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La Meda e la Brianza che amiamo e che vogliamo tutelare

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CRONACHE DA CHI SI IMPEGNA A CAMBIARE IL PAESE DEI CACHI E DEI PIDUISTI.
"Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?"
Antonio Gramsci-politico e filosofo (1891-1937)
OMAGGIO ALLA RESISTENZA.
Ciao Dario, Maestro, indimenticabile uomo, innovativo, mai banale e sempre in prima fila sulle questioni sociali e politiche.
Ora sei di nuovo con Franca e per sempre nei nostri cuori.

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta.
Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste.
Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa."

(da Il mondo secondo Fo)

venerdì 22 aprile 2016

ACQUA: IL COLPO DI MANO DEL PD CHE SNATURA IL REFERENDUM


Nel 2011, un REFERENDUM votato da milioni di cittadini italiani (il 57% degli aventi diritto) sancì con il 95% la volontà popolare di mantenere l'acqua BENE COMUNE PUBBLICO.
Questo principio è stato stravolto il 21 aprile 016  con la votazione finale del ddl approvato alla Camera dove il testo originario di un progetto di legge è stato distorto e mutilato dal PD con la cancellazione di una parola chiave che vincolava l'acqua a BENE PUBBLICO, escludendo la possibilità di sua gestione da parte di compagnie private con fini di profitto.
Una forzatura irrispettosa della volontà dei cittadini, stabilita con il referendum del 2011, che riapre la strada al privato che potrà lucrare sull'acqua al pari di qualsivoglia prodotto venduto.
Una scorrettezza gravissima del Governo Renzi (ispiratore dell'azione) e del Pd che fa contente le multinazionali e su cui verrà chiesto l'intervento e il pronunciamento della Corte Costituzionale per il mancato rispetto dell'esito referendario.
Sotto due articoli de Il Manifesto che illustrano molto bene quanto avvenuto.

Così il Pd si beve un altro referendum

Montecitorio. Approvato con i voti dem il ddl sulla gestione del servizio idrico integrato. Manomesso il testo originario che escludeva la possibilità dell’ingresso dei privati. Probabili sanzioni in arrivo.
A proposito di referendum (e non solo). Dire partito democratico (o Pd) ormai suona come una contraddizione in termini. Lasciamo stare quello di domenica scorsa, boicottato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, e mettiamo tra parentesi anche quello sulle riforme costituzionali del prossimo ottobre imposto come una prova di forza che sa di deriva plebiscitaria. Torniamo invece su quello per l’acqua pubblica del 2011 votato da milioni di cittadini – il 57% degli aventi diritto al voto con il 95% schierato per la difesa dell’acqua bene comune – e stravolto l’altra sera con la votazione finale del ddl approvato alla Camera (243 i voti a favore, 129 i contrari e 2 gli astenuti, il prossimo passaggio sarà al Senato).
Durante la votazione, tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle – applauditi e sostenuti da Sinistra Italiana – hanno sventolato magliette e bandiere blu del referendum urlando contro i banchi della maggioranza. Dalle tribune, alcuni attivisti mescolati tra il pubblico hanno lanciato volantini e bandiere del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica. Caos democratico. Il parapiglia fuori programma, e il corpo a corpo tra penta stellati e alcuni commessi chiamati a riportare l’ordine in aula, hanno provocato la sospensione della seduta. «L’acqua secondo il Pd è chiaramente a gestione privata – hanno detto i deputati della Commissione ambiente M5S – è il solito teatrino del Pd che sosteneva di rispettare la volontà popolare e invece oggi ha calato la maschera». Per Sinistra Italiana, «la gestione dell’acqua deve essere pubblica come chiesto a gran voce da milioni di cittadini con il referendum del 2011. Solo il pubblico è in grado di mettere in atto quel processo virtuoso tra tariffe, spese di gestione e servizio». Sembra che sia andata diversamente.
Certe intemperanze poco rispettose del parlamento verranno presto sanzionate, se è vero che in seguito alla solidarietà espressa ieri da tutti i capigruppo ai commessi della Camera verrà convocato un ufficio di presidenza su iniziativa della presidente della Camera Laura Boldrini. Fioccheranno sanzioni, mentre ancora non è dato sapere come la politica reagirà – e se reagirà – al colpo di mano che con un bizantinismo da azzeccagarbugli, emendamento su emendamento, ha stravolto l’impianto di un disegno di legge che originariamente era stato pensato per rendere nuovamente pubblico il sistema idrico. Come da volontà popolare.
A una prima lettura, il ddl appena approvato introduce nuove norme che sembrano positive sulla gestione, la pianificazione e il finanziamento del servizio idrico interato. Ma alcune differenze significative saltano all’occhio se confrontiamo il testo con la sua stesura originaria che sottolineava esplicitamente la totale ripubblicizzazione del servizio idrico. Il nuovo testo, invece, stabilisce che «il servizio idrico integrativo sia considerato un servizio pubblico locale di interesse economico generale assicurato alla collettività, che può essere affidato anche in via diretta a società interamente pubbliche in possesso dei requisiti prescritti dall’ordinamento europeo per la gestione in house, comunque partecipate da tutti gli enti locali ricadenti nell’Ato (Ambito territoriale ottimale)».
Dove sta il trucco? Nel testo iniziale l’affidamento della gestione in house era blindato con la parola «prioritariamente». La sua eliminazione non sarebbe un dettaglio di poco conto, anzi, secondo M5S e Si si tratta di un vero e proprio insulto alla democrazia. Le novità più rilevanti, insieme ad altre modifiche cesellate ad arte, infatti prefigurano nuovi scenari che si scontrano con la volontà del popolo italiano. Il servizio idrico smette di essere qualificato come un servizio pubblico che non avendo una rilevanza economica viene sottratto alla libera concorrenza: ci si potrà lucrare sopra. La gestione e l’erogazione del servizio possono essere nelle mani dello stesso soggetto (anche di società quotate in borsa), e fognature, acquedotti e impianti di depurazione non devono essere affidate necessariamente a organi di diritto pubblico. Sono state apportate modifiche anche sulle concessioni per uso differente da quello potabile: nel ddl originale potevano essere revocate anche prima della loro scadenza e assolutamente non più rinnovabili, mentre ora la materia verrà regolamentata da un decreto legislativo ancora tutto da scrivere entro il 2016.
Altre novità, invece, risultano meno sgradite. A tutti i cittadini, sulla carta, dovranno essere garantiti almeno 50 litri di acqua potabile al giorno (anche in caso di mancato pagamento delle bollette, che presto verranno conteggiate con nuovi contatori installati in ogni abitazione). Le bollette diventeranno più «trasparenti» (con parametri di qualità dell’acqua, conteggio delle perdite idriche e dati sugli investimenti negli acquedotti). Sull’acquisto di ogni bottiglia di acqua minerale sarà previsto il contributo di 1 centesimo per finanziare progetti di cooperazione per l’accesso all’acqua potabile. Niente di particolarmente grave per le intoccabili multinazionali dell’acqua: aumenteranno i prezzi.

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Pellegrino (Sel): «Il Pd incostituzionale sull’acqua pubblica»

 

Quasi non riesce a trovare la parola giusta. Prima dice che è stato fatto un torto agli italiani, ma non è abbastanza. Allora dice che quello che è accaduto in parlamento è un insulto, «un insulto alla democrazia». Serena Pellegrino, parlamentare di Sinistra Italiana-Sel e vice presidente della Commissione Ambiente a Montecitorio, l’altra sera alla Camera è intervenuta con la sua dichiarazione di voto sul progetto di legge per l’acqua pubblica dopo aver saputo del colpo di mano con cui il Pd all’ultimo minuto ha stravolto e boicottato l’esito del referendum del 2011. «La volontà popolare era un’altra, interverrà la Corte costituzionale».

Cosa è successo?
Il testo originario del progetto di legge è stato distorto e mutilato dal Partito Democratico. Non hanno nemmeno avuto il pudore di presentarne uno scritto da loro, hanno preferito stravolgere il lavoro di 125 deputati, tra cui ci sono anche quelli del Pd che erano tra i primi firmatari della proposta per garantire al popolo sovrano l’acqua come bene comune.

E lo hanno fatto semplicemente togliendo dal testo un parola chiave?
Proprio così. All’ultimo secondo è arrivato il parere della Commissione Bilancio secondo la quale dal testo doveva sparire la dicitura «in via prioritaria» in merito alla gestione pubblica dei servizi idrici. Non è stato accettato nemmeno l’inserimento della frase «in via preferenziale».

