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La Meda e la Brianza che amiamo e che vogliamo tutelare

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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)
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giovedì 9 agosto 2018

LO SCHIAVISMO AGRICOLO " MADE IN ITALY"

C'è stata una vera e propria strage in Puglia con 16 braccianti di origine africana morti.
Tornavano stanchi dopo una giornata di lavoro massacrante e sottopagato nei campi della Puglia. Erano ammassati su piccoli furgoni, adibiti al loro trasporto verso dimore altrettanto di fortuna, spesso case coloniche fatiscenti o tendopoli ptive di qualsivoglia servizio.
Con ogni probabilità, tutti sotto il controllo di "caporali" e con un lavoro dove la dignità è continuamente calpestata, i diritti sono inesistenti e dove vige il ricatto continuo tanto da poter affermare che le condizioni sono da schiavismo agricolo.
Poche parole in merito da parte del solito Ministro degli interni, in genere ossessionato dai migranti.
Eppure è noto da tempo quali siano le condizioni disumane cui sono sottoposti i lavoratori stagionali in agricoltura, sopratutto se si tratta di persone provenienti dall'est Europa o dai Paesi africani.
Il Manifesto fornisce qualche numero e su una spaventosa realtà e su una legge che seppur con aspetti positivi, stenta ad essere applicata.

di Adriana Pollice
Responsabilità estesa alle aziende 
ma i pochi controlli non funzionano.

La legge anticaporalato.  
30mila imprese assumono in modo irregolare, 
400mila i braccianti potenziali vittime



«La legge 199 sul caporalato c’è ma non viene completamente applicata. Dobbiamo partire da quello e rafforzare le tutele già in parte previste» è la posizione del premier Giuseppe Conte, ribadita ieri a Palazzo Chigi, in linea con i 5S. Fino a un mese fa, però, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e il ministro della Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, spingevano per cambiarla perché «invece di semplificare complica».
LA NORMA è entrata in vigore a novembre 2016, il testo prevede la condanna non solo del caporale ma anche del datore di lavoro, il reato viene considerato più grave se il reclutamento è avvenuto con violenza o minaccia. È prevista la confisca dei beni utilizzati per l’illecito che vanno dal furgoncino con cui si portano i braccianti sui campi all’azienda stessa (che può finire in controllo giudiziario) o al denaro di cui non si possa giustificare una diversa provenienza. Fin qui la legge riscuote un generale consenso.
C’è invece una parte che si presta all’elusione, lasciando così il settore in mano a pratiche illegali. Ad esempio l’iscrizione facoltativa delle imprese nella Rete del lavoro agricolo di qualità, presso l’Inps. Su 200mila attive in Italia, hanno ottemperato appena 3.600. «Persino quelle in regola – spiega Marco Omizzolo, responsabile scientifico dell’associazione In Migrazione – non hanno il coraggio di rompere l’omertà. Preferiscono non iscriversi, accettando quindi di competere in un mercato irregolare, pur di non dare fastidio alla grande distribuzione e alle imprese che utilizzano capitali illeciti».
ALL’ILLEGALITÀ diffusa si affiancano le mafie: «Quelle straniere, come la rumena o la bulgara, gestiscono i flussi dall’est – prosegue Omizzolo – poi c’è quella dei lavoratori indiani. I clan nostrani gestiscono il trasporto delle merci all’estero, i mercati ortofrutticoli e la grande distribuzione».
I CONTROLLI sono un punto debole della legge 199. Il report dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil spiega che, in ognuno dei 220 distretti agricoli, ci sono in media 34 caporali, circa 15mila su tutto il territorio. Sono circa 30mila, poi, le aziende agricole che ingaggiano lavoratori in modo irregolare: il 60% impiega caporali; 9mila ricorrono a caporali violenti; quelle colluse con organizzazioni criminali sono quasi 3mila, 900 usano metodi mafiosi. Dall’altro lato dello spettro, sono 400mila i braccianti potenziali vittime di caporalato, 100mila vivono in schiavitù. Per contenere il fenomeno ci sono 2.832 unità in forza all’Ispettorato del Lavoro: 1.182 in capo all’Inps, 299 all’Inail. Nel 2017, su 7.265 ispezioni, sono stati individuati 5.522 lavoratori irregolari di cui 3.549 in nero. «I controlli non funzionano – spiega Omizzolo –, utilizza metodi superati: la filiera non si basa più sul punto di incontro dove vieni ingaggiato dal caporale. Le batterie di lavoratori adesso vengono coordinate via whatsapp o sms. E ancora: quando arrivano gli ispettori ai cancelli dell’azienda, la vedetta avverte, partono i messaggi e i lavoratori in nero spariscono. Bisogna poi incidere di più su strumenti come gli indici di congruità: l’estensione, la quantità di produzione e i lavoratori dichiarati. A Latina, ad esempio, ci sono aziende di 100 ettari che dichiarano di fare il raccolto in soli 3 giorni con 5 lavoratori».
LO STATO non sempre cerca dove dovrebbe: «Molte buste paga sono fasulle, 28 giorni di lavoro effettuati e solo 4 o 5 dichiarati, con la complicità di commercialisti e avvocati. Le illegalità non avvengono solo al Sud: nel grossetano ci sono gli stessi fenomeni di sfruttamento pure in presenza di una produzione di qualità vanto del made in Italy. Nel bresciano è morto un bracciante di fatica proprio come Paola Clemente in Puglia».
NON FUNZIONA neppure la parte dedicata al piano di interventi (che avrebbe dovuto essere adottato entro 60 giorni dall’entata in vigore della legge) per la logistica e il supporto dei braccianti, cioè trasporto e alloggi. Le istituzioni hanno attivato linee di finanziamento ma non ci sono obblighi per i datori di lavoro. Così è stata semplicemente ignorate e i ghetti sono rimasti in piedi. Con gli effetti che si sono visti nel foggiano. «La legge va applicata tutta – conclude Omizzolo – coinvolgendo forze dell’ordine e istituzioni. I controlli devono arrivare fino alla grande distribuzione. Soprattutto, va eliminata la Bossi–Fini, che ha dato legittimità informale a tutto il sistema di sfruttamento dei braccianti».

