibile, da vero capo, usato da Pensabene Giuseppe'' in una telefonata ''dicendo: 'ho detto: il picciotto urla, il sovrano risolve, e fa business nel momento di difficolta'

Pochi giorni dopo, il 6 aprile, era lo stesso Sovrano nel suo ufficio di Seveso a spiegare il metodo da utilizzare: infiltrarsi "come polipi" che "si devono agganciare dappertutto, i tentacoli devono arrivare dappertutto, ci sono le condizioni per poterlo fare". Secondo il giudice Luerti dimostra "come l'associazione mafiosa" guidata da Pensabene aveva cercato anche e soprattutto di penetrare nel tessuto economico per gestire e controllare le piu' svariate attivita' e aggiudicarsi appalti e lavori pubblici nei settori edilizio, dei trasporti della nautica e delle energie rinnovabili.

TENTACOLI A PARABIAGO - In un'altra intercettazione finita agli atti, Giuseppe Pensabene afferma: "Per i soldi sono meglio le Poste". Il boss, infatti, per i suoi traffici preferiva utilizzare conti aperti in uffici postali da aziende vicine alla sua organizzazione. In alcuni casi, il gruppo di Pensabene poteva anche contare sulla complicità di alcuni dipendenti delle Poste, come il direttore e il vicedirettore degli uffici di Parabiago (Milano), entrambi agli arresti domiciliari, che non compilavano mai le dichiarazioni antiriclaggio anche a fronte di prelievi di ingenti somme di denaro.

"Alle poste è meglio perchè possiamo avere subito 100-200mila euro da usare per i nostri affari", dice Pensabene in un'altra conversazione intercettata nel corso delle indagini. A fare notare il fatto che i controlli alle Poste siano stati alle volte meno efficienti sono stati il sostituto Giuseppe D'Amico e il procuratore aggiunto Ilda Boccassini nel corso della conferenza stampa organizzata in questura per presentare l'operazione. "A livello legislativo - ha fatto notare il pm D'Amico - bisogna intervenire perchè Poste Spa è diventata una banca a tutti gli effetti".

ANCHE DIRIGENTI SPORTIVI TRA LE VITTIME DELL'USURA - Ci sono anche il vice presidente esecutivo del Genoa Antonio Rosati (ex presidente del Varese), e il dg della Spal Giambortolo Pozzi tra gli imprenditori finiti nella morsa dell'organizzazione della 'ndrangheta smantellata. Fanno parte di una lunga lista di imprenditori diventati vittime. L'ex presidente della Nocerina è stato addirittura picchiato (lesione alla retina) per indurlo a pagare il debito.

BLITZ ANCHE IN PROVINCIA DI BERGAMO - Tra le persone sottoposte a ordinanza di custodia cautelare in carcere ci sono anche V.C, 41enne nato a Treviglio e residente a Calvenzano, M.M., 49enne calabrese di fatto residente ad Almè, e R.G.S., 30enne nato a Treviglio e residente a Misano Gera d’Adda.

venerdì 10 giugno 2011

Mafia al nord, la verità (tratto da l'Espresso)



Vi proponiamo un coraggioso articolo de L'ESPRESSO 
sulla  Mafia, il malaffare e le collusioni con il mondo politico brianzolo 
(a dispetto di quelli che ....)

 

Mafia al nord, la verità
di Fabrizio Gatti
Nella ricca Brianza, tra Desio, Lissone e Seregno, regnano Tony Pio e il clan Moscato: boss della 'ndrangheta che condizionano la politica, pagano tangenti, ottengono appalti, impongono il pizzo. 
E regolano i conti con il fuoco
(08 giugno 2011)

Povero geometra Perri. Nei bar del paese continuano a parlare di lui e non concedono riposo alla sua reputazione. Va bene per le sue macchine bruciate a Desio davanti a casa. Passi per l'attentato al suo ufficio che quasi vent'anni fa mandò a fuoco villa Tittoni Traversi, il gioiello rimaneggiato nel 1776 dall'architetto Giuseppe Piermarini. Ma l'ultima che gli hanno combinato è da pivelli del crimine. Fare il nome dell'assessore alle Società partecipate della nuovissima Provincia di Monza e Brianza, cioè il suo, tanto da costringerlo alle dimissioni, è una leggerezza da rubagalline.