In altre parole cosa significa?
Il referendum chiedeva che la remunerabilità del capitale investito nelle municipalizzate fosse abrogato, quindi nessuno doveva realizzare utili soprattutto nella gestione dell’acqua pubblica. E tutto quello che viene recuperato dalle tariffe avrebbe dovuto sempre essere reinvestito nel pubblico, come oggi avviene nel comune di Napoli.

Questo scenario è cambiato?
Scritta così, questa legge dà il via libera ai privati che possono accedere alla gestione dell’acqua pubblica, esattamente ciò che era stato rifiutato nel 2011 da milioni di cittadini. E’ evidente che la risorsa idrica, per essere considerata un bene comune e un diritto umano universale, deve essere gestita interamente da un ente pubblico. Il modello che ispira questo governo è chiaro, si tratta di una suddivisione in settori dove la gestione viene delegata alle Spa, e così facendo ogni cosa diventa merce e anche l’acqua – che nel progetto originario doveva essere un servizio privo di rilevanza economica – può diventare un bene su cui lucrare.

Un’altra battaglia persa?
Sono sicura che la Corte costituzionale terrà d’occhio l’iter di questa legge. Abbiamo già presentato la pregiudiziale di costituzionalità, in questo caso è evidente la violazione dell’articolo 75 della costituzione, quello che si riferisce al rispetto dell’esito referendario.

Come l’hanno presa i parlamentari del Pd che hanno lavorato con voi alla stesura del testo originario del progetto di legge?
Eh, come al solito… I parlamentari del Pd si trovano come sempre tra l’incudine e il martello, da una parte devono accontentare il loro sovrano e dall’altra sono costretti a scontentare il popolo sovrano.

lunedì 18 aprile 2016

GLI AMBIENTALISTI DI INSIEME IN RETE SU PEDEMONTANA E L'INCONTRO SINDACI-DELRIO


Dell'l'incontro tenutosi l'11-4-016 tra i Sindaci di MB e il Ministro Delrio, ce ne eravamo occupati nel post "INCONTRO SINDACI DI MB CON DELRIO: A CAIMI PIACE ANCORA LA FALLIMENTARE E IMPATTANTE PEDEMONTANA" per gli aspetti concernenti le incondivisibili e anacronistiche affermazioni del sindaco di Meda Caimi.
Ora, il coordinamento ambientalista INSIEME IN RETE PER UNO SVILUPPO SOSTENIBILE affida la sua posizione e le sue riflessioni a un comunicato stampa chiedendo espressamente alle istituzioni più coraggio e un coinvolgimento dei gruppi e delle associazioni ambientaliste per poter finalmente mettere la parola fine al progetto dell'autostrada Pedemontana, riparare i danni fatti realizzando le Compensazioni Ambientali sulle tratte A, B1 e le tangenziali di Como e Varese, dare avvio a una progettualità condivisa sulla viabilità intercomunale, le politiche dei trasporti pubblici e gli investimenti ferroviari.

mercoledì 13 aprile 2016

INCONTRO SINDACI DI MB CON DELRIO: A CAIMI PIACE ANCORA LA FALLIMENTARE E IMPATTANTE PEDEMONTANA


Nell'incontro dei sindaci della Brianza con il Ministro Delrio tenutasi a Monza l'11-04-016, s'è parlato di trasporti pubblici, mobilità e Pedemontana.
La situazione dei trasporti pubblici in Provincia di MB e il disastro della Pedemontana sono ormai noti ai più.
Per questo i sindaci hanno chiesto a Delrio di fare il punto e di esplicitare le intenzioni del Governo, soprattutto in merito all'infrastruttura autostradale.
Così Delrio ha ribadito che le risorse pubbliche per la pedemontana sono terminate e non ne verranno stanziate altre. Vedremo in un prossimo futuro se questa affermazione verrà mantenuta.
La maggioranza dei sindaci ha chiesto e sembra ottenuto, un tavolo di discussione e confronto tra più soggetti istituzionali per "ridimensionare" il progetto autostradale con una semplificazione dell'opera e lo snellimento delle aree critiche.
Ancora non siamo al punto in cui si prende atto del fallimento completo e dell'insostenibilità del progetto, ma è evidente che all'infrastruttura realizzabile come da faraonico progetto anche i sindaci, seppur con molteplici sfumature, non ci credono più, anche se per ora non osano avanzare la richiesta forte e indubbiamente dal carattere politico dello stralcio dalla legge obiettivo.
C'è però un sindaco che, con il paraocchi e ignorando realtà e critiche, vuole ostinatamente (ed esattamente come Maroni) che l'autostrada si faccia così com'è.
E' il sindaco di Meda Gianni Caimi (vedi articolo de Il Giorno allegato).
La sua è una posizione in questo momento isolata anche dal contesto degli altri sindaci della tratta B2 e C e viene da chiedersi da dove arrivi questa miope ostinazione.
C'è in questo una convinzione sbagliata e vetusta dell'intendere lo sviluppo come sinonimo di "grandi infrastrutture" da realizzare per forza, indipendentemente dalla loro reale necessità perchè ritenute erroneamente "motore di sviluppo".
C'è un protagonismo sterile che spesso nel recente passato s'è unito, sull'argomento pedemontana, alle posizioni di figure politiche che l'autostrada la vogliono solo perchè "è in legge obiettivo e si deve fare e basta" ignorando o qualificando come "allarmismo ingiustificato" il lavoro degli ambientalisti sulle devastazioni, le criticità e i rischi generati dall'autostrada.
Ma non solo.
L'amministrazione medese s'è legata mani e piedi con la Soc. Autostrada Pedemontana Lombarda per la realizzazione delle opere di viabilità complementare costituite dal sottopasso di via Seveso (con deviazione dell'alveo del Tarò), della tangenzialina di Meda Sud e di quella di Piazza Volta.
Riveste particolare importanza per Caimi e la sua giunta soprattutto il sottopasso ferroviario di via Seveso/via Cadorna perchè legato indissolubilmente alla possibilità di realizzare e aprire il Centro Commerciale con annesso albergo sull'area ex Medaspan.
La Regione, in una delle sue prescrizioni alla variante parziale ha scritto nero su bianco che:


Insomma, se quel sottopasso, da realizzare con i fondi di Pedemontana (che al momento non ci sono) dovesse saltare, diventa problematica l'apertura del Centro Commerciale fortemente voluto da Caimi stesso, con scelte che ne hanno facilitato l'iter in variante parziale sottraendolo ad una riflessione più completa in un ambito di Variante generale.

Va evidenziata la miopia politica dell'amministrazione Caimi, che nonostante le sollecitazioni anche di Sinistra e Ambiente, non ha mai deciso di verificare preventivamente la possibilità di trovare risorse differenti da quelle della pedemontana per la realizzazione delle opere di superamento della linea ferroviaria.
A differenza dell'amministrazione, Sinistra e Ambiente giudica inutile, insostenibile ed impattante per territorio e ambiente l'autostrada Pedemontana e agisce affinchè quest'autostrada non venga completata e si opti invece per soluzioni viabilistiche che potenzino l'esistente e la rete ferroviaria.
Ci siamo altresì opposti alla realizzazione del Centro Commerciale sull'At1 ex Medaspan, considerandolo gravoso per la viabilità e il tessuto commerciale medese di dettaglio già fortemente in crisi.

 
L'articolo de il Giorno del 12-4-016 in formato PDF:
https://www.scribd.com/doc/308445583/artGiorno12-4-016

sabato 9 aprile 2016

QUANDO IL SINDACO CAIMI ........ PARLA A SPROPOSITO

La stampa locale ha ripreso la vicenda del sopralluogo di Sinistra e Ambiente in Val de Mez, in zona confine tra Meda e Cabiate. 
Un sopralluogo con l'obiettivo di verificare e rendere noto lo stato delle palificate, delle briglie e del terrapieno d'argine ivi realizzati nell'ambito del progetto di contenimento della frana e della regimazione idraulica del torrente che lì scorre. 
Avevamo riscontrato e reso pubblico che le opere erano già state pesantemente danneggiate già alla prima piena di inizio marzo, mostrando l'inedeguatezza di quanto prima progettato e poi realizzato, con un costo di 54.000 euro.
Ne è seguita una arrogante, rabbiosa e piena di livore reazione da parte del sindaco Caimi che, a mezzo stampa (vedi articoli allegati), ci ha accusati di "fare opera di disinformazione e sciacallaggio", infarcendo il suo intervento con banalità assolute -"di piene possono essercene ancora"- e cercando di delegittimarci etichettando il nostro gruppo come "privo di conoscenze tecniche" e portato all'allarmismo.
Insomma, Caimi ha distribuito vere e proprie "perle di saggezza" in una replica basata sul nulla, evitando però accuratamente d'entrare nel merito di quanto da noi segnalato con un  rapporto elaborato con il necessario grado di conoscenza tecnica visto che ci siamo avvalsi del supporto del geologo Gianni Del Pero con cui collaboriamo da tempo sugli argomenti ambientali e di tutela del territorio.