martedì 10 novembre 2015

GHERARDO COLOMBO A SEVESO IL 16-11-015

Un'iniziativa da non perdere si terrà a Seveso LUNEDI 16-11-015.
Sarà una serata all'insegna della legalità con GHERARDO COLOMBO ex Pm di Mani Pulite.
Una serata organizzata anche dal coordinamento BrianzaSicura.
BrianzaSicura è un coordinamento cui partecipano sia amministratori locali sia Consiglieri Comunali, tra i quali anche la rappresentanza Consiliare medese di Sinistra e Ambiente.
Il tavolo di coordinamento BrianzaSicura ha elaborato un "manifesto di adesione" (presto ne riparleremo) e ha cominciato a promuovere iniziative sul territorio.
Un attività importante perchè e' in Lombardia e in Brianza che si sono evidenziati fenomeni di malaffare legati alla criminalità organizzata, infiltrata anche nella macchina amministrativa.
Non si può far finta di nulla, non si può non prendere coscienza del fatto che il problema dell'illegalità fatta da un connubbio tra corruzione, malaffare, malapolitica esiste anche da noi e che di questo bisogna parlare per creare quegli anticorpi che mettano in primo piano l'onestà e il senso civico.


giovedì 4 dicembre 2014

"MAFIA CAPITALE" E IL LUCRO SULLE EMERGENZE


L'inchiesta "Mafia Capitale" della Procura di Roma ha scoperchiato l'ennesimo verminaio di questo povero paese, balzato al primo posto in Europa nel rapporto Trasparency International per quanto riguarda l'indice della CORRUZIONE percepita.

Una corruzione e un malaffare che in quel di Roma coinvolge personaggi della destra neofascista, della malavita, gestori di cooperative sociali, funzionari collusi, ex assessori della giunta capitolina e presidenti di consiglio targati Pd.
C'è un aspetto ODIOSO e particolarmente DISGUSTOSO tra i "rami d'affari" di questa cupola. Quello sulla gestione delle "emergenze" Rom e Sinti e quello sui rifugiati.
Hanno "lucrato" anche su questo, aumentando a dismisura l'inserimento di persone nei campi e nei centri gestiti dalle cooperative legate a questo malaffare, immaginatevi con quale servizi poi effettivamente resi e con quali conseguenti tensioni sul territorio .
Un ciclo che in quel di Roma non ha fatto altro che alimentare poi dimostrazioni di stampo razzista e la becera campagna della destra xenofoba contro i campi e i centri di prima accoglienza.
Questo è il nostro paese.
Sotto, due articoli de Il Manifesto che illustrano con chiarezza la vicenda.

Mafia capitale dell’emergenza
Roma. Il «pericolo» rom, l'allarme immigrati e gli sbarchi di minori non accompagnati dal Nord Africa. Occasioni ben colte dal sistema di corruzione politico-criminale ricostruito nell'inchiesta «Mondo di mezzo».Dai «campi nomadi» ai centri di accoglienza: il giro d'affari dei solidalizi «mafiosi» indagati dalla procura di Pignatone. E gli enti che si sono arricchit.

Campo rom di Castel Romano«Lo sai quanto ci gua­da­gno sugli immi­grati? Il traf­fico di droga rende meno», dice Sal­va­tore Buzzi, pre­si­dente della Coo­pe­ra­tiva 29 giu­gno (ade­rente alla Lega­Coop), durante una tele­fo­nata inter­cet­tata dai Ros nell’ambito dell’inchiesta sulla «mafia capi­tale». Poi, in un’altra con­ver­sa­zione: «Tutti i soldi utili li abbiamo fatti sui zin­gari, sull’emergenza allog­gia­tiva e sugli immi­grati». Nell’ordinanza di arre­sto fir­mata dal Gip Fla­via Costan­tini si ripor­tano i con­tatti dei sodali di Buzzi con Ema­nuela Sal­va­tori, respon­sa­bile rom e sinti del V Dipar­ti­mento del Campidoglio.