Rosario Perri, 69 anni, pensionato, incensurato e benestante, deve comunque ringraziare quelle chiacchiere intercettate due anni fa dai carabinieri. Se Candeloro Pio, 47 anni, non ci avesse messo una parola, chissà cosa sarebbe successo al geometra promosso assessore.

A Seregno, il paesone subito dopo Desio lungo la strada che porta a nord, Candeloro Pio ha mascherato il suo nome spiccatamente calabrese. Si fa chiamare Tonino o Tony. Se lo ricordano bene, prima dell'arresto la scorsa estate, di fronte a quello che era il suo Tricky bar, in piazza Liberazione 20, un brutto quartiere alle spalle dell'abbazia dei frati olivetani. Lui fisico asciutto, fronte stempiata, nato a Melito Porto Salvo, Reggio Calabria, e sua moglie, Anna Saladino, nata a Seregno, 42 anni e tanta mondanità. Come quella sera di fine luglio 2009, quando per selezionare le tre candidate brianzole a Miss Italia la moglie di Tony Pio riunisce su un palco davanti al Tricky bar, come scrivono le cronache locali, l'assessore all'Ambiente del Comune, i vertici del Seregno calcio che sta tornando in serie D e sponsor famosi da prima serata tv.

Una vita alla Tony Soprano, il protagonista del celebre serial americano. Solo che non c'è finzione nei territori controllati dai Sopranos della Brianza. Il sangue è vero sangue. La 'ndrangheta è 'ndrangheta. Il cemento è cemento. Arrivare fin qui, attraversare Desio e Seregno vent'anni dopo, è come assaggiare il sapore della sconfitta. Niente a che vedere con l'eleganza antica del centro di Monza, la maestosità della Villa Reale, il parco, il Gran premio di Formula 1.

Il retrobottega del capoluogo della nuova Provincia ti accoglie subito oltre i cantieri per l'interramento della superstrada Milano-Lecco. Appaiono Muggiò, Lissone, Desio, Seregno, Giussano. Una volta erano paesi. Adesso sono incollati come un'unica, orribile periferia. Quindici chilometri senza uno straccio di verde.

La Brianza monzese non esiste più.

E' diventata una distesa di capannoni nuovi e condomini fotocopia di finto lusso. Zone industriali e isole residenziali. Le giunte comunali e la Regione Lombardia hanno lasciato costruireovunque. Centri commerciali e megaparcheggi. Carcasse di cemento prefabbricato da cui pendono striscioni con la scritta "Vendesi". Appartamenti che non trovano compratori. Persiane perennemente chiuse. Si stanno mangiando gli ultimi campi. Gli ultimi filari di bosco. E dove si continua a seminare frumento e orzo, gli agricoltori devono recintare i terreni. Altrimenti la notte entrano i camion e le ruspe per sotterrare i rifiuti industriali. Sono imprese legate alla 'ndrangheta brianzola. Smaltiscono così l'immondizia dell'economia ufficiale. A volte nemmeno la recinzione basta a fermarle. La più grande discarica finora scoperta è ancora lì, sotto sequestro tra Desio e Lissone. Una voragine accanto alla superstrada che d'inverno porta i milanesi a sciare.