Però, però .......... ora, dopo la sequenza gratuita di insulti, apprendiamo che anche l'amministrazione (bontà sua) ha fatto un sopralluogo e ........ ha dovuto nei fatti constatare la veridicità del report di Sinistra e Ambiente confermando la necessità d'ulteriori interventi esattamente sui punti danneggiati da noi rilevati.
Ci auguriamo che questi interventi di ripristino funzionale non incidano sulle casse comunali ma siano conteggiati nell'ambito dell'esecuzione lavori, seppur di un progetto che continuiamo a considerare fatto in fretta e per questo inadeguato e non calibrato per le criticità della Val de Mez.


Questo episodio, con l'evidenza dei fatti e la cronaca, dimostra come il sindaco Caimi abbia parlato a sproposito e senza cognizione di causa.
Checcè lui ne dica, Sinistra e Ambiente continuerà ad agire e a svolgere un'attività basata sull'attenzione e la conoscenza del territorio e delle sue criticità.

A seguire, gli articoli della stampa con le denunce di Sinistra e Ambiente e la "scomposta" replica del sindaco.


mercoledì 6 aprile 2016

PERCHE' QUALCUNO VUOLE BOICOTTARE IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE DEL 17 APRILE

Sul referendum contro le trivelle del 17 aprile 016 stiamo assistendo da parte di appartenenti al Governo alla diffusione continua di false notizie, al solo scopo di creare confusione e di sabotarlo.
Per questo proponiamo un'adeguata documentazione di Greenreport e del WWF per far comprendere meglio la realtà dei fatti, evidenziare le mistificazioni e argomentare le ragioni del SI.

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Da Greenreport.it

Ciò che si nasconde davvero sotto le trivelle 

(e che quasi nessuno dice)


Il governo italiano, con una scelta discutibile, ha fissato al 17 aprile la data del referendum abrogativo sulle piattaforme petrolifere promosso da 9 regioni italiane. L’oggetto del referendum è la norma introdotta con l’ultima finanziaria che consente alle società concessionarie del diritto di coltivazione dei giacimenti petroliferi a mare entro le 12 miglia marine di poter sfruttare i giacimenti fino al loro esaurimento, anche se entro le 12 miglia resta vietata la concessione di nuove concessioni di ricerca e coltivazione.

Per i fautori del no questa norma è logica in quanto per loro non ha senso “tappare” il foro mentre c’è ancora gas e petrolio da estrarre e inoltre dicono che una vittoria dei si sarebbe pericolosa in quanto bloccherebbe un settore in cui siamo all’avanguardia e si creerebbero migliaia di disoccupati. Insomma nulla di nuovo. Quando si tratta delle fonti fossili, ogni modifica che non piace ai signori del petrolio viene immediatamente bloccato un settore in cui siamo all’avanguardia, produce migliaia di disoccupati, genera piaghe bibliche e catastrofi galattiche…. Il solito ricatto contro lavoro, ambiente e salute.

Altri argomenti citati dai fautori del no riguardano l’aumento delle importazioni dall’estero con il conseguente incremento del numero di petroliere che circolano sui nostri mari e approdano sui nostri porti. In pratica sostengono che gli effetti sull’ambiente provocati dallo stop alle piattaforme entro le 12 miglia marine sarebbero peggiori di quelli che produrrebbero delle piattaforme vecchie di 40 o 50 anni che pompano gas e petrolio dal fondo del mare.

Inoltre i fautori del no ricordano che la vittoria del si al referendum non comporterebbe un divieto alle trivelle e nemmeno alle piattaforme oltre le 12 miglia marine. Per questo accusano i comitati No Triv di truffare gli elettori. Ma è veramente così? Assolutamente NO!

Intanto i signori del no devono mettersi d’accordo con loro stessi. Infatti da una parte sostengono che questo referendum è inutile e non produrrà uno stop alle piattaforme e alle trivelle e che quindi presentarlo in questo modo è falso e truffaldino, mentre dall’altra parte dicono che una vittoria dei SI produrrebbe una catastrofe nazionale. Insomma devono spiegare come può essere che un referendum inutile e che non stoppa affatto piattaforme e trivelle, possa bloccare l’intero settore, far scappare tutte le società petrolifere dall’Italia, far perdere miliardi di investimenti, migliaia di posti di lavoro, aumentare le importazioni di petrolio e gas dall’estero e produrre un incremento dei costi della bolletta energetica? In pratica è come se dicessero che un moscerino che si posa su un grattacielo ne provoca il crollo.

Inoltre i signori del no sostengono che dalle piattaforme si estrae prevalentemente gas, ma poi dicono che la vittoria del si producendo uno stop immediato alle estrazioni, farebbe si che aumenti il traffico di petroliere. Tutto questo è puro allarmismo verbale. Innanzitutto vorrei ricordare che il gas non arriva con le petroliere, ma con i gasdotti, e (in rarissimi casi) con le navi gasiere in forma di Gas Naturale Liquido (LNG). Quindi non si vede che ci azzeccano le petroliere. Diciamo che i fautori del no sono un tantino confusi. In secondo luogo in caso di vittoria dei SI gli impianti non verrebbero bloccati immediatamente ma a termine, con l’arrivo a scadenza delle concessioni.

Ma allora perché i signori del no raccontano queste falsità? E cosa si nasconde veramente sotto il loro desiderio di procrastinare le concessioni?

Intanto è bene chiarire subito che il referendum interesserà in modo diretto solo diciassette concessioni (dal 2017 al 2027) da cui si estrae il 2,1 % dei consumi nazionali di gas e lo 0,8 % dei consumi nazionali di petrolio gas. (vedi dati anche del documento del WWF sotto allegato).
Bruscolini che anche se dovessero venire a mancare da un giorno all’altro, come sostengono i signori del no, (ma, ripetiamo, NON è così) non succederebbe nulla di grave e al calo di estrazioni si potrebbe benissimo fare fronte con un minimo di risparmio energetico (quindi incentivando un comportamento virtuoso. Certo se invece vogliamo continuare a sprecare energia prodotta con fonti fossili, allora non basteranno tutti i giacimenti del mondo a coprire il fabbisogno.

Ma, come detto, la vittoria del si non comporterà uno stop immediato delle piattaforme che, purtroppo, continueranno a restare al loro posto fino alla scadenza della concessione e quindi non c’è alcun pericolo per il fabbisogno nazionale e nessuna perdita di posti di lavoro, che sono pochissimi, spesso di tecnici specializzati stranieri, e che scadrebbero al termine del contratto.

Quindi si ritorna alla domanda posta in precedenza: cosa temono i fautori del no? Temono due cose.

Primo, che passi il messaggio che possiamo fare a meno del petrolio e che possiamo produrci l’energia di cui abbiamo bisogno in altro modo senza continuare a dare soldi ai petrolieri.

Secondo, che passi un altro principio, ben più importante per loro, quello per cui le concessioni scadono.

Infatti ci sono alcune cose che i signori del no ci tengono nascoste tentando di distogliere l’attenzione da esse per puntarla verso la catastrofe prodotta dalla vittoria del si e la perdita di migliaia di posti di lavoro.

Le paroline magiche che non pronunciano mai i signori del no sono due: royalty e franchigia.

Cosa sono le royalty? Sono delle quote in denaro che le compagnie petrolifere versano ogni anno allo stato, alle regioni e ai comuni per lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Infatti in Italia le risorse petrolifere sono un bene indisponibile dello Stato, questo vuol dire che il petrolio e il gas dei giacimenti è di proprietà pubblica: tutti noi siamo proprietari di una quota di petrolio e di gas stoccati nei giacimenti.