Gli inve­sti­ga­tori in più parti rife­ri­scono «la capa­cità» dei soda­lizi inda­gati «di inter­fe­rire nelle deci­sioni dell’Assemblea Capi­to­lina in occa­sione della pro­gram­ma­zione del bilan­cio plu­rien­nale 2012/2014 e rela­tivo bilan­cio di asse­sta­mento di Roma Capi­tale, avva­len­dosi degli stretti rap­porti sta­bi­liti con fun­zio­nari col­lusi dell’amministrazione locale, al fine di otte­nere l’assegnazione di fondi pub­blici per rifi­nan­ziare “i campi nomadi”, la puli­zia delle “aree verdi” e dei “Minori per l’emergenza Nord Africa”, tutti set­tori in cui ope­rano le società coo­pe­ra­tive di Sal­va­tore Buzzi».
E in effetti è sulle «emer­genze», lo sap­piamo — in que­sto caso rom, rifu­giati e minori non accom­pa­gnati, altre volte sono state le cala­mità natu­rali — che si costrui­sce la for­tuna della cri­mi­na­lità orga­niz­zata. Non a caso il 21 mag­gio 2008, l’allora pre­mier Sil­vio Ber­lu­sconi firmò il decreto per dichia­rare lo «stato di emer­genza in rela­zione agli inse­dia­menti di comu­nità nomadi» che venne poi pro­ro­gato fino a tutto il 2011. Ed è la Capi­tale il labo­ra­to­rio per la rea­liz­za­zione del “sistema campi”, più volte stig­ma­tiz­zato dalle isti­tu­zioni europee.
Fu «pro­prio nel trien­nio 2009–2011 che la giunta Ale­manno — rac­conta Carlo Sta­solla, pre­si­dente dell’Associazione 21 luglio — spese, per la gestione degli 11 inse­dia­menti isti­tu­zio­nali nei quali vivono circa 5.000 degli 8.000 rom pre­senti a Roma e per le 54 azioni di sgom­bero for­zato che hanno coin­volto circa 1.200 rom, oltre 34 milioni di euro l’anno». Un conto pre­sto fatto se si aggiunge alla gestione cor­rente del “sistema campi”, che costa al Cam­pi­do­glio circa 24 milioni l’anno, i 32 milioni repe­riti dal Vimi­nale per accom­pa­gnare il trien­nio dell’emergenza, durante il quale tutto era per­messo, e i soldi veni­vano ero­gati ad affi­da­mento diretto, senza bandi di con­corso. «In realtà è prassi anche della gestione cor­rente dei campi», con­ti­nua Stasolla.
Pren­diamo per esem­pio il “vil­lag­gio della soli­da­rietà” di Castel Romano, il più grande di Roma, quello che tra il 2010 venne ampliato per acco­gliere le fami­glie rom sgom­be­rate dai “campi tol­le­rati” di La Mar­tora e Tor de’ Cenci. E per il quale, secondo l’ordinanza di arre­sto, Buzzi avrebbe chia­mato il Comune per chie­dere «l’allargamento dell’allargamento». Secondo il dos­sier redatto dalla “21 luglio”, per ospi­tare 989 abi­tanti sono stati spesi nel 2013 (cifra simile anche negli anni pre­ce­denti) 5.354.788 euro, di cui il 70,7% per la gestione, il 17,1% per la sicu­rezza, il 12% per la sco­la­riz­za­zione e zero per l’inclusione sociale. Il 93,5% dei fondi sono stati ero­gati in affi­da­mento diretto ai 16 sog­getti ope­ranti. Ma è Eri­ches (l’Ati della coo­pe­ra­tiva di Buzzi, la 29 giu­gno) che si aggiu­dica la mag­gior parte del mal­loppo: il 36,1% dei fondi.
Com­ples­si­va­mente, per segre­gare 4391 rom negli 8 vil­laggi attrez­zati, si sono spesi 16,4 milioni di euro l’anno; per con­cen­trare 680 per­sone nei 3 «cen­tri di rac­colta rom», i romani hanno pagato altri 6,2 milioni circa; e per allon­ta­nare 1231 per­sone nei 54 sgom­beri for­zati del 2013 se ne sono andati altri 1,5 milioni.
L’altro grande affare è quello dei rifu­giati e richie­denti asilo, per cia­scuno dei quali gli enti gestori che vin­cono i bandi emessi dal Vimi­nale attin­gendo ai fondi Sprar (il Sistema di pro­te­zione per richie­denti asilo) per­ce­pi­scono 35 euro al giorno. Secondo l’inchiesta di Pigna­tone, Luca Ode­vaine, il capo gabi­netto di Vel­troni, si sarebbe ado­pe­rato (ma que­sto non è un cri­mine) per orien­tare i flussi di smi­sta­mento sul ter­ri­to­rio ita­liano dei rifu­giati facendo levi­tare da 250 a 2500 i posti asse­gnati a Roma.
Ma è sui minori non accom­pa­gnati che il «Mondo di mezzo», secondo gli inqui­renti, con­cen­tra mag­gior­mente le atten­zioni. Ovvio, per­ché per ogni ragazzo stra­niero il bud­get ero­gato sale a circa 50 euro al giorno. Durante l’«emergenza Nord Africa» del 2011, a Roma arri­va­rono circa due­mila minori, anche se «a volte, quando arri­va­vano nei cen­tri, ci accor­ge­vamo che in realtà erano adulti e dove­vamo rifiu­tarli», rac­conta Gabriella Errico, pre­si­dente della coo­pe­ra­tiva Un sor­riso che gesti­sce il cen­tro di Tor Sapienza bal­zato agli onori delle cro­na­che. L’assegnazione della gestione delle strut­ture, in quel periodo, veniva fatta «solo ed esclu­si­va­mente dal Comune» senza bandi.
«Re incon­tra­stato dell’assegnazione dei pro­getti per l’accoglienza rifu­giati e minori è il con­sor­zio Eri­cles che fa capo alla Coop. 29 giu­gno — rac­conta Clau­dio Gra­ziano, respon­sa­bile rifu­giati dell’Arci — seguita dalla Domus cari­ta­ris, del Vica­riato e da Axi­lium e Arci­con­fra­ter­nita, eredi della vec­chia La Cascina, di Comu­nione e libe­ra­zione». Tutti gli altri enti gestori arri­vano lar­ga­mente dopo. «Anche se — aggiunge Gra­ziano — distri­carsi nel gine­praio di enti che gesti­scono i cen­tri per minori è dif­fi­ci­lis­simo per­ché cam­biano con­ti­nua­mente nome».
Non solo: tra cen­tri affi­dati dagli enti locali con i fondi Sprar e quelli aperti dalla pre­fet­tura nei periodi di “emer­genza” «nes­suno sa bene quante siano le risorse e come ven­gono distri­buite». «In tanti anni che lo chie­diamo — con­clude Gra­ziano — non siamo mai riu­sciti ad otte­nere un tavolo di coor­di­na­mento di que­sti ser­vizi di accoglienza».