Arcore e le feste del lunedì sera nella villa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sono ad appena un quarto d'ora di macchina, al di là della valle del Lambro. Quella mattina di due anni fa in cui salva il geometra Perri, Tony Pio è sulla sua Smart con Natale Marrone, 43 anni, allora vicecoordinatore del Pdl a Desio. «Qua a Desio a quella minchia di Perri la possiamo fare qualche azione o no?», chiede Marrone: «Ha 67 anni, non è che gli devo far del male, però lo devo bloccare, fare dei lavoretti». Tony Pio si fa raccontare i dettagli. «A Desio poi nel 2010 mi serviranno i voti», dice Natale Marrone, «ma adesso invece... io gli ho detto delle cose e lui se ne sbatte. Allora adesso, siccome tu mi stai provando per vedere quanto io sono forte, adesso voglio fargli un'azione. Fargli prendere un po' di paura». Tony Pio ascolta. Alla fine spiega che con Perri non si può fare: «E' appoggiato, Natale, fidati». «Allora tu mi dici che conosci quelli che lo appoggiano ed è gente...». «Di fiducia», conclude il discorso Tony Pio.
Perri e Marrone fanno parte dello stesso partito. Scaramucce tra berluscones. Ma Perri è un pezzo che conta nel Pdl brianzolo. Lui alle prime elezioni per la Provincia di Monza nel 2009 non si candida nemmeno. Il suo nome è scontato. Il presidente Dario Allevi lo prende in giunta a scatola chiusa. Marrone, con la sua richiesta a Tony Pio, è uno dei pochi in Brianza a non conoscere il peso politico del geometra Perri. Una vita passata nel Comune di Desio. Capo dell'ufficio tecnico. Poi presidente del Parco delle Groane. Poi assessoreprovinciale. Una carriera già famosa in zona tra gli anni Ottanta e Novanta.
La casa di Giuseppe Moscato
La casa di Giuseppe Moscato

In contemporanea con quella di Natale Moscato, 67 anni, allora assessore socialista all'Edilizia e all'Urbanistica di Desio. Il fratello di Natale, Giuseppe Moscato, 69 anni, anche lui nato a Melito Porto Salvo, secondo la Procura di Milano che l'estate scorsa l'ha fatto arrestare con i 160 dell'operazione Infinito, sarebbe il capo della potente "locale" della 'ndrangheta. Un altro fratello, Saverio, è morto qualche mese fa a 60 anni. Natale Moscato finisce invece sui giornali nel 1990. Quando si scopre che ospita in casa suo zio. Niente di male. Se non fosse che lo zio, Natale Iamonte, è uno dei mammasantissima della 'ndrangheta nel mondo. E' venuto a Desio dal nipote a scontare il soggiorno obbligato. Natale Moscato, sempre considerato estraneo all'attività dello zio, non dà le dimissioni dal consiglio comunale. Si giustifica con questa breve lettera al Psi: «Se colpa esiste», scrive, «è quella di una famiglia che per innato senso di ospitalità non ha saputo negarsi di fronte al bisogno di aiuto di un parente in difficoltà».

Insieme, i fratelli Moscato, compreso l'imprenditore accusato di essere il capo 'ndrangheta, sono proprietari di una costellazione di almeno 15 società tra la Brianza e Milano: imprese di costruzione, vendita di materiale per l'edilizia, gestione di bar, agenzie immobiliari. Nelle intercettazioni ambientali dell'operazione Infinito, Saverio Moscato parla anche di un Perri: «Prende pure i soldi, Perri. Con cinquemila euro, tutti con la zucca così». E racconta di un altro politico che da Desio ha fatto molta strada: «Ci sono soldi anche per Ponzoni e pago», si confida Moscato con Giuseppe Sgrò, 33 anni, secondo le indagini il porta ordini di Tony Pio: «Quanto vuole, il 10 per cento, to'... I politicanti vedi che sono scemi, si accontentano di diecimila di telefono... Io per Ponzoni l'ultima volta che è andato su ho speso diecimila euro di matite... Omaggio per quando si vota Ponzoni... Ponzoni è con Formigoni culo e camicia. Formigoni muove centinaia di milioni di euro. Vorrei partecipare all'Expo...».