Lo stato però non si occupa direttamente di estrarre queste risorse e “concede” dei titoli di sfruttamento di tali risorse a dei soggetti privati, i quali sostengono i costi per la ricerca e per la costruzione delle infrastrutture necessarie alla loro estrazione. In cambio pagano ai “proprietari” delle risorse, noi tutti, una quota percentuale del valore di quanto estratto.

Il problema riguarda la percentuale che viene pagata. 
Tale percentuale, come si può vedere dal sito del Ministero dello Sviluppo Economico, è pari al 7% per l’estrazione di gas e di olio a terra e del 4% per l’estrazione di olio in mare, a cui sommare una quota del 3% da destinare al fondo per la riduzione del prezzo dei prodotti petroliferi se la risorsa è estratta sulla terraferma o per la sicurezza e l’ambiente se estratti in mare.  
Se si pensa che in altri Paesi le royalty difficilmente scendono al di sotto del 30%, si capisce benissimo il grande regalo che noi facciamo ogni anno ai petrolieri.

La seconda parolina magica, come detto, è franchigia. Che cos’è? La franchigia è una quota annua di gas e petrolio estratti da ogni giacimento sulla quale non si calcolano royalty. Sempre dal sito del Ministero dello Sviluppo Economico si evince che le franchigie sono pari a: 20.000 t di petrolio estratto a terra; 50.000 t di petrolio estratto in mare; 25 Milioni di mc di gas estratto a terra; 80 Milioni di mc di gas estratto in mare.

Questo significa che se i titolari delle concessioni ogni anno e da ogni giacimento estraggono un quantitativo di gas e di petrolio pari o inferiore alle franchigie non versano nessuna royalty allo stato.

E naturalmente l’interesse dei titolari delle concessioni è quello di pagare meno royalty possibile. Ecco perché dando loro la possibilità di prorogare la durata delle concessioni fino all’esaurimento dei giacimenti, non si fa altro che dir loro: “estraete meno che potete e non versate nemmeno un Euro di royalty, tanto avete tutto il tempo che volete per sfruttare il giacimento”.

A tutto questo, come se non bastasse, bisogna aggiungere il fatto che in pratica a comunicare le quantità di petrolio e gas estratte sono gli stessi concessionari con un’autocertificazione che nessuno controlla.

Non a caso nel 2010 la Cygam Energy, una società petrolifera canadese, in un suo dossier raccomandava di investire in Italia perché “la struttura italiana delle royalty è una delle migliori al mondo”. Tradotto: “Andiamo a trivellare in Italia perché gli italiani sono degli idioti!”

Da quanto detto si capisce come questa norma sia tutta a favore dei titolari delle concessioni e poco della collettività che oltre a incassare poco o nulla dallo sfruttamento di un bene indisponibile dovrà subire tutte le conseguenze derivanti dalle attività di estrazione, incidenti compresi.

Altro che benessere per la collettività.

Ecco cosa si nasconde veramente sotto le trivelle ed ecco il motivo per cui il 17 aprile bisogna andare a votare eVOTARE SI.

martedì 29 marzo 2016

DOPO UNA PRIMA PIENA, LE OPERE DEL PROGETTO DELL'OTTOBRE 015 SONO GIA' DANNEGGIATE015


Del progetto e dei lavori di manutenzione sul reticolo idrico minore e sul Tarò a Meda ce ne siamo occupati sia nella fase di presentazione del progetto ad ottobre 015 (vedi post:A PROPOSITO DEI LAVORI DI MANUTENZIONE SUL TARO' ) sia a lavori terminati quando, il 24/12/015, una "pattuglia" di Sinistra e Ambiente s'era recata a verificare quanto era stato fatto in Val de Mez, al confine tra Meda e Cabiate e aveva redatto un dettagliato rapporto (post:SINISTRA E AMBIENTE SUI LAVORI RELATIVI ALLE CRITICITA' IDROGEOLOGICHE ).
Un rapporto che era stato consegnato anche all'assessore alla Protezione Civile, Massimo Nava.
A inizio marzo 2016 ...... è arrivata la prima piena conseguente ad alcuni giorni di pioggia.
Siamo tornati in loco per verificare sia l'integrità delle opere idrauliche e di contenimento frana lì posizionate sia la loro funzionalità e ............. purtroppo i nostri timori e le nostre perplessità hanno trovato conferma.
I lavori e il progetto fatti in fretta e furia stanno cominciando a mostrare la loro inadeguatezza ed è già bastata una PRIMA piena in Val de Mez a danneggiare e a compromettere la funzionalità delle strutture.



Da il Giorno del 3-4-016
QUANDO IL SINDACO DI MEDA PARLA A SPROPOSITO.
Come solito, arrogante, rabbiosa e piena di livore la reazione di Caimi al rapporto di Sinistra e Ambiente sugli interventi al reticolo idrico minore in Val de Mez (vedi articolo de "Il Cittadino" e di MBNews sotto).
Caimi non entra nemmeno nel merito dello stato di fatto dell'intervento anche perchè risulta difficile contestare le reali condizioni riscontrate in loco, ma con il suo solito stile, preferisce replicare con il nulla dell'insulto e della delegittimazione verso Sinistra e Ambiente.

Aggiungiamo una piccola nota a sua informazione: Sinistra e Ambiente si è avvalsa delle competenze di un tecnico, un GEOLOGO che ha pure nel passato progettato interventi proprio sul reticolo idrico della Brughiera e quegli interventi, contrariamente a quelli attuati dall'amministrazione medese, sono ancora integri e funzionali a distanza di anni. 

Il Cittadino del 2-4-016

Da MBNews

Meda, troppa fretta nei lavori alla rete idrica? (Reticolo idrico minore ndr) 
Il sindaco: era necessaria

Accesa polemica sui lavori di manutenzione al torrente Tarò e al reticolo idrico minore di Meda. A sollevare il vespaio è il gruppo Sinistra e Ambiente, che spiega di aver effettuato due sopralluoghi (dicembre 2015 e marzo 2016) al confine con Cabiate, nella cosiddetta “Val di Mez” dove sono stati realizzati gli interventi più importanti.
Già a dicembre (i lavori erano stati approvati dalla Giunta comunale ad ottobre e si erano conclusi a novembre, ndr) il gruppo ambientalista aveva inviato a Massimo Nava, assessore alla Protezione civile, un report dettagliato, evidenziando delle preoccupazioni per «un progetto fatto in fretta»: ora, dopo la prima piena di inizio marzo, la situazione non sembra essere migliorata. «Purtroppo i nostri timori e le nostre perplessità hanno trovato conferma – dicono i portavoce di Sinistra e Ambiente -. Una prima amara considerazione è che alcuni interventi effettuati nel torrente sono già, in parte, da rifare. In particolare parte della gigantesca palificazione, che non ha svolto il suo compito di trattenere la corrente, ma anzi ne è stata erosa alla base, ha impedito l’evoluzione del fenomeno franoso, che peraltro non determinava nessun rischio in quanto ambito non fruito». E non è tutto: l’erosione ha intaccato gli argini rifatti in sponda sinistra orografica, e le briglie distanziatrici sono state divelte. Un risultato paradossale, se si tiene conto che le altre briglie, meno ambiziose e più vecchie di una decina d’anni, svolgono ancora in modo dignitoso il proprio compito. «Eppure questo intervento è costato circa 54mila euro – precisano da Sinistra e Ambiente -. Come avevamo ipotizzato, i lavori, fatti di corsa sulla base di un progetto frettoloso redatto in cinque giorni, invece di mettere in sicurezza i luoghi nei quali si è intervenuti hanno, per certi versi, amplificato il dissesto idrogeologico della valle, trasportando materiale, prima in quiete, attraverso il tratto tombinato di via Como nell’alveo del Tarò, innescando un rialzo della quota della piena nella porzione nord di Meda. Parte delle palizzate realizzate sono collassate, il loro riempimento è stato svuotato dalla corrente che si è infiltrata al di sotto del livello di difesa spondale».
Tende a stemperare i toni la replica del sindaco, Giovanni Giuseppe Caimi«I lavori sono stati fatti velocemente perché era necessario – risponde il primo cittadino -. Siamo riusciti ad ottenere un finanziamento regionale per 150mila euro anche grazie alla documentazione fotografica, raccolta grazie alla Protezione civile, del tratto da Cabiate a Seveso. Abbiamo fatto in fretta? Vero. Ma siamo una pubblica amministrazione che fa le cose bene e spende i soldi in modo appropriato». Non a caso, spiega Caimi, la direzione dei lavori è stata affidata ad un ingegnere civile con esperienza internazionale: «E se qualcuno può dimostrare che il nostro tecnico non ha lavorato bene ce lo dimostri – continua -, anzi, li invito a farsi avanti». Però è vero che ci sono già verificate delle erosioni, o no? «Sì, in seguito alle forti piogge, ma ce lo aspettavamo – spiega Caimi -. In torrenti di questo tipo le erosioni ci saranno sempre: l’intervento era volto a mettere in sicurezza quanto era stato rovinato». Tanto più che la sistemazione dell’alveo dei fiumi non è di competenza del comune. «Proprio questa mattina (mercoledì 30 marzo, ndr) il nostro assessore Nava era a colloquio con l’ingegner Luigi Mille e il geologo Dario Fossati, di Aipo (Agenzia interregionale per il fiume Po, ndr), per discuterne – racconta -. Hanno un progetto e dei finanziamenti regionali, noi non abbiamo le competenze per agire». Presto, dunque, potrebbero esserci ulteriori novità in merito.