Sequestrati beni per 200 milioni. 
Le indagini puntano alla Regione
Mafia capitale. Decisivo per i pm il ruolo di Carminati. Alemanno: «Ho sbagliato dal punto di vista umano»
Massimo Carminati
Ieri mat­tina, a Regina Coeli, sono comin­ciati gli inter­ro­ga­tori. Nes­suno dei 14 inda­gati sen­titi dai magi­strati, tranne l’ex ad dell’Ama Franco Pan­zi­roni, ha aperto bocca. Lo stesso Pan­zi­roni non è andato oltre il riba­dire la pro­pria inno­cenza. Ma la vicenda è appena all’inizio. Fil­trano voci su una nuova e immi­nente ondata di iscri­zioni nel regi­stro degli inda­gati, e que­sta volta toc­che­rebbe alla Regione Lazio.
La magi­stra­tura, intanto, ha dispo­sto il seque­stro dei beni di alcuni inda­gati: robetta da 204 milioni. Mac­chine, ter­reni, appar­ta­menti, negozi, quote socie­ta­rie: di tutto si può dubi­tare tranne che del rapido arric­chi­mento dei pre­sunti ade­renti all’organizzazione ribat­tez­zata dagli inqui­renti «Mafia Capi­tale». Una parte di quei capi­tali, 40mila euro, sarebbe finita anche alla Fon­da­zione Nuova Ita­lia dell’ex sin­daco di Roma Gianni Ale­manno, che si è auto­so­speso da tutte le cari­che in Fra­telli d’Italia e al Tg1 ha dichia­rato: «Sicu­ra­mente ho sba­gliato a sot­to­va­lu­tare la com­po­nente umana, non ho dato la giu­sta atten­zione alla scelta della squa­dra, mi assumo la respon­sa­bi­lità poli­tica». Ma è solo una delle onde che si avviano a som­mer­gere la poli­tica romana, e nep­pure la più grossa. Nell’epicentro del ter­re­moto c’è il Pd.
Il M5S chiede lo scio­gli­mento del Comune, la pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini esprime«sdegno totale». L’esponente del Pd della capi­tale Roberto Moras­sut vuole «l’azzeramento del Pd romano». Il sin­daco Igna­zio Marino pro­mette che «con i cit­ta­dini one­sti Roma cam­bierà dav­vero». Ma non sono gli stre­piti, que­sti e molti altri, a resti­tuire il senso di quanto pro­fonda sia la scossa. Sono i fatti in sé, senza biso­gno di com­menti.
L’elemento da alcuni punti di vista più inquie­tante dell’intera vicenda è la faci­lità con cui Mas­simo Car­mi­nati è pas­sato dal con­trollo quasi totale sugli appalti e sulle nomine nel corso dell’era Ale­manno alla con­ferma di un potere quasi iden­tico con i suc­ces­sori.
Stando a quanto la magi­stra­tura ha deciso di ren­dere pub­blico, pro­prio del potere per­so­nale di Car­mi­nati si tratta. Più che di «Mafia Capi­tale» si dovrebbe infatti par­lare di «Car­mi­nati Capi­tano». Nella rico­stru­zione degli inqui­renti, l’ex «Nero» della Magliana non è solo «la figura api­cale», ma il perno intorno a cui ruota ogni cosa, tutt’al più in tan­dem con Sal­va­tore Buzzi, l’ex dete­nuto comune (omi­ci­dio col­poso ai danni della con­sorte) che aveva creato un impero nelle coo­pe­ra­tive sociali, a par­tire da quella coo­pe­ra­tiva «29 giu­gno» for­te­mente spon­so­riz­zata e poi pro­tetta dall’ex asses­sore regio­nale al Bilan­cio Angiolo Mar­roni, Pd (non coin­volto, va sot­to­li­neato, nell’inchiesta in corso). L’elemento coer­ci­tivo in base al quale la pro­cura di Roma con­te­sta l’associazione mafiosa ex 416bis è costi­tuito, a conti fatti, solo dalla pre­senza di Car­mi­nati, suf­fi­ciente, scri­vono gli inqui­renti, a incu­tere ter­rore. In realtà di epi­sodi di vio­lenza, per quanto riguarda il «mondo di sopra», non ne risul­tano quasi, e anche le minacce sono limi­tate. A ren­derle temi­bili è solo il fatto che pro­ven­gano da tanto cri­mi­nale.