L'attentato a villa Tittoni Traversi nel 1993 archivia per sempre il Psi locale. Mentre il giovanissimo Massimo Ponzoni, 21 anni allora, «nel novembre 1993 è il fondatore del Club di Forza Italia a Desio », come spiega un'altra ordinanza del Tribunale di Milano che descrive l'alleanza tra alcuni imprenditori brianzoli e la 'ndrangheta. In pochi anni Ponzoni va a sedersi alla destra del padre, inteso come il padre politico della Regione Lombardia, il presidente Pdl Roberto Formigoni.

Ora è «consigliere segretario alla presidenza del consiglio regionale», dopo una stagione come assessore alla Polizia locale, assessore alla Qualità dell'ambiente e delegato regionale per la costituzione della Provincia di Monza e Brianza. Va detto che sia Perri sia Ponzoni hanno sempre smentito contatti e intrallazzi con i Sopranos della Brianza. Negli atti di inchiesta sulla 'ndrangheta vengono infatti soltanto nominati da boss e imprenditori che, secondo i due, parlerebbero a vanvera. A metà dicembre 2009 il geometra Rosario Perri è da poco assessore della nuova Provincia. Lo ricordano in molti alla festa natalizia del Pdl brianzolo. Ci sono Ponzoni, Formigoni, 140 invitati e il ministro Mariastella Gelmini, ospite d'onore. Di quella festa un giornale locale, "L'esagono", pubblica un collage di foto. 
Una ritrae Perri con il sindaco leghista di Seregno. 
Abbracciati e sorridenti. Dice la didascalia: «Giacinto Tatone Mariani e il geometra più famoso in Brianza»
Come dire: Lega e Pdl qui sono la stessa cosa. La loro forza è il voto cattolico. Tony Pio, il barista che ha salvato il geometra Perri, non è invece uno che si ispira alla preghiera del Padre nostro. Lui insomma i debiti non li rimette per niente. E nemmeno i crediti. Secondo le indagini, è il "capo società" della 'ndrangheta, cioè il vicario di zona del "capo locale" Giuseppe Moscato. Un giorno gli telefona il proprietario di una ditta di autotrasporti di Meda, Claudio Meroni, 45 anni. «Io adesso vengo giù a prendere i soldi». «Quali soldi?», chiede Tony Pio. «Come quali soldi? Gli assegni». «Adesso ti porto il camion», promette Tony Pio. Claudio Meroni insiste: «Ti porto il camion... Tu fino adesso l'hai usato, quei soldi lì me li devi dare». E Tony Pio risponde da copione: «Ascolta, vedi di non fare il buffone con me che ti spacco le corna... Parla per bene, con me parla signorsì... Se voglio io, vieni giù tu, hai capito?».

Meroni gli propone un incontro al bar di Seregno. Tony Pio gli dice di andare in un parcheggio di camion a Cesano Maderno. E' una trappola. Meroni non si presenta. Tony Pio è furibondo: «Parola d'onore che lo attacco dietro la macchina», dice a un affiliato. Due giorni dopo l'imprenditore chiama il capo società di Seregno. Gli chiede scusa. Vuole sapere se sarà ammazzato: «Mi fai andare a casa o no?». «Tu vai a casa, ci mancherebbe... Ma pensavi di farmi paura, Claudio?». Tony Pio lo manda a prendere e se lo fa consegnare al deposito dei camion. Più tardi parla con la moglie Anna. Viene ascoltato mentre racconta che è al piazzale e si è fratturato un dito «con quel cornuto lì».

L'imprenditore è stato massacrato di botte. «Eh, non riesce più a parlare», aggiunge Franco, un complice di Pio, «come al solito abbiamo dimostrato che siamo persone a posto». Sono le tre e venti del pomeriggio, mercoledì 7 ottobre 2009. Il giorno dopo, il sito Internet del Comune di Seregno annuncia i risultati di una promozione organizzata dall'assessore Pdl Nicola Viganò con l'associazione Amici del Tricolore: «Giovani e alcol: un tour control'abuso». Spiega Viganò: «Con questa campagna siamo entrati fisicamente nei locali, grazie alla collaborazione dei gestori».