lunedì 21 marzo 2016

INSIEME IN RETE: BASTA FINANZIAMENTI ALLA PEDEMONTANA


Un incontro importante quello organizzato a Seveso il 18-3-016 da Insieme in Rete con Anna Donati di Green Italia e con Monica Frassoni Presidente dei Verdi europei.
L'impossibilità per Monica Frassoni d'essere presente  a causa di un lutto, non ha ostacolato l'argomentare con lei, a mezzo di mezzi telematici e in diretta.
Le comunicazioni della Frassoni e della Donati sulle pessime politiche italiane in tema di infrastrutture e grandi opere hanno portato a ragionare ad un livello più macro, utile a far capire le pesanti ricadute sui territori sia in termini di costi economici sia in termini di costi ambientali che le errate scelte trasportistiche causano.
Si sono così meglio comprese le disinvolte e miopi politiche d'investimento su infrastrutture poi rimaste incomplete per gli elevati e insopportabili costi.
Sono però le opere autostradali incomplete che servono a giustificare le continue richieste di nuovi fondi o di agevolazioni fiscali per i concessionari.
In questa categoria rientra ormai a pieno titolo l'inutile autostrada Pedemontana.
E sulla Pedemontana, chi ne vuole la realizzazione a tutti i costi (il Presidente di Regione Lombardia Maroni in primis), nella disperata ricerca di fondi,  insiste per chiudere l'iter della DEFISCALIZZAZIONE e per avviare la possibilità di accedere ai fondi europei del Piano JUNCKER.
Quella della Pedemontana è una situazione fallimentare conclamata, con i previsti fondi privati del "project financing" venuti totalmente a mancare e il maldestro tentativo di sopperire ad essi con "aiuti di Stato" e cercando di convincere l'Europa a finanziarla. Proprio per evitare anche questo, Monica Frassoni e Anna Donati in collaborazione con molti gruppi ambientalisti e con il coordinamento di Insieme in Rete hanno presentato alla Commissione Europea per la Concorrenza un dettagliato rapporto che alleghiamo.
Nella serata, Gemma Beretta, Gianni Del Pero e Alberto Colombo per INSIEME IN RETE hanno dettagliato il disastro ambientale causato da Pedemontana sul territorio, il rischio DIOSSINA sulla Tratta B2 e C, l'assenza delle compensazioni ambientali sul tracciato già in esercizio (A, B1 e tangenziali di Como e Varese) e hanno rinnovato la richiesta a fermare l'infrastruttura e a lavorare per un progetto di potenziamento della viabilità intercomunale e locale potenziando prioritariamente il trasporto su ferro.
Presenti all'incontro i sindaci di Seveso e Bovisio Masciago, l'assessore alle Politiche di Governo del Territorio di Desio, il Presidente del Consiglio Comunale di Cesano Maderno.

 
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Da MBNews

Insieme in Rete: “No agli aiuti di Stato per Pedemontana”

Insieme in Rete: "No agli aiuti di Stato per Pedemontana"«Pedemontana è un fenomeno italiano e in questo, purtroppo, poco anomalo»: Gemma Beretta, portavoce di Insieme in Rete, riassume così la situazione nell’incontro di venerdì 18 marzo a Seveso. La serata è stata un’occasione per presentare il documento presentato alla Commissione europea sui finanziamenti governativi alle opere autostradali, firmato, tra gli altri, da Anna Donati, di Green Italy, e da Monica Frassoni, presidente dei Verdi europei. La richiesta avanzata all’Europa è quella di indagare sugli aiuti di Stato ai titolari delle concessioni, e senza permettere che Pedemontana e altre autostrade ottengano ulteriori incentivi.
«Pedemontana è partita in termini sbagliati, è costruita a pezzi e passa a zig-zag nella pianura, devastando il territorio e isolando comuni – ha commentato il geologo Gianni Del Pero -. Come società ha mostrato di non saper gestire un’opera così, e, d’altra parte, non ha nemmeno i soldi per farlo: insiste nell’andare avanti, ma deve invece fermarsi e risarcire il danno». Difficile capire con quali soldi potrebbe farlo: Strabag sta licenziando gli operai che hanno lavorato alle prime tratte, e i proventi dei pur carissimi pedaggi non bastano a rientrare dalle spese. «Nel mondo delle fiabe, o per come ce la raccontano, le autostrade non costano mai nulla, perché riescono ad autofinanziarsi con il pedaggio – chiosa Donati -. Ma ovviamente non è mai così, interviene sempre lo Stato, con aiuti come il valore di subentro e le defiscalizzazioni, e il resto ce lo mette la concessionaria». Solo che gli aiuti statali sono già stati versati e Pedemontana è stata completata solo per un terzo, e mancano ancora 2 miliardi: l’ultima speranza per chi vuole l’autostrada è rientrare nel piano Juncker, cosa di cui il Pirellone sembra peraltro certo. Un’eventualità che Donati accoglie in modo molto scettico: «Nel piano Juncker dovrebbero rientrare cose concrete, a basso rischio e importanti per l’economia, come le energie rinnovabili e i treni per i pendolari – spiega -, e questo non è certo il caso di Pedemontana». «Stranamente da mesi il governo italiano non sta avanzando su questa tematica a Bruxelles – continua Frassoni, raggiunta via skype -. Può essere un buon segno, ma è anche vero che viste da qui ci sono questioni molto più pressanti, come il caso Ilva».
Di certo la situazione non può restare così com’è: se Paolo Butti, sindaco di Seveso, teme soprattutto lo stato attuale della “vetusta” Milano-Meda, che dovrebbe farsi carico del traffico di Pedemontana, Giuliano Soldà, il primo cittadino di Bovisio, lancia la proposta della riprogettazione: «Ripensare Pedemontana si può – ha affermato -. Sul territorio c’è bisogno di sostenibilità: siamo ancora in tempo per modificare il progetto».  Evitando situazioni come quella di Cassano Magnago, punto zero di Pedemontana e ormai tagliato fuori dalla normale viabilità, come riporta Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia. E anche tenendo conto dei recenti dati di traffico, che mostrano come Pedemontana sia al momento molto poco usata e di come, in realtà, il tragitto quotidiano medio di chi usa la macchina per spostarsi nel tragitto casa-lavoro sia molto minore: tra i 10 e i 30 km.
«Diciamolo: Pedemontana è un fallimento, e i sindaci dovrebbero fare un passo in più in questa direzione – conclude Alberto Colombo di Insieme in Rete -. Faremo di tutto perché questi finanziamenti non arrivino mai».