Almeno stando a quel che se ne sa al momento, l’aspetto dell’associazione mafiosa è dav­vero fra­gile, basato appunto all’80% e oltre sulla par­te­ci­pa­zione, anzi sulla dire­zione, di Car­mi­nati. Con tutta la fidu­cia pos­si­bile nei togati, è un po’ poco. Soprat­tutto, la defla­grante accusa di aver costi­tuito una Cosa Nostra roma­ne­sca rischia di non met­tere nel dovuto risalto quel che l’inchiesta e le inter­cet­ta­zioni rac­con­tano del livello, che dire basso è ancora niente, rag­giunto dalla poli­tica a Roma, come pro­ba­bil­mente in molte altre impor­tanti realtà locali. Non a caso una quan­tità di vicende affron­tate dagli inqui­renti è citata nelle carte per dare un’idea della situa­zione, ma senza che sia stato rac­colto il mate­riale pro­ba­to­rio neces­sa­rio per pro­ce­dere.
A leg­gere le carte dell’inchiesta non sem­bra tanto di tro­varsi di fronte al Padrino quanto a una ver­sione all’amatriciana, ma non meno igno­bile, di House of Cards. Pres­sioni, mano­vre, anche minacce, cor­ru­zione, con­di­zio­na­menti di ogni tipo per piaz­zare le per­sone ingiu­ste al posto giu­sto. In realtà, più che ai suoi tra­scorsi cri­mi­nali con la Magliana, sem­bra che Car­mi­nati debba il potere e l’influenza di cui gode a quelli di neo­fa­sci­sta noto e sti­mato in quell’ambiente. Dicono ad esem­pio che pro­prio Car­mi­nati abbia offerto la pro­pria alta garan­zia a soste­gno di Ric­cardo Man­cini, l’ex ad di Eur spa, inviso ai suoi ex came­rati arri­vati al potere a Roma per alcune dela­zioni e accuse ai tempi degli spari. E ancora Car­mi­nati avrebbe speso il suo per­sua­sivo cari­sma per con­vin­cere l’ex capo della segre­te­ria di Ale­manno, Luca­relli, a con­fer­mare il ruolo della coo­pe­ra­tiva di Buzzi «29 giu­gno», ini­zial­mente desti­nata a essere affon­data in quanto ere­dità della pas­sata ammi­ni­stra­zione di cen­tro­si­ni­stra.
Ma qua­lun­que fosse il fon­da­mento del potere di Car­mi­nati è un fatto che, dopo aver tra­sfor­mato gli appalti romani (e non solo) in una fonte ine­sau­ri­bile di arric­chi­mento con la giunta Ale­manno, il gruppo abbia pro­se­guito col vento in poppa anche con l’amministrazione di cen­tro­si­ni­stra. Lo ha fatto, se le accuse saranno con­fer­mate, molto più com­prando che minac­ciando. In diverse inter­cet­ta­zioni Buzzi parla senza mezzi ter­mini di Mirko Coratti, pre­si­dente dell’assemblea capi­to­lina, come di un dipen­dente a libro paga.
Sarà la magi­stra­tura a sta­bi­lire quanto il malaf­fare sia per­meato all’interno del Cam­pi­do­glio che però, oggi, appare come una fogna a cielo aperto.