E chi c'è tra i collaboratori del Comune? Il Tricky bar. 
Sicuramente l'assessore non sa che proprio in quelle ore il socio di Anna Saladino, nonché suo marito e capo società del crimine, sta mostrando in giro chi comanda a Norddi Monza. Seregno non era così. Qui oggi la 'ndrangheta può contare addirittura su due organizzazioni: la "locale" di Tony Pio, legata al clan Moscato- Iamonte di Desio e un'altra "locale" costituita a Seregno. Quando nel 2008 viene deciso l'omicidio di Nunzio Novella, il boss numero uno in Lombardia che vuole la secessione della 'ndrangheta, i mammasantissima della Calabria incaricano come killer proprio il capo di Seregno: Antonino Belnome, 38 anni, nato a Giussano da genitori calabresi.

Vent'anni fa, mentre Natale Iamonte si trasferisce a Desio a casa del nipote assessore, Seregno è ancora un paesone ingenuo, bigotto e ricco. Pieno di commercianti e artigiani. E terreni ancora liberi. Un giochetto semplice: trasformare la terra agricola in edificabile e guadagnarci sulla differenza al metro quadro. L'edilizia è sempre il motore. Sulla divisione dei cantieri si sono anche ammazzati in Brianza. Gli ultimi due imprenditori li hanno uccisi a mitragliate, a Vimercate nel 1990: Assunto Miriadi, 36 anni, e il suo socio, cugino e guardaspalle, Giovanni Tripodi, 30. Pure loro di Melito Porto Salvo. Spararono anche a Seregno. Contro tre costruttori, tre fratelli, una sera in centro. Loro risposero al fuoco e si salvarono.

Poi il silenzio. La 'ndrangheta ci guadagna comunque. Le basta imporre i propri camion, il calcestruzzo, i fornitori, le cave. Un possibile affare per i boss è proprio la cittadina di Tony Pio. 
Il Comune di Seregno sta discutendo il nuovo Piano di governo del territorio. Secondo le anticipazioni, si prevede di portare il numero degli abitanti da 43 a 60 mila. Si sa già che una parte degli ultimi terreni agricoli diventerà edificabile. Il giro d'affari l'ha calcolato un blog locale: sono almeno 5 mila appartamenti che, anche svendendoli a 200 mila euro l'uno, soltanto a Seregno fanno un un bel miliardo di torta da affettare. Nel frattempo volano accuse, denunce, esposti. E da inizio maggio all'ufficio tecnico quasi ogni settimana si fa vedere la Guardia di finanza. I militari hanno sequestrato delibere e documenti. Dopo l'operazione Infinito, le indagini continuano. Resta da svelare la rete finanziaria.

Si pensa che la 'ndrangheta alimenti le operazioni immobiliari con soldi sporchi, studi di progettazione, imprese. In tutta la Brianza girano spesso gli stessi nomi. Sotto questa pressione, i piccoli costruttori sono spacciati. La Procura ha finora scoperto a Seregno e dintorni tre arsenali di cui uno affidato al figlio di un panettiere, due casi di lupara bianca, 130 incendi e 70 avvertimenti messi a segno con esplosivi e armi. Come i piccoli attentati che ancora continuano, nei cantieri sull'autostrada Milano-Como.

Eppure la sicurezza è da anni in cima ai discorsi dei sindaci della Brianza. 
Ma se si va a leggere, le loro sono ordinanze ridicole. 
Contro gli stranieri. Contro il kebab. Contro il burka. 
Contro minareti inesistenti.

Certo, la 'ndrangheta è sfacciata. Poche ore dopo l'arresto di Tony Pio, a Seregno si riunisce la giunta comunale.
E all'ordine del giorno si ritrova una proposta: «Concessione del patrocinio con l'utilizzo del logo e altri interventi alla società Tricky bar sas per l'iniziativa Calabrisella mia». 
Oggi Tony e sua moglie Anna non sono più i titolari. Hanno ceduto la società, anche se con riserva di proprietà. Significa che possono riprendersi il bar quando vogliono. Il geometra Perri vive da pensionato a Desio. E si fa vedere poco in giro, al volante del suo Suv. Claudio Meroni lo hanno costretto al fallimento.