mercoledì 9 marzo 2016

IL 18-3-016 INCONTRO PUBBLICO DI INSIEME IN RETE SULLA PEDEMONTANA


Il coordinamento ambientalista INSIEME IN RETE PER UNO SVILUPPO SOSTENIBILE (di cui Sinistra e Ambiente è parte attiva) ritorna a parlare dell'autostrada Pedemontana con un incontro pubblico a Seveso.
Un incontro che mette di nuovo a fuoco l'inutilità e il disastro di questa infrastruttura, anche alla luce delle ultime vicende relative alla mancanza di fondi e alla chiusura dei cantieri di Strabag nel raggruppamento d'imprese "Nuova Briantea" sulla tratta B1, ancora INCOMPLETA della viabilità di connessione.
Con MONICA FRASSONI Presidente dei VERDI del Parlamento Europeo e con ANNA DONATI di GREEN ITALIA parleremo anche dei maldestri tentativi di ottenere finanziamenti europei dal Piano Juncker e delle miopi politiche  (veri e propri AIUTI DI STATO) del governo in favore delle autostrade, defiscalizzazione compresa.
Lo diciamo da tempo, quest'autostrada che è stata uno spreco di risorse (sinora praticamente solo PUBBLICHE) deve fermarsi.
E' fuori dalla realtà continuare a pensare e a volere, come fanno alcuni politici e amministratori, il suo completamento visto gli inesistenti volumi di traffico sulle tratte già realizzate e considerato l'impatto ambientale pesantissimo per l'ambiente e il territorio.
Purtroppo una parte di disastro è già stato fatto e per questo sulla tratta A, B1 e le tangenziali di Como e Varese è necessario realizzare le previste COMPENSAZIONI AMBIENTALI di cui s'è persa traccia.
Anche il tavolo di verifica dello stato d'avanzamento realizzativo dei progetti di Compensazione Ambientale, istituito dalla Mozione Regionale n° 415 approvata dal Cons Regionale, non sta lavorando e un solo progetto quello di Cassano Magnago, fortemente ridimensionato, risulta in fase di esecutivo.
L'INGANNO della PEDEMONTANA va smascherato.

lunedì 7 marzo 2016

I PROFUGHI IN PROVINCIA DI MB E IL SISTEMA D'ACCOGLIENZA


A scuola di italiano a Seveso
Un rapporto completo quello che vi presentiamo (anche se non in anteprima visto che è uscito a novembre 015) che parla dei profughi presenti in Brianza e del sistema di accoglienza che si occupa di loro.
Un sistema diffuso sul territorio e basato sulle Associazioni del terzo settore unite in un RTI (Raggruppamento Temporaneo Imprese) denominato Bonvena (Accoglienza in esperanto) che si è da subito attivato per gestire questa emergenza, ormai divenuta fenomeno  intrinseco di un mondo dove crescono guerre, miserie e persecuzioni e si è aggiudicato il bando 2015 della Prefettura di MB per gestire l'accoglienza profughi.
Il bando è stato riproposto dalla Prefettura anche per il 2016 con un incremento numerico rispetto alle quote di persone destinate alla Provincia di MB.
Al novembre 015 le accoglienze sono state di 907 profughi di cui 660 gestiti direttamente da Bonvena, 152 dalla Croce Rossa Italiana e il resto da altri.
Il rapporto è molto dettagliato e fa chiarezza.
Fa chiarezza rispetto a chi fa costante opera di mistificazioni alimentando odio e razzismo solo per garantirsi visibilità.
Fa comprendere bene anche i livelli di protezione accordata ai profughi cioè Protezione Internazionale, Sussidiaria, Umanitaria a secondo della situazione in cui si trova la persona perchè il diritto di ricevere protezione non è solo per chi fugge dalle numerose guerre ma anche per chi subisce persecuzioni di varia natura.
Per sapere la reale situazione, leggetelo con pazienza ed attenzione.

sabato 5 marzo 2016

L'ANAC DICE LA SUA SUL BANDO BEA PER IL TURBOGENERATORE


Ne avevamo già scritto qui e qui in alcuni post. 
La documentazione del bando di BEA (Meda è socia con il 7,34%) per il rifacimento del turbogeneratore del forno inceneritore di Desio, vinto dall'unica azienda partecipante, la COMEF, mostrava molte incongruenze, inesattezze, anomalie e stranezze. 
Dopo le segnalazioni effettuate dalla revisore dei conti nominata dal Comune di Desio nel Collegio Sindacale di Bea, la Dr.ssa Giovanna Ceribelli (la stessa che ha dato il via all'inchiesta "Smile" sulla malasanità lombarda) e l'esposto del Consigliere Regionale Gianmarco Corbetta e dell'M5S all'Autorità Nazionale Anti Corruzione, in data 2-3-016 l'ANAC stessa si è pronunciata con un documento dai contenuti pesanti per BEA, dicendo in buona sostanza che:

Sarebbe stato dunque necessario in ipotesi di gara deserta o di assenza di offerte appropriate, rivolgersi nuovamente al mercato, aprendo un nuovo confronto competitivo. Circostanza, peraltro, che nel caso di specie sarebbe stata quantomai opportuna, in considerazione del fatto che le numerose criticità rilevate nella gara in oggetto inducono a concludere che l’offerta di Comef s.r.l. non potesse ritenersi ‘appropriata."

Aldilà delle valutazioni e delle richieste politiche di Corbetta, riteniamo utile per l'informazione segnalarvi i dettagli presenti in:  
e quanto riportato dalla stampa.

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Da il Cittadino on line del 4-3-016


Inceneritore di Desio, l’Anticorruzione contro Bea:


«La gara per la turbina va rifatta»


L’Autorità nazionale anticorruzione risponde all’esposto del Movimento 5 Stelle sulla gara per la turbina dell’inceneritore di Desio e indica la strada a Bea: rifare tutto. M5S chiede dimissioni a raffica, incluse quelle di Gigi Ponti.
«La gara è stata aggiudicata per un importo superiore rispetto a quello indicato nel bando». E poi: «La stazione appaltante ha aggiudicato per un importo superiore a quello messo a gara per ottenere una prestazione tecnicamente inferiore a quella potenzialmente richiesta». E ancora: «Clausole discordanti nella documentazione di gara». Sono questi, racconta il Movimento Cinque stelle, i rilievi fatti dall’Autorità nazionale anticorruzione dopo l’esposto presentato sulla gara per la turbina dell’inceneritore di Desio. Il che, per M5S Lombardia, significa una sola cosa: «Il Presidente della Provincia Gigi Ponti vada a casa, se ha un minimo di decenza».

È un attacco frontale quello del movimento nei confronti delle scelte della società Bea nella doppia gara da 7,5 milioni di euro. Decisioni che per Gianmarco Corbetta, consigliere M5S regionale, si traducono nella «responsabilità politica del Pd brianzolo», «devastante: hanno portato sul baratro una società pubblica e i suoi lavoratori, piazzando politici mal riciclati nei Consigli di amministrazione, difendendo ad oltranza manager incapaci anche quando bastava leggere le carte per rendersi conto di quanto succedeva, perseguendo una politica industriale fallimentare, senza capire che il mondo in cui i rifiuti si dovevano bruciate è finito».
«Sarebbe stato dunque necessario in ipotesi di gara deserta o di assenza di offerte appropriante - si legge nelle carte dell’Anac di Raffaele Cantone - rivolgersi nuovamente al mercato, aprendo un nuovo confronto competitivo. Circostanza, peraltro, che nel caso di specie sarebbe stata quantomai opportuna, in considerazione del fatto che le numerose criticità rilevate nella gara in oggetto inducono a concludere che l’offerta di Comef s.r.l. non potesse ritenersi “appropriata”». Bea S.p.A. ha venti giorni di tempo per «manifestare la volontà di conformarsi alle indicazioni dell’Autorità».
Per Corbetta «Anac ha letteralmente demolito le tesi difensive di Bea, confermando le gravi inadempienze e criticità segnalate dal Movimento 5 Stelle e ravvisando la necessità che a tutela dell’interesse pubblico la gara sia annullata. Abbiamo fatto un enorme lavoro di studio e analisi, durato mesi, su tutta la documentazione del bando: troppe le anomalie, troppe le stranezze... e ora l’Anac non solo conferma i nostri dubbi ma va oltre nell’indagine».
E ancora: «In attesa che la Procura della Repubblica si pronunci sulle responsabilità penali, do per scontate le dimissioni dei Consigli di amministrazione di Bea e Bea Gestioni e del direttore generale di Bea», colpe che per M5S sono da ricondurre anche all’attuale presidente Mazzucconi, perché ha lavorato in « perfetta continuità tra l’operato delll’ex presidente Boselli». Responsabilità da estendere su su fino a Gigi Ponti, presidente della Provincia, «l’ente azionista di maggioranza relativa in Bea».
Daniela Mazzuconi, presidente di Bea, si difende: «All’Anac presenteremo le controdeduzioni. Annullare la gara sarebbe troppo oneroso. Io non rispondo di atti presi prima del mio arrivo.