giovedì 5 giugno 2014

DOPO EXPO, IL MOSE


Pare ormai una costante :dove ci sono "grandi opere faraoniche", dove queste non sono condivise con il territorio ma spesso imposte, dove si usa la logica "dell'emergenza" per semplificare le procedure degli appalti, si sviluppa e fiorisce il malaffare, la malapolitica, la corruzione
C'è una TRASVERSALITA' d'appartenenza tra politici, ci sono imprese "d'area" e c'è il coinvolgimento di figure istituzionali che mostrano come la corruzione nel nostro paese sia pervasiva e diffusa.
Dopo EXPO ora tocca al MOSE di Venezia.
Avanti, c'è posto.

Da Il Manifesto del 5-06-014


STATE SERENISSIMI

Mose, il mostro della Laguna

Venezia. Crolla la facciata del Veneto. Fondi neri, finanziamenti occulti, concussioni e complicità, la grande opera di Venezia, la più costosa del Paese, è marcia. Trentacinque gli arresti: ai domiciliari il sindaco Orsoni (Pd), accusato di finanziamenti illeciti; chiesto l’arresto per l'ex governatore, e deputato di FI, Galan
Il Mose di Venezia
Come (e peg­gio) di vent’anni fa: un «sistema» paral­lelo alla gestione del Mose, la Grande Opera per eccel­lenza. Tren­ta­cin­que gli arre­sti e un altro cen­ti­naio di inda­gati dispo­sti ieri nell’elenco fir­mato dai pm Ste­fano Anci­lotto, Paola Tonini e Ste­fano Buc­cini. Tra i nomi «eccel­lenti» spic­cano quello del depu­tato di Forza Ita­lia Gian­carlo Galan — ex gover­na­tore e mini­stro, attuale pre­si­dente della Com­mis­sione Cul­tura della Camera per cui ser­virà l’autorizzazione — e del sin­daco di Vene­zia Gior­gio Orsoni (Pd) ristretto ai domiciliari.
Ma insieme ai poli­tici è col­las­sata l’architettura delle com­pli­cità: mana­ger, fun­zio­nari pub­blici, pro­fes­sio­ni­sti, con­su­lenti, finan­zieri, vec­chi mar­pioni e nuovi fac­cen­dieri. La para­tia mobile della cor­ru­zione resti­tui­sce, per via giu­di­zia­ria, la cer­tezza di una vera cloaca die­tro la fac­ciata della «sal­va­guar­dia di Vene­zia». Da sem­pre, lo soste­ne­vano gli oppo­si­tori del mega-appalto senza sal­va­gente. Ora è di domi­nio pub­blico, agli atti della Pro­cura della Repubblica.
Un anno dopo l’arresto di Pier­gior­gio Baita (il super­ma­na­ger Man­to­vani Spa) e Gio­vanni Maz­za­cu­rati (sto­rico padre-padrone del Con­sor­zio Vene­zia Nuova), si com­pleta l’indagine con­dotta dalla Guar­dia di finanza con un mal­loppo di 711 pagine che cer­ti­fica fondi neri, finan­zia­menti occulti, con­cus­sioni e com­pli­cità. Seque­strati beni per 40 milioni, scan­da­gliate fat­tu­ra­zioni, veri­fi­cate società a San Marino e in Svizzera.
Crolla let­te­ral­mente la fac­ciata del Veneto: il sin­daco di cen­tro­si­ni­stra è accu­sato di aver preso con­tri­buti elet­to­rali per 560 mila euro; arre­stati l’assessore regio­nale ber­lu­sco­niano Renato Chisso («sti­pen­dio annuale oscil­lante tra i 200 e i 250 mila euro, dalla fine degli anni ‘90 sino ai primi mesi del 2013») e il con­si­gliere regio­nale Pd Giam­pie­tro Mar­chese (58 mila euro ille­citi per le Regio­nali 2010). Ai domi­ci­liari Lia Sar­tori, pre­si­dente uscente della Com­mis­sione indu­stria dell’Europarlamento: 58 mila euro «in nero».
A Galan viene con­te­stata la ristrut­tu­ra­zione milio­na­ria della villa sui Colli Euga­nei, che secondo la Pro­cura sarebbe frutto di un giro di fat­ture false fra Tec­no­stu­dio e Man­to­vani Spa. Al «doge» fon­da­tore di Forza Ita­lia viene con­te­stato di aver rice­vuto «per tra­mite di Chisso, che a sua volta li rice­veva diret­ta­mente da Maz­za­cu­rati, uno sti­pen­dio annuale di circa 1 milione di euro, 900 mila euro tra il 2007 e il 2008 per il rila­scio nell’adunanza della com­mis­sione di sal­va­guar­dia del 20 gen­naio 2004 del parere favo­re­vole e vin­co­lante sul pro­getto defi­ni­tivo del sistema Mose, 900 mila euro tra 2006 e 2007 per il rila­scio (…) del parere favo­re­vole della Com­mis­sione Via della Regione sui pro­getti delle sco­gliere alle boc­che di porto di Mala­mocco e Chioggia».