Dopo dieci anni di Lega nei Comuni, i brianzoli hanno invece scoperto l'infelice classifica delle aeree a più alta densità di cemento. Sono secondi in Italia: 2.057 abitanti per chilometro quadrato. Peggio di così c'è solo la provincia di Napoli.

mercoledì 8 dicembre 2010

Mafia in Brianza: maxi sequestro di beni

Grande operazione 
di attacco ai beni della 'ndrangheta brianzola.

'Ndrangheta, sequestri agli affiliati
a Desio, Seregno, Lissone, Meda, Limbiate e Cogliate

Uno dei sequestri
Monza - Sequestri ai boss della 'ndrangheta anche a Limbiate, Meda e Cogliate. 
Ecco l'elenco completo dei beni sottratti agli affiliati delle «locali» della Brianza dopo l'operazione in Infinito di luglio, su disposizione del giudice per le indagini preliminari Andrea Ghinetti.

DESIO: Terreno da 2200 metri quadri in via Risorgimento, di Domenico Pio; Porzione di fabbricato composto da un locale rustico al piano terra, con area scoperta sovrastante, in via Lampugnani 4, di Natale Marrone; Capannone artigianale con ufficio, deposito e altra piccola area in via Milano 89 di Natale Marrone; Appartamento composto da tre locali, cantina, quattro vani ad uso deposito con terrazzo al piano sottotetto, due vani autorimessa al piano interrato in via Pallavicini 54 di Natale Marrone

SEREGNO: in via Umberto I 59, nel complesso “residenza Umberto I” e box di Rocco Cristello; Villino ad uso abitazione in via Rossini 57 con giardino e due autorimesse di Antonino Tripodi; Capannone adibito a laboratorio artigianale in via Marsala 30 angolo via Calatafimi di Natale Marrone; Appartamento in viale Edison 54 di Francesco Di Palma; Magazzino in via Galilei di Pio Domenico

COGLIATE: Appartamento in via Ai Campi 4 e vano autorimessa di Vincenzo Domenico Pelagi LIMBIATE: Abitazione in via Bolzano 4, magazzini e locale deposito di Antonino Lamarmore

GIUSSANO: Terreno di Claudio Formica; Abitazione in via Cavour 79 di Claudio Formica; Abitazione e box in via Pascoli 33 di Claudio Formica; Abitazione in via Boito 11 di Antonio Stagno; Abitazione in via Boito 23 di Antonio Stagno

CESANO MADERNO: Villa su tre piani in via Verbano 1/B con cantina, deposito, due box di Natale Marrone; Appartamento in via Podgora di Ignazio Marrone; Autorimessa in via Podgora angolo via Tarcisio di Ignazio Marrone; Appartamento in via Liberazione 6 di Giuseppe Sgrò

MEDA: Immobile in via Milano 11 di Domenico Cammareri


Durante il sequestro
Una ventina di beni, tra appartamenti, terreni, magazzini e capannoni, sono stati sequestrati ieri mattina in Brianza dalla Guardia di Finanza di Milano, nell'ambito dell'operazione “Infinito” che ha portato lo scorso luglio all'arresto di oltre 300 affiliati della ‘ndrangheta, di cui più della metà in Lombardia. Il maxisequestro preventivo ha coinvolto in pieno il territorio brianzolo, in particolare a Desio, Seregno, Cesano Maderno, Giussano e Cabiate, dove erano attivi i “locali” scoperti e sgominati la scorsa estate dai carabinieri del nucleo investigativo di Monza e delle compagnie di Desio e Seregno, coordinati dal sostituto procuratore di Monza Salvatore Bellomo. Le indagini delegate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Milano al Gruppo Investigativo Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza hanno dimostrato la disponibilità effettiva degli immobili agli affiliati, anche se spesso i beni erano intestati a famigliari o prestanome.
Nel complesso, l'operazione di ieri, denominata “Neverending”, ha portato al sequestro di beni per 15 milioni di euro: 39 abitazioni, 37 box, 14 locali commerciali o magazzini, 6 aree edificabili nelle provincie di Monza, Milano, Varese, Pavia, Bergamo, Como, Lecco, Catanzaro, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria

In Brianza sono stati individuati beni riconducibili agli affiliati finiti in carcere lo scorso mese di luglio, membri dei “locali” di Desio e Giussano-Seregno. 