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Da MBNews del 4-3-016

Desio Inceneritore:

l’Anticorruzione risponde: “Gara turbina da rifare”

Di Simona Sala 
Ventuno pagine di risposta, dettagliate e ben articolate. Mercoledì 2 marzo è arrivato il responso che il Movimento 5 Stelle tanto aspettava dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac), in seguito alla presentazione dell’esposto di dicembre riguardo la gara (a doppio oggetto) dal valore di 7,5 milioni di euro, indetta da Bea per la sostituzione della turbina dell’inceneritore di Desio.
Anac ci ha dato ragione sotto tutti i fronti, anzi ha fatto valutazioni ancora più approfondite. È una grande soddisfazione per noi”– esordisce il consigliere regionale Gianmarco Corbetta alla conferenza di oggi 3 marzo, convocata appunto per illustrare gli ultimi sviluppi dell”Operazione verità”.
Nel documento l’Anac riassume tutte le criticità riscontrate e le divide in tre tipologie: violazioni della concorrenza, violazioni del principio di economicità e violazioni del procedimento di gara. Sono innumerevoli i rilievi emersi dall’istruttoria si legge: “la gara è stata aggiudicata per un importo superiore rispetto a quello indicato nel bando”, non solo , “la stazione appaltante ha aggiudicato per un importo superiore a quello messo a gara per ottenere una prestazione tecnicamente inferiore a quella potenzialmente richiesta”, e anche, “clausole discordanti nella documentazione di gara”. Tutti punti rimarcati e sottolineati in sede di conferenza dall’avvocato Ilaria Battistini, che ha curato l’esposto.
Corbetta aggiunge “Anac ha letteralmente demolito le tesi difensive di Bea, confermando le gravi inadempienze e criticità segnalate dal Movimento 5 Stelle e ravvisando la necessità che a tutela dell’interesse pubblico la gara sia annullata. Abbiamo fatto un enorme lavoro di studio e analisi, durato mesi, su tutta la documentazione del bando:  troppe le anomalie, troppe le stranezze… e ora l’Anac conferma che i nostri dubbi sono leciti.”
E ancora: “In attesa che la Procura della Repubblica si pronunci sulle responsabilità penali dell’esposto fatto dal collegio sindacale, do per scontate le dimissioni dei Consigli di amministrazione di Bea e Bea Gestioni e del direttore generale di Bea”.
I 5 Stelle non si fermano all’attacco dei vertici di Bea, attribuiscono le responsabilità anche al mondo politico locale, in particolare chiedono a gran voce le dimissioni del presidente della Provincia. “Questo è un fallimento politico del partito democratico brianzolo, che da anni continua ad insistere con l’idea incenerire i rifiuti e di andare avanti ancora 15 anni potenziando il forno, senza capire che il mondo in cui i rifiuti si dovevano bruciate è finito. Di fronte alle macerie della gara a doppio oggetto e del piano industriale che la prevede, Gigi Ponti abbia la decenza e il pudore di dimettersi da presidente della Provincia, l’ente azionista di maggioranza relativa in Bea”, conclude il consigliere regionale pentastellato.
E adesso? Bea ha 20 giorni di tempo per conformarsi alle indicazioni dell’Autorità, che tradotto significa annullare la gara per ripresentarsi con una nuova, oppure può presentare controindicazione. Al momento non sono ancora giunte repliche da parte sia da parte della società Bea sia da parte della Provincia di Monza e Brianza e del Partito Democratico.

lunedì 22 febbraio 2016

BANDO PER GLI ORTI URBANI ...... IN ZONA R: LE NOSTRE PERPLESSITA'

Dunque l'amministrazione di Caimi ha pubblicato il 19-02-016 un bando per l'assegnazione degli ORTI URBANI. 
Un bando che prevede la presentazione di un progetto "di gestione" da parte di Associazioni e/o Consorzi con successiva determinazione del punteggio per l'assegnazione dello spazio.
Verrebbe da dire bene, ma ancora una volta dobbiamo registrare l'assoluta impermeabilità dell'amministrazione medese ai rilievi avanzati da Sinistra e Ambiente.
Si perchè, l'area identificata è di proprietà pubblica ma è all'interno della ZONA R (o di rispetto) per livello di contaminazione da TCDD del disastro ICMESA del 1976.
Ce ne eravamo accorti per tempo analizzando la documentazione in nostro possesso, anche sulla base delle  risposte alle nostre interrogazioni.
Senza voler fare alcun allarmismo abbiamo chiesto un incontro con l'assessore alla partita, Claudio Salimbeni, che s'è poi tenuto in data 25-01-016.
All'Assessore alle Attività Produttive, all'Ambiente e all'Economia Sostenibile abbiamo evidenziato che per un principio precauzionale, visto che UN ENTE PUBBLICO assegna quest'area per attività di coltivazione, era ed è opportuno verificare l'effettiva "pulizia" del terreno dal pericoloso contaminante TCDD anche con una susseguente dichiarazione degli enti preposti (ARPA in primis) attestante la compatibilità di questa superficie per l'attività di orticoltura.
Certo, in questa zona all'oggi non esistono "vincoli normativi" ma indubbiamente non si può ignorare la "storia pregressa" e il bisogno di una garanzia di idoneità all'attività prevista.
Ci era parso che l'incontro potesse avere un seguito e che, perlomeno, saremmo stati coinvolti ed informati rispetto ai passaggi cautelativi necessari.
Nulla di tutto ciò.
Come è nel suo stile, ancora una volta l'amministrazione non ha tenuto conto dei nostri rilievi, non ci ha minimamente aggiornato e ha confermato in ogni caso la localizzazione degli orti urbani in zona R.
Saranno anche in grado di dare adeguate e certificate rassicurazioni per l'utilizzo a coltivazioni ad uso alimentare sull'area? 
Per questo chiediamo che, prima di dare attuazione al bando, si effettuino lì congrue ricerche analitiche, secondo le metodiche che ARPA ha recentemente ribadito sui campionamenti di terreni per l'analisi di diossine e furani nonchè di altri parametri chimici indicatori della qualità ambientale dei terreni.

Da il Cittadino del 27-02-016
Da Il Giornale di Seregno 1-3-016


domenica 14 febbraio 2016

A PROPOSITO DI REFERENDUM SULLE TRIVELLE


Il governo ha deciso: il REFERENDUM CONTRO LE TRIVELLE si terrà il 17 di aprile. 
Una manovra spudorata per cercare d'evitare che si raggiunga il quorum previsto (50%+1) perchè il referendum sia considerato valido.
Con lo SBLOCCA ITALIA s'era garantita la possibilità di avviare ricerche petrolifere anche in zone ambientalmente sensibili, con tecniche invasive e sostituendo le vecchie fasi di prospezione, ricerca e coltivazione con una concessione unica a carattere di interesse strategico della durata di 30 anni, 10 in più rispetto alla normativa precedente.
Successivamente, con articoli ad hoc nella Legge di Stabilità, il Governo ha cercato di "superare" la richiesta di referendum su parti dello Sblocca Italia avanzato da Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise e appoggiata da molti gruppi ambientalisti.
La Corte Costituzionale ha considerato ammissibile uno dei quesiti referendari proposti, quello che riguarda la durata delle autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate, mentre altri due quesiti sono oggetto di un ricorso dei proponenti. 
Come fece Berlusconi nel 2011 con i referendum su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento ora il Consiglio dei Ministri ha deciso di NON ACCORPARE il Referendum alle prossime elezioni amministrative.
Opzione che avrebbe consentito un risparmio di oltre 300 mln e la possibilità di una campagna d'informazione con tempi più lunghi e una maggiore partecipazione.
Ma si sa ormai da tempo, Renzi e il suo esecutivo sono poco inclini alla "democrazia partecipata" e molto attenti alle pressioni di chi vuole perpetuare politiche energetiche sempre basate sugli idrocarburi.



Trivelle, niente election day. 