Senza dimen­ti­care che la Pro­cura ha appena tra­smesso al Tri­bu­nale dei mini­stri il fasci­colo che riguarda Altero Mat­teoli, sena­tore di Forza Ita­lia. Secondo la depo­si­zione di Maz­za­cu­rati, si pro­fi­le­rebbe l’«induzione inde­bita» da parte dell’allora mini­stro prima dell’ambiente e poi delle infra­strut­ture nei lavori di boni­fica a Porto Marghera.
Ma la lista degli arre­stati è ver­ti­gi­nosa intorno al «rici­clag­gio» di circa 25 milioni. Con tanto di «sti­pen­dio in nero» per l’ex magi­strato alle Acque Patri­zio Cuc­cio­letta: 400 mila euro in un conto estero per ammor­bi­dire i con­trolli (più l’assunzione della figlia in una società con­trol­lata dal Con­sor­zio). Stesso atteg­gia­mento nei con­fronti di Maria Gio­vanna Piva che lo rileva al ver­tice dell’ente serenissimo.
Manette per Roberto Mene­guzzo, fon­da­tore e ammi­ni­stra­tore di Pal­la­dio Finan­zia­ria a Vicenza (chiave di volta dei pro­ject finan­cing ospe­da­lieri): nel 2011 aveva ten­tato di sca­lare Fon­sai, pro­po­nen­dosi poi come il Cuc­cia del Nord Est a cavallo fra sus­si­dia­rietà e grandi opere.
Non basta, per­ché l’inchiesta arriva a Padova e fa tre­mare mezza città, alla vigi­lia del bal­lot­tag­gio per l’elezione del sin­daco. In via Trie­ste ha sede anche lo stu­dio del com­mer­cia­li­sta Fran­ce­sco Gior­dano, 69 anni, un pas­sato a sup­porto del Psi e una col­le­zione di inca­ri­chi con la giunta Zano­nato (dalla fusione Magazzini-Interporto al ruolo di revi­sore dei conti nella mul­tiu­ti­lity Ace­ga­sAps). In pas­sag­gio Cor­ner Pisco­pia, a due passi dalla Camera di com­mer­cio, ci sono gli uffici dell’altro col­letto bianco Paolo Venuti: siede nel cda del mer­cato agri-alimentare (38% di quote del Comune) ed è stato pre­si­dente dei revi­sori dei conti di Fiera di Padova Immo­bi­liare Spa (che gesti­sce il nuovo cen­tro con­gressi). Venuti risulta socio della trust com­pany Delta Erre, sigla che com­pare pun­tuale nelle «ope­ra­zioni stra­te­gi­che» di Veneto e Tren­tino. E vanta inca­ri­chi pro­fes­sio­nali in BH4 Spa, Save, Adria Infra­strut­ture, Con­ces­sioni auto­stra­dali venete. Infine, è imba­raz­zante l’arresto dell’architetto Danilo Turato che ha pro­get­tato per Comuni e Uni­ver­sità, oltre alla man­cata nuova sede dell’Arpav nella zona del Tribunale…
È un ver­mi­naio in cui rispunta Lino Bren­tan: uomo della Quer­cia, ex ammi­ni­stra­tore dele­gato dell’Autostrada Padova-Venezia, già con­dan­nato per tan­genti nell’estate 2012. Ma nella lista com­pa­iono i nomi di Giu­seppe Fasiol (brac­cio destro dell’ad di Veneto Strade, Sil­vano Ver­nizzi) e Gio­vanni Artico, già com­mis­sa­rio straor­di­na­rio per Porto Mar­ghera. Arre­sti domi­ci­liari per il magi­strato della Corte dei Conti Vit­to­rio Giu­sep­pone. E ancora Ste­fano Toma­relli del diret­tivo del Con­sor­zio; Ste­fano Boscolo detto Bacheto, tito­lare della Coop San Mar­tino di Chiog­gia, Gian­franco Con­ta­din detto Fla­vio, diret­tore tec­nico della Nuova Coed­mar, e Fede­rico Sutto del Con­sor­zio. Seguono l’ex sin­daco di Mar­tel­lago Enzo Casa­rin, capo della segre­te­ria di Chisso (già con­dan­nato per con­cus­sione); il diret­tore gene­rale di Sit­mar­sub Sc e Bos.ca.srl Nicola Fal­coni; il legale rap­pre­sen­tante di Selc Sc Andrea Rismondo.
Insomma, un sce­na­rio inquie­tante che con­ferma le «intui­zioni» di chi si è sem­pre oppo­sto al Mose. E mette spalle al muro la poli­tica bipar­ti­san delle lar­ghe intese, ma anche il leghi­sta Luca Zaia nella rin­corsa al secondo man­dato. 
Sin­te­tizza Mas­simo Cac­ciari, scon­so­lato: «Il modo in cui si fanno le grandi opere in Ita­lia è cri­mi­no­geno.  
Da sin­daco, durante i governi Prodi e Ber­lu­sconi, avviai un pro­cesso di discus­sione e veri­fica. In tanti pas­saggi ebbi modo di ripe­tere che le pro­ce­dure assunte non per­met­te­vano alcun con­trollo da parte degli enti locali e che il Mose si poteva fare a con­di­zioni più van­tag­giose. L’ho ripe­tuto milioni di volte, senza essere ascol­tato. Negli anni del governo Prodi, all’ultima riu­nione del Comi­ta­tone, che diede il via libera al pro­se­gui­mento dei lavori del Mose fui l’unico a votare con­tro con il solo soste­gno di una parte del cen­tro­si­ni­stra. Da allora non me ne sono più interessato…».