I sequestri a Desio - In particolare, a Desio sono stati posti i sigilli A un terreno riconducibile a Pio Domenico; una porzione di fabbricato in via Lampugnani 4, un capannone in via Milano 89, un appartamento di via Pallavicini 54 di Natale Marrone. 

Cesano Maderno - A Cesano spicca una villa, in via Verbano 1, su tre piani, riconducibile sempre a Natale Marrone. E ancora, a Cesano sono stati sequestrati un altro appartamento di Ignazio Marrone (fratello di Natale) e un secondo appartamento di Giuseppe Sgrò, in via della Liberazione.Seregno -

A Seregno sotto sequestro un magazzino in via Galilei, di Pio Domenico, un'abitazione in via Rossini 57 di Antonino Tripodi, un laboratorio artigianale in via Marsala 30 di Natale Marrone, un appartamento in via Edison di Francesco di Palma e un appartamento in un residence, in via Umberto I riconducibile agli eredi di Rocco Cristello. 
Al fratello di Rocco, Francesco, era intestato anche un box autorimessa di Cabiate. 

Sempre a Cabiate sono stati sequestrati un fabbricato (via Istria) e una villetta (via Venezia). 

A Giussano sotto sequestro un terreno, un'abitazione in via Cavour riconducibile a Claudio Formica e altri due appartamenti in via Boito di Antonino Stagno.
I sequestri, disposti dal Gip di Milano Andrea Ghinetti, sono finalizzati alla confisca. Le indagini hanno rivelato infatti una sproporzione tra i redditi dichiarati e il patrimonio accumulato dagli indagati.  
Molti di loro risultavano nullatenenti, ma poi riuscivano a pagare il mutuo per comprare case e terreni. 
Alcuni dei beni sequestrati stavano per essere venduti; per questo i pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano coordinati da Ilda Boccassini hanno disposto il sequestro d'urgenza di tutti i beni individuati nelle indagini patrimoniali, che hanno coinvolto 1600 persone. “L'aggressione al patrimonio dell'ndrangheta è avvenuto grazie a una sinergia operativa”, hanno sottolineato in conferenza stampa il generale Attilio Jodice, comandante provinciale della Guardia di Finanza, e il colonnello Sergio Pascali, comandante provinciale dei carabinieri.

Paola Farina
da Il Cittadinomb.it

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Dal sito MILANOMAFIA 
vi invitiamo a leggere la documentazione relativa all'inchiesta sulla 'ndrangheta in BRIANZA

OPERAZIONE INFINITO - NEW

Maxi-blitz  contro la 'ndrangheta. I DOCUMENTI

Ecco l'ordinanza di custodia cautelare   d
el caso Perego scavi e dell'operazione Infinito dei carabinieri di Monza

L'ordinanza, firmata dal gip Gennari sul caso Perego Scavi e quella del gip Ghinetti sull'inchiesta Infinito sono scaricabili nella sezione documenti. Si tratta del documento che ha portato all'arresto dei responsabili  delle famiglie mafiose della Brianza e del Milanese. 

Le ordinanze sono scaricabili cliccando quì: I DOCUMENTI

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RICORDIAMOCI ANCHE 
di QUELLI CHE ........... LA MAFIA NON ESISTE !


Ai nostri lettori, vogliamo ricordare (senza MEMORIA non c'è STORIA) le SCONSIDERATE dichiarazioni di alcuni politici e figure istituzionali di primo piano che ebbero a dichiarare: "in Lombardia la MAFIA non esiste" o che s'opposero all'istituzione di Commissioni Antimafia.