Il governo teme il quorum

Il caso. La consultazione si terrà il 17 aprile. Gli ambientalisti si appellano a Mattarella. 
Il comitato No Triv: «Uno schiaffo alla democrazia e alle casse dello stato: potevano essere risparmiati oltre 350 milioni»
Il governo fa ciò che ritiene più comodo: conferma il no categorico all’election day. Il voto delle amministrative non sarà accorpato a quello del referendum antitrivelle. Perché? Perché così è facile che non si raggiunga il quorum e Renzi potrà cantare vittoria. Bastava un decreto e, unendo le due consultazioni, si sarebbero risparmiati tra i 350 e i 400 milioni. 
Invece non ha prevalso il buon senso. Né l’interesse pubblico. E il consiglio dei ministri ha fissato la data del referendum al 17 aprile prossimo. 
Ignorato il «suggerimento» di associazioni e attivisti di chiamare alle urne gli italiani in un unico giorno.
«Uno schiaffo alla democrazia — insorge il coordinamento nazionale No Triv -. 
È paradossale che nello stesso consiglio dei ministri si sia deciso, per un verso, di bruciare 360 milioni di euro e, per l’altro, di rinviare un provvedimento finalizzato all’erogazione di un indennizzo in favore dei risparmiatori truffati da Banca Etruria, per un importo pari a 200 milioni. 
La campagna referendaria — prosegue — si aprirà formalmente solo con il decreto di indizione del capo dello Stato e solo a partire da quel momento i mezzi di comunicazione saranno tenuti a concedere ai delegati regionali gli spazi previsti».
I No Triv si appellano, quindi, al presidente delle Repubblica, a cui spetta l’atto ultimo di indizione del referendum, osservando che l’election day «è assolutamente necessario al fine di risparmiare denaro pubblico; che dinanzi alla Corte Costituzionale pendono ancora due conflitti di attribuzione promossi dalle Regioni nei confronti del Parlamento e dell’Ufficio Centrale per il Referendum (Cassazione). 
Nel caso l’esito del conflitto di attribuzione fosse positivo si dovrebbe votare per altri due quesiti, che la Legge di stabilità non ha soddisfatto: uno relativo al piano delle aree e l’altro alla durata dei titoli minerari in terraferma.  
Diversamente vorrebbe dire che nel 2016 gli italiani saranno chiamati alle urne ben cinque volte: per i due referendum abrogativi (1+2), per le elezioni amministrative (+ballottaggio) e per il referendum costituzionale».
«È una decisione scellerata — dice Greenpeace, che nei giorni scorsi ha lanciato una petizione, che in breve ha raccolto 68 mila adesioni, per chiedere l’accorpamento del referendum al primo turno delle amministrative -. 
Si tratta di una truffa pagata con i soldi dei cittadini. Il premier sta giocando sporco: ha scelto di sperperare centinaia di milioni per privilegiare i petrolieri. Un sondaggio commissionato all’Istituto Ixè lo scorso dicembre evidenzia come solo il 18 per cento degli italiani sia favorevole alla strategia energetica del Governo, mentre il 47 si dichiarava già sicuro di andare a votare per esprimersi sull’avanzata delle trivelle». «Poco tempo per informare i cittadini — denuncia il Prc -. 
Tanto denaro sprecato per tenersi buone le multinazionali», «Questa consultazione disturba», afferma Rosella Muroni, presidente di Legambiente appellandosi al presidente della Repubblica «affinché non firmi il decreto». «Evidentemente — fa presente — l’esecutivo teme che gli italiani ne valutino fino in fondo la portata e si dimostra riluttante ad affrontare seriamente e democraticamente la questione».
«Il mancato accorpamento del voto — tuona Dante Caserta, vicepresidente Wwf Italia — è una scelta insostenibile sia dal punto della tutela ambientale, che da quello dei conti dello Stato. 
Con 300 milioni di euro si potrebbe rendere più sicuro il nostro paese agendo sul dissesto idrogeologico, si potrebbero disinquinare i nostri fiumi e i tanti tratti di mare oggi non balneabili, si potrebbe potenziare il trasporto pubblico e migliorare la vita e la salute di milioni di pendolari, si potrebbe finanziare il sistema delle aree naturali protette». 
«Ecco il volto fossile del governo — è il commento dei parlamentari M5S -. 
È il tentativo di mettere i bastoni tra le ruote al referendum, anche se è un quesito limitante e che non risolverà la questione. Ma noi dobbiamo andare a votare ugualmente e votare sì». 
Anche Sinistra italiana e Civati chiedono di ritirare sulla decisione: «Facciamo appello agli ambientalisti del Pd e ai presidenti delle regioni che hanno promosso il referendum. Li invitiamo a interloquire con il Quirinale e chiedere se questa scelta di palazzo Chigi non miri a due obiettivi: far saltare il quorum e mettere il governo al riparo da una sconfitta sicura».

venerdì 5 febbraio 2016

L'INGANNO DELLA PEDEMONTANA

Mentre la soc. Autostrada Pedemontana Lombarda (APL) si sta affannando in una disperata ricerca di fondi e nella promozione degli "sconti" attuati sul pedaggio delle tratte A e B1, promozione per cercare di incrementare le scarse percorrenze attuali, i numeri di uno studio del traffico, commissionato dalla provincia di MB e realizzato dalla soc. META e dall'Ing Debernardi illustrati anche a Seveso nel corso dell'incontro pubblico organizzato dall'amministrazione il 1-2-016, sono impietosi e parlano chiaro.
Dimostrano, se attentamente letti, l'inutilità dell'autostrada e le sballate previsioni e analisi su cui si fonda.
Partiamo dai dati sulla tratta A, la prima ad essere aperta al traffico nel gennaio 2015: nel periodo di GRATUITA' i volumi di traffico erano pari a 18.000 veicoli al giorno. Con l'apertura della B1 si sale su questa tratta a circa 20.500 veicoli al giorno.
Un volume di percorrenze pari a una PROVINCIALE non certo ad un'autostrada.
I veicoli che si riversano dalla B1 sull'attuale superstrada Milano-Meda, GIA' SATURA (circa 100.000 veicoli/giorno) bastano comunque a portarla al collasso con code che, spesso, partono da Meda, poco dopo l'immissione della tratta B1.
Ora, se consideriamo anche gli alti costi del pedaggio applicato (20 centesimi/km) è più che comprensibile che terminato il periodo degli "sconti" in atto, questi volumi scenderanno ulteriormente, riversandosi sulla viabilità locale. 
La valutazione di Debernardi ipotizza anche che applicando tariffe "standard" (6,5 centesimi/km) il numero dei veicoli in transito potrebbe arrivare a quota 32.000.  
Un numero comunque lontanissimo dalle previsioni sovrastimate fatte inizialmente delle 60.000 e più percorrenze su cui si basava lo studio di fattibilità che giustificava la necessità e la redditività di questa infrastruttura.
Ma il pieno disastro si avrà con la realizzazione della tratta B2.
Qui si comprende appieno l'inganno di pedemontana e la sua inutilità.
Nella sua analisi Debernardi identifica i 100.000 veicoli sull'attuale superstrada nonchè futura tratta B2 dell'autostrada, come un traffico che è in buona parte la somma di percorrenze brevi cioè spostamenti locali e non certo un traffico sostenuto di lunga percorrenza est-ovest da Malpensa a Orio al Serio, punti estremi del progetto autostradale.
Si fa dunque un'autostrada per soddisfare un bisogno prevalentemente di spostamento locale ?
O forse chi ha pianificato quest'intervento mirava ad intercettare ai soli fini dei ricavi questo traffico.
Tutte queste considerazioni evidenziano che non serviva  (e non serve) UNA NUOVA AUTOSTRADA DI TALE IMPATTO E COSTO nel collegamento est/ovest.
Con un' esigenza di spostamenti che sono principalmente territoriali, la realizzazione della tratta B2 sul sedime dell'attuale superstrada, provocherà una "fuga" alla ricerca di percorsi alternativi sulla viabilità comunale.
Il risultato probabile sarà che alcune strade di collegamento intercomunale subiranno incrementi di traffico notevoli con aumenti stimati del 110% sulla via S.Maria tra Meda e Lentate Sul Seveso, del + 64% sulla via Borromeo a Cesano Maderno e di un +45% su Corso Garibaldi a Seveso (vedi tabella sotto).
Insomma, come sosteniamo da tempo, la Pedemontana è un disastro per l'ambiente e la viabilità e uno spreco per il costo realizzativo elevato e la sua inutilità.
Per questo ci si deve fermare, rinunciando al suo completamento e valutando gli interventi sull'esistente per fluidificare il traffico.
Al proposito, sotto il volantino del coordinamento ambientalista INSIEME IN RETE distribuito durante la serata sevesina del 1-2-016.