giovedì 25 luglio 2013

LA BRIANZA NEL TOMBINO

Riprendiamo un servizio di REPORTIME pubblicato anche su Corriere.it e postato anche sul blog degli amici di BRIANZACENTRALE, sullo SMALTIMENTO DEI RIFIUTI SPECIALI IN BRIANZA.
Interessanti, nel video sotto, le risposte dell'ex Assessore della Provincia di MB Sala.
Un uomo decisamente molto informato. Sarà per questo che ha fatto carriera.



Gli affari sporchi nel tombino

Tra 'ndrangheta e politica, 
in Lombardia il rifiuto tossico cela interessi nascosti. 
La testimonianza di un ex dipendente di un'azienda di spurghi

articolo di Adele Grossi, tratto da corriere.it

«Quando devi scaricare, conviene farlo alla luce del sole, davanti alla gente, tanto non rischi e nessuno se ne accorge». Finisce sottoterra. È il racconto di un ex dipendente in un’azienda che a Monza si occupa di rifiuti speciali. Guidava le autobotti, oggi è un informatore dei carabinieri. Ci ha spiegato com’è facile guadagnare in quel settore.

«A cominciare dagli spurghi prelevati dai tombini per strada o nei terreni privati con grosse pompe che dovrebbero aspirare lo scarico e invece buttano dentro altri rifiuti». Con questo metodo, in Lombardia, i rifiuti speciali, anziché essere smaltiti, vengono regolarmente riversati nei tombini delle fognature. «Diecimila litri al giorno», racconta in base alla sua esperienza. «Fingi di ripulire le fosse biologiche del giardino di un condominio e ributti lo scarico nel pozzetto del giardino successivo».

Gli autisti guadagnano, ripulendo in nero e per conto proprio i pozzetti. I titolari delle ditte li lasciano fare per ricattarli quando il lavoro commissionato è ancora più sporco di uno spurgo e riguarda le terre di spazzamento contaminate da piombo e idrocarburi o rifiuti speciali altamente tossici, come il cromo. Anche quello finisce nei tombini.
Oppure sottoterra con il benestare dei proprietari dei terreni. Quando questi non collaborano, si usa la forza, così come è emerso dalle indagini della Dda di Milano. In un’intercettazione alcuni esponenti della ‘ndrangheta parlano di un anziano costretto con le lacrime a subire continui scarichi nelle sue terre.

C’è un business sull’ambiente, che in Lombardia è assai redditizio. Anche per la politica è difficile restarne fuori. Tutti gli assessori regionali all’Ambiente dal 1995 al 2010 sono finiti nei guai. In Brianza, l’illegalità è particolarmente diffusa, come dimostrato dall’indagine ‘Infinito’ della procura di Milano e come recentemente confermato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti in Lombardia. Quest’ultima parla di una vera e propria ‘Gomorra’ attiva sul territorio e aggiunge che «il rischio di infiltrazioni criminali nel trattamento dei rifiuti è alimentato dal fatto che gli impianti di smaltimento sono sempre meno». Quando ci sono, chiudono. È quello che è successo a Monza, nel 2010. L’unica stazione di trattamento presente nella zona è stata fatta chiudere dalla Provincia perché individuata come la fonte degli odori insopportabili che da anni affliggono i residenti del quartiere San Rocco. Oggi quegli odori molesti ci sono ancora ma non si sa dove finiscano i rifiuti.

Fabrizio Sala, l’allora assessore provinciale all’Ambiente, si era impegnato a trovargli un’altra destinazione. Quest’ultimo, oggi consigliere della Lombardia e nominato recentemente sottosegretario con delega per l’Expo 2015, quando è stato da noi interpellato sulla questione ha detto che di quei rifiuti non ne sa niente. Eppure era stato lui a volere, in un primo momento, la chiusura dell’impianto di trattamento di Monza e a promettere ai cittadini, nel 2010, che entro tre mesi avrebbe reso note le sedi alternative.

È certo che da quando hanno chiuso quell’impianto, le ditte di trasporto dovrebbero percorrere in media 20-30 km per portare i rifiuti fuori provincia, spendendo di più. Molti gli indizi che lasciano pensare che qualcuno di loro continui indisturbato a scaricarli altrove.

Alla fine, finisce tutto nel Lambro, affluente del Po, quindi nel mare. Oppure, se i rifiuti vengono interrati, nelle falde acquifere.
Pecunia non olet e così, sotto i tombini, continua l’affare.